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Enzo Siciliano Memorial
La scomparsa di Enzo Siciliano, uno dei massimi intellettuali della nostra contemporaneità, lascia un vuoto che appare decisivo, mettendo a rischio una generazione intera (la successiva) che è chiamata a coglierne l'eredità. Dal portale letterario in progress di 24/7, uno speciale in memoriam: interventi d'annata di Nascimbeni, Baldacci e Conti.
• MADRE, OSSESSIONE DAL COSTUME NERO di GIULIO NASCIMBENI [dal Corriere della Sera, 11/12/1994]
Potra' sembrare strano che, per il nuovo romanzo di Enzo Siciliano intitolato Mia madre amava il mare (e, dunque, con una netta indicazione sulla preminenza d' un personaggio), l' inizio di questa nota sia invece dedicato alla figura del padre. C' e' la Roma dei primi mesi del 1944 occupata dai tedeschi, con il coprifuoco alle cinque del pomeriggio. In quelle ore tristi e deserte, il padre dell' io narrante (cioe' di Enzo Siciliano stesso) legge alla famiglia I promessi sposi. E' una scena quieta, con un suo vago incanto, specialmente se rapportata al brontolio dei cannoni che arriva da Anzio e all' incubo dei rastrellamenti.
Pincio & Wu Ming 2: Super-Walden
L'uno (Wu Ming 2) ne ha scritto una splendida prefazione; l'altro (Tommaso Pincio), una splendida recensione. Però c'è di più. L'uno (Wu Ming 2) è autore di un romanzo, Guerra agli umani (Einaudi Stile Libero), che rimette in circolo il Thoreau di Walden secondo attualissime derive, evidenziando la profonda sostanza mitica che alimenta da sempre la meditazione sul rapporto tra natura e uomo; l'altro (Pincio) ha scritto un romanzo, La ragazza che non era lei (sempre Einaudi Stile Libero), dove la medesima meditazione su natura e uomo assume caratteri centrali per l'oggi (e non semplicemente per i Sessanta, come è stato scritto).
Mi sembra dunque il caso di evidenziare il cortocircuito che si crea (come da sempre si è creato e sempre si creerà) tra un autore del passato e due scrittori contemporanei, che sono tra i migliori mitopeti di questi anni. La recensione di Tommaso Pincio è apparsa il 3 settembre sul Manifesto; la prefazione di Wu Ming 2 all'edizione Donzelli è stata scaricata dal sito ufficiale di Wu Ming, dalla sezione Outtakes.
Chlebnikov, l'onda luce transmentale
L'altra sera, a Milano, per la rassegna 'Da vicino nessuno è normale', Paolo Nori si è esibito in una performance antologica di Pancetta, un'incursione totale e delirante nell'universo parallelo della poesia transmentale (e nella vita transesistenziale) di Velimir Chlebnikov, il poeta russo che prediligo insieme a Mandel'stam. Lo spettacolo, intitolato Con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore, un alternarsi di letture di Nori e di musiche composte ed eseguite dal pianista Umberto Petrini, è bellissimo. La rievocazione dell'avventura totale di Chlebnikov ha messo in moto ricordi personali. In effetti, è per me incredibile che questo genio russo ancora non figuri sui Miserabili. Propongo vita, testi e un illuminato commento di questo grande poeta, rimandandovi però alla fondamentale esperienza della lettura di Pancetta di Paolo Nori. gg
Quando stanno morendo
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.
I contemporanei lo chiamavano “il genio”. Lo paragonavano all’autore del “Canto della schiera di Igor”. Lo chiamavano “Velimir”, “il padrone del mondo”, nome d’arte, e tanti erano convinti che fosse il suo vero nome. Gli stava bene questo nome pagano.
Alto, un po’ curvo, il profilo aquilino, lunghi occhi azzurri, la fronte alta, una piccola bocca ogni tanto toccata dall’accenno di un sorriso (Chlebnikov non rideva mai). Un’immagine piena di misteri, sorprese e miracoli.
E' morto Ed Bunker
Nel totale disinteresse della stampa italica, si segnala tristissimi che il 19 luglio si è spento Edward Bunker, uno dei protagonisti dello hard boiled contemporaneo, idolo di James Ellroy e Quentin Tarantino, sorta di resurrezione americana Jean Genet (senza la grandezza di Genet). E' l'autore di testi impressionanti come Animal Factory e Come una bestia feroce, di sceneggiature altrettanto grandiose quali A trenta secondi dalla fine, di un'apparizione sconcertanti ne Le Iene. Storia galeotta che ricorda da vicino il percorso iniziatico e vizioso di Ellroy medesimo, Ed Bunker è stato l'incarnazione vivente che la letteratura non c'entra niente con le categorie accademiche e le cricche filologiche. Pur non raggiungendo l'arte sublime di Elmore Leonard, è a lui e a Leonard stesso se da anni viviamo nell'era American Tabloid.
Franco Cordelli Celebration
Esistono maestri segreti. Talmente segreti, che non sanno nemmeno di essere maestri di certi adepti. Il magistero a cui alludo è una forma a distanza, un vincolo propedeutico, sostanziato di ammirazione e alimentazione, con cui si cresce grazie a persone che hanno scritto e parlato, senza incontrarle o incontrandole molto tardi. Qui faccio un discorso personale, che non getta alcuna croce o responsabilità su nessuno degli inconsapevoli maestri. I miei maestri segreti sono essenzialmente tre: Franco Cordelli, Giuseppe Pontiggia e Andrea Zanzotto. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno svolto magistero su di me, viventi che mi parlavano e mi parlano: quand'ero giovanissimo, Antonio Porta; poi, soprattutto, Ferruccio Parazzoli. Però quei tre, Cordelli Pontiggia e Zanzotto, sono coloro che mi hanno creato: hanno creato il mio immaginario letterario, critico, filosofico, hanno modellato lo sguardo, mi hanno insegnato a ragionare come ragiono.
Qui voglio celebrare uno di questi tre maestri, che non sa di esserlo, che ho incontrato dal vivo (emozionatissimo) soltanto due anni fa, e che secondo me è attualmente la personalità in grado di rimettere in gioco tutto, qui e ora, in Italia, su piani che la tradizione culturale considera basali e che sembrerebbero invece secondari nell'epoca del rincoglionimento di massa. Questo intellettuale è Franco Cordelli.
Girolamo De Michele: l'appendice a Scirocco
E' in tutte le librerie Scirocco di Girolamo De Michele (Einaudi Stile Libero, € 14.50). Già autore del notevolissimo Tre uomini paradossali, De Michele, che è una personalità eclettica e organizzatissima, un filosofo che ha le idee chiare e uno storico che le ha ancor più chiare, approda con Scirocco a un masterwork che non esito a definire fondamentale per la scena letteraria italiana, confermandosi come uno dei migliori scrittori di cui disponiamo oggi. Per ora mi limito a una segnalazione, riportando l'impressionante appendice dei chiarimenti e dei ringraziamenti che De Michele ha posto in coda al libro (si tratta, nella parte iniziale, di un detournément della nota che io inserisco, da Ishmael in poi, per evitare cause, e che a mia volta ho mutuato da David Foster Wallace): lettura divertente e istruttiva, soprattutto per quanto concerne l'ampiezza dei riferimenti che lo scrittore tarentino ha utilizzato nel comporre questa mappatura psichica e controstorica del nostro Paese. Non inganni il tono colloquiale, che raggiunge apici esilaranti, messo in bocca ai personaggi di Scirocco. Qui si affronta in realtà un problema serissimo, che si tenta di risolvere attraverso prospettive spiazzanti: è la coerenza della storia italiana dalla resistenza fino a oggi. Fittissimo di riferimenti pop (ma un pop diverso per ogni epoca evocata, dai Sessanta alla Fratelli d'Italia fino al presente in cui il riferimento gemellare potrebbe essere individuato in Guerra agli umani di Wu Ming 2), Scirocco è un'ulteriore pietra miliare nel superamento definitivo della poetica dei generi, un'opera che fa genere a sé e che radicalizza l'operazione che già De Cataldo aveva iniziato a compiere con il bellissimo Romanzo criminale (sempre Einaudi Stile Libero, non è evidentemente un caso...).
Invito i Miserabili lettori a leggersi Scirocco prima della mia entusiastica recensione, che verrà pubblicata a giorni. Nel frattempo, la mirabolante appendice a Scirocco: godetevela.
Valeria Parrella: Per grazia ricevuta
di PIERO SORRENTINO
Sbuca uno strano “io” dalle pagine del nuovo libro di Valeria Parrella che minimum fax manda in libreria sotto il titolo di Per grazia ricevuta (105 pagg., 9,50 euro). Nel tessuto fitto in cui immerge i protagonisti delle sue storie, una scucitura trascurabile apre squarci da cui fa capolino uno sguardo limpido, lucido, che zooma e inchioda sulla pagina volti, gesti, frasi, scorci urbani. I personaggi di Valeria Parrella, assieme all’“io” che ne discende, sono personaggi (e in questo consiste la fertile stranezza) dalla fortissima attitudine mitica - prendendo l’aggettivo nel suo etimo più profondo – ma di un mito fuori tempo massimo, scaduto e marcio.
Forest: Tutti i bambini tranne uno
di LINNIO ACCORRONI
[Su Stilos, la splendida rivista letteraria diretta dall'infaticabile Gianni Bonina, è stata pubblicata questa intervista a Philippe Forest, teorico e narratore francese che, a mia detta, è insieme a Houellebecq e Quadruppani il migliore autore francese di questi anni. Il suo primo romanzo, Tutti i bambini tranne uno, è stato pubblicato da Alet per la traduzione di Gabriella Bosco, ed è per me il migliore tra i titoli di narratativa straniera usciti quest'anno in Italia. Ne consiglio vivamente l'acquisto e la compitazione a tutti i Miserabili Lettori. Ringrazio Linnio Accorroni per il permesso di pubblicare qui l'intervista. gg]
È Ivan, il più intellettuale fra i fratelli Karamazov, a dichiarare la sua indisponibilità ad accettare la felicità eterna del Paradiso, se il prezzo che va pagato è quello delle lacrime di un solo bambino. Viene la voglia di restituire il biglietto, insieme a lui, leggendo questo Tutti i bambini tranne uno (Alet, € 17) di Philippe Forest, uno dei libri più belli, intensi e sconvolgenti di questo scorcio di 2005. Lo scrittore francese, evitando le secche dell’autocompatimento morboso e le viscosità di tanta paccottiglia romantica, quasi contingenti nella trattazione di una materia siffatta, descrive le tappe di un calvario durato sedici mesi: la morte, per una rarissima forma di cancro alle ossa, di suo figlia Pauline, di soli quattro anni. La cronaca di questa tragedia viene refertata con lucida consapevolezza, con la coscienza di chi sa che, di fronte a questo “scandalo che fa tacere ogni metafisica, al cui confronto qualsiasi dramma assume movenze da abile minuetto” ogni deriva consolatoria pare insensata e folle: persino alla scrittura sembra incapace di poter assumere una qualsivoglia valenza salvifica o terapeutica perché, di fronte alla esperienza di una tragedia siffatta, “le parole non danno alcun soccorso”.
Sergio Bianchi: La gamba del Felice
di NANNI BALESTRINI
[da Rekombinant]
«Chi percorre oggi le strade che da Milano si diramano verso il Nord, nel territorio compreso tra il fiume Lambro (e la Brianza) a est e il Ticino a ovest (confine col Piemonte), s'inoltra in un paesaggio che ha subito negli ultimi decenni una così radicale trasformazione da renderlo praticamente irriconoscibile a chi lo ricorda com'era ancora fino ai tardi anni Cinquanta. Su strade sempre molto trafficate (l'autostrada detta dei laghi soprattutto, la prima d'Italia, costruita nell'anteguerra), o su linee ferroviarie (FS e FNM, le gloriose Ferrovie Nord Milano) si attraversano le province di Como e Varese, fino ai laghi (di Como, Lugano e Maggiore), poi le prime Alpi e la frontiera con la Svizzera. Territorio fittissimo di cittadine, paesi, villaggi, dai nomi per lo più cacofonici e desinenti in "ate": Buguggiate, Canegrate, Cermenate, Cugliate, Gallarate, Garbagnate, Gavirate, Novedrate, Osmate, Puginate, Tradate, Usmate...
Ciao, Ermanno...
E' morto ieri il poeta e critico d'arte Ermanno Krumm. Era nato nel 1942. Esce in questi giorni in libreria, per i tipi de Lo Specchio di Mondadori, la sua ultima raccolta, Respiro. Aveva pubblicato con Einaudi tre importanti libri di poesia: Novecento, Felicità e Animali e uomini. Collaborava al Corriere della Sera, nella pagina culturale dedicata all'arte.
Conoscevo Ermanno Krumm da circa quindici anni. Da quasi un decennio abitava a trenta metri da casa mia e talvolta ci si trovava, più o meno casualmente, a fare colazione e a discutere. Era un intellettuale e un poeta di formazione tipicamente Sessanta/Settanta. Le sue stelle polari erano certo tipo di marxismo a-scientifico, il lacanismo mediato dalla Kristeva, la semiotica di Barthes. Una struttura formativa che, a mio parere, non si adattava più ai tempi - posizione, questa mia, che innescava lunghissime e indimenticabili conversazioni con quest'uomo dal cipiglio aristocratico, permaloso come solo certi splendidi viveur sanno essere. E', in assoluto, dopo Antonio Porta, il poeta più concretamente vitalista che mi sia stato dato di conoscere, e per questo mi colpisce ancor più duramente la sua repentina dipartita. Era un fantastico "scapestrato", come lo definisce oggi sul Corriere il suo migliore amico, Sebastiano Grasso, caposervizio della cultura che lo aveva fatto collaborare al quotidiano di via Solferino in un momento particolarmente duro dal punto di vista economico.
Il Furore di Steinbeck
di IRENE BIGNARDI
Di solito dei grandi romanzi si ricorda l´incipit - a partire da quello più celebre (forse) di tutti, "Chiamatemi Ismaele", indimenticabile inizio di Moby Dick. Di Furore (Grapes of Wrath, letteralmente l´uva dell´ira), il capolavoro di John Steinbeck, è leggendario soprattutto il finale. Quando, al termine della terribile, dolorosa, epica traversata dell´America versa il mito di una sognata California dove tutto dovrebbe essere facile e dove tutto è miserando e difficile, Rose of Sharon, la giovane donna del clan degli Joad, che ha appena perso il suo bambino neonato, offre il latte del suo seno a uno sconosciuto, un poveraccio che sta - letteralmente, come tanti, come gli infiniti poveri di questo libro e di queste storie vere - morendo di fame.
Franz Krauspenhaar: Cattivo sangue
di PIERO SORRENTINO
[Questa recensione/intervista, opera dell'impagabile Piero Sorrentino, è uscita sull'ultimo numero di STILOS, altrettanto impagabile supplemento letterario del quotidiano 'La Sicilia' e diretto da Gianni Bonina. gg]
Un Export Manager Europe viaggia per mezza Europa per conto di un'azienda cartotecnica vicino a Milano. A quarant'anni Bruno Bruide, il protagonista io narrante, decide di cambiare vita. O forse sono solamente le circostanze che impongono questa scelta. Si lascia assoldare da una misteriosa e segretissima organizzazione criminale per la quale veste i panni del killer, approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire le missioni e riuscendo a non destare sospetti nonostante una metamorfosi tanto radicale. Un uomo molto qualunque che si trasforma in killer spietato. In questo vitale ma anche mortale paradosso, Bruide stringerà una sorta di alleanza con il padre di una delle sue vittime in cerca di un riscatto morale, destinato a fallire. Due anni dopo (la trama nel frattempo riserva al lettore snodi che è bene non rivelare) Bruide ricomincerà a farsi trascinare e spingere da una forza che va oltre la sua volontà e che forse è proprio il destino, e fuggirà per mezza Europa braccato da poliziotti senza scrupoli. Fino all’amaro ma inevitabile finale.
Buone ragioni per (ri)leggere Ricoeur
di GIROLAMO DE MICHELE
[E’ morto venerdì 20 maggio a Châtenay-Malabry Paul Ricoeur, uno dei grandi filosofi del Novecento. Lo scrittore Girolamo De Michele, oltre a essere uno dei migliori narratori della nuova ondata italiana (autore di Tre uomini paradossali, sta per uscire con Scirocco, ancora per Einaudi Stile Libero), è un filosofo di provata fama. Lo ringrazio per avermi spedito e permesso la pubblicazione di questo suo intervento su Ricoeur. gg]
La prima, buona ragione per leggere Ricoeur è il suo lungo lavoro sul tempo, che non si esaurisce nella trilogia di Tempo e racconto. Come ogni fenomenologo, Ricoeur è stato segnato dalla scoperta di Husserl che il tempo del mondo non è derivabile dal tempo della coscienza. Cosa vuol dire? Una cosa semplice e drammatica, che Agostino d’Ippona aveva còlto senza accorgersene: che io sento di avere un tempo, lo sento scorrere dentro di me, ora più lento ora più veloce, nell’attesa che lo zucchero si sciolga nel bicchiere (Bergson) o che l’amata giunga all’appuntamento (Negri), nell’allungare o nell’abbreviare una sillaba mentre canto (Agostino). E sento che il mondo ha un tempo, con le sue scadenze e i suoi imperativi, con le sue epoche e le sue ere: quando Benjamin ci ricorda che Kafka non parla per epoche, ma per ere, è di questo che sta parlando. Semplice. Ma tragico: perché questi due tempi, quello del mondo e quello della coscienza, non comunicano tra loro: in questa frattura la mia coscienza precipita nell’abisso dell’alienazione, o si arresta e si liquefa come un orologio di Dalì nella dimensione dello psicotico.
Angela Scarparo: Disturbando famiglie felici
di GIUSEPPE IANNOZZI
[per gentile concessione di King Lear - Officine Avanguardie]
La mattina ha veramente come noi crediamo, giustamente o illusoriamente, l’oro in bocca? A volte, solamente una dentatura messa male in arnese e gengive buone ad ospitar la piorrea. Da subito, ci troviamo immersi in un’atmosfera, se non sanguigna, abbastanza allarmante: in alta montagna, là dove neanche dio posa il suo sguardo, un gruppo di persone ha deciso di tirar su dal niente un albergo - idea piuttosto bizzarra -, il cui nome è l’Albergo delle Donne. Nonostante il luogo non sia dei più felici per posizione e possibili clienti, Anna, bionda e intelligente - è il caso di sottolinearlo -, è ben decisa a far funzionare l’attività, costi quel che costi. Tutto sembrerebbe andare per il meglio, ma, all’improvviso, un biglietto, una minaccia: Shining. E no!, abbassate i sorrisétti furbi, quelli che sembrano voler dire, “Ecco, ci risiamo, la solita solfa”. Se pensate questo, siete sulla cattiva strada, quella che potrebbe condurvi dritti alla piorrea e alla dentiera.
Marco Belpoliti: Crolli
di PIERO SORRENTINO
[Una versione ridotta di questa recensione/intervista è stata pubblicata su STILOS, il bellissimo inserto letterario de La Sicilia diretto da Gianni Bonina.]
Il verbo “crollare” in italiano ha due significati: uno, quello di più largo uso, indica lo schianto, il precipitare violento di qualcosa che si sgretola al suolo; l’altro, poco utilizzato nella lingua quotidiana, si riferisce al movimento di qualcosa o qualcuno, al suo scuotersi o agitarsi, di solito in segno di negazione o disapprovazione (crollare la testa o le spalle, per esempio).
La postura che Marco Belpoliti assume fin dalla soglia del suo nuovo libro, Crolli (142 pagg., 7 euro, “Le vele” Einaudi), assieme al suo contenuto, alla cornice che lo contiene, è condensata con precisione nel doppio significato del verbo. Belpoliti, per usare le stesse parole con le quali descrive Susan Sontag, non è un “moralista apocalittico che in nome dei valori supremi – bellezza, verità, armonia – condanna i prodotti pop della nostra epoca: teatro, cinema, fumetti. Il fine dei suoi saggi è sempre quello di capire, il che non implica una assenza di giudizio. Anzi. Per farlo descrive, ma anche seziona: usa la sua intelligenza per separare”.
Montanari: La verità bugiarda
di PIERO SORRENTINO
Un noir che all'intreccio da spasmo e al gusto dell'enigma associa una spinta di fondo allo studio dell'ambiente sociale e dei sentimenti torbidi che spesso vi galleggiano intorno, come un pulviscolo invisibile ma tenace. Una trama fitta di giravolte e retromarce, con sorprendenti e inattese svolte. E un finale tragico, grandguignolesco, nel segno più riconoscibile di un autore che sa tenere seduto il lettore anche a riflettere, stavolta intorno a dei nuclei cognitivi e culturali di portata vasta e articolata: il rapporto tra verità e menzogna, quella Verità bugiarda (Baldini Castoldi Dalai, 312 pagg., 16,80 euro) che alberga nei cuori neri di personaggi che scartano di lato a ogni capitolo; la radice fortemente piccolo borghese di mali privati e violenze pubbliche; le fratture immedicabili che si scavano tra le generazioni, faglie sanguinanti in cui germinano incomunicabilità, frustrazione, rabbia condensata, follia; e il tratteggio gustoso e allo stesso tempo agghiacciante di un mondo, quello editoriale, dove il precariato lavorativo e l’arroganza intellettuale e umana sembrano non incontrare fondo.
La Matelda di Dante: il battesimo da Matilde

Taluni critici hanno tentato di interpretare il nome di Matelda [a fianco nell'illustrazione di Gustavo Doré], invertendo l'ordine di lettura ed ottenendo in questo modo l'espressione "Ad laetam" o, seguendo la pronuncia, "Ad letam". Matelda diviene, così, "colei che conduce alla beatitudine".
Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,
'Asperges me' sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».
[Purgatorio, XXXI, 91-111]
Coe: Circolo chiuso
Non sono un fan sfegatato di Jonathan Coe. Non mi attrae irresistibilmente la tecnica fredda di mélange tra ironia e tragedia laica (direi proprio borghese: e, quindi, non si tratta più di tragedia) che l'autore di La casa del sonno spalma ovunque, perfino nell'interessante tentativo di allestire una saga, un grande ciclo narrativo. C'è un elemento che avverto come eccessivamente cerebrale, una distanza dalle viscere mentre si entra in àmbito viscerale, un calcolo programmato che percepisco eseguito al massimo delle capacità, e, infine, un'idea neoclassicista del divertimento letterario che si elegge a categoria della profondità. Detto ciò, Jonathan Coe è uno scrittore che solleva entusiasmi e di questo bisogna essergli molto grati. E' appena uscito Circolo chiuso, che chiude davvero un circolo, andando a completare ogni segmento lasciato aperto ne La banda dei brocchi. Pubblico dunque, insieme a un estratto del nuovo romanzo, due interviste a Coe: una recente di Monica Capuani (uscita su D) e una relativa a La casa del sonno a cura di Giovanna Zucconi.
Saul Bellow Memorial

«Saul è, con Faulkner, il più grande scrittore americano del XX secolo. Ma è anche un carissimo amico e gli voglio un bene dell' anima. Per questo odio vederlo invecchiare. Il più importante libro scritto negli Stati Uniti nella s econda metà del XX secolo è il suo Le avventure di Augie March: ha cambiato la letteratura americana, non quella ebrea-americana, che non esiste». Philip Roth
Sono giorni di morti immaginarie: muoiono pezzi del mio immaginario. Ottantenni che, quando non lo erano, hanno fatto intrusione nel mio immaginario, lo hanno in qualche modo formato e deformato: chi da avventore periferico, chi da ospite ingrato e centrale (quegli ospiti che rubano la scena alle feste in onore di altri). Del Papa e di Ranieri di Monaco ho scritto (del Papa sempre e ovunque, di Ranieri nel Drago), Saul Bellow invece mi ha scritto: è uno di coloro che mi hanno spinto all'esperienza letteraria. Saul Bellow mi ha inaugurato, insieme a Henri Charrier: furono i due razzi propulsori dell'immaginario letterario. Quello col piede in bocca e altri racconti stava accanto a Papillon, nella biblioteca paterna. Odiai le sue ricursioni ossessive, le sue compulsioni risonanti, questa nevrosi parlante, questo narcisismo imbelle, mai domo. Gliene fui grato per sempre.
Più avanzo negli anni, più sento che il genere Bellow è la mia frontiera interna mai messa in discussione, mai abbattuta. E' per questo motivo che mi sono dedicato a eroderla, a cariarla, di recente. Niente sopravviverà. Niente sopravvive, come ha dimostrato l'89enne Bellow, morto ieri a Brookline, nel Massachusetts.
Nessun bronzo è perenne. Dedico dunque a una delle mie fondamenta incurabili questo memoriale transitorio (includente i pezzi, già presenti ne i Miserabili, sulla biografia di Bellow scritta da Atlas e sulla riedizione di La resa dei conti) che, in quanto transitorio, è l'omaggio più bellowiano che si possa compiere in nome di Saul Bellow.
Dürrenmatt
Può l'uscita dal genere (dal genere investigativo, in questo caso) fare scoccare scintille metafisiche? E si tratta di una soluzione necessitata? Cioè: oltre il genere c'è una letteratura metafisica? Friedrich Dürrenmatt, il grande autore svizzero tedesco, la pensava così. In tempi di clamorosa, ormai certificatissima crisi del genere giallonero (afflitto dal gigantismo e dal sottobosco tipici dei periodi di immedicabile decadenza), può essere utile percorrere una volta ancora le raggelanti strade per cui si era inerpicato l'autore de La promessa, magari connettendo le sue elaborazioni teoriche con quelle di altri suoi contemporanei: cioè, finalmente, storicisìzzando degnamente Dürrenmatt, opera di cui questo grande scrittore necessita, perché ha saputo vedere più lontano di tanti altri.
Ioan P. Couliano: su Mircea Eliade
 di IOAN P. COULIANO
[Ioan P. Couliano, l'erede più geniale di Mircea Eliade, è stato misteriosamente assassinato nei bagni dell'Università di Yale all'inizio del 1991. Insegnava Storia delle Religioni a Chicago. Sono apparsi in traduzione italiana Esperienze dell'estasi (Oscar Mondadori), Eros e magia nel Rinascimento (il Saggiatore), I Viaggi dell'anima (Oscar Mondadori)]
Nato il 9 marzo 1907 nella famiglia di un ufficiale di carriera, Mircea Eliade
manifestò un'attitudine molto precoce per gli studi
enciclopedici. Dopo aver debuttato con alcuni articoli di entomologia in
una rivista di divulgazione scientifica, in breve tempo festeggiò la
pubblicazione del suo centesimo articolo. La sua adolescenza è segnata
da due inclinazioni complementari: crisi di disperazione malinconica e
rivolte eroiche contro di esse e contro le limitazioni della condizione
umana in generale. Si abituò a non dormire che cinque ore per notte e
anche ad ingoiare sostanze repellenti per dominare la sua volontà. Oltre
a questo, dopo Honoré de Balzac, la sua prima passione letteraria,
incontra Giovanni Papini e si riconosce nel suo "uomo finito" che giunge
fino a perdere la propria identità. Già in quest'epoca si appassiona per
la storia delle scienze - specialmente l'alchimia -, per l'orientalismo e
la storia delle religioni.
Orson Welles: It's all true
 Metafisica, Shakespeare, il proprio cadavere da spedire al Presidente degli Stati Uniti, ritmo della poesia e delle scene, tecnicismo pittorico e astrofisica, inquietudine e situazionismo in grande stile: a leggere It's all true, lo splendido labirinto costruito con interviste a Orson Welles e pubblicato da minimum fax nell'imprescindibile collana nera dedicata ai geni del cinema [traduzione di Serafino Murri, € 14.50], si resta a bocca aperta di fronte a una figura gigantesca e sovrumana di intellettuale e artista, che ha rivoluzionato la settima arte e - se questo discorso verrà precisato, e spero di farlo presto - sta continuando a rivoluzionare la letteratura, quella odierna. Un caleidoscopio di visioni, idee, suggestioni, storie marziane: It's all true è un manuale dell'oggi che si sta facendo e un monumento al Novecento in forma di galassia. Invito chiunque a munirsi di questo stupendo libro, di cui qua sotto replico parte dell'estratto concesso dal sito degli infaticabili faxisti, a cui va il nostro più sincero e acuto ringraziamento per una simile adamantina opera di memoria del futuro.
Elogio funebre di Hunter Thompson
E' morto ieri un mio mito: un mio mito letterario. Lo scrittore Hunter S. Thompson si è sparato un colpo di fucile in testa ieri, nella sua abitazione fuori Aspen, in Colorado: il posto in cui la Trilateral Commission si dà regolari appuntamenti e in cui Hunter Thompson si era candidato a fare lo sceriffo senza poi essere eletto. Aveva 67 anni.
Per chi non avesse familiarità con questo scriteriato autore (e dico scriteriato come altri dicono, di certi scrittori, che sarebbero giovani), ricordo che è l'autore di Paura e delirio a Las Vegas, portato su grande schermo da un fisicamente trasformato Johnny Depp per la regia di Terry Gilliam (insieme a un fisicamente orrendo Benicio Del Toro). Il fumettista Gary Trudeau, nella strip Doonesbury, lo iconizzò nella gigantesca figura dello zio Duke (Doonesbury è stato il mio mito personale in fatto di fumetti proprio a causa dello zio Duke, molto prima di sapere che si trattava del ritatto di HST).
Ora, però, in questa occasione luttuosa che ci raduna tutti, qui convenuti insieme intorno alla fossa in cui stiamo per calare la bara di Hunter S. Thompson, devo trattenere le lacrime al ricordo di questo grande uomo e concedermi un passo oltre: egli non è stato soltanto il mio mito. Egli è stato il mito.
Emanuele Trevi: su Senza verso
di PIERO SORRENTINO
In uno dei suoi saggi più malinconici, nutrito da quel disincanto lucido che sempre l’ha contraddistinto e scritto con lo stesso andamento corto e denso che aveva il suo respiro quando parlava, Giuseppe Pontiggia fotografava uno degli elementi che più di ogni altro accomuna da sempre gli scrittori: “C’è una paura che segue il letterato come la sua ombra: quella di non esistere (…) L’attributo dell’inesistenza è però l’unico che i letterati concedono di buon grado ai loro simili. Il mondo dei letterati è popolato da uomini che non esistono, almeno per i loro concorrenti”. Lo scritto si concludeva con una frase altrettanto affilata: “Esistere per i posteri. Ma poi li si confonde sempre con i contemporanei”.
Matthew Sharpe: Gli Schwartz L'America trova il suo Proust
Di Matthew Sharpe e del suo formidabile The sleeping father mi ero già occupato su Carmilla. Ora potrò condividere con un diluvio di lettori italiani la gioia e la commozione che regala questo autentico capolavoro che ha ipnotizzato l'America, contendendo a Dan Brown la palma del libro più letto e stracciandolo dal punto di vista letterario: Stile Libero pubblica a marzo il romanzo di Matthew Sharpe, col titolo Gli Schwartz. E' d'obbligo, per qualunque Miserabile Lettore, fare la prova: questa è la Recherche proustiana in cui si sostituisce la madeleine con il Prozac, mentre si inscena la più esilarante tragedia della nostra contemporaneità - il collasso della famiglia americana che fa da eco al collasso dell'America tutta. Gli Schwartz è Le mille e una notte della trapassata civiltà Usa: un corpo sociale in coma, come il padre del diciassettenne Chris Schwartz, probabilmente il più memorabile personaggio letterario di questo decennio giunto al suo drammatico e grottesco apice.
Mario Benedetti traduce Georges Perros
di MARIO BENEDETTI
Georges Perros (Parigi 1923-1978) è sepolto nel cimitero di Tréboul, vicino a Douarnenez, città dov’è vissuto dal 1959, in Bretagna. La sua figura di intellettuale, eclettico e appartato eppure sempre nel vivo cuore della cultura francese del secolo, fa da controcanto a un'opera poetica la cui importanza è destinata a crescere col tempo, come dimostra lo splendido testo che Mario Benedetti (nella foto è quello a destra) a destra) ha tradotto, rivelando la centralità discreta di uno scrittore che, con il trascorrere degli anni, ci parla sempre più da vicino. In calce alla poesia tradotta da Benedetti, una nota biografica che testimonia dell'attività di questo poeta finora poco conosciuto in Italia. gg
Georges Perros, da Une vie ordinaire, Gallimard 1962
Ho qui sul tavolo una cesta
da dove pende un nastro
di macchina da scrivere Arriva
da un cassetto che conosco bene
mi affascinava da piccolo
Una sinistra senza editori?
inchiesta e interviste di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]
E così anche la Feltrinelli diventa holding. A cinquant'anni esatti dalla fondazione e per tutta una serie di buoni motivi che, in definitiva, alla storia della casa editrice non sono affatto estranei. Prima di elencarli nella conferenza stampa milanese di ieri mattina, del resto, l'attuale editore Carlo Feltrinelli li aveva lasciati intuire qualche anno fa in Senior Service, un libro che era anzitutto - ma non soltanto - un sofferto tributo alla figura del padre Giangiacomo. Già da quelle pagine traspariva un genoma culturale decisamente complesso: militante fino all'estremismo in politica, ma tutt'altro che disattento alle ragioni della partita doppia.
Addio a Will Eisner il Michelangelo del fumetto
 Non so nulla di fumetto. Non ne sono un appassionato, non ne sono un tecnico, non ne conosco la tradizione. Eppure mi sono formato con fumetti, in particolare quelli Marvel. Giudico il fumetto una delle grandi forme d'arte contemporanee, imprescindibili e letterarie. Per intenderci: il fumetto è per me un genere della letteratura, in nulla dissimile da fantascienza, noir, rosa.
Per questa sconfinata ammirazione che nutro nei confronti dei classici del fumetto e per questa sconfinata inabilità a trattare la materia, pubblico un articolo dell' Unità che celebra Will Eisner, il Michelangelo della graphic novel, scomparso l'altroieri.
Sergio Endrigo è la letteratura
  L'altra sera, con amici scrittori e critici, ci trovavamo in un locale che sembrava un set di David Lynch. Era un vasto posto di ristoro in vago stile tex-mex, in quel di Gallarate, al culmine della notte. Trecento metri quadri popolati da tre scrittori e un critico, oltre che da una coppietta che ostentava la classica carnagione abbrustolita UVA tipica della Brianza profonda. La stazione di Gallarate ristagnava a un centinaio di metri. Accanto al tex-mex-brianteo, un hotel deserto custodito dal sosia di Obi Uan Kenobi.
Tra le molte chiacchiere fatte rimbombando nell'immensa conca auricolare del locale, mentre carni sospette sfrigolavano su larghe grigliette, lo Scrittore Che Non Mangia Carne inizia a descrivere l'esperienza della lettura del libro di Sergio Endrigo. "Cosa?! - faccio io -, Sergio Endrigo ha scritto un libro?". Sì, l'ha scritto, è bellissimo, si intitola Quanto mi dai se mi sparo? ed è edito da Stampa Alternativa.
Ma non è questo il punto. Sergio Endrigo è una totalità artistica, è la letteratura. Tutto Sergio Endrigo, non soltanto il libro. E' quindi una vergogna che non siano stati pubblicati interi album del cantante di Pola. Per questo è disponibile on line una petizione, che vi invito a firmare e a cui si accede dall'inebriante sito ufficiale di Sergio Endrigo. Dal quale traggo questa autobiografia che segue, autentica LSD italiana, come si diceva una volta del trinciato all'italiana.
R. Yates: Disturbo della quiete pubblica
  Esce Disturbo della quiete pubblica, un altro capolavoro di Richard Yates, il ciclopico precursore di Carver, il contraltare di Cheever, l'autore del celebratissimo Revolutionary Road [qui la recensione di Tommaso Pincio e qui quella del Miserabile Scrittore]. E', al solito, minimum fax a regalarci questo impressionante viaggio nelle viscere dell'America che è stata e che continua a essere (nella collana classics, a soltanto 9 euro). Ulteriore chicca: l'introduzione di A.M. Homes). La traduzione è di Maria Falcinelli. Pubblichiamo l'incipit mozzafiato del libro, in cui si apprezza già tutto Yates, come accade sempre con i grandi scrittori.
Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella
tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere
in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto
parve capitare senza il minimo segno premonitore.
Danilo Kiš
di Walter Nardon
[da Il Margine]
Nel corso del Novecento la dimensione di alcuni eventi storici ha indotto molti a considerare indecoroso assumerne l’esperienza quale tema per opere di finzione: nei romanzi e racconti che affrontano la Seconda guerra mondiale, l’urgenza di testimoniare è sembrata spesso superare le ragioni artistiche, giudicate, a fronte dell’accaduto, quasi indecenti. Ancor più severa considerazione è stata espressa sulle esperienze dell’«universo concentrazionario», sui campi di sterminio. Eppure, la resa dell’immaginario di fronte alla Storia, la riduzione dell’esperienza dell’uomo a referto documentale rischia di cancellare ogni traccia di umanità da quella sofferenza, assimilando nella condanna al silenzio almeno una delle intenzioni dei carnefici: la condanna al silenzio del carattere umano dell’invenzione. Malgrado i risultati, almeno nei princìpi una è la storia, altra la letteratura. Per uno dei molti paradossi di questa, il romanzo, vale a dire il genere letterario meno codificato, al quale non è mai stato affidato il compito di conservare le memorie della comunità, si afferma come arte del concreto, arte capace di «concretizzare la storia», rendendone presente la plurivocità, la pluridiscorsività; rappresentando le vicende in una dimensione dichiaratamente finta nei confronti della quale il lettore può ancora conservare la propria autonomia critica (senza il timore reverenziale che sorge davanti a quello che uno studioso come Bachtin ha chiamato il «passato assoluto» dell’epica). Al romanzo, lo scrittore di lingua serbocroata Danilo Kiš ha dedicato buona parte del suo lavoro, lasciando un’opera che si confronta con lo sviluppo tragico della storia del XX secolo e che si afferma con forza come opera di finzione e grande opera d’arte.
Philopat: I viaggi di Mel
Questa è una recensione che è anche un'intervista. Si può dire che, per me, è un'esperienza. Io non sono un divoratore di libri, ma un divoratore di uomini. Io sono un antropofago assoluto: divoro, degli umani, non soltanto la presenza fisica, mentale e spirituale, ma anche e soprattutto gli universi paralleli che sono l'aura e la quintessenza degli uomini. Per me, questa cosa, detta molto rozzamente, è la letteratura. Per cui ieri ho fatto un'esperienza letteraria. Sono andato da ShaKe Edizioni e ho incontrato Marco Philopat, l'autore di questo capolavoro che è I viaggi di Mel, appena uscito in tutte le librerie. Un romanzo esploso in storie e sguardi tragici e comici, in prospettive esaltanti e preoccupanti, con un'appendice documentale su Mondo Beat, curata direttamente da quello che è il protagonista del romanzo di Philopat: l'anarco-opportunista Melchiorre Gerbino, colonna storica dell'underground sessantino, uno dei creatori della contestazione.
Questo è un libro fondamentale, bellissimo. E lo è perché lo si divora e perché divora: divora tutto, storie aneddoti, imprese epiche, paranoie, finte cospirazioni, amore, sesso, festa, lotta, viaggio, morte, vita, sogno, incubo, liberazione, potere...
Questo libro è mio fratello perché esso stesso, come me, è un divoratore di uomini che si dispone a essere divorato.
Qui inizia l'avventura del signor...
Villalta: su Le radici nell'aria di Bocchiola
di Gian Mario Villalta
[da Pordenonelegge.it]
Sono passati sette anni da Al ballo della clinica (Marcos y Marcos, 1997) e Massimo Bocchiola ci offre oggi, con questo suo nuovo libro, Le radici nell'aria (Guanda, 2004), una riflessione su quanto un poeta abbia il dovere di dire il presente senza tradire il passato. Senza tradire, prima di tutto, la propria vicenda poetica e personale, il proprio sguardo e la propria lingua. E poi senza tradire il tempo che si forma in lui e che con lui si muove, oggi, dentro altre distanze e altri interrogativi.
Al suo esordio assoluto, nel terzo dei "quaderni" legati alla rivista Testo a fronte, la poesia di Bocchiola era stata una scoperta: vi si leggeva l'inizio di una nuova avventura nella lingua italiana, capace di filtrare la propria voce attraverso la terra e la parlata di un luogo preciso, senza per questo snaturarsi o trovarsi costretta a esibizioni espressionistiche.
Sta per arrivare The Best of McSweeney's!
  E indovinate chi la pubblica? Ovviamente Minimum Fax ( The Best of McSweeney's, 350 pagine, 14 euro, a cura di Dave Eggers). Colmi della solita gratitudine nei confronti della banda dei Minimi, riprendiamo dal loro sito parte di un'anticipazione golosissima: le prime due pagine del pezzo geniale L'ennesimo esempio della porosità di certi confini, il racconto di David Foster Wallace incluso in questa imperdibile antologia. Per stare alle parole dei Minimi, " McSweeney’s è un oggetto di culto che ha segnato la nascita di una nuova estetica. In questa antologia dei suoi primi due anni di vita, testi di David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem, Zadie Smith, William Vollmann si accompagnano a corrispondenze epistolari con l’Unabomber e reportage sul secessionismo hawaiano...".
Appena esce, prometto un'intervista a Marco Cassini che, se non me la rilascia, mi costringerà ad andare a prenderlo sotto casa a Roma...
Rock Babilonia
Uno non può sapere tutto, arrivare a tutto. Gli capita, per esempio, di scoprire ad altezza 2004 che è uscito, per i tipi economici del suo nuovo editore, un testo fondamentale di cui ignorava l'esistenza - e intendo l'ignoranza non della traduzione italiana, ma addirittura dell'originale. Il libro è una leggenda delle leggende e si intitola Rock Babilonia. L'ha scritto Gary Herman, facendo il verso al celeberrimo ed esoterico Hollywood Babilonia di Kenneth Anger (il quale era un discepolo del grande satanista Aleister Crowley), uno dei libri su cui il sottoscritto si è formato, anche grazie all'instancabile opera di persuasione su di lui effettuata dal compassionevole spirito hyperpop di Igino Domanin.
Riparo a questo mio storico scotoma (Rock Babilonia uscì per Tropea nel 2001, ma era già stato pubblicato per Interno Giallo, mitologica casa editrice diretta dallo stesso Tropea nel '91, e poi rieditato con aggiornamenti). Pubblico la scheda editoriale del libro, insieme a un allucinante capitolo dello stesso.
Nostro fratello maggiore Roberto Bolaño
di Mattia Carratello
[Attualmente è editor di Einaudi Stile Libero. In passato ha diretto Fanucci, creando insieme a Luca Briasco la collana AvantPop, che ha radicalmente mutato la scena letteraria in Italia. Ha curato la raccolta di saggi su Thomas Pynchon La dissoluzione onesta. Che dire? Mattia Carratello - nella foto a sinistra - è una delle migliori menti della mia generazione. gg]
A pochi mesi dalla pubblicazione italiana di due suoi romanzi, a pochi mesi dalla sua visita italiana al Salone del libro di Torino, Roberto Bolaño è morto improvvisamente a Barcellona, il 15 luglio 2003. Lo scrittore cileno lascia inaspettatamente dietro di sé un’opera definitiva, conclusa, con l’eccezione del romanzo che stava terminando di scrivere, intitolato 2666, milleduecento pagine e cinque parti, di cui quattro già terminate. Eppure nonostante la scomparsa dell’autore l’opera di Bolaño è tutt’altro che chiusa, perché troppo indefinibile, bizzarra, persino per i modi in cui si è manifestata.
Nicola Lagioia e Occidente per principianti
di Piero Sorrentino
[da Stilos, inserto letterario de 'La Sicilia', diretto da Gianni Bonina]
“In quanto indispensabile ornamentazione degli oggetti attualmente prodotti (…) e in quanto settore economico avanzato che foggia direttamente una moltitudine crescente di oggetti–immagine, lo spettacolo è la principale produzione della società attuale”: così gli anni ’60 nella Tesi numero 15 della Società dello spettacolo di Guy Debord. Inchiodata una volta e per sempre alla sua responsabilità seminale, la “decade bassa e disonesta” del celebre verso di Auden si avvierà a diventare la matrice di quella realtà corrotta che lo stesso Debord ripenserà – in chiave ancora più apocalittica – vent’anni dopo nei Commentari, poco tempo prima di tirarsi un colpo di fucile alla testa. Dalla “divisione mondiale dei compiti spettacolari” si è passati in una manciata di anni alla compiuta saldatura tra vita e spettacolo: “lo spettacolare integrato”, lo chiama Debord nella Quarta tesi dei Commentari.
Gianluca Neri: il Romanzo che non t'aspetti (tu, non te l'aspetti; io, sì)
 Conosco da anni Gianluca Neri. E' stato il creatore di Clarence e mi ha assunto mentre già sciavo non tanto allegramente sulle pareti del baratro della disoccupazione (primo periodo postmondadoriano). Sia detto per inciso: spero con tutte le mie forze che il Neri ripeta quella memorabile performance professionale e affettiva nei miei confronti. Sia detto ancora per inciso: se qualcuno di voi non avesse mai frequentato Clarence o volesse apprezzare alcuni momenti d'élite di quell'esperienza, consiglio di dare un occhio alla spedizione Neri-Porro-Genna a una mostra pittorica di Amanda Lear, oltre che ai miei ricordi privati di quel paradiso lsd.
Il Neri, mai pago, dopo Clarence ha creato in anticipo sui tempi il primo blog mainstream della Rete italiana, GnuEconomy, successivamente trasformandolo in Macchianera, che è attualmente un punto di riferimento per tutto il Web nazionale. Mai pago nemmeno di questo, Gianluca Neri ha vinto la propria ritrosia e ha deciso di entrare nell'infernale arena della narrativa italiana. Prossimamente, un'uscita in collettivo. Successivamente, il primo romanzo. Il cui incipit ha anticipato su Macchianera - io mi limito a dire che sarà una sorta di mutazione genetica tra Survivor di Palahniuk e la Guida Galattica per Autostoppisti di Adams.
P.S: Per i molti editori che ho sentito in questo periodo e mi chiedevano notizie del suddetto neri: pare che sia già prestigiosamente opzionato, mi spiace... ;-)
Memorial Derrida
Con la morte di Jacques Derrida io comprendo che di colpo sono invecchiato, una stagione si è chiusa per me, e definitivamente. Non ho mai partecipato a quell'orgia di etilismo filosofico che fu, soprattutto alla fine degli Ottanta e all'inizio dei Novanta, il derridismo di riporto che mi decostruiva le palle. Eppure io partecipai a quella stagione. Studente alla facoltà di filosofia, compagno di corso e amico di Igino Domanin e di Domenico Cosenza e di Giuseppe Goisis, disponevo di anticorpi che mi rendevano immune a quella febbre encefalica che fu il Derrida-show, capitanato a Milano dalle più varie egolalie accademiche, dall'estenuazione di una civiltà del pensiero che avrebbe portato (l'ho sempre pensato) alla passione berlusconiana: cioè alla passività rispetto all'insorgere della sottocultura, o cultura del nulla, che trionfa in questi anni - crollo delle istituzioni culturali e dell'immaginario popolare. C'era questo cerebralismo, sì, ma soprattutto una radice di passività rispetto al mondo che, siccome il mondo è sempre percepito dall'uomo, si traduceva ai miei occhi in una sconcertante passività verso il fenomeno spirituale umano. Questa dittatura del linguaggio mi era insopportabile. Eppure io crescevo comunque a pane e Derrida. Non sono battezzato, il che non mi esime dal ritrovarmi addosso, a 35 anni, mostruosi lasciti di moralismo cattolico. Figurarsi se non ritrovo in me i lasciti di una formazione au contraire.
Perciò, quando l'altro giorno ho letto della terribile morte di Jacques Derrida, mi è preso un groppo allo stomaco.
Il Nobel a Elfriede Jelinek
Il premio Nobel per la Letteratura 2004 è stato assegnato oggi a Stocccolma all’austriaca Elfriede Jelinek, «per il fluire musicale di canto e contro-canto nei romanzi e nei drammi che con straordinario ardore linguistico rivelano l’assurdità dei cliches della società contemporanea e il loro potere soggiogante».
La sessualità, il potere e la violenza sono i temi che hanno fatto di Elfriede Jelinek (57 anni) una delle più controverse scrittrici della scena contemporanea austriaca. Il suo successo è esploso con il romanzo La Pianista del 1983, dal quale il regista Michael Haneke ha tratto un film di grande successo con Isabelle Huppert premiato nel 2001 a Cannes. Jelinek, che vive solitamente tra Vienna e Monaco di Baviera, è nata il 20 ottobre 1946 a Muerzzuschlag, in Stiria (Austria centrale). Dopo l’esame di maturità in un convento, ha studiato pianoforte e composizione al Conservatorio di Vienna, oltre a lingue, scienze del teatro e storia dell’arte. Un grande scalpore sollevò nel 1994 la messa in scena di Claus Peymann al Burgtheater di Vienna della sua «porno-satira» Autogrill oppure tutti lo fanno e poi nel 1998 quella di Einer Schleeff Un pezzo di sport. Jelinek è entrata in pieno nelle polemiche degli ambienti culturali austriaci contro l’arrivo al governo di Vienna del partito liberal-nazionale di Joerg Haider nel 2000. Prima del Nobel per la letteratura ha già vinto una serie di importanti premi letterari come il Büchner nel 1998 e il premio Heine della città di Duesseldorf nel 2002.
Basho: Haiku
stanchezza:
entrando in una locanda,
i glicini
katabirete
yado karu koro ya
fuji no hana
The Truman Show
"Era piccolo, gonfio, smorto, con una voluminosa e imbarazzante testa da feto e quella petulante vocetta agra. Nei salotti veniva familiarmente chiamato Genius. Fu una vera tragedia quando a causa di un racconto pettegolo e mondano gli furono improvvisamente tagliate le fonti perché la 'cafè society' americana si arrabbiò". Così Arbasino approccia una delle mitologie letterarie più esplosive del secolo scorso: Truman Capote, il genio del New Journalism, l'effendi della tragedia gossip, l'equalizzatore tra realtà e fiction. Vita dissoluta, morbosità efferata, scrittura chirugica e folgorante: Capote è una mitologia autentica perché continua a esplodere, a insegnare, a suggestionare, a muovere la letteratura in tempi apparentemente antiletterari come i nostri che, in quanto apparentemente antiletterari, sono tempi letterari. Sono i tempi in cui il New Journalism deve esprimere la sua profonda verità metafisica e imprimere a pieno la svolta con cui lo stesso Capote, insieme a Mailer e a Wolfe, stravolse definitivamente la letteratura americana, che aveva raggiunto un apice e una maturità tipici di una letteratura che diviene classica.
Tra tutti i Miserabili, Capote è uno dei più Miserabili: per questo lo accogliamo tra noi con un degno tributo.
Philippe Jaccottet: tre poesie
Tempo fa,
io, l'impaurito, l'ignorante, che vive appena,
coprendomi gli occhi di immagini,
pretendevo di guidare i morenti ed i morti.
Io, poeta al sicuro,
risparmiato, che soffre appena,
spingermi a tracciare strade fino laggiù!
Ora, lampada attonita,
mano più errante, che trema,
adagio ricomincio dentro l'aria.
Anne Sexton
Giovane
Mille porte fa,
quando ero una ragazza sola
in una grande casa con quattro
garage, una notte d'estate
se ricordo bene,
ero stesa sul prato e sotto di me, increspato,
il trifoglio, e sopra, distese, le stelle,
la finestra di mia madre un imbuto
che incanalava luminoso calore,
e la finestra di mio padre semichiusa,
un occhio da cui passa chi dorme,
e le assi della casa
erano bianche e lisce come cera
e milioni di foglie sbattevano,
come vele sui loro strani gambi
e i grilli ticchettavano tutti insieme
e io, nel mio corpo nuovo fiammante,
non ancora di donna,
facevo domande alle stelle
e pensavo che Dio vedesse veramente
calore luce dipinta e gomiti
ginocchia sogni buonanotte.
[da All My Pretty Ones Year, 1962]
W.B. Yeats e il "Secondo Avvento"
GIOVANNA LA PAZZA PARLA CON IL VESCOVO
Incontrai il vescovo lungo la strada
E molto egli disse e io dissi.
«Quel petto è flaccido e cadente ora,
Quelle vene saranno presto disseccate;
Vivi in una casa celeste,
Non in una lurida stia».
«Bellezza e sozzura sono stretti parenti,
E bellezza esige sozzura», io gridai.
«I miei amici sono scomparsi, ma quella è una verità
Mai negata dalla tomba o dal letto,
Appresa in infamia del corpo
E orgoglio del cuore.
«Una donna può essere orgogliosa e fiera
Quando intenta all'amore;
Ma Amore ha piantato la sua reggia
Nel luogo dell'escremento;
Perché nulla può essere unico o intero
Che non sia stato lacerato».
Simenon e la letteratura
 Georges Simenon a Carvel Collins (da Intervista con Georges Simenon, minimum fax): "Solo una volta il consiglio di uno scrittore mi è stato davvero d’aiuto. Me lo diede Colette. All’epoca scrivevo racconti brevi per «Matin», e Colette era caporedattrice per la letteratura. Mi ricordo di averle fatto avere due racconti, lei me li mandò indietro, e io continuai a provarci. Alla fine mi disse: “Guarda, sei troppo letterario, sempre troppo letterario”. E io seguii il suo consiglio. Lo faccio tuttora, quando scrivo e soprattutto quando riscrivo.
[...] La scrittura è considerata una professione: ma io penso che non lo sia. Penso che chiunque non abbia bisogno di essere uno scrittore, chiunque pensi che potrebbe fare qualcos’altro, dovrebbe fare qualcos’altro. Scrivere non è una professione: è una vocazione all’infelicità. Penso che un artista non possa mai essere felice".
Pàvlos Màtesis: Madre di cane
[da Madre di cane di Pavlos Màtesis, Crocetti editore, euro 12.85]
“Egregio signor Alfio,
Sono la signora a cui fate visita da due anni, dietro alla chiesa di Santa Domenica, che risponde al nome di Assimina, vi scrivo per mano della mia figliola Rubina in quanto risulto analfabeta. Vi ringrazio per le vostre visite così regolari negli ultimi due anni, per la vostra gentilezza e i vostri viveri. Inoltre grazie che mi avete presentato il vostro sostituto, io sono una donna molto di casa, non avrei potuto trovarlo da sola. Sappiate che, dovunque sarete per tutta la vita, vi ringrazierò sempre, perché avete salvato i miei figli dalla morte per fame, ma anche a me avete fatto molto piacere. È un peccato confessarlo, ma dovete sapere che come uomo vi ho apprezzato anche più di mio marito e che in sostanza siete stato voi a rendermi donna con le premure che mi avete offerto. Io sono sposata, forse anche vedova, ma dovete sapere che vi ho avuto in simpatia e questo succede per la prima volta nella mia vita di provare tanto desiderio per un signore, non ve l’ho mai manifestato, ve lo rivelo adesso che non siete presente qui in casa mia".
Giovanni Raboni
E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso, per l'amore
preso e non dato, avuto e non ridato
nella mia ingloriosa carriera
di marito, di padre e di fratello
ci sarà giustizia, là, un altro appello?
Niente più primavera,
mi viene da pensare, se allo sperpero
non ci fosse rimedio, se morire
fosse dolce soltanto per chi muore.
[da Barlumi di storia, Mondadori, 2002]
Giovanni Raboni è morto il 17 settembre a Parma, in seguito ad un attacco cardiaco. Era ricoverato dal giorno di Pasquetta, prima a Milano e poi a nella cittadina emiliana.
Nato il 22 gennaio 1932 a Milano, era uno dei più importante poeti italiani contemporenei, oltre che traduttore, critico e storica firma del Corriere della Sera. Già alcuni anni fa Raboni fu costretto ad un intervento al cuore. Quest'anno il giorno dopo Pasqua era stato colpito da un attacco cardiaco dal quale non si è più ripreso.
Pasolini: Trasumanar e organizzar
Versi del testamento
La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffeddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Friedrich Hölderlin
Diotima
Vieni e placami questo Caos del tempo, come una volta,
Delizia della musa celeste, tu hai conciliato gli elementi!
Ordina la lotta convulsa coi tranquilli accordi del cielo,
Finché nel petto mortale ciò che è diviso si unisca,
Finché l'antica natura dell'uomo, la placida grande,
Fuori dal fermento del tempo, potente e serena si levi.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente,
Torna all'ospite mensa, ritorna nei templi!
Perché Diotima vive come i teneri bocci d'inverno,
Ricca del proprio spirito, eppure lei cerca il sole.
Ma il sole dello spirito, il mondo felice è perito
E in una notte glaciale lottano gli uragani.
Jane Austen: Persuasione
PERSUASIONE: L'INCIPIT
Sir Walter Elliot, di Kellynch Hall nel Somersetshire, era un uomo che per passare il tempo mai apriva altro libro che non fosse il Baronetage; vi trovava occupazione per un'ora d'ozio, consolazione per una di dolore; la sua mente fremeva d'ammirazione e di rispetto, contemplando l'esiguo numero dei membri superstiti delle più antiche baronie, e ogni spiacevole sensazione causata da questioni domestiche naturalmente si mutava in compassione e disprezzo mentre voltava le pagine in cui erano annotate le quasi infinite nomine del secolo precedente; e qui, anche se ogni altro foglio fosse stato privo del benché minimo interesse, qui egli poteva leggere, con un interesse che mai diminuiva, la storia della sua vita.
Lettura di Ultima preghiera di Giorgio Caproni
Leonardo Cecchini, docente di letterature di lingua romanza all'Università di Aarhus, offre una straordinaria lettura di uno dei più celebri componimenti di Giorgio Caproni, Ultima preghiera, da Il seme del piangere, raccolta edita nel 1959. Pubblico prima il testo della poesia e poi l'analisi: uno splendido e sintetico esempio di come si possano utilizzare varie strumentazioni per entrare in risonanza con un'opera poetica - cioè di uno dei molti modi in cui è possibile leggere la poesia.
ULTIMA PREGHIERA
Anima mia, fa' in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
John Donne
da La Canonizzazione
nella traduzione di Cristina Campo
Dateci i nomi che volete: tali
ci fece amore: or l'uno or l'altro diteci
folli insetti; ma siamo
anche candele e moriamo di noi
e in noi troviamo l'aquila e la tortora.
L'enigma della Fenice da noi
s'illumina: e poiché noi siamo uno,
lo siamo entrambi. Così ad una sola
neutra cosa i due sessi si accordano:
come quella moriamo e risorgiamo, noi
fatti misteriosi in questo amore.
Il Macello di Ivano Ferrari
C’è un vitello che respira ancora
il colpo non ha sfondato il cranio
chi ha sbagliato gli afferra il collo
stringe la forma
i globi degli occhi bovini ballano
al ritmo del paranco
[da Macello, Einaudi]
Yves Bonnefoy: Seguendo un fuoco
Una pietra
Un fuoco avanza davanti a noi.
A tratti scorgo la tua nuca, il tuo viso,
Poi, soltanto la fiaccola,
Soltanto il fuoco massiccio, il mascheretto dei morti.
Cenere che ti stacchi dalla fiamma
Nella luce della sera,
Oh presenza,
Sotto la tua volta furtiva accoglici
Per una festa oscura.
Letteratura extraletteraria: il caso Battisti-Panella
  Fuori dalla pubblicazione di libri: di romanzi, di poesie, di racconti, di reportage - infine, di etichette, di generi consolidati, di forme cristallizzate. L'esperienza della scrittura esorbita, ruota attorno a nuclei vuoti, si raddensa in significanti e significati soltanto occasionalmente, ma è anzitutto sostanza del ritmo (cioè: ciò che il ritmo ritma), forma inconoscibile, pack ineffabile su cui l'artista scivola. Quest'ultima immagine, che fa perno sul gelo e sul bianco e sulla carenza di ossigeno, definisce come letteraria la scrittura e l'esecuzione avocale dell'ultima produzione di Lucio Battisti (da Don Giovanni a Hegel), condivisa con il poeta Pasquale Panella, alla ricerca di un canto fuori del canto - probabilmente, l'eredità più evidente del lavoro sottotraccia compiuto fino a qualche anno prima da Demetrio Stratos, l'approdo all' ultravoce. Un'esperienza che è algida finché non si entra in empatia con il calor bianco sprigionato dalla voce di Battisti, da quel monocorde e buddhistico mormorio indistinto di mantra laici, da quelle variazioni che, per eccessiva ricchezza linguistica, respingono in uno spazio psichico interno al linguaggio eppure alinguistico. Pubblico, per celebrare questa incredibile esperienza di letteratura extraletteraria, un testo di Igino Domanin, Battisti Reload, e un'intervista a Pasquale Panella.
Il tornado Patience Agbabi
La ferita inferta
A dodici anni ho appreso la sostanza della Caduta,
ogni giorno vivevo un flusso indistinto di sogni ispirati al peccato originale,
incubi gremiti di folle dalle labbra
sottili e le bocche distorte, ragazzine feroci
che masticavano mele braccando senza tregua
me: me, in fuga su umide foglie,
un'eroina nell'abusato cliché bianco-nero; loro,
ronzanti tra nicotina e linfa di baci alla francese. Odiavo
la scuola ma di più odiavo l'umiliazione
indecente della resa, il vestitino giallo
che indossava mia madre il giorno che quell'uomo
venne a prendermi con la macchina che era di mio padre. Lei chiamò
il mio nome, dolcemente, più seducente di uno slogan.
Percepii il motore, mi voltai dall'altra parte,
cominciai a correre.
Inedito e voce di Antonio Porta
 Bisogna ringraziare Rosemary Liedl Porta, la vedova del poeta milanese Antonio Porta, se la figura dell'autore di Invasioni non cala nell'attenzione dei lettori. I Miserabili sono onorati di contribuire a quest'opera di rammemorazione di una figura intellettuale tanto importante (particolarmente per il gestore di questo e-zine), pubblicando, su concessione di Rosemary Liedl P., un inedito di Antonio Porta dedicato ad Andrea Zanzotto e, più sotto, un eccezionale file vocale di una lettura di Porta stesso, elaborata con effetti sonori e già presente sul sito di Lello Voce. In chiusura, un intervento di Fabio Pusterla sulla poesia di Porta.
L'OM di Joe Rosenblatt
C'è una disinibizione vocale che fa compiere ai poeti anglosassoni performance insuperabili. Come la lettura di questa splendida Preghiera naturale di Joe Rosenblatt, che proponiamo anzitutto in audio, con il testo originale in calce. Questo intenso OM poetico è tutto fuorché sperimentalismo, avanguardia, estetismo da slam poetry.
Nato a Toronto nel 1933, Rosenblatt è stato inspiegabilmente catalogato tra i poeti comici - una classificazione rispetto a cui discordo totalmente, considerandolo un lirico/tragico di sublime capacità prosodica, oltre che una sorta di Lazzaro dell'allegoria medievale. I suoi titoli principali: Loosely Tied Hands, 1979; The Sleeping Lady, 1980; Brides of the Stream, 1983; Poetry Hotel, 1985; Escape from the Glue Factory, 1986; The Kissing Goldfish of Siam, 1989; A Tentacled Mother, 1995; The Voluptuous Gardener, 1996.
Tiziano Terzani: Tat Tvam Asi
Il Miserabile Scrittore era lontano dall'Italia nel momento in cui Tiziano Terzani si allontava non soltanto dall'Italia, bensì dall'intera nostra dimensione grossolana. Il termine "grossolano" non è scelto a caso: è un aggettivo tecnico vedantino, che sta a indicare lo stato di veglia che i laici considerano l'unica dimensione esistente. Terzani praticava il sentiero metafisico insegnato dal Vedanta, e precisamente la prospettiva nondualista di Shankara. Si era ritirato per lungo tempo in un ashram indiano, dove aveva praticato l'ascesi che conduce alla realizzazione della Coscienza.
Per questo motivo, desideroso di ricordare Terzani, pubblico un suo stupendo articolo (la migliore sintesi introduttiva all'esperienza vedantina che io abbia mai letto), apparso sul Corriere della Sera il 4 luglio 1998: è il racconto della preparazione del grande italiano al profondo lavoro condotto nell'ashram prescelto, nel Tamil Nadu.
La Porta su 'La grande sera del mondo'. Con risposta di Pischedda
La grande sera del mondo di Bruno Pischedda [ce ne siamo occupati qui e qui] è a mia detta il migliore tra i testi critici degli ultimi dieci anni sulla narrativa italiana, così come Forma e solitudine di Guido Mazzoni lo è quanto alla poesia. Del saggio antiapocalittico di Pischedda si è occupato, su 'Avvenimenti', Filippo La Porta. Pubblichiamo la sua recensione e una risposta di Bruno Pischedda. Il risultato è un dialogo sull'Apocalisse quale ultima mitologia letteraria e pericolosa immagine mobilitante sul piano sociopolitico.
Sette apocalissi italiane, gli scrittori delle rovine Nel saggio di Pischedda la radiografia dello sfascio culturale
di Filippo La Porta
[da Avvenimenti , n. 28, 16-22 luglio 2004]
Si legge non senza un brivido questo libro di Bruno Pischedda a proposito di sette romanzi italiani apocalittici degli anni 70 (La grande sera del mondo, Aragno, pagine 277, euro 15). Vi si parla infatti di noi, della nostra civiltà, del passaggio convulso dell’Italia alla modernità, e anche dell’idea di razionalità che l’Occidente ha elaborato. L’autore ci offre alcuni ritratti letterari di grande plasticità e di notevole acume interpretativo. In fondo i personaggi che abitano un saggio critico sono gli scrittori stessi, colti nella unicità ed essenzialità dei loro tratti dominanti, che si rivelano attraverso un dettaglio apparentemente casuale della lingua o un particolare tipo di costruzione sintattica.
Ritorno a Sartre
SARTRE, VENT'ANNI DOPOdi Fabio Gambaro
Ritornare a Sartre. Nonostante tutto, ritornare a Sartre. A vent’anni dalla
scomparsa dell’autore della Nausea, è questo l’accorato invito
di Bernard-Henri Lévy, che, per spiegarsi meglio, ha da poco
mandato nelle librerie francesi un volume di 665 pagine, Le siècle
de Sartre (Grasset), un’inchiesta filosofica appassionata e appassionante
che ha dato il via a un vasto dibattito attorno all’attualità
e all’eredità del filosofo e scrittore, nato nel 1905 e scomparso
il 15 aprile del 1980.
Ritornare
a Sartre, soprattutto perché negli ultimi vent’anni l’autore
delle Mani sporche era come scomparso nel nulla, dimenticato, rimosso
e talvolta persino vilipeso.
Vent’anni
fa, infatti, subito dopo l’impressionante funerale popolare, in cui
una folla silenziosa di 20 mila persone lo accompagnò fino al
cimitero di Montparnasse, iniziò l’assalto dei guastatori che
a tutti i costi volevano demolire il suo mito.
Friedrich e Verlaine: su Arthur Rimbaud
RIMBAUD E LA LIRICA MODERNAdi Hugo Friedrich
[da La struttura della lirica moderna - Garzanti - 1971 (ed. tedesca, 1956)]
L'impressione che destano i componimenti di Rimbaud è tanto più disorientante, in quanto egli parte da un linguaggio che non solo colpisce brutalmente, ma può anche essere capace delle più ammalianti melodie. Si direbbe talora che venga da un altro mondo, splendente, in estasi. Gide lo chiama "roveto ardente". Per altri egli è un angelo; Mallarmé parla dell'"angelo in esilio". L'opera provoca, con la sua dissonanza, i giudizi più contraddittori, i quali vanno dall'innalzamento di Rimbaud a poeta supremo, alla degradazione a giovanetto turbato dalla pubertà, intorno a cui si sono formate le più esagerate leggende. Una fredda analisi può facilmente metter da parte quelle che sono reali esagerazioni, ma dovrà interpretare proprio queste esagerazioni come conseguenza della prepotenza dell'effetto di Rimbaud. Comunque si presentino i vari giudizi, da tutti si deve dedurre che non si può prescindere dal fenomeno Rimbaud, apparso e tramontato come una meteora nel cielo della poesia.
David Means, l'incendiario episodico
Se devo puntare su due nomi per le antologie narrative americane del XXII secolo, dico William Vollmann e David Means. Soprattutto Means, perché è chiaro che Vollmann è già da ora il migliore scrittore americano contemporaneo (intendo tra quelli dopo la generazione di Roth e DeLillo) ed è sicuro fin da adesso che sarà incluso nei futuri canoni. Su Means, invece, si punta azzardando il giudizio. La raccolta di racconti Episodi incendiari assortiti è un razzo sparato nella notte della scintillante prosa ggiovane americana. La profonda inclinazione alla meditazione per immagini, sostenuta da uno scandaglio che appare solo superficialmente di natura esistenzialista, fa di Means un ibrido mostruoso: una copula tra Camus e Bellow, una sorta di incrocio genetico tra Houellebecq e la Oates. Riprendo la recensione alla raccolta di David Means (che pubblicai tre anni addietro: non tutti i Miserabili Lettori seguivano le evoluzioni di Società delle Menti), pubblico l'intervista di Martina Testa allo stesso Means (dal sito di minimum fax) e aggiungo lo strabiliante racconto Il lamento di Sleeping Bear.
Philip Larkin, "il ritorno preavvisato nel cuore del normale"
di Luca Guerneri
 La vita di Philip Larkin fu un'esistenza per sottrazione. Come dichiarò
in un'intervista "deprivation is for me what daffodils were for Wordsworth"
[la privazione rappresenta per me ciò che le giunchiglie rappresentarono
per Wordsworth]. Sottrazione e privazione.
Nacque a Coventry nel 1922 da una famiglia della media borghesia. Dopo
avere frequentato la King Henry VII School si iscrisse all'Università
di Oxford nel 1940 dove si laureò tre anni più tardi in letteratura
inglese. Furono gli anni di una precocissima attività di narratore.
Jill,
il suo primo romanzo fu pubblicato nel 1946 seguito, a solo un anno di
distanza, da A Girl in Winter (1947). Iniziò poi la stesura
di un terzo romanzo che però non vide mai la luce. Da quell'anno
in avanti, infatti, Philip Larkin avrebbe pubblicato solo poesia. La narrativa
rimane come uno dei tanti enigmi nella vita del poeta di Coventry. Una
specie di illuminazione che durò qualche anno sino a spegnersi per
ragioni, con buona probabilità, ignote allo stesso Larkin.
Isaac Singer: due racconti
Isaac Bashevis Singer nacque a Radzymin, in Polonia, nel 1904. Di ascendenza rabbinica, trascorse l'infanzia nel quartiere popolare di Varsavia dove il padre aveva il suo "Beth Din" (tribunale religioso ebraico). L'esperienza di questo ambiente osservante e avventuroso, domestico e sacrale, che sarà rievocato nell'autobiografia Alla corte di mio padre (1966) e poi in Ricerca e perdizione (1975-1981), saranno rilevanti per la sua formazione di scrittore. Singer compì gli studi nel seminario rabbinico di Varsavia. Nel 1935 si trasferì a New York, dove iniziò la carriera di scrittore, scrivendo in jiddish e poi contribuendo alla traduzione in inglese dei suoi scritti. Gli fu assegnato il Premio Nobel 1978 per la letteratura.
Esordì con il romanzo storico Satana a Goray (Sotn in Goray, 1935) che narra la "possessione" di un villaggio al tempo di Sabbatai Zevi, a cui seguirono altri romanzi. La famiglia Moshkat (Famylie Moshkat, 1950), La fortezza (1955-1957), Lo schiavo (1960), Il mago di Lublino (1960), La proprietà (1969), Shosha (1978). Il meglio di Singer è riconosciutamente compresso nei racconti, raccolti in diverse sillogi: Gimpel l'idiota (1957), Lo Spinoza di via del mercato (1961), Breve venerdì (1964), La seduta (1968), Un amico di Kafka (1970), Una corona di piume (1973), Passioni (1975).
Heil thriller: Ben Pastor
di Alessandro Zaccuri
Sarà anche l’ultimo arrivato, ma è comunque in buona compagnia. Jeffery Deaver, quello del Collezionista di ossa, una passione per la storia già dimostrata nelle avventure che hanno per protagonista il detective paraplegico Lincoln Rhyme e ora confermata dal massiccio Il giardino delle belve, che Sonzongo pubblica con un buon mese di anticipo rispetto all’edizione americana. Questa volta, però, Deaver non si sofferma su episodi poco noti della New York ottocentesca, ma si trasferisce nella Berlino del 1936, dove sono in pieno svolgimento le Olimpiadi con la croce uncinata. Un thriller ai tempi del nazismo, insomma, nel corso del quale si incrociano i destini di un killer venuto dall’America e di un onesto poliziotto teutonico.
Bella trovata, non c’è dubbio. Ma non del tutto originale. Il noir in camicia bruna, infatti, è ormai un sottogenere consolidato e per molti aspetti rivelatore. Con le sue regole e le sue star, prima fra tutte Ben Pastor, alias Maria Verbena Volpi, romana di nascita ma da tempo trapiantata negli Stati Uniti (insegna Scienze sociali alla Norwich University, nel Vermont).
Alfred Döblin, 'Berlin Alexanderplatz'
 Disse Fassbinder: "Senza Berlin Alexanderplatz la mia vita sarebbe stata diversa. E peggiore". Anche la mia. E tuttavia resta inindagato il centro oscuro che permette ad Alfred Döblin di strutturare uno degli iper-romanzi più allucinati ed epici di un secolo altrettanto epico e allucinato quale è stato il Novecento. Mi riferisco all'esplicito sistema simbolico, di natura alchemica, che aveva permesso a Trakl e a Celan di collazionare testi la cui comprensibilità slitta sottotraccia, si strappa alla comprensione strutturale e stilistca del singolo testo. In Döblin accade lo stesso: solo che il sisma è più potente, perché qui siamo alle latitudini narrative, inadatte per natura a tollerare un simile scotimento, mentre la poesia offre àncore sperimentate. L'epica richiede una rivolta, una rivoluzione: la sempiterna, l'affondo nel cuore del tronco di quell'albero della vita che fa fruttare simboli sempre nuovi e sempre identici. La personalità rinascimentale di Alfred Döblin - psichiatra, cultore di scienze matematiche, esoterista occulto e scrittore gigantesco, autore tra l'altro de La fiaba del materialismo - spicca nel secolo e lo travolge di immagini, come accade col brano sul macello e l'interrogatorio a Giobbe che qui di seguito propongo.
Federigo Tozzi o della narrativa pop italiana
Federigo Tozzi nasce a Siena il 1° gennaio 1883, da Federico (noto come "Ghigo del sasso" nella trattoria di cui è proprietario) e Annunziata, donna mite e di malferma salute. Il padre è un uomo rude, abile negli affari, possidente: le sue collere e il suo disprezzo verso la cultura provocano molti traumi al ragazzo, dotato di grande sensibilità.
Difficili si rivelano subito anche i contatti con la scuola. Tozzi viene infatti espulso dal collegio arcivescovile di Provenzano nel 1895, anno in cui muore sua madre; non trova maggiore fortuna nemmeno presso la scuola delle Belle Arti, dove il giovane trascorre tre anni piuttosto burrascosi. Nel 1898 si iscrive alle Scuole Tecniche e già l'anno successivo tenta una prima fuga da casa. Dopo un'ultima delusione (1902) abbandona per sempre gli studi regolari. Ancora al 1902 risale l'inizio dello scambio epistolare con una Annalena, senhal che la novella Novale ha poi mostrato nascondere l'identità della futura moglie di Tozzi, Emma Palagi. È pure l'epoca del suo rapporto con Isola, la Ghìsola di Con gli occhi chiusi.
Franceschini/Fasanella: 'Che cosa sono le BR'
di Giorgio Galli
Il libro di Alberto Franceschini Che cosa sono le BR (BUR, € 8.50 - con postfazione di Rosario Priore), una lunga intervista con Giovanni Fasanella, è un importante contributo alla conoscenza della storia di un'organizzazione che ha influenzato per oltre un decennio (1970-1982) non solo la sinistra, ma tutto il sistema politico italiano.
Delle Br Franceschini è stato, con Renato Curcio, il principale fondatore e il protagonista della prima fase della loro storia. Con lui e con il suo gruppo di giovani comunisti provenienti da Reggio Emilia, con altri compagni del Piemonte e della Lombardia, si è costituito il nucleo delle Br proveniente dalla sinistra del Pci e formatosi nelle sue file, l'asse portante della lotta armata, "i compagni che sbagliano", secondo la nota definizione di Rossana Rossanda, i quali collegano l'organizzazione alla vulgata italiana del marxismo -leninismo.
Wallace Stevens, il poeta necessario
Se nella letteratura di area anglosassone esiste un salto tra la modernità e la contemporaneità, questo salto viene compiuto grazie alla poesia di Wallace Stevens. Poeta prediletto dalla critica postmoderna, ipercitato dai pensatori deboli, analizzato in tutte le minime sfumature (che nemmeno il povero Stevens credeva di avere realizzato) da Massimo Cacciari, il poeta americano è, in ogni caso, uno dei pesi massimi del secolo, la versione ancora più moderna ed estrema della rivoluzione di T.S. Eliot. Harold Bloom vede in WS la reincarnazione del meccanismo tra poesia e rimozione che indica la presenza di un grande contemporaneo, pronto a fare il suo ingresso nella galleria dei classici. Nella prospettiva di Bloom, Wallace Stevens, ben più di Eliot, incarna la centralità della "voce psichica" che domina il canone occidentale. Bisognerà dunque liberare il poeta di Key West dalle indebite sovrapposizioni filosofiche - il suo mentalismo è una chimera tutta critica, i suoi testi non aderiscono a una simile vulgata.
Richard Stallman e la crociata per il software libero
di Angelo Raffaele Meo
[prefazione a Codice libero di Sam Williams, Apogeo, € 14,00]
 È successo raramente nella storia, ma è successo, che in un momento in cui sembrava che le regole del gioco fossero immutabili, che i vincitori fossero imbattibili e i perdenti senza alcuna possibilità di riscatto, un uomo solo, assolutamente privo di potere, ricchezze, fama, bellezza, amicizie, un uomo qualunque della specie innumerevole dei perdenti, riuscisse a sovvertire le regole del gioco e a far saltare il banco. La storia raccontata in questo libro è la storia di uno di quegli eventi rari ed è la storia di un uomo eccezionale che nasce perdente e diventa vincente, che non è bello ma affascinante, che non è simpatico ma è adorato come un dio; non ha amicizie vere ma conta migliaia di ammiratori; mette i lunghi capelli in bocca o nel piatto ove sta mangiando ma è conteso ospite alla tavola dei ricchi e dei potenti; non sorride mai ma si traveste da santo mettendosi in testa, a mo' di aureola, la superficie attiva di un hard disk della prima generazione; non ha i soldi per pagarsi una cena al ristorante ma ha sconvolto un mercato da migliaia di miliardi di dollari.
Milo De Angelis: iniziazione
Se fosse possibile fare della metafisica (e non della religione) un genere letterario, privo di ogni connotazione ideologica e di qualunque traccia calcarea di orfismo, De Angelis risulterebbe probabilmente un autore che si iscrive in tale genere: le sue folgorazioni - come colse Raboni ai tempi di Somiglianze - sono autentici scatti ideali verso un oltrepsiche che è pura coscienza, presenza nuda e senziente, esito stupefatto di choc e trauma. I paesaggi urbani di De Angelis sono privi di qualunque crepuscolarismo, segnali inquietanti di una spiritualità enigmatica, muta al linguaggio e sorda a ogni rumore di fondo. I dialoghi, stracciati in epigrammatici frammenti, ascendono a un'emblematicità che fa perno su una tradizione classica, che mi pare avere in Pindaro uno dei suoi più luminosi padri. Un'auraticità che confonde e supera l'atteggiamento laico e quello religioso irradia dai versi di De Angelis, inizialmente scevri da ogni dolcezza e capaci di un'arrendevolezza declinata in senso assoluto, come se si manifestasse la docilità e l'esaurimento della mente che ha trasceso la distinzione e la dialettica di azione e non-azione. Il male di vivere, sorta di portato implicito dell'esperienza novecentesca, viene travolto da un vivere che è concreto, assolutamente materiale, talmente materiale in assoluto da levare il respiro: è un vivere oltre il respiro.
Il Libro Infinito di John Barth
 Teorico della letteratura dell'esaurimento e di quella del riempimento - cioè di tutto il postmoderno -, John Barth vive in Italia la stagione della consacrazione grazie allo sforzo di minimum fax, che con La fine della strada doppia il capolavoro dell'Opera galleggiante: due romanzi che, almeno quanto la teoresi critica di Barth, hanno segnato e stanno tuttora segnando la letteratura americana contemporanea. Barth è un'esperienza letteraria, non un oggetto narrativo. Nel suo ultimo romanzo COMING SOON!!!, uscito tre anni fa, Barth stesso enuncia e pratica "il processo come contenuto unico" - di qui, l'inutilità del comodo riassuntino della trama. Tanto che in COMING SOON!!! i protagonisti sfumano, mentre vengono fatti esplodere i gas nobili della letteratura tutta, dalla Genesi biblica alle Mille e una notte, dalla Tempesta shakesperiana al Fantasma dell'opera, fino alla stessa Floating Opera, che qui viene ad avere una riscrittura sorprendente e spiazzante. Complesso e dinamico, ironico e comico, l'universo Barth è un abissale buco nero che ottiene l'effetto di farci risucchiare dalla sua irresistibile gravità, ma anche di farci passare al di là del buco nero stesso, riconfigurando l'intelligenza e il linguaggio in un nuovo, sorprendente ma possibile ordine.
John Cheever, il titano racconta
John Cheever è nato a Quincy, Massachusetts, nel 1912. È autore di sette raccolte di racconti e di cinque romanzi. Con il suo primo romanzo, The Wapshot Chronicle, vince nel 1958 il National Book Award. Nel 1965 riceve la Howells Medal per la Fiction dalla National Academy of Arts and Letters e nel 1978 vince il National Book Circle Award e il premio Pulitzer con la sua raccolta di racconti The story of John Cheever. Poco prima della morte, nel 1982, viene insignito della National Medal per la Letteratura.
Presentiamo qui ampie parti del racconto Il nuotatore, che ebbe una leggendaria traduzione cinematografica con The Swimmer, interpretato da un gigantesco Burt Lancaster. Prima del testo, per circoscrivere l'opera e la figura del maestro di carver, due recensioni: al Nuotatore e al ciclopico Falconer. John Cheever è attualmente pubblicato in Italia per benemerita opera di Fandango Libri.
Le molte terre desolate di Thomas Stearns Eliot
La terra desolata di Thomas Stearns Eliot rimane un'interrogazione aperta per la nostra contemporaneità, che ha fatto di tutto per misconoscere o ignorare la radice iniziatica dei poemi che ne costituiscono la spina dorsale. Se in Italia è Dante a essere letto equivocamente, senza alcuna ripresa dei fondamentali scritti interpretativi e simbolici di Foscolo e Pascoli, nel mondo anglosassone è Shakespeare a dare adito a letture provenienti dagli àmbiti più disparati senza che ne venga messa in luce correttamente la fonte alchemica. Avendo Dante e Shakespeare come padri fondatori a cui costantemente guarda, Eliot è vittima di un equivoco consimile. Non si sottolinea a sufficienza il ricorso al simbolismo della Waste Land in diretta provenienza dalla tradizione del ciclo del Graal: la liberazione della Terra Desolata e il risanamento del Re Ferito sono in realtà simboli delle ferite della creazione stessa, resa deserta dalla nostra incapacità di comprendere il percorso che conduce al ricongiungimento con l'assoluto non-duale, con la pura sensazione di essere. La morte per acqua appare in questa chiave quale degenerazione del detto evangelico "Vieni nel Regno del Padre mio, perché avevo sete e mi hai dato da bere...". Il testo di Eliot è in realtà un ipertesto iniziatico e intriso di tutta la tradizione letteraria (Ovidio compreso) che ha tentato di fare giungere in canto la possibilità della trasmutazione umana. E' a questa lettura che ci affidiamo nel proporvi il testo e che proponiamo come premessa implicita dei due commenti che pubblichiamo sul capolavoro di Eliot.
Parinetto l'eretico
di Nicoletta Poidimani
[da AntagonismoGay]
La sera del 22 dicembre 2002 moriva a Milano Luciano Parinetto. Aveva 67 anni e alle spalle una vita dedicata allo studio e alla ricerca filosofica. Era un eretico a cui non ha fatto mai paura rileggere Marx in chiave rivoluzionaria e innovativa né quando era imperante l’ortodossia marxista né quando, negli anni del riflusso, nominare Marx era diventato tabù e anche in Italia cominciavano ad imperversare gli heideggeriani. Radicalmente anticapitalista, negli anni ’70 Luciano Parinetto pubblicava Né dio né capitale e Corpo e rivoluzione in Marx. Morte, diavolo, analità, poi riediti con altri saggi negli anni ’90 in Marx diverso perverso. Lo sforzo intellettuale e la sfida filosofica dello studioso bresciano portavano alla luce un Marx rimosso, con cui ben pochi volevano fare i conti, ma che mostrava chiaramente i limiti e le degenerazioni dell’ortodossia marxista e di quella psicanalitica: la rimozione della corporeità, l’omofobia, la "santificazione" del maestro e il malcelato teismo dell’ateismo, la diversità disalienata come percorso di liberazione.
Stefano Dal Bianco: 'Ritorno a Planaval'
 Ci sono libri che non se ne vanno: restano e, con il tempo, crescono. Mi ha fatto molto piacere ricevere parecchie mail di Miserabili Lettori che, letta la recensione su Gli impianti della guerra e del dovere di Antonio Riccardi, si sono rivolti a me per sapere come trovare Il profitto domestico, la prima parte del poema di Riccardi, uscita anni fa presso Mondadori e attualmente non presente in libreria. Forse qualcosa i Miserabili faranno. Per il momento, mi sembra il caso di attirare l'attenzione dei Miserabili Lettori su un altro libro che non se ne va: è Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Lo Specchio Mondadori) - purissima tradizione lirica, sapientemente innovata in una forma del contemporaneo che si fa leggibile e apparentemente cristallina. La poesia di Dal Bianco è, a tutti gli effetti, uno dei punti di riferimento della nuova poesia italiana, quella che si sta affermando in questi anni e che esce da un periodo critico e di obnubilamento mediatico della poesia stessa. Riproduco qui la quarta di copertina di Ritorno a Planaval, che ha un estensore davvero d'eccezione: Pier Vincenzo Mengaldo. A seguire, una bella recensione di Alberto Garlini, attualmente reperibile in forma più ampia su Pordenonelegge.it. Prima dei testi, però, la voce di Stefano Dal Bianco e quella di Vittorio Sereni, in uno splendido affiancamento curato l'anno scorso da Occasioni, trasmissione culturale di RadioTre.
William Faulkner Memorial
di Irene Bignardi
La contea di Yoknapatawpha è, come la Kindle County di Scott Turow o la Terra di Mezzo di Tolkien, un territorio inesistente, o meglio, un territorio che esiste, con quel nome, solo nella geografia personale di uno scrittore. Nel caso di Yoknapatawpha, in verità, si possono azzardare dei confini e si possono citare i nomi di città e villaggi, e non solo quelli a cui si fa cenno nei romanzi del suo "solo padrone e proprietario", William Faulkner.
Yoknapatawpha (che suona come un nome indiano e si pronuncia "ioknapatofa") è una contea del Sud degli Stati Uniti, quella dove è nato e a lungo vissuto William Faulkner, grande scrittore, premio Nobel (nel 1950), gentiluomo eccentrico, personalità arrogante, celebre bevitore, rampollo di una aristocratica famiglia meridionale che ha nutrito dei suoi ricordi, problemi, tragedie, ossessioni, tradizioni buona parte dei romanzi del Nostro.
Yoknapatawpha County, dunque. Nella realtà si chiama Lafayette County. La sua capitale, Jefferson nell'inglese letterario di Faulkner, è nella realtà Oxford (be', una delle tante Oxford made in Usa, questa nel Mississippi). Ed è la terra dei Faulkner.
Il canone Bloom
di Giovanni Mariotti
[dal Corriere della Sera, 7.11.1999]
 Immaginiamo che qualcuno, o qualcuna, ci venga incontro dal fondo di una strada deserta; per una qualche ragione, dipendente dal nostro stato d'animo, ci sembra che l'incontro debba cambiare la nostra vita; ma, quando la silhouette sconosciuta è a pochi passi da noi, ci accorgiamo che si tratta di un passante o di una passante qualsiasi. Qualcosa di simile sta accadendo con la Fine Millennio: quando era ancora lontana, ci appariva come un passaggio fatale; ma ora che è davvero vicina, acquista sempre più, per noi, la normale e ben nota fisionomia di un 31 dicembre fra tanti. Con una certa voluttà, pregustiamo (per renderla più lieve?) la delusione che ci aspetta; e già ci sale alle labbra la piccola frase che sarà, per milioni di uomini, il primo pensiero del prossimo Capodanno: "È tutto qui?". Credo che la casa editrice Il Saggiatore abbia tenuto conto di questo anticipato disincanto quando ha deciso di pubblicare in italiano, con il titolo Visioni profetiche, un volume di Harold Bloom che, nell'edizione originale americana, apparsa nel 1996, s'intitolava Omens for Millennium ("Pronostici per il Millennio"). Come si vede, ogni riferimento millenaristico è stato accantonato, e non compare nemmeno nel sottotitolo, che è: Angeli, sogni, resurrezioni. Ebreo, professore a Yale, il quasi settantenne Harold Boom è un critico letterario; anzi, il più famoso o uno dei più famosi fra i critici in attività. Ma così screziata è oggi la nozione di critica letteraria, e così eterogenei i suoi metodi, che dire questo equivale a dire nulla, pressoché nulla.
Carl Schmitt o l'ossessione apocalittica
 L'attenzione sempre più crescente nei confronti di Carl Schmitt rappresenta, probabilmente, una delle più corpose derive filosofiche dopo il periodo del debolismo e dell'ermeneusi infinita. In un momento di ridefinizione planetaria dei rapporti politici, Schmitt esercita una sfida ambigua al pensiero, con la proposta di coniugazione tra ontologia del politico, teologia dell'adempimento e della decisione, temporalità apocalittica. Da un lato lo scellerato neognosticismo mascherato di Cacciari e dall'altro la teoria della globalizzazione di Negri hanno riportato al centro della scena filosofica italiana tutte le categorie a cui Carl Schmitt si appoggio, a metà del secolo scorso, per pronunciare la sua prospettiva che, al momento attuale, pare essersi catastroficamente realizzata. In questa catastrofe risede l'ambiguità di Schmitt, il giogo della necessità a cui il pensiero non può non ribellarsi, lanciando una scommessa sull'esistenza come traino positivo e inverificabile dell'accadere umano. Il che non toglie che le nuove mitologie schmittiane, soprattutto il Katechon, il Contenitore della Fine, esercitino un fascino irresistibile su un tempo che, dell'Apocalisse, fa una delle sue ossessioni permanenti.
La Teoria delle Stringhe
 Vorrei attirare su un saggio straordinario l'attenzione dei Miserabili Lettori interessati ad àmbiti che rischiano di influenzare gli attuali paradigmi d'interpretazione della realtà. Per quanto appaia esogena alla natura di questo e-zine, la questione di un eventuale spazio di mezzo tra letteratura, teoria fisica, avanguardia neuroscientifica e antropologia archetipica è un'interrogazione a cui sempre più andremo riferendoci. In questo caso, con un supporto saggistico formidabile: L'universo elegante di Brian Greene, che non soltanto aggiorna sullo stato della ricerca di una plausibile Teoria del Tutto, che unifichi le inconciliabili prospettive della relatività einsteiniana e della meccanica quantistica, ma che spalanca orizzonti, impensati fino a qualche anno fa, sulle interazioni tra mondo fisico e mondo mentale. Non è una proposta che giunge direttamente da queste pagine, memorabili nella loro capacità di attrarre il profano in un argomento da iniziati - è, piuttosto, l'ovvia conclusione di chi abbia verificato come certe appendici delle neuroscienze stiano concretamente valutando la natura della coscienza e del pensiero secondo parametri vibrazionali, perfettamente in linea con la neonata (si fa per dire) Teoria delle Stringhe (pessimo inglesismo per "teoria delle corde"), che si candida come teoria unificante e spiega l'iperstoria degli universi possibili (tra cui il nostro) partendo da elementi senza spessore (le corde, appunto), "essenze" unidimensionali che vibrano e, tramite "condensazione vibratoria", costituiscono le particelle semielementari, delineando una realtà a dieci dimensioni che esorbita dal cerchio dello spaziotempo. E' soprattutto intorno all'inizio e al microscopico che si dilata (cioè in prossimità del Big Bang) che la relatività esige un'integrazione contraddittoria, operata dalla quantistica. La Teoria delle Stringhe, protagonista nei prossimi decenni di una rivoluzione superiore a quella copernicana, rende conciliabili i due approcci e apre una prospettiva impressionante.
Riproduco, onde evitare errori grossolani tipici di un mezzo profano quale sono, la recensione dello specialista Bruno Arpaia, un'intervista a Greene di Piergiorgio Oddifreddi e una breve storia della teoria del tutto scritta da Pietro Greco.
Mente, cervello, linguaggio
Il linguaggio si impara per istinto, obbedendo alle regole dettate dalla biologia. Esiste infatti una zona specializzata del cervello, chiamata Area di Broca, nella quale nasce la grammatica. Lo ha scoperto una ricerca condotta in collaborazione tra Italia e Germania e pubblicata sulla rivista internazionale Nature Neuroscience. "La nostra scoperta è la prima dimostrazione biologica dell'esistenza di una struttura che organizza la cosiddetta grammatica universale ipotizzata dal linguista Noam Chomsky", ha detto il linguista Andrea Moro, dell'Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano, che ha condotto la ricerca in collaborazione con Mariacristina Musso, Cornelius Weiller e Christian Buchel dell'Università di Amburgo. La ricerca è stata condotta su due gruppi di volontari tedeschi, alle prese con l'apprendimento di frasi italiane e giapponesi, alcune delle quali corrette, altre invece costruite a tavolino da Moro con regole grammaticali inesistenti e impossibili. Tecniche di neuroimmagine hanno permesso di osservare che l'Area di Broca si attivava solo quando i volontari imparavano frasi basate su regole grammaticali vere. Quando invece le frasi erano costruite su regole impossibili, l'Area di Broca restava spenta, ed entravano in gioco, altre aree del cervello, senza un preciso ordine.
Ecco le conclusioni che trae da questa conferma scientifica Massimo Piattelli Palmarini, uno dei massimi esperti viventi di scienze cognitive.
Flür: 'KRAFTWERK - Io ero un robot'
 Esiste un immaginario collettivo che si intreccia obliquamente con quello collettivo. Esiste una formazione che non è romanzo, ma accadimento fantastico, elaborazione fantasmatica su feticci irradiati dalla temperie sociale in cui uno ha la ventura di crescere. I materiali che sostanziano la formazione in una civiltà di massa - lo si è appreso con più fatica di quanto fosse prevedibile - sono al tempo stesso casuali e non, puramente estetici e profondamente politici, significativi rispetto al futuro e ossessionanti rispetto all'eterno presente che la memoria si porta continuativamente addietro. Per esempio, può capitare che un bambino italiano, alla fine dei Settanta, resti inesplicabilmente conturbato dallo sdoppiamento dell'umano e dell'artificiale a cui assiste, una domenica pomeriggio innocente, davanti allo schermo tv: da una parte ci sono uomini che si muovono come robot, vestiti tutti uguali e in maniera inquietante, truccati in modo da sembrare identici, e cantano con una voce metallica e impersonale; e, a guardarli, seduti in platea, ci sono quattro manichini che sono i loro sosia, vestiti allo stesso modo. Per quel bambino una semplice evenienza spettacolare diviene incanto, mistero, buco nero in cui addentrarsi - sente che da lì si sprigiona un futuro. I miei coetanei sanno di cosa sto parlando: i protagonisti di quella performance erano i Kraftwerk, il gruppo che con apparati elettronici ha rivoluzionato la musica pop, via via figliando Depeche Mode, Chemical Brothers e Krueder&Dorfmeister, protagonisti della musica sintetica che non hanno mai mancato di omaggiare il gruppo tedesco come autentico fondatore di una rinnovata sensibilità estetica. La storia dei Kraftwerk, scritta da uno di loro, Wolfang Flür, esce ora in Italia per le edizioni ShaKe, KRAFTWERK - Io ero un robot: imperdibile.
Fulvio Papi: 'Dacci oggi il nostro pensiero quotidiano'
di Igino Domanin
[da Hermesnet.it - Il portale della filosofia]
 Fulvio Papi è una delle figure più importanti del pensiero filosofico contemporaneo. Il suo percorso filosofico è caratterizzato da una ampia ed esperta ricognizione sia di differenti forme di pensiero ( fenomenologia, strutturalismo, ermeneutica, materialismo storico) sia di diverse pratiche discorsive ( letteratura, politica, antropologia, storia). Si tratta, dunque, di un'indagine profondamente aperta nei confronti della molteplicità irriducibile dell'esperire umano. Profondamente impegnata nel testimoniare la differenza, soprattutto là dove essa abita- quasi invisibile- nelle pieghe delle nostre abitudini di linguaggio.
Il suo ultimo libro, Dacci oggi il nostro pensiero quotidiano, pubblicato presso Christian Marinotti Edizioni, esprime con forza lo stile filosofico peculiare di Fulvio Papi. Il volume si presenta come un'esercizio di saggezza, in grado di calare nell'opacità della vita quotidiana l'arma tagliente della critica filosofica.
Luca Masali is back: arriva 'L'inglesina in soffitta'
 Luca Masali sta alla letteratura fantastica come The Voice alla storia della musica: a parte Evangelisti (che è Mozart più Beethoven del fantastico), Masali è la voce più potente, magnetica, avvolgente del romanzo fantastico italiano. Impossibile non farsi catturare dalle sue trame perfette e fluviali, organizzate come meccanismi a orologeria e profuse con una generosità d'inventiva impressionante. Infatti più di trentamila lettori si fecero catturare dai suoi I Biplani di D'Annunzio e La perla alla fine del mondo, probabilmente gli Urania più memorabili degli anni Novanta. Quei trentamila italiani scoprirono una sorta di genio affabulatorio che, peraltro, ci vedeva giusto - se il Secondo Sultanato che costituisce il maelstrom di un oscuro futuro, nella Perla, incarnava alla perfezione le più fosche angosce che attualmente perseguitano il signor Bush e i suoi tecnocratici compagni di ventura.
Dopo un periodo di assenza dalle librerie, che ha scatenato letteralmente i fan di Masali (i quali hanno tempestato di messaggi, in questi anni, ogni newsgroup letterario), è annunciata per giugno l'uscita del nuovo libro di questo esploratore dell'ucronia, del mistero e del delirio: è L'inglesina in soffitta (Sironi), titolo rétro e inquietante, storia nera e grottesca di un intrico spionistico e bellico, che prescinde dal fantasy (si fa per dire...) per gettarsi in un turbine della storia. Anticipiamo una particolarissima sinossi de L'inglesina di Masali (rubandola dal suo sito ufficiale), riproduciamo le schede dei due precedenti romanzi (per gli sfortunati che non li hanno letti) e riprendiamo da Delos un'intervista allo stesso Masali. Perché a giugno assisteremo al ritorno dell'eroe: la fantasia più scatenata reperibile sui banconi di una libreria.
Osip Mandel'stam
"Ogni parola è un fascio di significati, e un significato affiora da quello per irradiarsi in varie direzioni, senza mai convergere in un solo punto ufficiale. Pronunciando 'sole', noi compiamo una sorta di enorme tragitto a cui siamo talmente abituati che viaggiamo immersi nel sonno. La poesia si distingue dal linguaggio automatico proprio in quanto ci sveglia e ci riscuote nel bel mezzo della parola. Questa risulta allora molto più lunga di quanto pensassimo, e ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino". Chi pronuncia questa parola ultima e definitivamente in transito è un uomo prelevato dal suo appartamento popolare dalle polizia politica, con un uovo sodo spintogli in bocca dalla sua vicina di casa, la poetessa Anna Achmatova: si tratta di Osip Mandel'stam, il protagonista della parola senza lingua, l'uomo che esce dai cristalli dello stile per approdare ai territori in cui ogni lessico viene disatteso, commutato in estraneità, abolito nella mondanità. Una parabola esistenziale e poetica, quella di Mandel'stam, che, più il tempo scorre uscendo dal tunnel novecentesco, più acquisisce la forza di una profezia e lo stile di un'eversione da sé e dal mondo, inesausta riprecipitazione all'interno del mondo, del reale solido, chimico, geomorfico. La vita e la poesia di Osip Mandel'stam costituiscono una galassia in espansione, al pari della galassia gemella, quella di paul Celan: sono i massimi poeti che il secolo scorso ci consegna al di fuori della sfera anglosassone - i più metafisici, torsioni nervose di lessico oltreumano, a cui si affianca l'algido sguardo di Wallace Stevens, con la sua pretesa di strapparsi alla specie, e la corona di Thomas Stern Eliot, con il tentativo di riassunzione della totalità espressa dall'umano e di transustanziazione verso la pacificazione dell'essere, verso l'esaurimento di ogni linguaggio.
Paolo Nori: da 'Pancetta'
E' uscito, per Feltrinelli, il nuovo romanzo di Paolo Nori, che si intitola Pancetta (pgg.224, euro 15). Non l'ho ancora letto, e quindi ne presento la scheda editoriale, seguita da uno scritto introduttivo dello stesso Nori che è un'autentica dichiarazione di poetica.
Pancetta è un romanzo in cui circola - con terroristica ebbrezza - la domanda: che cosa fa di un uomo un poeta? E: che cos'è un poeta? È un bambino? Un provocatore? Un folle? Un profeta? Un cretino? Siamo a Pietroburgo nel 1912: percorriamo la prospettiva Nevskij con Sasa e Pasa e sentiamo che tutto si muove, sta cambiando. Non solo: si mangia pane e poesia e la parola d'ordine è Avanguardia, gettare il passato dal vapore Modernità. Sasa e Pasa arrivano dalla provincia e vogliono studiare matematica, ma non c'è tempo, non c'è spazio: bisogna pubblicare il libro che rivoluzionerà la sorte della poesia russa. Le sbornie e gli incontri all'osteria della Capra vanno di pari passo alle sbornie e agli incontri dello spirito. Corrono parallele alle comiche vicissitudini di Sasa e Pasa quelle drammatiche di Velimir Chlebnikov, il poeta per eccellenza, il poeta che paga l'ostilità di ogni forma di potere (anche quello del celebratissimo Majakovskij) con il boicottaggio editoriale, con il confino psichiatrico, con lo spettro dell'oblio. Un narratore discreto, alle prese con un documentario sulla città della Neva, scivola fra le avventure gogoliane di Sasa e Pasa e la biografia di Chlebnikov, aprendo l'imbuto prospettico fra ieri e oggi, immettendo nella vitalità di una grande stagione della cultura russa gli sgomenti e gli smarrimenti della nostra storia, della nostra lingua, del nostro cinismo. E viceversa. Con un effetto che arriva a una sorta di spaesata commozione. Come tutto questo abbia a che fare con il salume che chiamiamo pancetta è uno dei misteri del romanzo, ma la risposta c'è.
Alberto Savinio, l'alchimia del romanzo
 Che lo si voglia o meno, il Surrealismo ha vinto. Già quando Fortini e Binni, con la loro celebre antologia commentata, istituirono qui in Italia un apposito canone mutuato da Breton e convertito all'analisi ideologica e alla verifica sociologica, era chiaro che le ipotesi surrealiste avevano lasciato il passo al loro inveramento storico: erano diventate pratiche di massa, al punto che il movimento del Sessantotto, in Francia soprattutto, aveva esplicitamente fatto ricorso al Surrealismo per una tutela culturale di un'utopia ardita, la liberazione dall’incatenamento della società borghese. «Ogni visione delle cose che non è strana è falsa», si poteva leggere sui muri della Sorbonne; cosicché, l’intenzione di mettere la «fantasia al potere» poteva definirsi senz’altro
risonanza massima e compimento delle prime tesi di Breton, fino a far equivalere il surrealismo con una vastissima area ideologica, politica e culturale, coincidente di fatto, come scrisse Fortini, «con i fondamentali miti di salvazione della società contemporanea», identificati – fra l’altro - nei miti del «Non-Senso e dell’Ozio». A cui si aggiungevano i miti di un Eros trasgressivo e liberatorio, del disinvolto rimescolamento tra alto e basso, colto e volgare, che si faceva pratica di massa nelle forme del fumetto, della musica pop, dei media e della moda. Se una simile rivoluzione intellettuale ha ottenuto altrove la certificazione da parte della storiografia letteraria, non così da noi. Lo dimostra il fatto che non esiste, a tutt'oggi, una bibliografia critica completa su Alberto Savinio, probabilmente il genio italiano del Surrealismo, ma anche dell'elevazione della letteratura di genere a fenomeno trainante della tradizione narrativa (la sua celebre prefazione ai maigret di Simenon vale una svolta storica). L'autore di Hermafrodito merita uno sguardo completo, che integri nel Novecento italiano la sua opera di persuasione retorica e di sfondamento sapienziale - una prospettiva alchemica che, in pittura, è stata riconosciuta a suo fratello, Giorgio De Chirico, ma che la critica letteraria stenta a concedere a Savinio.
D'Arrigo: 'Horcynus Orca'
 A pranzo con un dirigente editoriale e altri scrittori: "Horcynus Orca è un libro per scrittori che, tra l'altro, non ha inciso sulla storia della letteratura italiana". Enorme sproposito: bisogna attendere il lento e geologico processo di sedimentazione di un'opera all'interno della vasta corrente della tradizione letteraria. Io credo non soltanto che Horcynus Orca sia un romanzo totale e totalmente presule nella tradizione dell'anodinia narrativa italiana, ma ritengo anche che sia l'unica ipernarrazione italiana del Novecento che durerà e che influenzerà a lungo il nostro romanzo. Fatto sta che c'è ancora chi ha dubbi circa la grandezza del progetto e della riuscita con cui Stefano D'Arrigo lavorò al suo capolavoro: Mondadori ha perduto i diritti dell'opera, prontamente rieditata (l'anno scorso) da Rizzoli.
Horcynus Orca soltanto sloganisticamente è stato definito "il Moby Dick europeo". Lo è in quanto si tratta di una storia elevata su e verso un grado di sapienzialità. Non lo è in quanto non ha intercettato nulla di corale o epico rispetto al contesto collettivo europeo - e non perché non fosse un'opera riuscita, ma proprio perché quel contesto non esisteva, non esiste, inizia a formarsi in questi anni.
Willigis Jäger: prassi metafisica
Sull'inesistenza di una prassi metafisica cristiana ho discusso oggi con un amico scrittore, il quale mi rivelava di avere una volta sparso il panico in una serie di librerie cattoliche con una semplice richiesta: un libro sull'anima (alla fine gli hanno dato Hillmann, disperatissimi). Questa assoluta cecità verso la pratica metafisica dice parecchio. Anzitutto, che il rapporto col divino è vòlto (quando va bene) a un "esterno", che via via è avvertito come sempre più remoto, incomprensibile, inavvicinabile, irrealizzabile. E poi, che chi ne fa le spese è l'indagine sull'"io", che sembra essere di natura assai eterogenea non soltanto rispetto al divino stesso, ma anche rispetto alla domanda medesima sul divino - e cioè rispetto all'ideazione del divino. Sono tare secolari, anzi millenarie, quelle che gravano su una stortura così improbabile. E' possibile che una metafisica non si interroghi sull'"io", oltre che su Dio? E' possibile che non riesca a definire, non dico logicamente, ma almeno secondo prospettiva e possibilità, l'esperienza singolare del divino? Si badi: non ho parlato di religione, bensì di metafisica. La Chiesa è usa confinare questo, che è il cuore preciso della storia umana (il rapporto con il divenire, con la sostanza del divenire, con il fantasma della Verità), nel calderone mistico e nell'imperscrutabile mistero della teologia negativa.
Ed è proprio dalla teologia negativa e da un'apertura formidabile di orizzonti che proviene l'esperienza di Willigis Jäger, il cui lettissimo L'onda è il mare (un successo internazionale impressionante) esce ora in Italia. Nessun accenno di new age: Jäger non è Coelho. E', semplicemente, un prete cattolico che i giapponesi considerano una delle massime autorità zen.
Jim Thompson Celebration
 Siccome adoro Goffredo Fofi, posso permettermi di non essere d'accordo con lui. Dice Fofi di Jim Thompson: "E' il Céline del noir". Per me, no. Per me Jim Thompson è piuttosto il Faulkner dello hardboiled. C'è differenza. Si può dire tutto dell'atmosfera sudista di The Grifters (ora ritradotto col titolo I truffatori presso Fanucci, che pubblicherà l'opera omnia dell'autore di Getaway), ma quello che salta all'occhio è che la cifra di decadenza e oppressione, così come di allucinazione stilistica, è lontana un oceano da quella di Céline e di qualunque europeo. L'oceano da cui dista Thompson, rispetto a Céline, esiste davvero ed è l'Atlantico. Il che significa che in Thompson, come effettivamente in tutto lo hardboiled, viene espressa una differenza specifica rispetto all'Europa: e si tratta dello specifico americano, cioè il retroverso di quel "sogno" a cui l'americano medio pensa di votare la propria esistenza, e che invece ben presto si rovescia in incubo. Quelli di Thompson sono libri terapeutici, che maturano l'ambizione di curare con l'intelligenza e la rappresentazione del reale una situazione di montante alienazione individuale e collettiva. Il piacere che coglie il lettore al solo entrare negli universi allestiti da Thompson, americanissimi duri e spietati, è tipica delle terapie: a contatto con la bruciante realtà, se ne ricava un piacere fantastico. Ben più della tradizione noir, che conserva tracce di depressione, la produzione hardboiled esprime risposte attive, e politiche, all'aggressione della realtà. Se ancora non si ha avuto la fortuna di farne la prova, basta aprire le pagine scattanti e nervose de I truffatori, immergersi nei flash dei dialoghi, stupirsi per quanto accade improvvisamente nelle prime quindici righe e lasciarsi abbindolare da questo figlio di puttana che usa la prosa come un revolver, puntandolo alla schiena del lettore.
Zaccuri: 'Il futuro a vapore'
 E' da poco uscito, per i tipi delle Edizioni Medusa, un testo critico di Alessandro Zaccuri: Il futuro a vapore - L'Ottocento in cui viviamo (6.5 euro), in cui l'autore delle Citazioni pericolose, con uno stile sorprendente, svela la profonda analogia (più che altro una figliazione diretta) tra l'Ottocento e il nostro secolo. Attraverso l'esame di eventi geopolitici, tecnologici e culturali (da Gangs of New York di Scorsese ad Antracite di Evangelisti, da un romanzo minore di Conan Doyle al fumetto fino al Manifesto Stemapunk di Paul De Filippo), Zaccuri fa riemergere da un passato né prossimo né remoto tutto il rimosso che ci troviamo ad affrontare oggi - dai nodi estetici a quelli politici, da quelli metafisici a quelli tecnologici. Il saggio di Zaccuri testimonia di un movimento estremamente intimo e significativo della nostra cultura e si propone come la prima occorrenza di un'ipotesi che la letteratura italiana contemporanea si appresta a verificare con potenza.
Pubblico qui di seguito la postfazione che ho scritto per Il futuro a vapore.
NB. Arrivano via mail molti messaggi e contributi concernenti l'approccio detto 'mindfulness', trattato nel saggio di Fabio Giommi. La postfazione che segue non soltanto cita Giommi, ma altro non è che una variazione sul tema della 'mindfulness' come categoria di teorica letteraria.
Panikkar: il Principio Cristico
 Chi è o cosa è il Cristo? The Passion, il film di Mel Gibson, ripropone con forza per nulla estetica una domanda che ha fondato, insieme a molte altre, la cultura occidentale. Parlerò altrove di The Passion e delle misletture che, a mio parere, ne sono state date. Su i Miserabili propongo una chiave di lettura che, mi pare, è al centro della meditazione non per immagini che Gibson compie sulla figura cristica: e la chiave è, secondo me, l'approccio di Raimon Panikkar, uno dei pochi autentici santi (e, quindi, filosofi) viventi ai nostri giorni. Panikkar, mediante la sua particolarissima ma tradizionale cristologia, realizza un cristianesimo pienamente realizzativo, riconducendolo nel suo alveo pratico e metafisico, in comunione con le metafisiche e pratiche induiste, buddhiste e talmudiche. E' un'occasione per chiarire che cosa si intenda, su queste pagine, il termine "ultrapsichica": la cristologia di Panikkar svela la natura metapsichica di ciò che sostanzia il linguaggio e diventa, in questa unica prospettiva, non soltanto una visione senza visione dell'uomo, ma addirittura un'abissale teoria della letteratura...
Aldo Nove: 'La più grande balena morta della Lombardia'
 Antonello Satta Centanin, in arte Aldo Nove, è il massimo talento linguistico della generazione italiana tra i 30 e i 40. Il che non significa che sa scrivere bene. C'è molta gente, oggi, che sa scrivere bene. La fede assoluta nella lingua, vissuta con una naturalezza sconcertante, priva totalmente dello sforzo o della fatica a cui è costretto lo scrittore che parte da un rapporto estrinseco con la lingua: ecco, piuttosto, il segno del talento. Il talento linguistico filtra qualunque esperienza attraverso un atto di parola che è identico al respiro: non esiste coscienza del respiro, esso eviene come automatismo virtuoso - e consente la vita. Non è un caso nel caso di Aldo Nove: essendo uno dei migliori poeti della sua generazione, esercita la lingua come respiro metrico. Ma è quando affronta la prosa, attraverso la misura del racconto impossibile e sospeso, che Aldo Nove fa erompere con potenza il suo talento. E questa nuova raccolta di racconti, probabilmente il primo autentico romanzo di Aldo Nove, La più grande balena morta della Lombardia, conferma la grandezza della scrittura dell'autore di Woobinda - qui si inventa un nuovo genere, neosettecentesco e fantascientifico, cahier de doléance et de joie, raccolta di sutra teologici e saggio postfreudiano, intervento politico e prosa poetica. Ovvero: il libro dell'occhio che scruta il presente stupendo e terribile, attraverso il trauma del passato in cui già, quall'occhio, scrutava stupito.
Evangelisti. 'Sotto gli occhi di tutti. Ritorno ad Alphaville'
 Dalla Periferia di Alphaville non ce ne siamo mai andati: non abbiamo abbandonato la metropoli degli incubi oscuri e dei sogni aurei, ma nemmeno ci siamo diretti al centro della città. Siamo rimasti nei margini significativi, dove più acuta e sgradevole si fa la nostra presenza e dove possiamo osservare chi entra ed esce dall'urbe. Siamo sotto gli occhi di tutti e, poiché i nostri sguardi intercettano cosa accade e fuori e nel cuore della città, tutto quanto avviene è sotto gli occhi di tutti noi. Sotto gli occhi di tutti - Ritorno ad Alphaville è la nuova raccolta di saggi, interventi, riflessione, derive e anche racconti di Valerio Evangelisti, che già con Alla periferia di Alphaville (già edito dall'Ancora del Mediterraneo) aveva impresso un'accelerazione portentosa al dibattito sulla e dalla letteratura di nuovo genere che, ormai sempre più vistosamente, sta occupando la scena del nostro presente. Ed è proprio a Evangelisti che va ascritto il merito di avere sottolineato come questa nuova onda anomala letteraria intrattenga un rapporto vivo, conflittuale e armonico allo stesso tempo, con il reale: le riflessioni sul genere (il memorabile studio su Manchette, per esempio) sono una traslitterazione di quelle sulla politica (gli altrettanto memorabili scritti sulla guerra in Iraq) e sul nostro tempo in divenire. Con il Ritorno ad Alphaville, l'autore di Antracite riapre la pericolosa e affascinante festa dei margini che mai abbandona la periferia, per incombere su ciò che si arrocca transitoriamente nei palazzi del centro.
Watts vs Kerouac: Zen e Beat Zen
di Alan Watts
 Il seguente saggio è apparso per la prima volta sulla Chicago Review dell'estate '58 e venne ripubblicato con alcune aggiunte dalla City Lights Books di San Francisco poiché questo sembrava un buon contesto in cui discutere l'influenza dello Zen sull'arte occidentale e perché l'originale era stato pubblicato prima dell'uscita de I vagabondi del dharma di J. Kerouac. Questa versione contiene alcune ulteriori aggiunte e correzioni.
Non mi definisco un buddista Zen. L'aspetto dello Zen che mi interessa non può essere organizzato, insegnato, trasmesso, formalizzato o racchiuso in alcun tipo di sistema
Non può nemmeno essere imparato, perché ciascuno deve scoprirlo da solo. Come dice Plotino: «È una fuga del solo verso il Solo» e come dice anche una vecchia poesia Zen: "Se non lo trovi in te stesso, - dove andrai a cercarlo?"
Voltolini: 'I confini di Torino'
di Jacopo Guerriero
 C’è qualcosa di ineffabile – riconoscimento della priorità e ineludibilità dell’ascolto - nell’ultimo libro di Dario Voltolini: I confini di Torino (Quiritta, 11.50 euro). Indagine che finisce per glissare nella fenomenologia di un’anima, una lunga confidenza, matura contemplazione dove attenzione non è più discernimento ma atteggiamento critico e ipercritico di chi tenta di rivedere continuamente le posizioni, le visioni proprie e altrui. Trentadue brevissimi scritti, retaggio di una flânerie tra le bocche d’uscita dalla città più quadrata d’Italia. «Dove inizia, dove finisce? Cosa c’è appena oltre i suoi bordi invisibili? Voltolini – ha scritto Emanuele Trevi – finisce per fare opera di vera poesia, per sospendere beneficamente la tirannia che il “virtuale” esercita sulla nostra capacità di guardare, di stare al mondo».
Conan Doyle: La tragedia del Korosko
 Tra le case editrici che stanno prepotentemente richiamando l'attenzione di chi sa che è sempre esistita e sempre esisterà la letteratura, bisogna segnalare il gruppo di menti che opera in medusa. Da tempo, con un'accortezza che spartisce i suoi pregi con l'acribia di certi rabdomanti, quelli di medusa hanno infilato una perla dietro l'altra, inanellando più collane, in cui si trovano eretici del pensiero, filosofi impressionanti, narratori imperdibili. Ultima perla: un inedito di Arthur Conan Doyle. E' incredibile: nel 2004 esce un inedito del padre di Sherlock Holmes. Si tratta de La tragedia del Korosko e, soprattutto per chi si occupa di letteratura di genere, è un'esperienza sconcertante: l'esotismo, il tempo passato e quello futuro, la politica e la ferocia, l'integralismo islamico e il (neo)colonialismo anglosassone - categorie da peso massimo della letteratura tutte miscelate in un'esperienza assolutamente da fare. E' come leggere nel XXII secolo un thriller sul crollo delle Twin Towers. Quando vedete la foto da babbo natale homeless di Saddam su CNN, chiudete gli occhi e provate a pensare cosa avrebbe potuto vedere, ai suoi tempi, il dr. Watson, leggendo il giornale in Baker Street. Pubblico, ringraziando per il permesso autore ed editore, la prefazione che Alessandro Zaccuri ha scritto per questo romanzo di Conan Doyle e che ha un titolo, a mia detta, geniale: Sherlock Holmes e il Nuovo Ordine Mondiale.
Joyce Carol Oates: 'L'età di mezzo'
 Joyce Carol Oates è un genio vivente. E' impossibile, al momento, prescindere dalle opere di quest'autrice tutt'altro che schiva, estremamente brillante, più volte vicina al Nobel per la letteratura (sicuramente più volte di Philip Roth, autore con cui condivide un abissale cinismo narrativo). La produzione letteraria di Oates è addirittura imbarazzante: sono tonnellate di saggi di un acume rarissimo, sono reportage che costruiscono un panorama a dire poco postmoderno (si va da incursioni nello sport a visite a Stephen King) - e sono romanzi di ogni misura e respiro, dal fulminante Acqua nera a Bestie al colossale Blonde. Oates è capace di entrare nelle storie vere e scompigliarle con il suo inquietante e nerissimo appeal: si tratti dell'icona Marilyn Monroe o del senatore Ted Kennedy o di Mike Tyson, la figura storica ne esce trasformata da un serchio dell'immaginazione che, di necessità, si fa più storico della storia. Poi ci sono romanzi di pura finzione: come questo L'età di mezzo (ma il titolo originale è Middle Age), che è una specie di Contropeytonplace che paga un certo debito a Revolutionary Road di Richard Yates. Proprio Revolutionary Road viene corretto da Oates in Middle Age: laddove l'universo narrativo di Yates sembrava alla scrittrice americana "un triste, grigio mondo in declino" (così ne ha scritto su The Nation ), il tentativo di Oates è quello di bipolarizzare il medesimo universo: e di virarlo al rosa e al nero, in un'operazione di dissociazione metaletteraria che, a mio parere, rimane memorabile. Scrivo ancora qualche riga su L'età di mezzo, poi lascio la parola a Joyce Carol Oates medesima: il mai abbastanza lodato programma radiofonico Fahrenheit l'ha intervistata e, abbastanza maleducatamente, pubblico qui l'intervista alla mia prediletta autrice a stelle e strisce.
Il futuro storico della letteratura italiana: Desiati, Raimo, Santi
Cari Mario Desiati, Christian Raimo, Flavio Santi,
a mio parere voi siete il futuro della letteratura italiana. Lo dico con alcune cautele e con alcune mancanze di tatto. Lo posso fare, anni fa sarebbe stato più problematico. Però oggi dispongo di un blog - uno strumento totalmente idiosincratico, con il quale è possibile sfiorare il ridicolo poiché ci si assume totalmente la responsabilità del ridicolo. Si può anche tentare un esercizio lugubre come quello che qui sto svolgendo: caricarvi, sebbene non in assoluto ma soltanto quoad me, di pesi che sembrano convertirsi in ipocrite prese di posizione, con tutti i pericoli che comporta l'augurio - pericoli essenzialmente riconducibili alla gaffe e all'errore, al portare sfiga, all'allucinare. Io dico con convinzione che voi tre, scrittori diversissimi tra voi, siete il futuro della letteratura italiana, poiché questo tempo che stiamo vivendo, mi pare, riconduce ad alcuni processi di circolazione dell'energia intellettuale e di critica all'esistente che, per me o per quelli nati un decennio prima di me, latitavano. L'aria è cambiata, il tempo è cambiato, è cambiato anche il modo di affrontare tradizioni, linguaggi, tematiche, ritmi e accensioni intuitive. Faccio ancora fatica a dire in pubblico che gli scrittori italiani contemporanei che stimo - anzi, diciamola tutta: che amo - sono grandi scrittori; le modalità che adotto hanno per conseguenza l'esito scontato dell'iperbole che impegno: mi dicono, quindi, o che non sono affidabile, o che sono il solito, o che sono troppo entusiasta o che faccio l'ancella o che, definitivamente, sono un pirla. Non è autocommiserazione: è soltanto l'assenza, ormai trascorsa, di una comunità critica ad avere imposto soluzioni del tutto personali per scavalcare un autentico muro di gomma. Però sto parlando di un tempo già consumato, sia con l'oblio sia con l'apprendimento random e ambientale di lezioni importanti.
Fuori da ogni nichilismo, vorrei ora compiere questo gesto rituale: parlare al futuro, parlare del futuro che preme questo tempo che vivo, parlare del futuro. Che, per me, è sempre un futuro storico, un futuro che è già qui e ora. E, sempre per me, questo futuro siete voi tre.
Burroughs: 'La macchina morbida'
 E' uscito per i tipi Adelphi il primo volume della leggendaria 'trilogia in cut-up' di William Burroughs, lo sconvolgente The Soft Machine, col titolo La macchina morbida (traduzione di Katia Bagnoli, 15 euro). Il testo, ormai entrato nella storia e nel mito della letteratura, è del 1961. A distanza di tre anni sarebbe stato pubblicato l'altrettanto sconvolgente Nova Express e un anno prima dell'esplosione della Rivoluzione Sessantottina avrebbe visto la luce l'ultima tappa della trilogia, The Ticket That Exploded. L'ultima edizione della Macchina morbida circolante in Italia risale a un decennio fa, meritoria opera di diffusione da parte di SugarCo. Vorrei lanciare un appello: se non avete mai letto la trilogia cut-up di Burroughs, fatelo ora: è un guadagno per l'eternità, come certi regali in diamanti. La trilogia di Burroughs, autentica erede del sisma causato dal deflagrare di Hugo, è un libro sacro del nostro presente e del nostro futuro. E' fondamentale che, a tutt'oggi, la narrativa e la poesia si misurino con la devastante irradiazione della Chernobyl linguistica e tematica che Burroughs ha fatto esplodere. Dopo Melville Withman e Stevens, e prima di Pynchon, Burroughs compone la tradizione americana che attua la propria autodistruzione. Per celebrare l'uscita de La macchina morbida, traduco parte di un'intervista a Ballard, pubblico una breve riflessione di Giuseppe Montesano e replico (se ancora è possibile replicare) alcune parole pesanti dello stesso Burroughs.
American poetry minimum festival
 Attendevo da anni. Avevo anche proposto, a destra e manca, ma a nessuno interessava. Parlo di un aggiornamento in traduzione italiana del panorama poetico USA. Perché da noi, dopo la sbronza pivana, più volte corretta e revisionata e tutto sommato inattendibile, della poesia americana era fottuto poco o niente. Un errore imperdonabile: soltanto leggendo in profondità le pieghe meno spettacolari del farsi di una tradizione poetica, non necessariamente scrutando le avanguardie, è possibile comprendere e lo stato di salute di una cultura e, se proprio si è acuti, il suo prossimo destino. Rimedia a questa mancanza da provincia dell'impero il mai troppo lodato manipolo di minimum fax . Non è neanche più il caso di sottolineare il ruolo che l'editoria di qualità (nemmeno impegno più l'aggettivo 'piccola') sta svolgendo in questi anni in Italia. minimum fax propone due testi fondamentali di poesia contemporanea americana: l'antologia West of your cities e il secondo libro di poesie di Raymond Carver, Blu oltremare. Ne deduciamo la morte della letteratura americana.
Derek Walcott: Omeros
 Molti anni fa, telefonai a Derek Walcott e lui mi rispose. E' come se un servo della gleba avesse fatto visita, non preannunciato, al Re Sole e quello gli avesse dato udienza. Chiedevo a Walcott se era possibile tradurre e pubblicare in Italia Omeros, che a mio parere è il Poema del nostro tempo. Lui rise e disse: no, lo faranno in Italia, non so quando, lo pubblicherà Adelphi. Gli anni, molti, sono trascorsi e oggi è il gran giorno: è finalmente in tutte le librerie Omeros, per la traduzione e la cura di Andrea Molesini, di cui pubblico un intervento che non si trova più in Rete (e meno male che lo salvai tempo fa) proprio a proposito del capolavoro di Walcott. 530 pagine in terzine di versi scapestratamente irregolari e tuttavia ancora giambici, un'esplosione di lingua inglese storta e genialmente rivelatrice: Omeros realizza l'assalto al centro dell'impero sollevando la fantasia immane delle periferie, per realizzare quella che è un'epica dei drop out, l'Uomo Povero contro l'antiuomo, la battaglia finale che riassume un tempo intero.
Battisti: Avenida Revolución
 [E' appena uscito in tutta Italia Avenida Revolución, lo straordinario romanzo di Cesare Battisti, ora edito da Nuovi Mondi Media. Ho avuto l'onore di firmare l'introduzione, che pubblico qui sotto. A seguire, un intervento già postato su Carmilla, in cui l'altro giorno è stata pubblicata una bellissima recensione di Avenida Revolución firmata da Daniela Bandini]
Signore e signori siamo lieti di presentarvi il massimo tra gli autori noir italiani, uno dei più appassionanti e importanti scrittori di genere a livello europeo, e anche uno degli intellettuali di nuova specie che stanno facendo e faranno il culo alla cattiva globalizzazione con cui certa gentaglia pensa di imbrigliare il pianeta: Cesare Battisti.
Nell’introdurre la figura di questo adrenalinico zingaro dello spirito e delle geografie, vorrei evitare la facile retorica esistenzialista che, qui da noi, finora l’ha accompagnato. Mi limiterò a ricordare le linee essenziali di un’avventura umana che, almeno a mia conoscenza, non ha pari nell’Italia degli ultimi trent’anni. Chi finora ha avuto la fortuna di leggere i romanzi e gli interventi di Cesare Battisti può avere pensato che si tratti di scritti politici. Il fatto, però, è che Battisti è un narratore e ci mette davanti a una scomoda verità: la narrazione è un fatto politico e la fiction è una forma di potere, esattamente come lo è il racconto di un’autobiografia. In parole povere: i libri di Battisti sono tutti scritti politici, ma a una profondità che davvero non ha nulla a che vedere con le parentele superficiali che sono finora state attribuite a questo impedibile autore.
Gli gnostici di Matrix
di Alessandro Zaccuri
La saga ispira ardite riletture del Vangelo. Ma il capitolo finale rivela una visione tutt'altro che cristiana. Spirituale o esoterico? Ecco i segreti di un film davvero «di culto» [da L'Avvenire]
David Bruce, l'animatore di Hollywood Jesus, sito specializzato nell'interpretazione spirituale dei film di successo, non ha dubbi: ai critici Matrix Revolutions non è piaciuto perché è troppo cristiano. Neo, l'eroe-salvatore interpretato da Keanu Reeves, non allude forse al Messia? E l'Oracolo, la misteriosa figura femminile che porta lo stesso Neo alla consapevolezza, non è forse un'immagine dello Spirito Santo? L'entusiasmo di Bruce è tutt'altro che isolato. Lo dimostrano libri come The Gospel Reloaded di Chris Seay e Greg Garrett o The Reality Within the Matrix di Kristenea LaVelle, che sostengono senza esitazioni una sostanziale identificazione fra Neo e Cristo. Entusiasmo, appunto, ma anche molta approssimazione (una svista ricorrente per tutte: il nome di Morpheus, l'amico-mentore di Neo, viene erroneamente collegato al concetto di trasformazione, metamorfosi, e non alla divinità greca preposta ai sogni). E una buona dose di ingenuità. Perché gli ammiccamenti religiosi di Matrix, in realtà, hanno ben poco a che fare con il Vangelo e molto con la tradizione gnostica. Se n'è accorta nei giorni scorsi Radio Vaticana, lo ripetono da tempo siti Internet come «The Gnosis Archive», che mette a disposizione dei navigatori una videoconferenza su Matrix , oppure lo spagnolo Gnosticos.net.
Le agende di Satta
di Bruno Pischedda
  In data 25 luglio 1970, alle ore 18, il giurista sardo Salvatore Satta
dava avvio alla stesura manoscritta di un romanzo da collocare forse allo zenit
della grande letteratura italiana del secondo Novecento: Il giorno del
giudizio. Cinque anni dopo si spegneva a Roma, settantatreenne, senza
vedere pubblicato il suo capo d’opera.
Sull’importanza del romanzo rimangono ormai pochi dubbi. Non che il coronamento degli addetti ai lavori sia pieno ed ecumenico – intorno al Giorno del giudizio si vocifera in patria e all’estero, i manuali ne portano notizie succinte, ancora – ma la canonizzazione ultima non dovrebbe mancare. Anche in forza della bella edizione critica che da poco ha proposto Giuseppe Marci, docente di Filologia Italiana all’Università di Cagliari, per i tipi della CUEC. La vicenda testuale che egli ricostruisce è ardua ma tutto sommato lineare: ci
sarebbero in origine due agende, comprendenti l’una i XX capitoli della prima
parte, l’altra 24 facciate molto eterogenee che avrebbero dovuto costituire la
seconda parte. Da queste agende l’autore ricavò un dattiloscritto, che con
alcune varianti fece da base per la vulgata a stampa: dapprima la padovana
CEDAM, nel 1977, quindi l’edizione Adelphi, nel 1979, che portò il romanzo alla
notorietà e al successo, infine la nuorese Ilisso, nel 1999. Scorrere
un’e-dizione critica e farne oggetto di qualche riflessione a caldo può essere
cosa per pochi, per specialisti o per affezionati già al corrente del valore
davvero inconsueto del-l’opera; ma non è detto che anche in un sito/blog come I
Miserabili sia possibile incontrare il lettore colto disposto a seguire le
tracce di una scrittura in divenire, sofferta oltre misura, sempre vicina allo
scacco, eppure di rara intensità espressiva.
Gian Carlo Fusco
L'articolo di Tommaso De Lorenzis, Il clan dei marsigliesi, segnala, tra gli altri, la personalità strabiliante con cui Gian Carlo Fusco si impose in letteratura. Noto ma non notissimo, Fusco impose la propria strabiliante personalità non soltanto in letteratura, ma anche nel cinema e soprattutto nel giornalismo. Nato nel 1915 a La Spezia, Gian Carlo Fusco militò da antifascista, in nome di una vocazione libertaria che, spesso, fu a suo danno scambiata per irriverenza situazionista o, peggio, banale pauperismo. Non soltanto consigliamo la lettura di tutto quanto si trova in libreria di Fusco, ma invitiamo a leggere qui di seguito la prefazione che Andrea Camilleri ha scritto per Gli Indesiderabili (edito da Sellerio), oltre a un ritratto, a dire il vero troppo pittoresco, che Panorama quest'estate ha dedicato allo scrittore spezzino.
Jean Claude Izzo
di Paolo De Marchi
[da Sherwood Tribune in Isole nella Rete]
"Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto" Poche frasi infarcite di ricordi e di sapori bastano per descrivere l'ambiente dove si svolge la storia: un bar decisamente marcato dall'interetnicità, una clientela dalle molte lingue e dalle molte storie d'immigrazione, europea e mediterranea, immersa nei sapori antichi di una Francia popolare, del sud dell'Europa, pastis e anice.
Letteratura e verità: emozioni
[da giuliomozzi.clarence.com]
Mi devo scusare coi lettori e con giulio mozzi per il ritardo con cui segnalo una serie di incontri che, a quest'altezza temporale, mi sembrano fondamentali. Il primo incontro si è già svolto, non ce l'ho fatta a postare in tempo. Invito caldamente chi si trovasse nei dintorni di Padova a partecipare ai successivi. Di cosa si tratta? Un gruppo di narratori veneti (Marco Bellotto, Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Marco Mancassola, Giulio Mozzi, Massimiliano Nuzzolo) ha deciso di realizzare tre serate di letture e discussioni attorno al tema: «Letteratura come verità». Le tre serate si tengono a Padova presso il Multisala Pio X (MPX) di via Bomporti. Ciascuna serata aggredisce la questione da un diverso punto: lunedì 3 novembre alle 21 si è parlato di «emozioni», lunedì 17 novembre si affronterà il tema dell'«esperienza», lunedì 1° dicembre l'«edificazione». Ringrazio giulio mozzi per il permesso di pubblicare i testi degli interventi del primo incontro.
Flavio Santi, ovvero: il futuro è ora
 Conosco le poesie e gli scritti critici e narrativi di Flavio Santi da parecchio tempo. Se mi capita, frequentando amici scrittori, intellettuali, gente dell'ambiente editoriali, di esprimere una profezia sulla letteratura italiana, non ci penso due secondi: il futuro, a mio avviso, si chiama Flavio Santi. Nonostante la giovane età, il poeta e critico e narratore Santi dispone già dei requisiti che, volenti o nolenti, servono per un salto di qualità - direi continentale - che la letteratura del nostro Paese sarà obbligata a compiere negli anni a venire. L'opera di trascinamento della tradizione italiana in una più vasta tradizione europea - una tradizione che non coincide con quanto intendiamo per il momento, beninteso - passa attraverso l'esperienza di un presente allargato a stimolazioni critiche che recuperano e innovano, a saperi che per il momento appaiono bizzarri e invece, domani, risulteranno centrali. Flavio Santi mi appare come la sintesi di questa rinascenza letteraria che è annunciata e incarnata da scrittori tra loro apparentemente distanti, come Pincio, Evangelisti, De Angelis, Wu Ming, Moresco, Mozzi, Benedetti, Scarpa, Riccardi. Autori la cui capacità di incursione nell'allegorico, nell'emblematico, nel mitologico (però inteso non secondo le allucinanti categorie del metafisico religioso) mi sembra un filo rosso da seguire, con passione e rigore.
Giuseppe Berto
Giuseppe Berto nacque a Mogliano Veneto (Treviso) il 27 dicembre 1914. Partito volontario nel corso della seconda guerra mondiale, fu inviato in Africa dove, dopo la rottura dell'Asse a El Alamein, seguì le truppe che tentavano di arginare l'avanzata inglese. Catturato dagli Anglo-Americani e deportato come prigioniero negli Stati Uniti, vi rimase fino al febbraio 1946. Al ritorno in Italia pubblicò un romanzo scritto durante la prigionia, Il cielo è rosso, con il quale iniziò la sua carriera di scrittore. Dopo un lungo periodo di silenzio, diede alle stampe nel 1963 la serie di racconti Un po' di successo, caratterizzata da una ritrovata capacità di guardare con un sorriso irridente le contraddizioni della vita e di mettere a fuoco il proprio carattere e le proprie debolezze con un rapido sondaggio interiore. Da questo momento la sua narrativa diventa esplicitamente autobiografica e i due romanzi successivi, Il male oscuro e La cosa buffa, segnano il raggiungimento più alto della sua creatività e il momento più profondo della sua lettura introspettiva.
Vinse diversi premi letterari; tra tutti, il Viareggio e il Campiello nel 1964 e il Bancarella nel 1974. Morì a Roma il 2 novembre 1978.
Tommaso Labranca
Definire Tommaso Labranca è difficile. Ricorrerei a una metonimia a cui si è aggrappato Tiziano Scarpa: "Per me, Labranca è una categoria dello spirito". Di Labranca sento parlare da anni e, siccome passo spesso (non so perché, ma mi capita) da Pantigliate, ho incominciato a nutrire nei suoi confronti un'autentica ossessione. Di Labranca conoscevo, ho conosciuto e conosco: il lavoro sui Salmoni, l'audace manipolo dei Norma Jean, Andy Warhol era un coatto, Anima mia, labranca.co.uk, lui stesso. Quando l'ho incontrato per la prima volta era una specie di incrocio tra il nomade pugilatore di Snatch! e un convitato di pietra del Komsomol. Indossava un cappotto di astrakan. Mi faceva l'effetto che sempre mi ha fatto l'altro Labranca, quello iconico, conosciuto per tramite di media vari: pendevo dalle sue labbra (anche questa è una metonimia, per carità). L'ho via via ritenuto: il definitivo affossatore della mia generazione; il più geniale sociologo italiano della mia epoca; uno degli scrittori più brillanti della stessa; uno che abbisognava di un sacco di affetto; un uomo che non deve chiedere mai. Lui no, ma io me lo devo chiedere qualche volta: chi è davvero Tommaso Labranca?
Vera Pavlova
 All'associazione Italia-Russia di Milano, un impressionante antro purissimamente moscovita che dà sulla Galleria, si è tenuta una lettura-performance della poetessa russa Vera Pavlova. Anticipata da un bellissimo servizio pubblicato dall'immortale Nicola Crocetti sulla rivista Poesia, questa autentica diva della letteratura contemporanea russa ha letteralmente incantato una folla di milanesi che, ormai, con la poesia intrattengono, per loro sfortuna, ben altri rapporti. Non sono in grado di valutare alcunché dei versi di Pavlova perché, molto più che l'inglese, il russo ha una tradizione letteraria tutto sommato recente, se confrontata con la nostra, ma che mi sfugge per ignoranza degli originali, e dispone di una sonorità abbacinante, complessa, furibonda, delicatissima. Posso soltanto dire che il piano sui cui si muove Pavlova è antifrastico e mentale, logico e antimagista, anche se nella sua prima raccolta, non a caso intitolata Animale Celeste, gli spunti orfici e i trascendimenti immaginali appaiono notevoli. Versatissima in musica e inesplicabilmente affascinante, Pavlova sembra Guido Ceronetti al femminile: intendo fisicamente. Alcuni suoi versi mi paiono semplicemente memorabili. Per questo riproduco qui parte dello speciale pubblicato su Poesia, che trovate integralmente qui.
E' arrivato!!!!
E' in corso di lettura. Poi esploderà, su i Miserabili.

Gadda prima di Gadda: Dossi
Si legge ne La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda: "Pedro non era un signore in villa, come quelli a cui sorvegliava la villa, nottetempo: e nemmeno, Dio liberi!, uno scrittore: uno scrittore arzigogolato e barocco, come Jean Paul, o Carlo Gozzi, o Carlo Dossi, o qualche altro Carlo anche peggio di questi due". Questo Carlo Dossi che, di colpo, spunta a poca distanza da Jean Paul è la particola di una comunione al contrario, un'ostia sputata, una confessione impossibile da medicare con avemaria a cascata. E' il momento in cui Gadda apre una crepa critica fondamentale, non soltanto circa la sua opera, ma direi addirrittura per quanto concerne la comprensione della nozione di espressionismo per i contemporanei. Che Dossi sia stato o meno un padre nobile (o ignobile) per Gadda, è questione tutto sommato secondaria rispetto alle ambiguità che Gianfranco Contini espresse a proposito di un'eventuale tassonomia tipologica (e non parentale) tra due forme differenti o forse uguali, di espressionismo.
Armitage & co.: la New Generation inglese
di Luca Guerneri
[Tra i molti meriti che vanta e di cui bisogna essergli grati, Luca Guerneri annovera il fatto di essere il traduttore di Electric Light di Seamus Heaney, che sta per uscire ne Lo Specchio di Mondadori. Il pezzo che qui pubblico è apparso sull'Almanacco del Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna: ringrazio Luca per il permesso di riproduzione]
Un utile punto di partenza per tentare una definizione della poesia inglese degli anni novanta potrebbe consistere, ad esempio, nel mettere a confronto da un lato l'opinione di una delle voci "giovani" più influenti ed importanti - quella di Simon Armitage [nella foto] - dall'altra quella di un "vecchio" critico che la storia della poesia di questo secolo ha contribuito a scriverla - Ian Hamilton.
Franchini: su 'La distruzione' di Virgili
Sta per uscire in tutte le librerie, per gli eroici tipi peQuod, il caso letterario dell'anno, che anche in Rete ha sollevato polveroni e sospetti: La distruzione di Dante Virgili. E' un romanzo che Mondadori pubblicò nel 1970, dopo un'infinita teoria di peripezie editoriali, giudizi critici contrastanti, con una copertina allucinante che raffigurava il volto di Hitler graficamente rifatto alla Warhol. Dopo trent'anni, Antonio Franchini e Bruno Pischedda hanno ripreso in mano il caso Virgili, affiancati da un'operazione di avantfiction compiuta dal sottoscritto, Ferruccio Parazzoli e Michele Monina. Virgili è il protagonista dell'ultimo romanzo di Franchini, Cronaca della fine (che consideriamo uno dei vertici della narrativa italiana contemporanea), mentre Pischedda ha incluso Virgili tra gli scrittori apocalittici, in un saggio che sta per uscire da Aragno. Il fatto che il delirante Virgili fosse, oltre che sadico compulsivo e patologico, altrettanto patologicamente nazista, ha fatto gridare allo scandalo, come se si stesse riabilitando, in tempi di evidente fascismo parademocratico, un fascista psicotico. Non è così, ovviamente, e ognuno potrà rendersene conto leggendo direttamente la scrittura disturbante di questo non tanto caro estinto. Pubblichiamo parte della prefazione di Franchini alla nuova edizione del romanzo di Dante Virgili.
Who Ming
Sono i protagonisti della rivoluzione dei generi letterari. Sono gli antagonisti del consolidato e del deteriore. Sono i rivitalizzatori della narrativa italiana. Non sono da soli. I Wu Ming, insieme ad altri "intrattenitori piacevoli" (come li bolla l'Accademia) e scrittori impegnati, hanno sovvertito le categorie critiche e hanno sbalestrato le gerarchie carcerarie della cultura italiana. Uno speciale che include una colossale intervista, rilasciata al Mucchio Selvaggio da Wu Ming 1 e Valerio Evangelisti. Con tanto di scuse...
Giuseppe Montesano, eternapoletano
 Giuseppe Montesano è uno scrittore a tutto tondo: arriva dove vuole e sa perdersi dove non sa come arrivare. Da anni lo seguo, lo leggo, lo ammiro. Avendolo incontrato di sfuggita in un tempio non sacro dell'editoria nostrana, posso soltanto riportare l'impressione di un uomo profondo, che elargisce a chi ha di fronte il dono di una modestia umanissima a cui si coniuga una cultura abbastanza sconcertante. C'è napoletano e napoletano: c'è il napoletano cazzone e il napoletano slavo. Il napoletano slavo è un uomo che, di fondo, esprime uno scetticismo vitalista, un'empatia acuta nei confronti degli umani accadimenti, il senso di una sconfitta a priori non priva della possibilità di rovesciamento - è un uomo della nostalghia. Montesano è tutto questo e molto di più se, anziché dal vivo, lo si incontra in lettura. Il suo Nel corpo di Napoli è un libro di una dolcezza e di una ferocia memorabili - almeno per me. Questo suo nuovo romanzo sintetizza fino dal titolo la secolare saggezza e la perenne idiosincrasia per l'umano di cui Montesano scrive con inesausta potenza e certissima vocazione. Di questa vita menzognera è un romanzo sull'oggi interpretato, con sforzo sovrumanamente allegorico, come ieri. Forza Italia e la corte borbonica e camorrista ascendono a una sintesi perfetta che intreccia lo sfondo nirvanico e l'assalto terroristico: ciò che uno scrittore deve permettersi in questo nostro tempo dissennato.
Paul Celan
di Maurizio Cucchi
Paul Celan si impone sempre più, nella coscienza dei lettori, come uno dei punti forti e originalissimi della poesia del Novecento. La sua vicenda è tragica. Nasce nel 1920 a Cernovcy in Bucovina (oggi in territorio dell'Ucraina): i genitori appartengono a famiglie ebree ortodosse, e moriranno entrambi durante la guerra, deportati: il padre minato dal tifo, la madre uccisa in un lager. Celan vive poi a Bucarest, a Vienna e quindi a Parigi, dove muore, gettandosi nella Senna, non ancora cinquantenne, nella primavera del 1970. La lingua madre di Celan è il tedesco, la sua prima opera pubblicata nella nostra lingua, con il titolo di Poesie, è del '76 (a cura di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco, Mondadori "Lo Specchio").
Antonio Porta Celebration
 Il 12 aprile 1989 moriva a Roma Antonio Porta, intellettuale che aveva fatto della vocazione all'eclettismo una missione a vantaggio della società in cui viveva. Precocissimo, si arruolò nelle file del Gruppo '63, mutando tuttavia poetiche e stili nel corso degli anni. Da La palpebra rovesciata a Invasioni a Il giardiniere contro il becchino, fino all'ultimo Yellow, che è stato pubblicato postumo nello Specchio Mondadori (è il libro qui a fianco), Antonio Porta (pseudonimo di Leo Paolazzi) ha lasciato in eredità una sperimentazione continua sul proprio sé, psicologico e letterario, che, prescindendo dalla discontinuità dei risultati, appare come un'eccezione e uno scandalo nel contesto della tradizione poetica italiana. Organizzatore culturale geniale ed entusiasta (da il verri ad Alfabeta a MilanoPoesia, per fare alcuni esempi soltanto), Porta lavorò a un allargamento della conoscenza e della sensibilità poetica nel nostro Paese. Pubblichiamo un suo testo storico, risalente al '58, Europa cavalca un toro nero, e un bellissimo saggio del poeta Fabio Pusterla dedicato alla figura e all'opera di Antonio Porta e apparso nell'ultimo Almanacco del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna.
Il Cuore di Beppe Salvia
Ci sono davvero, nella storia della letteratura italiana, alcuni grandi che meritano un riconoscimento assoluto, che attualmente è loro negato. Tra questi, Beppe Salvia: forse il migliore tra i poeti italiani cresciuti editorialmente negli anni Settanta e, con tutta probabilità, destinato a giganteggiare in questo povero presente. Il che non è, poiché Beppe Salvia morì sciaguratamente nell'85. Aveva animato la leggendaria rivista romana Braci, aveva pubblicato su Nuovi Argomenti e Prato Pagano. Non ebbe la fortuna di sfogliare Cuore (cieli celesti), il libro edito nell'88 di cui Mario Benedetti affronta, qui su i Miserabiliin un bellissimo intervento, la complessa semplicità, l'umana profondità, il ragionamento sensitivo che, in ogni caso, fanno di Salvia una delle figure più notevoli nella storia della nostra poesia novecentesca. Si attende che qualche grande editore superi gli allucinanti problemi di diritti che scellerati eredi pongono da anni a un'uscita degna della grandezza di Beppe Salvia, di cui il critico Arnaldo Colasanti ha scritto che "cerca con i suoi versi finestre accese in cielo; così non scrive un canto alla sua donna, ma una lettera votiva alla musa: a quella sconosciuta Serena, invocata appena in un soffio, quasi fosse il cuore stesso della poesia e di tutta l'esistenza dinanzi agli incanti delle cose".
Bentornato, comandante Kurt!
E' tornato senza mai essersene andato: Kurt Vonnegut, l'irreperibile, troneggia nuovamente sui bancali delle librerie italiane grazie all'avvedutezza e alla pietà di Feltrinelli, che ha ripubblicato rilanciato e celebrato Mattatoio N.5 e Ghiaccio Nove, due tappe fondamentali nella storia della narrativa novecentesca, due passi lunghi e ben distesi sull'itinerario con cui il postmoderno si è imposto quale forma struttura e visione dell'uomo contemporaneo. Kurt Vonnegut è, insieme a Thomas Pynchon e Don DeLillo, il genio di questo amnio culturale e sentimentale, il Goethe dell'antimetafisica, lo Scaramaccai candidato al Nobel, l'esule del protestantesimo beghino e il conquistatore di giovani cervelli. Nelle traduzioni di Brioschi e Vezzoli, i suoi capolavori appaiono tuttora una splendida apologia della libertà e della profondità, dell'anarchia felice che non smette di fare sognare gli uomini, nell'inesausta lotta che essi conducono contro se stessi e le cose.
Uwe Johnson
Basta cercare su Google per averne la conferma: c'è un peso massimo della letteratura mondiale che, dopo il pluriesilio autoinflittosi in esistenza, è stato esiliato anche da morto. Stiamo parlando del Faulkner europeo, anzi del Faulkner planetario, che scrive in tedesco e che pensa in umano, che fu al centro di uno dei più clamorosi casi di spionaggio privato della Guerra Fredda, che trasla Benjamin in narrativa e compone un resoconto del Mondo fantastico e disincantato. E' Uwe Johnson, uno degli autori centrali e fondamentali della storia del romanzo europeo. Misconosciuto dalle folle di lettori, è autore di titoli che si potrebbero definire cosmico-storici, se ancora l'aggettivo rendesse conto di una realtà a noi percepibile. Feltrinelli, che pochi anni fa aveva ripubblicato lo splendido Congetture su Jakob, fa uscire ora, nella bellissima collana Le Comete, I giorni e gli anni, prima puntata di una saga davvero sovraspaziale e sovratemporale: un diario del pianeta e dell'universo, un capolavoro che intreccia cronaca, biografia, memoria, sociologia, filosofia, satira. O, più semplicemente, un grandissimo ciclo di romanzi, imprescindibile per comprendere la genesi e lo stravolgimento di Europa e America contemporanee. Rendiamo un omaggio tardivo a Uwe Johnson in questo speciale, per costringervi ad amare questo scrittore introverso e nomadico, calligrafo delle epiche contemporanee. Oltre alla recensione di I giorni e gli anni, vi proponiamo alcuni passi dalla prefazione di Michele Ranchetti e rimandiamo a una conversazione audio tra Enzo Di Mauro e Franco Cordelli, residente sul bellissimo sito di Feltrinelli.
Pynchon 1.0: Gravity's Rainbow
 Un trapassato remoto innestato in un futuro anteriore. Una discarica dove si stipa la storia universale dell'umanità. La dialettica e lo spiritualismo secondo i passi di un'ascesi condotta attraverso la letteratura e i sensi. Lo spettacolo riconvertito in umanesimo. Un'indagine, a fondo, delle evenienze del nostro presente, messe in conflitto con le evenienze di ogni possibile presente. Un teatro sterminato, una scena su cui si accalcano centinaia di personaggi, tutti memorabili. Un atto di nicodemismo narrativo. Il raggiungimento della teoria unificazionista secondo una mente in creazione che assomma in sé praticamente tutte le discipline praticate dall'uomo. Sicuramente non un complesso gioco linguistico, sicuramente non un labirinto. Insomma: che cos'è Gravity's Rainbow di Thomas Pynchon? Unica provvisoria risposta: è tutto. Meglio: è l'eccellenza del tutto. E' il veicolo letterario con cui, da anni, continuiamo a entrare nel nuovo millennio.
Dossi: Celeste
[Riproduciamo il Sesto Cielo in Amori di Carlo Dossi]
Celeste
Dai sogni ad occhi aperti, fin quì descritti, a quelli ad occhi chiusi, mìnima è la distanza. Basta, a varcarla, un moto di pàlpebra.
Quale filòsofo abbia detto ciò, non ricordo (sono tanti i filòsofi e tanti i lor dispareri!) ma certamente fu detto che in ciascuno di noi esìstono parecchie individualità e che si vive, successivamente, più di una vita. Se questo sia esatto, riguardo alla maggior parte degli uòmini, non giurerèi: di molti anzi potrebbe dirsi che non s'accòrgono pure — e sìano pur lunghi gli anni durante i quali rùminano la bassa lor erba terrestre — di aver vissuto una volta sola. Riguardo però a mè e ad altri sognatorelli mièi pari, la molteplicità della vita è cosa interamente vera. Soltanto, non mi accorderèi con que' signori filòsofi sulla successività delle diverse nostre esistenze, essendo queste — a mio avviso — piuttosto contemporanee, paragonàbili quindi a più cavalli attaccati, in una sola schiera, ad un ùnico giogo di cocchio. Fatto è, che quando, coricàndomi, dall'esistenza che chiamerèbbesi verticale, trànsito alla orizzontale, mi si àprono a due battenti le porte di un altro mondo e là rivedo cose e persone, non rifritture di quelle che già conosco, e là ritrovo le fila di avvenimenti e di affetti, rimasti sospesi nell'intervallo del dì, alle quali mi riannodo. E allora mi desto — dirèi — dalla veglia quotidiana.
Maurizio Cucchi
  Escono tutte le poesie del maggiore poeta italiano contemporaneo dell'era dopo-Zanzotto. I libri di Maurizio Cucchi - dal folgorante esordio de Il disperso (1976) al recente L'ultimo viaggio di Glenn (2000) - hanno influenzato in maniera determinante le ultime generazioni di lettori di poesia. Il percorso letterario di Cucchi è composito, complesso, molto strutturato. Eppure quella di Maurizio Cucchi è la voce più toccante, tremula ed emotivamente potente dell'intero panorama poetica italiano. Mentre i padri nobili della poesia anni Settanta avvicinavano Il disperso a Céline, l'ultimo, fulminante esito della produzione in versi del poeta milanese, il poemetto Rutebeuf, è un testo lungo composto per frammenti, un'allegoria drammatica che segna il vertice della nuova letteratura italiana e che francamente non ha nulla da invidiare alle operazioni di disseppellimento della forma e della radice del senso compiute in lingua inglese dal premio Nobel Seamus Heaney. Anzi: la maturità della poesia di Cucchi proietta la lingua italiana (e la sua tradizione altoletteraria) ben al di là dei risultati a cui si sta affacciando la poesia anglosassone. Rutebeuf addensa in sé una straordinaria potenza di immagini, associata a una forza precisa e incisiva, scabra ed emozionante, che il dettato poetico raggiunge come estremo atto di testimonianza di fronte allo spettro completo delle modalità esistenziali. Un itinerario epico e lirico ormai entrato nelle antologie scolastiche ci viene restituito, intatto e forse ancor più significativo, da questo piccolo, ma densissimo, Oscar Mondadori.
Gian Mario Villalta: tra poesia e prosa
Gian Mario Villalta, nato a Visinale di Pasiano (Pordenone) nel 1959, è uno degli scrittori e intellettuali emergenti in Italia, una sicura risorsa creativa e critica per la società culturale che si sta rapidamente trasformando nel nostro Paese. Poeta, narratore, critico letterario e filosofico, Villalta ha alle spalle un nutrito curriculum di titoli, tra cui spiccano sicuramente la curatela parziale del Meridiano dedicato ad Andrea Zanzotto, la raccolta di poesie L'erba in tasca (Scheiwiller 1992) e i racconti di Un dolore riconoscente (Transeuropa 2002). E' tra i fondatori e curatori di Pordenonelegge. Pubblichiamo qui un'intervista che Gian Mario Villalta ha rilasciato a Christian Sinicco di Fucine mute, oltre che alcuni testi poetici e un intervento dello stesso Villalta sul compito dello scrittore nel nostro presente.
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