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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Gaja Cenciarelli: EXTRA OMNES

extraomnescenciarelli.jpgSono stati scritti pochi libri, troppo pochi, sul caso infinito del rapimento di Emanuela Orlandi. Dal giugno 1983 a oggi, in un vorticare confuso, abnorme, di rivelazioni finte e parziali verità, di passaggi di mano degli atti e di investigazioni finite nel nulla, il testo più esplicativo e giornalisticamente sconcertante è quello di Antonio Fortichiari (E' viva. La scomparsa di Emanuela Orlandi, Tropea, 2003), che addita piste innovative con discrezione e con il supporto di lacerti di prove imprescindibili.
Non è questa l'ambizione di Gaja Cenciarelli, che con Extra Omnes realizza un'opera fondamentale, una tipologia precisa di lavoro culturale che su Carmilla ci siamo spesso auspicati venisse affrontata: Cenciarelli, coetanea della Orlandi, racconta il caso compiutamente, intrecciandolo con il proprio sguardo di ragazzina che, ai tempi del sequestro aveva 15 anni. I Settanta e gli Ottanta raccontati dalla prospettiva di chi li ha vissuti essendo bambino: una possibile soluzione e chiusura di ferite in una nazione a lacerazioni multiple, che paiono non suturabili.

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Walter Siti: TROPPI PARADISI


siticover.jpgTroppi paradisi nella terra in cui, da tempo, di paradiso non si scorge l'ombra. Il titolo ironico (no: sardonico) del nuovo romanzo-mondo di Walter Siti è, come spesso accade per certi libri fondamentali, tutto il testo e la struttura che lo sostanzia. Non c'è soltanto il cinismo, il disincanto, la cattiveria che ride al pari della morte; c'è anche l'ombra di una speranza che si erige su ceneri attive (radioattive) di una memoria che è esperienza consumata, la traiettoria del degrado di un tempo, di una nazione, dell'occidente tutto - e di sé.
Complesso, strutturatissimo, scritto con una lingua capace di un'ampiezza di spettro impressionante - dall'aulico-sublime al basso-parlato, spesso entrambi i registri giocati sul comico, quando non sul drammatico meditativo o sul saggistico -, Troppi paradisi è in assoluto il primo esempio di postmodernism in Italia da molti anni a questa parte: non sfiorando mai, se non in un punto preciso, che merita trattazione a sé - il tragico, trova una forma per il tragico nella contemporaneità. Questo è ciò che la critica italiana non ha mai compreso, citando un postmoderno che non è mai stato l'equivalente del postmodernism angloamericano. Siti riesce nell'impresa, aggiungendo ciò che agli angloamericani non riesce: stende un romanzo che può dirsi pensiero in movimento e che commuove.

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Cordelli: Procida

procida.jpgdi GIUSEPPE GENNA

"E l'idea che non si trattasse d'altro che di un esercizio di bravura, uno squallido esercizio della volontà, mi ha portato via, ha disintegrato l'ingorgo. Ho abbandonato lo specchio al suo ovvio destino, e ho deciso che la strada era quella buona, probabilmente, ma se perseguita con distrazione maggiore, per vie indirette, scorciatoie, quasi smarrimenti".
cordelli.jpgE' un passo delle pagine iniziali di Procida, il romanzo d'esordio che Franco Cordelli pubblicò nel '73 per i tipi Garzanti e che ora esce, riasciugato e se possibile più contratto e cartesiano, per Rizzoli. Uno dei romanzi più impossibili che si possano, più che scrivere, celebrare, come nozze a cui si presenta un unico sposo: un romanzo che tenta di dissolvere la mente in una forma più larga della mente, laddove la forma è sempre una storia e, quindi, un romanzo. E il fallimento di questo cartesianesimo (ma anche nietzschianesimo del tutto atipico) è il successo di un libro che, oggi, sembra necessarissimo nell'impartirci il valore conoscitivo della lingua, tanto bistrattata nella narrativa contemporanea: una lingua perfetta, al tempo stesso classica ed espressionista, ma deviante, borderline, fino all'apice del romanzo stesso, che è la narrazione come profezia su se stessi.

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Antonio Franchini: Gladiatori

Una recensione in forma di narrazione

fotofranchini.jpgIn un anno che non ricordo più, un anno perduto nella melma dello scorso decennio, io vissi una delle serate più assurde e quindi interessanti della mia intera esistenza. Garantisco che, di serate assurde, ne ho vissute parecchie: ma questa che vi racconto...
Lavoravo presso Mondadori, facevo il web di Segrate. Internet (credo fosse il '97) era in Italia un protocollo non precisamente di massa, a quei tempi; figuriamoci quant'era popolare all'interno di un'organizzazione industriale che percepiva la Rete come minaccia futura incombente sulle vendite del suo prodotto. Venivo pagato con un giustificativo patafisico: ero i viaggi inesistenti di un dirigente. Era un bel periodo. Mi piaceva stare ad ascoltare per ore, sorbendo pessima brodaglia alla macchinetta da Camera Cafè, gli aneddoti e le strategie di scrittori ed editor, quando non di editor-scrittori. In questo caso, la qualifica si riferiva essenzialmente a tre persone: il romanziere Ferruccio Parazzoli, il poeta Antonio Riccardi e il narratore Antonio Franchini. Erano tutti miei amici e lavorare con persone che ti stimano senza mai minimamente dubitare delle tue qualità è confortante. Mi sentivo accolto da un abbraccio. Era bello. E' stato uno dei periodi più intensi della mia vita. Discutere le copertine, ragionare sui testi, immergersi in un brainstorming senza fine, sperimentare dall'interno il funzionamento della macchina: impagabile. Senza quei tre amici non avrei mai scritto una riga di prosa, avrei continuato con le mie poesiuole, precludendomi un'esperienza fondante (lasciamo perdere i risultati: sto occupandomi del vissuto interno).
gladiatori.jpgUn giorno di quell'anno dimenticato, Antonio Franchini mi dice: "Sabato vieni a casa mia. Ti faccio fare un'esperienza eccezionale".
Gli credetti, e feci un'esperienza eccezionale. Che, evidentemente, non si è ancora conclusa, se oggi, a distanza di quasi dieci anni, quell'esperienza eccezionale si prolunga in un oggetto narrativo eccezionale: Gladiatori, proprio di Antonio Franchini (Mondadori Strade Blu, 15 euro).
Prima di affrontare il libro, però, devo affrontare quell'esperienza. Del resto, non penso di andare fuori tema: trapassare dalla letteratura all'esperienza è in toto la poetica di Franchini.

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Houellebecq: La possibilità di un'isola

houellebecq_a.jpgComprendo, ma non condivido, le ragioni che conducono Mario Andrea Rigoni a leggere l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq come fosse un fumetto male riuscito. Ha ragione Rigoni: è un libro assai sghembo, strabico, che procede attraverso digressioni peggiorative di un tema già pessimo qual è la metafisica nell'epoca di massa. Sembra davvero una parodia heideggeriana male riuscita, un patetico sketch comico sul nichilismo, una specie di avanspettacolo interpretato da un adepto della Fallaci. houelleisola.jpgSembra anche un saggio svogliatamente ridotto a romanzo d'occasione. Sembra una narrazione a chiave, laddove questa è il passepartout per le camere di un albergo, oltre le cui porte al massimo possiamo scrutare i piccoli segreti meschinelli delle coppie clandestine o i bidet dei singoli occupanti. Sembra un florilegio di haiku scritti da un Oreglio o uno Iacchetti d'Oltralpe. Sembra una fantascienza fatta da chi non la sa fare. Sembra un dépliant lungo trecento pagine e da leggersi prima di un volo in aeroporto.
Sembra.
Per me La possibilità di un'isola è, insieme a Estensione del dominio della lotta, il migliore tra gli oggetti narrativi di Houellebecq, un libro che dischiude un futuro immenso per la narrativa europea, uno sguardo cristallino su ciò che sta per succedere e già sta succedendo - non tanto politicamente, quanto letterariamente - nel tempo che viviamo noi.

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Il Corriere stronca Houellebecq

houellebecqisola.jpgdi MARIO ANDREA RIGONI
[dal Corriere della Sera]

I temi del più ardito pensiero antiumanistico dell’Otto e del Novecento non solo sono diventati oggi moneta corrente della discussione accademica, ma si sono degradati ad articolo da supermercato o da turismo culturale, del quale fanno incetta giornali, canzonette, film e romanzi, anche di infimo ordine. Uno di questi - la fine prossima dell’uomo, correlato inevitabile della morte di Dio - aveva trovato un commento epistemologico ancora suggestivo in alcune belle pagine di Michel Foucault e di altri pensatori francesi, ma soprattutto aveva ispirato o aveva accompagnato la grande narrativa fantascientifica del Novecento 54_Houellebecq171.jpgsotto l’effetto di un progresso tecnologico capace di sovvertire le basi stesse dell’esperienza umana. Attualmente la prospettiva più vertiginosa è quella dischiusa dall’avvenire della biologia, in particolare dalla clonazione. Già sperimentata sugli animali, essa attende - fra grandi e giustificati allarmi - di essere eseguita sull’uomo. Nel suo ultimo romanzo, La possibilità di un’isola (traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani, pagine 402, 18), lo scrittore francese Michel Houellebecq immagina che la cosa sia avvenuta già da molto, che l’umanità sia stata sostituita dai suoi cloni e che questi nuovi esseri, che hanno progressivamente perduto le caratteristiche umane (il riso, il pianto, il desiderio, la nostalgia) e comunicano fra loro in modo virtuale, possano solo indagare, da una sorta di condizione neutra ed eterna, la vita dei loro remoti predecessori.

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Lavagetto: Eutanasia della critica

lavagettocover.jpgCome cantava Battiato: segnali di vita. Non nei cortili e nelle case all'imbrunire, però: segnali di vita dall'accademia. O meglio: da chi si è rotto definitivamente le gonadi della soffocante emivita in cui l'accademia è andata a infilarsi da almeno due decenni. E' Mario Lavagetto, con un formidabile affondo (Eutanasia della critica, Einaudi), a scrollare di dosso alla critica, con inusitata potenza, tutte le incertezze, i balbettii, gli inutilissimi borborigmi in cui la babele accademica è andata frammentandosi. 96 pagine: parrebbe un pamphlet, invece è il testo di teoria e fenomenologia letteraria più folgorante di questi anni. La brevitas è spesso decisiva nei momenti di mutamento. Bastano quindici pagine di un saggio di Untersteiner per mutare radicalmente la comprensione di Platone in epoca contemporanea. Dieci pagine di Spitzer e la critica letteraria non è più la stessa. Così Lavagetto: non semplicemente nel senso dell'innovazione teorica, ma soprattutto in quello della ripulitura dell'ideologia post-adorniana, cialtrona, berciante, rovinosamente apocalittica. Qui parla un grande, una delle poche menti complesse di cui disponiamo oggi in Italia. E parla non come una pizia. Saggio anglosassone, nella sua ficcante efficacia, nella sua ironia devastante, nella rapidità dell'excursus fenomenologico che copre l'arco temporale del Novecento e oltre. 96 pagine d'oro che possono essere adottate dai narratori e dai poeti che ora cercano di innovare la scena letteraria nostrana: questo è non un manifesto ideologico, ma la certificazione di uno spazio esistente, non residuale, in cui è possibile fare letteratura.

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Mancassola: Last Love Parade

Tra i libri più belli di questa definitiva stagione narrativa italiana, che segna un punto di discontinuità irreversibile rispetto al passato, c'è soprattutto Last Love Parade di Marco Mancassola. Meno pubblicizzato del romanzo di Piperno e degli oggetti narrativi di Pincio, Colombati e Domanin, Last Love Parade è esso stesso un oggetto narrativo, definizione che mutuo dall'autocertificazione che Wu Ming 1 ha fornito al suo New Thing, testo esemplare della discontinuità narrativa italiana a cui accennavo. Come New Thing (che apparentemente potrebbe sembrare altro) è un libro generazionale e nazionale, così Last Love Parade è un ritratto culturale e anagrafico, che Mancassola imbastisce con un grado di profondità altissimo, tale da catapultarlo senza alcuna incertezza nella schiera di coloro che stanno innovando la letteratura contemporanea di casa nostra. marcomancassolallp.jpgE', dico, un testo profondissimo, commovente, non precisamente nostalgico nonostante possa sembrarlo. Questa griglia interpretativa (a mio modo di vedere prettamente reazionaria) del supposto legame passato-nostalgia è, per l'appunto, ciò che e New Thing e Last Love Parade vanno a decontaminare e a rimettere in movimento. Certo, quella di Mancassola è sì una storia della musica elettronica che va a coincidere con la storia culturale ed emotiva di una generazione; però non è un saggio, anche se la retorica saggistica viene impiegata con generosità. La verità è che si tratta della storia di un'anima e del miracolo umano che fa della storia di un'anima la storia di moltissime anime.

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Su Tutti i bambini tranne uno di Forest

di FRANCO CORDELLI

«Tutti i bambini tranne uno» di Philippe Forest [qui lo speciale sui Miserabili], con maestria tradotto da Gabriella Bosco per l’editore Alet (pagine 347, 17), fu dal suo autore composto in due mesi, tra l’aprile e il giugno del 1996. Forest aveva trentaquattro anni, prima non aveva scritto romanzi, solo articoli di critica letteraria e saggi. Aveva insegnato e non supponeva minimamente di diventare un «autore». Si riteneva un «lettore», questa era la sua condizione esistenziale e professionale. Che cosa è cambiato perché avvenisse un simile capovolgimento dei ruoli? È il tema del libro, che nell’originale è intitolato «L’enfant éternel». Il suo contenuto è qualcosa di cui un articolo non può rendere conto se non con cautela, limitandosi alla descrizione e alla cronaca.

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Flavio Santi: Il ragazzo X

di ANDREA DI CONSOLI

Poemetto impegnativo, Il ragazzo x (Atelier, € 7.50), di Flavio Santi [nella foto a destra]. Un tono pasoliniano oratorio e riflessivo si lega a un'ironia "sopra le righe", alla Enzo Jannacci, per intenderci. Il tema è suggestivo: andare alla radice della "vocazione letteraria", e riflettere, tra privato e pubblico, sulla "Leopardi generation", contrapposta alla "Mtv generation". Flavio Santi racconta tutto di sé; un sé che sembra l'incarnazione attualizzata di Giacomo Leopardi ("Mi sono ritrovato anch'io, / per chissà quale oscuro evento, /a nascere Giacomo Leopardi oggi"); un sé che vorrebbe essere nato nel 1798; pure, un sé (un poeta, un ragazzo diventato uomo) consapevole che "siamo puri esecutori, / serviamo a rifocillare / il testo, vivandieri". Flavio Santi-Leopardi è un poeta friulano nato nel 1973; a sedici anni cominciava già "a rimpiangersi" e, da bambino, non rideva quando tutti gli altri bambini ridevano.

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Fusco: Duri a Marsiglia

Il piacere di narrare e l'immenso piacere di ricevere e vivere la narrazione: non so evocare altro che questo antico rapporto che lega l'uomo all'uomo, per invitare caldamente alla lettura di Duri a Marsiglia, lo splendido Duri a Marsiglia di Gian Carlo Fusco, uscito per i tipi Einaudi Stile Libero Noir, con una straordinaria introduzione di Tommaso De Lorenzis, che da sola varrebbe l'acquisto del libro (sui Miserabili avevo già segnalato un intervento di De Lorenzis, accanto a uno speciale su su Fusco, con tanto di esegesi vergata da Camilleri). Ci sono anche due note postfative, di Giovanni Arpino e di Luigi Bernardi, a impreziosire questo trionfo del noir, catapultato definitivamente nel parnaso della letteratura alta. Questa è davvero un'operazione storica, cioè di storicizzazione del genere, che sale i gradini dal maelstrom popolare, che ha sempre costituito l'anarchico ambiente in cui è andato maturando, per approdare a una celebrazione definitiva, e per nulla ipocrita. Con il Manchette annotato da Valerio Evangelisti e con questa edizione di Fusco - filologica ma non per questo meno sfrenata - il genere non è più discutibile ed è definitivamente superabile.

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Agamben: La potenza del pensiero

agambenpp.jpgNon è una sorta di Trionfo della volontà in àmbito filosofico, quello che Giorgio Agamben (insieme a Toni Negri, probabilmente, il più interessante filosofo italiano contemporaneo) allestisce con un titolo tanto ambiguo come La potenza del pensiero. Potenza, in Agamben, è una categoria prettamente aristotelica, che struttura il principio stesso della prassi politica: è il mèllei, lo "stare per" in quanto scaturigine dell'accadere, ma è anche l'unificazione di quell'equivoco dualismo con cui certa modernità (e molta contemporaneità) hanno inteso opporre Platone a Aristotele. Reinterpretazione del residuo metafisico, dunque, in una prospettiva che non è iperuranica e nemmeno cade nel bieco storicismo, nella decrittazione del reale come avvenimento che è avvenuto, ai miei occhi La potenza del pensiero è un testo organico fondamentale per chi desideri, oggi, comprendere di fronte a quale svolta, davvero epocale, si trofi la filosofia.

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Mucchio selvaggio su Parente e la La macinatrice

di ALESSANDRO CANZIAN
[Da tempo seguo le evoluzioni saggistiche di Alessandro Canzian (nella foto ingrandibile a sinistra), giovane brillantissimo recensore che collabora, tra le altre testate, al Mucchio Selvaggio. Il giovane Canzian mi spedisce il bell'articolo su La macinatrice di Massimiliano Parente, chiedendomi, con toni allarmati, di dare visibilità a questa bella incursione nei labirinti della letteratura, uscita proprio sul Mucchio e per le cui tesi pare abbia ricevuto anche minacce. Pubblico senza indugio la recensione, ringraziando e Canzian e il Mucchio Selvaggio per il permesso di riproduzione. gg]

Chi ha pubblicato con l'editore Alberto Castelvecchi non resiste alla tentazione di ispirarsi a lui per qualche personaggio.
Nel suo Attenti al gorilla (1999), Sandrone Dazieri infilò il mondano editore "Castellini".
Nel racconto Benvenuti a 'sti frocioni (2000), i Wu Ming nominavano tale Roccasecca, "capitolino scopritore di talenti mancati".
In Occidente per principianti di Nicola Lagioia (2004), troviamo "l'editore trash-filosofico", con tanto di titoli pubblicati: "Ufologia marxista, Storia sociale della Nutella...".
Ora Massimiliano Parente pone al centro del suo La macinatrice "Giandomenico Torrenuova", editore di "libri effimeri e riviste trendy".
Il giochino ha stancato? Forse, ma continuate a leggere.

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David Peace: Millenovecento83

Con Millenovecento83 si chiude l'edizione italiana del Red Riding Quartet, l'immensa quadrilogia di tragedie ambientate nello Yorkshire, di cui è autore David Peace. Misureremo col tempo l'impatto - a mio avviso devastante - dell'operazione letteraria di Peace. La quadrilogia criminale dello Yorkshire è soltanto il prologo di un'accelerazione che lo stesso autore inglese - trapiantato a Tokyo - prevede verso una nuova, antichissima forma di scrittura: un'indistinguibilità assoluta tra poesia e narrazione, tra epica e lirica, che metta in scena la tragedia e la cosmogonia. Un tentativo impressionante di dipingere gli orizzonti mondano e spirituale dell'esperienza umana. GB 84, ancora intradotto in Italia, parte dal celebre sciopero dei minatori inglesi contro la Thatcher, ma costruisce un'impressionante parabolica in cui il lettore può sfrecciare, sostenuto da una forza centripeta che è l'universale: l'universale di cui soltanto tragedia ed epica sono garanti letterare.
Come era prevedibile, dal punto di vista narrativo Millenovecento83 è il più debole tra i "romanzi" della quadrilogia dello Yorkshire. Si avverte la necessità di annodare tutti i fili di una vicenda immane, nella quale i comprimari diventano protagonisti e viceversa, in un allestimento di teatro umano che credo non abbia pari nella narrativa contemporanea.

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Giorgio De Rienzo: L'indagine

di GERARDO MARRONE
[dal Giornale di Sicilia - Sezione: I libri della settimana]

de_rienzo_giorgio.jpgLa via italiana al thriller intrapresa da Giorgio De Rienzo s’imbatte, quasi inevitabilmente, nei servizi segreti deviati, che sono una costante del BelPaese dei Misteri. Il questore in pensione protagonista del romanzo di De Rienzo, torinese, docente di Letteratura italiana, è un personaggio “vero”, che affronta la sfida di un serial-killer e, finalmente, riesce a combattere fino in fondo, senza il rischio di essere “promosso e rimosso” come spesso gli era accaduto nella sua carriera di onesto e leale funzionario dello Stato.

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Nori: Ente Nazionale della Cinematografia Popolare

Ci sono strane movenze interiori che conducono verso inattese trasformazioni: gli scrittori, spesso, esplorano per solitari camminamenti queste radure di senso e di lingua. A volte, è per cercare una forma. Altre, uno stile. Altre ancora, un'identità. Più spesso, quella forma di contaminazione che si dice essere maturità. Eppure le trasformazioni progressive a cui Paolo Nori sta sottoponendo la sua scrittura e la sua fantasia non rientrano in un simile catalogo. Paolo Nori è, a mio parere, uno dei massimi talenti linguistici della nostra narrativa. Lo è da anni. noriencp.jpgLo è anche in forza di una vocazione straordinaria alla performance: uno ascolta un reading di Paolo Nori e non se lo scorda più. La sua indolente ma pervicace lettura fa penetrare nell'intimo una voce strascicata e pastosa, intrisa di piacere e melanconia, di buffonesco e filosofico - e questa voce diventa interiore, una nenia che si desidererebbe continuasse a coccolarci. Nulla di violentemente eversivo. Qualcosa di profondamente oblomoviano. Questo inacantamento è durato per libri e libri, protraendosi come un atto degno di un disturbo compulsivo. Non ho risparmiato critiche a Nori, per questa divagazione sempreuguale, che ritardava quella che a mio parere era la scelta che l'autore di Bassotuba non c'è doveva prima o poi compiere: fottersene definitivamente delle storie o compiere sulle storie la medesima operazione che veniva praticata sulla lingua. Con Pancetta, Nori ha dato fondo a un'impresa colossale sul proprio immaginario. E' una svolta. Che adesso viene condotta a un passo ulteriore con questo Ente Nazionale della Cinematografia Popolare - probabilmente una prosa a cui Nori, qualche anno fa, non pensava minimamente.

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Mazzoni: Sulla poesia moderna

Esce per i tipi del Mulino quello che considero uno dei testi fondamentali della critica e teoria della letteratura apparsi nel nostro presente. Ne è autore Guido Mazzoni, che già avevo segnalato per la potenza dei tre saggi emblematici raccolti in Forma e solitudine (qui il mio intervento). Sulla poesia moderna è un testo che, fin dal titolo, che ricorda evenienze di fondazione estetica d'epoca romantica, si propone come panossi della tradizione che ha condotto alle attuali configurazioni di forma e verità della poesia. La riassunzione del passato, seppure praticata con un'interpretazione forte, non ha però nulla della violenza con cui si strappa al cielo la prospettiva che sposta il tempo in cui si vive. Mazzoni invece dispone di questa furia, temperata da un rigore e da un'apparente cautela rispetto alle categorie della critica tradizionale, sotto cui si cela - almeno, a me pare così - un'ambizione elevata, che è quella di iniziare a delineare il movimento geomorfico di una forma ulteriore, verso cui la letteratura sembra slittare, al di là delle considerazioni sociologiche e financo politiche che una simile trasformazione comporta. E' il motivo per cui, a mio parere, questo saggio storico e teorico dovrebbe essere divorato da ogni poeta e prosatore italiano che intenda operare sulla letteratura con consapevolezza. Si può dunque leggere Sulla poesia moderna secondo molteplici traiettorie: come un saggio riassuntivo della tradizione letteraria che conduce al contemporaneo; come trattato dell'implicito che guida l'attuale epoca poetica; come teoria dei generi nel loro stato sorgivo; come teoria della prosa e del romanzo contemporaneo; come enunciazione della messa sotto scacco della critica. Dipende dalle nature, dai temperamenti. Alcuni possono ravvedervi una cronaca della decadenza; altri, un'immensa apertura. Io appartengo alla seconda schiera.

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Massimiliano Parente: La macinatrice

Ha davvero ragione Carla Benedetti, che su l'Espresso ha dedicato un'intera pagina a un excursus/incursus nei territori pericolosi de La macinatrice, il romanzo di Massimiliano Parente edito da peQuod. Certo, su due piedi, ammesso che se ne abbiano due, poiché la specie è in profonda mutazione, il titolo sembra inerire al Girmi o alla Pastamatic, quella che aveva la forza di venti braccia. Ed è proprio così: al posto della pasta di pane, bisogna metterci la carne umana, e al posto dei vigorosi cuochi, tanti Savi di Sion, tanti Cavalieri dell'Apocalisse, che sono ormai diventati l'aria che respiriamo e quella che sospettiamo di respirare. Ma, come si diceva, non ha senso leggere La macinatrice separandola dalla profonda fenomenologia interpretativa che ne fa Carla Benedetti, il cui saggio viene lievemente penalizzato dal lavoro di cucina dei redattori dell'Espresso, che accanto alle analisi coraggiose della critica toscana piazzano un occhiello un po' ciecato: "Tra le Amatrici ci sono Sculacciatrici, Sgusciatrici di lumache, Masturbatrici di farfalle". Subisce in questo modo, Carla Benedetti, il tritatutto della macinatrice editoriale - quella spaventosa macchina che attua un pogrom generalizzato su scrittori, critici e intellettuali. Insieme alle Sculacciatrici e alle Masturbatrici di farfalle, ci sono le Carenatrici gonadiche, le Fottitrici di armadilli, le memorabili Ganze spaziali parioline, le Ovulatrici di cocurbitacee, le Vestali dell’ftp, le Titillatrici di Homesite, le Sbonzatrici di prùrule, le Fecondatrici capazzone, le Ninivi curiali, le Battone crisantemiche, le Zurlezzuzzurnestiche. Ma la cospirazione dei mediatori culturali fa genocidio di queste differenze fondamentali, di questa ricchezza visionaria, e appiattisce tutto solo alle Sculacciatrici e alle Sgusciatrici di lumache. Sono tempi grami per la cultura. L’editoria vuole solo bestseller. Ben venga dunque uno scrittore anti, vitalistico come Queck, con le contropalle come Luddendorf, il quale ti spiattella lì, in faccia alla macchina editoriale, 460 pagine che non venderanno un cazzo. Questa è ribellione, rivoluzione. E per questo fa bene Carla Benedetti a sondarne i sintomi e le fisiologie.

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Letizia Muratori: Tu non c'entri

Tutti coloro a cui Melissa P. sta abbondantemente sulle gonadi, compiano un'opera di contestazione che fa bene alla letteratura e poi farà bene a loro stessi: comprino e leggano Tu non c'entri, romanzo di esordio di Letizia Muratori, edito da Stile Libero Einaudi, che apparentemente sembra penetrare nei territori dell'eros letterario, e invece realizza un'opera avvicinabile all'Io non ho paura di Ammaniti, imponendo all'attenzione il romanzo di formazione negli anni Duemila. Cesari & Repetti, i due direttori della collana einaudiana, andranno ricordati per il bene che hanno fatto alla narrativa italiana in questi anni. Letizia Muratori non è soltanto una scoperta notevolissima, ma addirittura un milite noto di un'offensiva che Stile Libero lancia in questi mesi, in nome della nuova letteratura italiana. Appena pubblicato il nuovo romanzo di Tommaso Pincio, uno dei testi davvero imprescindibili di questi ultimi anni, Stile Libero scatena in questi giorni un fronte ampio e impegnativo: oltre al romanzo di Letizia Muratori, il nuovo colossale De Michele (colossale nel senso di kolossal; si intitola Scirocco e non è semplicemente la continuazione del bellissimo Tre uomini paradossali) e il fantathriller politico della Babette Factory (si intitola 2005 d.C; Babette Factory è una band di scrittori che comprende Raimo, Lagioia, Pacifico e Longo). Questa operazione non ha nulla a che vedere col mercato: è un'apertura di credito a 360 gradi nei confronti delle narrazioni italiane contemporanee.
Tu non c'entri di Letizia Muratori è, in questa schiera, il perfetto romanzo di iniziazione e formazione. Il nostro tempo abolisce riti e miti iniziatici, non sostituendoli nemmeno con la patina nichilistica di un esistenzialismo alla deriva. L'iniziazione è dissociazione. Muratori mette in scena la formazione dell'interieur di Elena, una ragazzina che, per l'appunto, si mangia Melissa P. a colazione. La girandola di avventure erotiche che vive non è altro che una formidabile meditazione su cosa significhi acquisire un senso presso di sé oggi. Congeniale a ciò, una lingua velocissima, scatenata, coinvolgente.

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The Complete Peanuts

di GUIDO TIBERGA

«Non mi piace la parola Peanuts. Non è bella. Non hanno capito che avrei disegnato una strip che avrebbe avuto classe, dignità. Ma che cosa può fare un giovane disegnatore che si presenta per la prima volta al dirigente di un syndicate per vendere il suo lavoro?». Charles Schulz aveva un tono rassegnato quando raccontava l’origine dello strano nome che avrebbe contrassegnato la striscia più celebre di tutti i tempi. Lo stesso tono che avrebbe probabilmente oggi, nel vedere che l’opera cui si era sempre opposto con tutte le sue forze, dopo aver conquistato l’America, va diffondendosi per il resto del mondo. L’opera della discordia si chiama The Complete Peanuts. Un progetto faraonico: venticinque volumi, uno ogni sei mesi per oltre dodici anni, per ripubblicare «in un’edizione cronologica e definitiva» l’intero corpus dei fumetti di Charlie Brown.

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Christian Andersen curato da Lucio Angelini

di SILVANA MORASSO
[dal "Bollettino della Società di Italianistica Tridentina", aprile 2005]

Nel 1879 uscì in Italia un romanzo di Christian Andersen scritto nel 1836 e adesso, nel 2005, esce ancora. E' l'ostinata determinazione del curatore e traduttore Lucio Angelini a fare emergere dall'oblio questo importante pezzo di letteratura. Non deve essere stato semplice ricordarsi di un libro del 1879, la memoria fa degli scherzi, ma la competenza no, l'amore vince tutto. Angelini ama Andersen come un Parente la Mamma. Aveva a disposizione, Angelini, un vasto spettro di inediti del grande danese, favole che i bambini d'oggi hanno sostituito con la Playstation e non sanno nemmeno quanto belle sono e cosa si perdono a non leggerle. Favole inedite come La pustola e la spugna, Il convolvolo di Korsør, Il roditore di ebano dell'isola di Fionia, La mendicante antipatica del ponte di Belt, I tre zuzzurelloni di Sejerskovvej, La storia triste di Bastian Contrario, L'acciarino di Fyrtøjet, Lo scemo del villaggio di Århus, La guerra dei sessantadue mondi, Mønsted Kalkgrube e l'albero di Santa, Il raccoglitore di spigole va al Nordsømuseet, Liberi stalloni adorni di vischio, Zampanò e Zampasì. In questo bendidio che fa la gioia di ogni filologo danese, Lucio Angelini, che danese non è, sceglie invece il tristissimo ma educativo romanzo di Christian Andersen, Solo un violinista (pp. 363, euro 16,50), assedia l'importante imprenditore elide Edilo Fazi, glielo fa pubblicare e restituisce a noi tutti dall'oblio una sorta di Jude l'oscuro che si svolge in Danimarca e che potrebbe intitolarsi Christian lo sfortunato, culmine della tradizione che da Remi arriva a Peline.

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Trevi su Pincio

Pincio oltre la polvere di mondi probabili
di EMANUELE TREVI
PINCIOTREVI.jpg[Vorrei continuare a ragionare sul nuovo romanzo di Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (qui la Miserabile recensione). Un contributo pressoché eccezionale a questa riflessione proviene dalle pagine del Manifesto, su cui Emanuele Trevi ha pubblicato negli scorsi giorni questo splendido pezzo, che qui ripropongo a favore di chi non l'avesse intercettato. gg]

Con La ragazza che non era lei (Einaudi «Stile libero», pp.307, euro 14,80), Tommaso Pincio ha rischiato grosso, ed è stato premiato da quella fortuna che, secondo l'antico motto, si concede volentieri solo agli audaci. Leggendo questo suo quarto libro, mi è spesso venuta in mente l'immagine di uno di quei giocatori accaniti che mai si sognerebbero di allontanarsi dal tavolo da gioco quando hanno già accumulato di fronte a sé un discreto gruzzoletto. Quella vincita già ottenuta, infatti, è solo il mezzo per alzare ulteriormente la posta, ottenendo maggiore profondità e velocità alla propria vertigine. Da Dostoevskij a Tommaso Landolfi, abbiamo imparato che un vero giocatore può comportarsi solamente così. Evadendo dalla metafora, bisognerà ammettere che le stesse prerogative appartengono al vero scrittore. Nella cui opera, intesa come successione di libri, esistono certamente degli elementi, anche immediati, di riconoscibilità, ma ogni volta, appunto, rimessi in gioco, sottoposti a torsioni e giri di vite così violenti da evocare costantemente lo spettro del fallimento. Il fatto è che per Pincio la forma stessa della narrazione, l'architettura di quell'oggetto verbale che definiamo una «storia», non è mai la cornice, inerte ed accogliente, delle idee, dei fatti e delle emozioni che intende esprimere.

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Pincio: La ragazza che non era lei

Inizio da dove non prevedevo di iniziare, cioè da cinque minuti fa. Prima di tornare a casa, con il fermo proposito di scrivere, e a lungo, del nuovo romanzo di Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (Einaudi Stile Libero, euro 14.80), cenavo con la critica e traduttrice Donata Feroldi. Si parlava di Petrolio, di politica (direi: geopolitica) della letteratura, del mito vuoto, dell'incipit del De Rerum Natura. A un dato momento, Feroldi dice, riflettendo sull'assurdità della ricezione di Pasolini da parte della critica, che uno dei vari problemi in cui siamo immersi è che ormai la separatezza dell'esperienza letteraria è un dato scontato e acquisito: bisognerebbe tornare, dicendo "poesia", a significare la totalità dell'esperienza letteraria, compreso il romanzo, come faceva Leopardi. Sono molto convinto di una simile prospettiva e posso dire di più: è ciò che sta progressivamente accadendo grazie alla più recente narrativa italiana. La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio, dunque, è per me la prima riapparizione di un oggetto letterario che sia "poesia" in quel senso leopardiano. Adesso tento di motivare questo breve giudizio, che è per me centrale rispetto al presente in cui vivo.

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Moresco: Lo sbrego

Credo che, con Lo sbrego, Antonio Moresco abbia scritto uno dei libri più importanti di questi anni contraddittori, colmi di aperture e censure, di contagi veloci e di germinazioni violente. Lo sbrego non è un romanzo, non sono poesie, non è un'autobiografia, non è una collazione di saggi - e questo è il modo con cui, posti sul discrimine di un'epoca che è appunto un abissale discrimine, possiamo vedere in negativo la letteratura che sta prepotentemente scaturendo dalle brecce (dagli sbreghi) dei nostri giorni. Antonio_Moresco-thumb3.jpgSeguire Moresco in questa sua vertiginosa escalation, però, impone un mutamento radicale di prospettiva, che i celeberrimi 180° sono insufficienti a simbolizzare: non essendo romanzo saggio poesia, Lo sbrego è una narrazione. Questo tempo sta rapidamente corrodendo non soltanto i generi interni (giallo, nero, rosa, romanzo borghese), ma i macrogeneri (poesia, prosa, saggio). Non più romanzi: narrazioni. Le narrazioni intrattengono un rapporto multiplo con il tutto e il niente - e, quindi con il sé. Gli uomini si presentano nudi contamporaneamente ai blocchi di partenza e al traguardo.
Lo sbrego è la potente narrazione della vita di un uomo, quindi della vita degli uomini. La vita misurata come letteratura al di fuori di ogni debolismo, di ogni preconfezionata schermata stilistica, di ogni psicologhema - il viaggio per mare e per terra e per lo spazio interstellare, mai raccontato e sempre presente, è il mito vuoto e pieno che pressa dalle pagine di questa fantastica dichiarazione letteraria dei diritti e dei doveri dell'uomo, al di là di ogni moralismo e senza pose da leguleio ispirato. E' l'esperienza dell'aperto.

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Stroncature: l'Annuario poetico di Manacorda

mcg.jpgEcco a voi un uomo dal quale mai acquisterei una macchina usata – figuriamoci un annuario di poesia. Invece mi tocca acquistarlo, e da anni, perché questa inutilissima e iperbolica pubblicazione curata da cotest’uomo, che si chiama Giorgio Manacorda, è al centro di una leggenda per iniziati. ac.jpgQualunque operatore dell’editoria e delle patrie lettere attende infatti con smodata ansia l’uscita dell’annuario poetico di Manacorda perché è la più esilarante carrellata di avantpop involontario, una specie di Manuale per le giovani marmotte ad uso di Ciccio di Nonna Papera, un resumé velleitaristico che segnala quanto viva sia, a Roma, non la società delle terrazze, bensì dei terrazzini. Li vediamo su un terrazzino, questi due figuri che figurano curatori di detto annuario, e cioè lo stesso Manacorda e tale Paolo Febbraro: se la fanno, se la dicono, tirano i bussolotti, giochicchiano con lo stucco, telefonano in Mondadori e intimano di dare loro la direzione dello Specchio, rimbalzano, chiamano il disperso editore Castelvecchi e je dicono: “Ahò!, manco quest’anno ci fanno dirige ‘o Specchio, famo ancora er annuario”, e Castelvecchi si ritrova intatto il solito tormentone, quest’anno addolcito dai finanziamenti dell’Università della Tuscia, che sarebbe il prestigioso posto in cui Manacorda insegna.

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Pallavicini: Atomico Dandy

di TULLIO AVOLEDO

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Può succedere che esca il miglior romanzo italiano di quest'anno che quasi nessuno se ne accorga? Sì, se il romanzo ha la sfortuna di avere nel titolo la parola “dandy” e se nell' anno in questione uno scrittore dandy è già stato incoronato, a furor di popolo, principe della letteratura patria. Il dandy in carne ed ossa cui mi riferisco non occorre nominarlo; quello di carta è Vittorio Nuvolani, il protagonista di - appunto - Atomico dandy (Feltrinelli, € 16) scritto da Piersandro Pallavicini; un quarantenne di successo, socialmente ben integrato e politically correct, che divide la sua vita fra una casa che sembra uscita una rivista d'architettura, una moglie - Roberta - che è uno dei personaggi femminili più arrapanti mai uscito da una penna italiana, e un prestigioso posto all'università di Pavia, a capo di un gruppo di ricerca doviziosamente foraggiato da un colosso di computer, la “Apfel” (“Mela”, in tedesco, come “Apple” in inglese...), che indaga la possibilità di realizzare un rivoluzionario computer molecolare, il “Chemputen”.

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Pallavicini su Piperno

di PIERSANDRO PALLAVICINI

sandroesandro.jpg[L'autore di Atomico dandy ha pubblicato su Pulp una recensione intorno a Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno. Ringrazio Piersandro per avermi concesso il permesso di postarla sui Miserabili. gg]

Per una volta mi è necessario contravvenire al bon ton e scrivere una recensione in prima persona. Me ne scuso. Lo faccio perché credo sia importante dichiarare con sincerità che sono “io” a farla, e non un’astratto recensore con pretese di obiettività: sapere da chi viene questa recensione e come io mi sia dovuto porre nei confronti di Con le peggiori intenzioni credo aiuti a coglierne le implicazioni. Per prima cosa: ho letto il romanzo d’esordio del trentatreenne romano Alessandro Piperno quando era già stato dichiarato “capolavoro” e “caso letterario dell’anno”, e dopo aver dunque letto anche le molte recensioni elogiative (e le poche stroncature). Poi, l’ho letto da una posizione pericolosa: sono un collega di Piperno in quanto scrittore, per di più in competizione diretta in libreria.

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Cristina Brambilla: Il drago in discarica

C'è da fare un discorso sulla letteratura per ragazzi. Non che io sia un esperto, poiché così accade ormai: bisogna essere esperti per occuparsi di letteratura per ragazzi. Addirittura non ci si deve occupare di letteratura per ragazzi: la letteratura per ragazzi si identifica quasi totalmente con l'editoria di settore. Molte le variabili che stravolgono i normali parametri di valutazione dell'editoria per adulti, e costringono a una serie impressionante di competenze specifiche, di specializzazioni e mappe oscuramente segrete, prima di avere titolo per azzardare giudizi sulla letteratura junior. Siccome, poi, generalmente, agli scrittori adulti non frega assolutamente nulla di una letteratura che ritengono minoritaria e che guardano con la tenerezza pietosa che gli ipocriti riservano agli handicappati, la letteratura per ragazzi è diventata una discarica, una riserva indiana, dove l'industria la fa da padrona, dove la strategia del marketing è predominante, dove il management diventa più leggendario degli autori, dove questi autentici eroi (quando lo sono) che inventano e resistono sono totalmente in balìa delle logiche di mercato. Le più fosche previsioni sull'industria che fagocita il sogno della letteratura hanno qui una realizzazione inquietante.
Di tutto ciò poco mi interessa. Considero la letteratura per ragazzi una letteratura tout court, quando essa è in grado di mobilitare con potenza l'immaginario, di utilizzare tutte le retoriche, di smuovere l'emotivo congelato dell'umano occidentale. Ai miei tempi era Salagari, la letteratura per ragazzi - e oggi c'è un Meridiano dedicato a Salgari. Bisogna operare sulla letteratura adolescente la medesima svolta che si è compiuta con gialli e fantascienza: non si tratta di paraletteratura, bisogna affermarlo con forza. Nei giardini dell'infanzia si covano sogni e complotti. E' necessario abituarsi a vedere il talento ovunque fiorisca. In Italia, per esempio, il talento è fiorito e sta erompendo in Cristina Brambilla, che esce da Mondadori Junior con un romanzo irresistibile, comico e meditativo, letteralmente incantevole, che si intitola Il drago in discarica. Questo libro rinnova il patto di alleanza tra l'immaginario adulto e l'infinitudine creativa di qualunque adolescenza: il che è il sogno di tutta la letteratura.

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Sebald: Storia naturale della distruzione

di LINNIO ACCORRONI

Nel 1997,dopo aver pubblicato Gli emigrati, Gli anelli di Saturno, Vertigini (mancava solo la summa, struggente e malinconica, di Austerlitz, uscito nel 2001, anno della sua prematura morte per incidente automobilistico, a chiudere un canone breve e sorvegliatissimo, di rara e potente bellezza,) W.G.Sebald tenne una serie di lezioni di poetica a Zurigo. Uscite poi in Germania (Guerra aerea e letteratura, 2001) quelle lezioni sono state ora pubblicate da Adelphi con un titolo che suona forse depistante e retorico, Storia naturale della distruzione, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, ad opera dell’aviazione britannica.

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Quanto è noioso e di regime il best seller di Piperno!

Recensione del libro più osannato del momento
di ALDO NOVE
[da Liberazione del 9.4.05]

Chi scrive, ha provato a leggere Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno un mese fa. Avendone avuto copia da un’amica che, dopo venti pagine, l’aveva mollato. Dicendomi: «Io non ce l’ho fatta. Ma è il caso letterario del momento e varrebbe la pena leggerlo». Con lo stesso spirito dell’amica l’ho affrontato, resistendo però fino a cinquanta pagine. Trascorse nella noia assoluta. Poi mi hanno chiesto di recensirlo e di nuovo è scattato il tormentone della lettura in chiave sociologica, della ricerca di un’“opportunità” di appropriarmi della chiave di lettura di un fenomeno letterario. Chi legge per passione ma anche per professione è abituato a farsi un’idea dello stile dell’autore dalle prime pagine, ad abbandonarsi, spesso per necessità, a un’opinione che non si fonda sul “come va a finire” ma proprio sull’identificazione dell’insondabile “stile” di un autore che si rivela, in filigrana, nella sintassi, nel ritmo e nel lessico, e che raramente si modifica, qualunque siano le modalità del plot narrativo, comunque queste siano congeniate. Ma torniamo al libro, al libro infine letto per intero.

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Pincio su Vollmann: 13 storie per 13 epitaffi

di TOMMASO PINCIO

pinciovollmann.jpgWilliam T. Vollmann esordì nel 1987 con un visionario romanzo dove si parlava di insetti che si ribellano al malvagio potere dell’elettricità. Si intitolava You bright and risen angels e gli insetti rivoluzionari erano chiaramente l’incarnazione dei popoli che nel corso della storia sono stati oppressi dall’uomo bianco ovvero tecnologico. Da allora lo scrittore non ha mai smesso di raccontare la lotta per la sopravvivenza combattuta da tutte quelle forme di vita che agli occhi della "civiltà" appaiono piccole, marginali, altamente sacrificabili.

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Camilleri: Privo di titolo

di GIANCARLO MACALUSO
[dal Giornale di Sicilia]

Il nuovo libro di Camilleri, Privo di titolo (Sellerio, € 11), ha provocato polemiche ancora prima di essere disposto sugli scaffali delle librerie. Potete scommettere che «il vivamaria» continuerà. L’ultima fatica dello scrittore di Porto Empedocle appartiene al filone storico e prende le mosse da un episodio della storia siciliana: l’uccisione a Caltanissetta del diciottenne Gigino Gattuso «unico mito del fascismo rivoluzionario dell’intera Sicilia», come ricorda un articolo apparso sul il Secolo d’Italia - il quotidiano di Alleanza nazionale - che ha contestato (col romanzo ancora in rotativa) la ricostruzione che ne fa Camilleri.

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Brancusi: L'opera al bianco

Curata da Paola Mola, la mostra Brancusi. L'opera al bianco (il cui catalogo, nella foto a destra, è edito da Skira e costa 30 euro) è dedicata all'opera fotografica di Brancusi, che oltre a scultore fu fotografo di straordinaria capacità immaginativa e tecnica, e in rapporto con fotografi del calibro di Man Ray o Charles Sheeler. Realizzata dalla Collezione Peggy Guggenheim in collaborazione con il Musée national d'art moderne, Centre Georges Pompidou di Parigi, l'esposizione presenta circa 90 fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che illustrano il rapporto tra fotografia e scultura, binomio inscindibile del pensiero dell'artista.
Sfugge spesso ai critici l'evidente rapporto tra l'opera scultorea di Brancusi e le fasi alchemiche. Lo scavo in stati archetipici e l'emersione in forme scolpite viene esaltato dal lavoro fotografico del grande artista rumeno, come indica esplicitamente il titolo della mostra veneziana. Sulla quale pubblico un intervento recentemente apparso su