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E' in libreria l'ultimo romanzo del Miserabile Autore: è il DIES IRAE, edito da Rizzoli nella collana 24/7, 768 pagine, 17 euro.
MATERIALI PER SAPERNE DI PIU'
• L'official site DIES IRAE
• L'official site 24/7
• I materiali sulla Centraal Station di Giuseppe Genna relativi al DIES IRAE
• Un brano disperante dal DIES IRAE
• Leonardo Colombati sul DIES IRAE
• L'ipotesi Alfredino nel DIES IRAE
• TRANS EUROPE DIESIRAE: i Kraftwerk
• La caricatura su Repubblica
• L'intervista in prima pagina sull'Almanacco dei Libri di Repubblica
• Il PDF della pagina originale dell'Almanacco dei Libri di Repubblica
• Audiointervista su PlayRadio a cura di Tommaso Labranca
• La recensione sul Messaggero
• La recensione su Repubblica - Milano
• La pagina con intervista sul Mattino
• Il DIES IRAE in ristampa!
• La recensione su Bottega di Lettura
• La recensione sulla Gazzetta del Sud
• La recensione sul La Stampa
• La recensione sul l'Avvenire
• La presentazione alla Fnac di Milano
• DIES IRAE on the blog
• La recensione di Luca Canali sul Giornale
• L'audiointervista a Fahrenheit
• La recensione di Nino G. D'Attis su BLACKMAILmag
• ...
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«Maura, amore mio»
[da pagina 228: Una lettera del Mente alla sua ex moglie Maura]
“Maura, amore mio, mio amore,
è trascorso un anno da che te ne sei andata.
Un anno luce.
Un anno per me di strazio. Sono straziato, Maura.
So da tua sorella che il bambino è nato e sta bene. Ti scrivo ora perché prima non ce la facevo. Ti avrei vomitato addosso tutta la melma della rabbia, dello schifo e dell’indignazione che la tua decisione mi ha imposto come un pedaggio che sentivo immeritato. Non era immeritato, evidentemente.
Ti avrà detto Maya che mi hanno nominato amministratore delegato. Sono un uomo di successo! Va tutto bene. Nel consiglio di amministrazione ci sono i compratori inglesi, la controparte che cura gli interessi del Vaticano e, su mia proposta, i cinesi. Ho proposto l’entrata in azienda dei cinesi e hanno accettato. E’ il primo caso al mondo che inglesi, vaticani e cinesi siedono allo stesso tavolo in un consiglio di amministrazione. Un record. Sono l’uomo da sei milioni di dollari. E’ tutto complicato dal punto di vista diplomatico, ma gestisco bene l’esistente. Alloco liberamente le risorse e questo è importante.
Pubblicato Lunedì 10 Ottobre 2005
I Lampi di PF Majorino sul Foglio
 di CRISTINA COSSU
[da il Foglio]
Si può cominciare da qui: “Sono lo
sguardo, sono l’osservatore e sono l’osservato.
[...] Sono il sequestro e sono il sequestrato:
mi ricordo solo degli anni trascinati
via, ammassati dentro la mia stanza e
appresso al mio cuscino. Ho in bocca il sapore
di qualsiasi corpo di donna e di qualsiasi
spazio vitale, leggo sul soffitto storie
mai finite attraverso frasi ininterrotte composte
da parole capovolte. Non ricordo
quanto ho vissuto e non ricordo dove”.
In questo passaggio potrebbe stare tutto
il cuore del primo romanzo del trentaduenne
milanese Pierfrancesco Majorino.
Pubblicato Mercoledì 28 Settembre 2005
Antonio Franchini: Gladiatori
Una recensione in forma di narrazione
In un anno che non ricordo più, un anno perduto nella melma dello scorso decennio, io vissi una delle serate più assurde e quindi interessanti della mia intera esistenza. Garantisco che, di serate assurde, ne ho vissute parecchie: ma questa che vi racconto...
Lavoravo presso Mondadori, facevo il web di Segrate. Internet (credo fosse il '97) era in Italia un protocollo non precisamente di massa, a quei tempi; figuriamoci quant'era popolare all'interno di un'organizzazione industriale che percepiva la Rete come minaccia futura incombente sulle vendite del suo prodotto. Venivo pagato con un giustificativo patafisico: ero i viaggi inesistenti di un dirigente. Era un bel periodo. Mi piaceva stare ad ascoltare per ore, sorbendo pessima brodaglia alla macchinetta da Camera Cafè, gli aneddoti e le strategie di scrittori ed editor, quando non di editor-scrittori. In questo caso, la qualifica si riferiva essenzialmente a tre persone: il romanziere Ferruccio Parazzoli, il poeta Antonio Riccardi e il narratore Antonio Franchini. Erano tutti miei amici e lavorare con persone che ti stimano senza mai minimamente dubitare delle tue qualità è confortante. Mi sentivo accolto da un abbraccio. Era bello. E' stato uno dei periodi più intensi della mia vita. Discutere le copertine, ragionare sui testi, immergersi in un brainstorming senza fine, sperimentare dall'interno il funzionamento della macchina: impagabile. Senza quei tre amici non avrei mai scritto una riga di prosa, avrei continuato con le mie poesiuole, precludendomi un'esperienza fondante (lasciamo perdere i risultati: sto occupandomi del vissuto interno).
Un giorno di quell'anno dimenticato, Antonio Franchini mi dice: "Sabato vieni a casa mia. Ti faccio fare un'esperienza eccezionale".
Gli credetti, e feci un'esperienza eccezionale. Che, evidentemente, non si è ancora conclusa, se oggi, a distanza di quasi dieci anni, quell'esperienza eccezionale si prolunga in un oggetto narrativo eccezionale: Gladiatori, proprio di Antonio Franchini (Mondadori Strade Blu, 15 euro).
Prima di affrontare il libro, però, devo affrontare quell'esperienza. Del resto, non penso di andare fuori tema: trapassare dalla letteratura all'esperienza è in toto la poetica di Franchini.
Pubblicato Martedì 27 Settembre 2005
Houellebecq: La possibilità di un'isola
Comprendo, ma non condivido, le ragioni che conducono Mario Andrea Rigoni a leggere l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq come fosse un fumetto male riuscito. Ha ragione Rigoni: è un libro assai sghembo, strabico, che procede attraverso digressioni peggiorative di un tema già pessimo qual è la metafisica nell'epoca di massa. Sembra davvero una parodia heideggeriana male riuscita, un patetico sketch comico sul nichilismo, una specie di avanspettacolo interpretato da un adepto della Fallaci. Sembra anche un saggio svogliatamente ridotto a romanzo d'occasione. Sembra una narrazione a chiave, laddove questa è il passepartout per le camere di un albergo, oltre le cui porte al massimo possiamo scrutare i piccoli segreti meschinelli delle coppie clandestine o i bidet dei singoli occupanti. Sembra un florilegio di haiku scritti da un Oreglio o uno Iacchetti d'Oltralpe. Sembra una fantascienza fatta da chi non la sa fare. Sembra un dépliant lungo trecento pagine e da leggersi prima di un volo in aeroporto.
Sembra.
Per me La possibilità di un'isola è, insieme a Estensione del dominio della lotta, il migliore tra gli oggetti narrativi di Houellebecq, un libro che dischiude un futuro immenso per la narrativa europea, uno sguardo cristallino su ciò che sta per succedere e già sta succedendo - non tanto politicamente, quanto letterariamente - nel tempo che viviamo noi.
Pubblicato Lunedì 26 Settembre 2005
Il Corriere stronca Houellebecq
di MARIO ANDREA RIGONI
[dal Corriere della Sera]
I temi del più ardito pensiero antiumanistico dell’Otto e del Novecento non solo sono diventati oggi moneta corrente della discussione accademica, ma si sono degradati ad articolo da supermercato o da turismo culturale, del quale fanno incetta giornali, canzonette, film e romanzi, anche di infimo ordine. Uno di questi - la fine prossima dell’uomo, correlato inevitabile della morte di Dio - aveva trovato un commento epistemologico ancora suggestivo in alcune belle pagine di Michel Foucault e di altri pensatori francesi, ma soprattutto aveva ispirato o aveva accompagnato la grande narrativa fantascientifica del Novecento sotto l’effetto di un progresso tecnologico capace di sovvertire le basi stesse dell’esperienza umana. Attualmente la prospettiva più vertiginosa è quella dischiusa dall’avvenire della biologia, in particolare dalla clonazione. Già sperimentata sugli animali, essa attende - fra grandi e giustificati allarmi - di essere eseguita sull’uomo. Nel suo ultimo romanzo, La possibilità di un’isola (traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani, pagine 402, 18), lo scrittore francese Michel Houellebecq immagina che la cosa sia avvenuta già da molto, che l’umanità sia stata sostituita dai suoi cloni e che questi nuovi esseri, che hanno progressivamente perduto le caratteristiche umane (il riso, il pianto, il desiderio, la nostalgia) e comunicano fra loro in modo virtuale, possano solo indagare, da una sorta di condizione neutra ed eterna, la vita dei loro remoti predecessori.
Pubblicato Lunedì 26 Settembre 2005
SUOR JO: la terza/quarta puntata
Le puntate della fiction SUOR JO erano quattro. Per esigenze di palinsesti, sono state ridotte a tre. La puntata finale (che lo è davvero?) è più lunga delle precedenti e realizza una crasi tra terzo e quarto episodio della serie. I nuclei tematici sono principalmente due (e secondariamente metà di mille: come spiegato qui). Anzitutto un reality show, da realizzarsi all'interno della comunità d'aiuto gestita da Suor Jo, cioè una gara tv di solidarietà pelosa, surreale e angosciante, che ha per protagonisti malati terminali, che ottengono nomination e vengono votati dal pubblico, secondo i progetti del produttore tv Thurgau, sorta di emblema all'incontrario di tutti i produttori di format odierni. Poi c'è la questione del satanismo: una ragazza sacrificata e sepolta male in un bosco, la sua mano che affiora, la rete degli adoratori del diavolo che si agita in un paesotto dell'hinterland. I misteri di Cusago sono fittissimi, tantissimi, decifrabili e indecifrabili. Li indaga l'ispettore Lopez, ma è costretta a indagarli anche Suor Jo, la nostra Dostoevskij dei poveri e al femminile. Non si sa se riusciranno a stringere tutti i nodi che vengono al pettine, considerando che il pettine appartiene a Cusago, la nostra parodia dell'innominato manzoniano, il quale è pelato.
Pubblico due stralci dai dialoghi della terza e quarta puntata.
Stay tuned!
Pubblicato Venerdì 23 Settembre 2005
Troppe storie? La poetica di SUOR JO
Un bilancio volante: SUOR JO piace a quelli che l'aridità delle griglie Auditel definisce "spettatori medi". E piace anche ai Miserabili Lettori che, con una gesto per me emozionante, mi hanno scritto i loro commenti (un totale di 129 mail, finora). Ringrazio qui tutti coloro che mi hanno scritto, con richiesta di perdono per il fatto che il ringraziamento non arriva nella casella di posta elettronica (è un periodo per me convulso e non riesco ad avere tempo per fare alcunché di piacevole e/o personale).
Ad altri, come è ovvio, SUOR JO non piace. E non sto riferendomi alle recensioni di Aldo Grasso sul Corriere o di Maurizio Di Pollina sulla Repubblica. L'obiezione principale concerne proprio il lavoro di sceneggiatura e, in qualche caso, la realizzazione filmica di Squizzato. Sono obiezioni che mi interessa discutere, per mettere in luce tentativi che esorbitano dalla serie tv e investono (almeno nelle mie ambizioni) protocolli e sintassi di narrazione.
La prima e più importante obiezione concerne quella che viene percepita come un'eccessiva sovrabbondanza di storie. Troppa carne al fuoco, insomma. Come se ciò non fosse pensato e voluto, come se l'entusiasmo avesse preso la mano a sceneggiatore e regista, con il risultato di cucinare una specie di minestrone di temi, distanti tra loro. Un risultato che sarebbe, quindi, grottesco. E', di fatto, anche l'obiezione di Aldo Grasso. Questa surdeterminazione tematica era voluta e cerco qui di spiegarne l'intento (non, per carità, l'esito: c'è appunto chi gradisce e chi ne è schifato).
Pubblicato Martedì 20 Settembre 2005
PF Majorino: Dopo i lampi vengono gli abeti
 E' finalmente in tutte le librerie (edito da peQuod, € 12) uno dei libri che più mi hanno sorpreso e convinto in questi ultimi anni, del quale avevo pubblicato tempo fa estratti e giudizi preparatori (anche su Carmilla). Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino è a mio parere un libro di formazione impazzita, all'altezza di quello che si può definire impazzimento antropologico in questo Paese oggi, in una determinata generazione - che è la mia. Esattamente ciò che mi ha sorpreso in Last Love Parade di Mancassola ( qui la recensione): uno sguardo che amplifica lo spettro emotivo e cognitivo su una scena generazionale, e che non è immune da un'esperienza di memoria che va dagli Ottanta per condurre a oggi. Al contrario delle fosche fenomenologie sull' Età Grigia che si starebbe realizzando sotto occhi impotenti, il resoconto di PF Majorino non è precisamente tale, poiché è anzitutto un'esperienza linguistica e immaginativa. La lingua sorprendente, a strappi convulsi e folgorazioni improvvise, che Majorino utilizza in una sorta di trance, è un'ipnosi che riesce a non perdere il contatto col mondo, anzi lo penetra con virulenza impegnata. Amore, morte, politica, memoria: nessuna tematica mondana (in senso profondo) è esclusa da questo furibondo trip, che nulla ha di postmoderno e molto ha di tradizionale, in forma però rinnovata, interessantissima.
Inauguro quindi l'area dedicata a Dopo i lampi vengono gli abeti, dove pubblicherò alcuni contributi, a cominciare dagli articoli usciti sul libro di PF Majorino, oltre a un'intervista che proprio tengo a fare all'autore. Intanto comincio con la quarta, firmata da me, di questo oggetto narrativo, la cui attualità mi pare un tratto decisivo.
Pubblicato Lunedì 19 Settembre 2005
Pincio & Wu Ming 2: Super-Walden
L'uno (Wu Ming 2) ne ha scritto una splendida prefazione; l'altro (Tommaso Pincio), una splendida recensione. Però c'è di più. L'uno (Wu Ming 2) è autore di un romanzo, Guerra agli umani (Einaudi Stile Libero), che rimette in circolo il Thoreau di Walden secondo attualissime derive, evidenziando la profonda sostanza mitica che alimenta da sempre la meditazione sul rapporto tra natura e uomo; l'altro (Pincio) ha scritto un romanzo, La ragazza che non era lei (sempre Einaudi Stile Libero), dove la medesima meditazione su natura e uomo assume caratteri centrali per l'oggi (e non semplicemente per i Sessanta, come è stato scritto).
Mi sembra dunque il caso di evidenziare il cortocircuito che si crea (come da sempre si è creato e sempre si creerà) tra un autore del passato e due scrittori contemporanei, che sono tra i migliori mitopeti di questi anni. La recensione di Tommaso Pincio è apparsa il 3 settembre sul Manifesto; la prefazione di Wu Ming 2 all'edizione Donzelli è stata scaricata dal sito ufficiale di Wu Ming, dalla sezione Outtakes.
Pubblicato Giovedì 15 Settembre 2005
Terzo grado all'emulazione fallita dell'intellettuale italiano
Il saggio di Lavagetto (di cui, qui) ha un grande merito: sgombera definitivamente il campo dalle assurde imbecillaggini che, da un paio di anni, vanno strepitando personaggi. I quali, d'ora in poi, verranno nominati su questo e-zine solo allorquando scriveranno o diranno cose di cui vale la pena di parlare. E' impressionante osservare le scempiaggini propalate come vaticini da gente a cui io, Giuseppe Genna, nel pieno delle mie facoltà mentali ma non fisiche, non concedo personalmente d'ora in poi la patente di intellettuali. E' uno sconforto che mi ha preso per un paio di mesi e nei confronti del quale ho elaborato questa terapia: rimozione. Discutere a Fahrenheit con due esponenti della cosiddetta "Cultura", che non hanno la benché minima idea degli abissi spalancati da Guido Ceronetti, del quale sono chiamati a parlare; osservare l'immeritato grado di attenzione che in Rete si concede a fatti e comparse fumettistiche risibili e grotteschi; verificare, da centrale del gossip editoriale quale sono mio malgrado diventato, affermazioni deliranti da parte di editor, consulenti, agenti e quant'altro; leggere paginate intere dedicate a palesi cazzate su quotidiani nazionali; ascoltare interviste di personaggi ormai alla deriva nel gran mare della saccenza - tutto ciò è un'occupazione che impegna energie psichiche in maniera inutile. Come già avevo fatto qui, mi rivolgo dunque, per l'ultima volta, a un emblema generale del mondo della "Cultura": una sommatoria antropoide di caratteristiche per me disgustose, che a mio giudizio non ha ospitalità in alcun pantheon né dignità di essere ascoltato nel momento in cui parla, a chissà che titolo, di cultura.
Ecco l'ennoio in forma di terzo grado a questo inutile idiota.
Pubblicato Mercoledì 14 Settembre 2005
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