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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Thierry Metz: da Diario di un manovale

[a cura di RENZO FAVARON]

metz01.jpgThierry Metz è nato a Parigi nel giugno del 1956. Suo padre era un fattorino. Dall’età di 14 anni, tutto quello che riesce a permettersi è un letto presso un centro d’Emmaus, luogo di accoglienza e recupero di indigenti e altri individui socialmente esclusi. Dopo il servizio militare, va ad abitare vicino ad Agen e comincia a fare i mestieri più umili e faticosi, lavorando in cantieri, magazzini, macelli, bastimenti,aziende agricole. Inizia a scrivere poesie, incoraggiato dalla moglie e dai suoi figli. Lavorando come manovale si dedicherà alla scrittura nei momenti di riposo. Il Diario di un manovale (edito da Gallimard) è del 1990, seguìto dalle Lettere alla bene amata (sempre con Gallimard) e altri libri. La vita di Tierry Metz è segnata da numerosi periodi di crisi, che lo allontanano dal mondo, soprattutto dopo la perdita del secondo figlio (schiacciato da una macchina). Trasferitosi a Bordeaux, Tierry Metz si suicida il 16 aprile 1997. In Italia è stato tradotto L’uomo che pende.

24 giugno – L’architetto è tornato. Penso ai suoi progetti. Un mezzogiorno ho percorso il tragitto che compie il capo: un vero e proprio libro. Tutto è là. Tutto quello che dobbiamo fare è scritto là, compiuto, finito. L’ideale del lavoro. Ma questo libro è completo? Dove sono gli esecutori, le squadre, le parole e i gesti? Chi parlerà dell’incompiuto dove ci troviamo noi?
Il manovale non ha che qualche parola per avvicinarsi a questo.

Il tempo - il lavoro - mostra degli uomini ma gli uomini, loro, sono in grado di mostrare cosa c’è dietro a un luogo, dove tutto resta da fare?

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Pascoli: 'La morte del Papa'

papa_m171_img.jpg

Per quella via... Ma quella era la via
dell'Universo, l'alta sui burroni
dell'Infinito ignota Galaxia:

e prima d'essa Cani Idre Leoni,
raggianti nelle tenebre celesti,
gelide: stelle, costellazïoni:

Soli: sciami di Soli, anzi, con mesti
pianeti ognuno, dove il fuoco primo
par che si spenga e che l'amor si desti;solari

dove marcisce il puro fuoco in limo
di vita, impuro, su cui vola forse
l'uomo con l'ali, o sguazza il fauno simo.

Le costellazïoni indi trascorse,
dalla fulgida Lira alla Carena,
dalla fulgida Croce alle grandi Orse;

ecco la fitta polvere, la rena
ogni cui grano è Mondo che sfavilla
nella sua solitudine serena;

dove pare un pulviscolo, una stilla,
il nostro cielo dalla volta immensa...
se pur là c'è la notte, una pupilla

nell'ombra, uno che veglia, uno che pensa!

[dai Nuovi Poemetti]

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Karol Wojtyla: una poesia

wojtyla_wojtyla.jpg

Non si stupisce una fiumara scendente,
E silenziosamente discendono i boschi
Al ritmo del torrente
- però un umano si meraviglia.
Il varco che un mondo trapassa attraverso l'uomo
E’ dello stupore la soglia,
(una volta, proprio questo portento fu nominato «Adamo».)
Ed era solo, col suo stupore,
fra le creature senza meraviglia
- per le quali esistere e trascorrere era sufficiente.
L’uomo, con loro, scorreva
sull'onda dello stupore!

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Allen Ginsberg: 'America'

[traduzione di Rossano Astremo da MUSICAOS]

ginsbergamerica.jpgAmerica ti ho dato tutto e ora non sono nulla.
America nelle tasche ho due dollari e ventisette centesimi, 17 Gennaio 1956.
Non sopporto la mia mente.
America quando avrà termine la guerra tra gli uomini?
America fatti inculare assieme alla tua bomba atomica.
Non mi sento bene non stressarmi.
Non scriverò il mio poema se prima non cesserà la mia follia.
America quando sarai angelica?
Quanto scaglierai per terra i tuoi abiti?
Quando ti osserverai attraverso la tua tomba?

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Samuel Beckett: 'Senza'

Rovine vero rifugio finalmente verso cui da tanto lontano dopo tanti falsi. Spazi senza fine terra cielo confusi non un rumore tutto immobile. Faccia grigia due azzurro pallido corpo minuto cuore che batte solo in piedi. Spento aperto quattro pareti cadute all'indietro vero rifugio senza uscita.

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Evtushenko: 'Solitudine'

evt.jpgChe vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restare confusi...
Noi,
fuggendo la solitudine
e l'angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno ftno alla tomba.

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Rimbaud: 'Barbara'

Lungo tempo dopo i giorni e le stagioni, e gli esseri e i paesi,
la bandiera di carne sanguinolenta sulla seta dei mari e dei fiori artici; (non esistono).
Rimessi dalle vecchie fanfare d'eroismo - che ancora ci assalgono il cuore e la testa, - lungi dagli antichi assassini,
- Oh, la bandiera di carne sanguinolenta sulla seta dei mari e dei fiori artici; (non esistono) - Dolcezze!

I bracieri, spioventi sotto le raffiche di brina. - Dolcezze! - Questi fuochi alla pioggia del vento di diamanti gettata dal cuore terrestre eternamente carbonizzato per noi. - O mondo!

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Gottfried Benn. Quaternario

benn.jpgI.

I mondi s’imbevono e bevono
ebrezza per nuovo spazio
e i quaternari sprofondano
il sogno tolemaico.

Rovine, roghi, disfatte —
in tossiche sfere, fredda,
qualche anima stigia,
sola, sublime, antica.

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Jude Stéfan: una poesia

stefanjude.jpgAmicizie

Puoi amare querce al limite dell'acqua
navi d'alto bordo che salpano
un'amazzone con il suo levriero oppure
puoi amare lontano da esseri umani
la campagna inglese in solitudine
o meditare in estate abbagliato di fiori
come puoi amare il salto del cavallo
la pace del mulino o se preferisci leggende
del passato sogna suoni di corno nei boschi
o sottoboschi paesaggi barbari volti
di regine infine l'alito dell'eternità
che passa su alberi e fronde
e come me l'ebbrezza del silenzio.
[da Poesie, Guanda 1978.
Trad. di Perla Cacciaguerra]

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William Blake: 'Memorabile Deriva Immaginativa'

life_blake.jpgMentre camminavo fra i fuochi dell'Inferno, deliziato da quei godimenti del genio che agli Angeli appaiono come tormento e insania, raccolsi alcuni dei loro Proverbi; pensando che, così come i detti che s'usano in una nazione ne designano il carattere, allo stesso modo i Proverbi dell'Inferno renderanno palese la natura della sapienza Infernale meglio di una qualsiasi descrizione di edifici o abbigliamenti.
Quando me ne tornai a casa, sull'abisso dei cinque sensi, dove uno scosceso pendio minaccia il mondo presente, vidi un Diavolo possente ravvolto in nuvole nere che si librava sui fianchi della roccia: con fuochi corrosivi scriveva la frase seguente, che ora le menti degli uomini percepiscono, e sulla terra la leggono:

Che ne sapete se un qualunque uccello che taglia le strade dell'aria non è un immenso mondo di delizia chiuso dai vostri cinque sensi?

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Pessoa: una poesia

pessoa.jpgRientro e chiudo la finestra.
Mi portano il lume e mi danno la buona notte.
E la mia voce allegra dà la buona notte.
Magari la mia vita fosse sempre questo:
il giorno peno di sole, o addolcito dalla pioggia,
o tempestoso come se finisse il Mondo,
la sera mite e la gente che passa
guardaa con interesse dalla finestra,
l'ultimo sguardo amico alla quiete delle piante,
e poi , chiusa la finestra, il lume acceso,
senza leggere niente, senza pensare a niente, senza neanche dormire,
sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto.
E fuori un grande silenzio, come un dio che dorme.

[da Il guardiano di greggi - Poesie di Alberto Caeiro]

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Philip Larkin: una jazz poetry

larkinblu.gifdi Philip Larkin

A Sidney Bechet

Quella nota che tieni, restringendosi ed elevandosi, scuote
New Orleans come riflessa sull'acqua,
E in tutte le orecchie si desta la conveniente falsità,

Costruendo per qualcosa un Quartiere leggendario
Di balconi, cesti di fiori e quadriglie
Dove tutti fanno l'amore e partecipano ugualmente -

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Bukowski: "Splash"

buk.jpgSplash

l'illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.

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Charles Baudelaire: 'La Beatrice'

In terreni di cenere, calcinati, brulli, un giorno, mentre mi lagnavo con la natura, e, vagando senza meta, aguzzavo lentamente sul cuore la lama del pensiero, vidi, in pieno mezzodì, discendermi sulla testa una nube funebre, gravida di tempesta e d'un branco di demòni viziosi, in tutto simili a nani curiosi e crudeli. Si misero a guardarmi freddamente, e li udii - come fanno i passanti con i pazzi - ridere e bisbigliare fra di sé, scambiandosi cenni e ammicchi.

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Marianne Moore: una poesia

mmoore.jpgA una lumaca

Se "la concentrazione è il primo dono dello stile",
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l'acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell'assenza di piedi, "un metodo di conclusioni";
"una conoscenza di princìpi", nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale.

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Jean-Charles Vegliante: da Nel lutto della luce

charles_vegliante.jpgPlus rien, tu comprends, plus rien ne semble
te concerner; alors tu n'es plus
au monde, le seul, qui continue
sans toi, sans savoir si tu nous manques.

Niente, lo vedi, niente sembra
più riguardarti; così tu
non sei più al mondo, il solo, che va avanti
senza di te, ignorando se ci manchi.

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Paul Celan: 'Stretto'

celanstretto.jpgcontinua.gif Lo speciale 'Paul Celan'

STRETTO

Trascinato fino alla
terra
dall’infallibile scia:

prato, diviso in due dallo scritto. Le pietre, bianche,
con l’ombra di steli:
non leggere più- guarda!
non guardare più- va’!

Va’, la tua ora
non ha sorelle, tu sei-
sei tornato a casa. Una ruota, a fatica,
gira da sé, i raggi
si arrampicano,
si arrampicano su un campo nerastro, la notte
non manca di stelle, in nessun luogo
si domanda di te.

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AI (Florence Anthony): una poesia

ai.jpgDI PIÙ

a James Wright

Ieri notte sognai l’America.
Era una notte di gala.
Stava distesa sotto i globi rotanti
al palco improvvisato della banda
nel suo abito consunto,
e i tacchi troppo alti,
la gardenia
appuntata al petto
era scura e si sbriciolava.
Quanto vale, gridò,
questa terra gloria dei Pellegrini?
Quanto l’amore, risposi. Di più.
I globi ruotavano.
Non ho mai vinto nulla, dissi,
ho perso tempo e amanti, anni,
ma voi, monti purpurei,
voi onde ambrate di grano, mi appartenete
quanto io a voi.

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Andrea Zanzotto: 'Sì, ancora la neve'

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"Ti piace essere venuto a questo mondo?"
Bamb.: Sì, perché c'è la STANDA".

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi... ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l'ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è - il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: "siamo un segno senza significato":
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?

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Pindaro: un encomio

pindaro.jpgPer Teosseno di Tenedo

Al momento opportuno dovevi, animo mio,
coglier l'amore, in giovinezza.
Ma guardando i raggi
che dagli occhi di Teosseno balenano,
chi non trabocca di desiderio, ha il cuore nero
temprato nell'acciaio o nel ferro

con gelida fiamma. Disprezzato
da Afrodite pupille vivaci,
o soffre pene violente per ottenere guadagni,
o, servo di tracotanza femminile,
freddo percorre ogni sentiero.
Ma io, a causa di lei, come la cera delle api sacre

morsa dal calore, mi consumo, quando guardo
la giovinezza degli adolescenti dalle membra floride.
In Tenedo, certo,
Peito e Grazia abitano
nel figlio di Agesilas.

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Marina Cvetaeva: una poesia

Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti - dietro il muro bianco - un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo.

E, penzolandomi oltre i paletti dello steccato,
vedo: strade, alberi, soldati sbandati.
Una vecchia contadina, cosparso di sale grosso
mastica e mastica un tozzo di pane nero...

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Enis Batur: 'Predizione'

000072-2.jpgNatura morta che pulso appoggiato
sul suo varco: arrivò una zingara
la notte, mi apri le mani e una lunga,
serena pioggia le cadde sul viso:
"Passa tutto, ma tu non passi".

Risi: soffocato, di sasso, d'accordo: certo conosco
la mia stanca unicità nutrita nel rifugio:
io, crudele incrinatura, dialetto d'incendio
originario d'acqua e resina: Passa tutto
ed io rimango.

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Valerio Magrelli: una poesia

S. Eustorgio

magrellip.jpg

a Antonio Porta

Ora non ricordo il nome della chiesa
ma so che dava su una distesa,
un prato rovinato, e sotto,
diramandosi fino sotto il prato,
stava la cripta. Diramandosi,
l'albero di Jeffe o l'ostensorio,
un mozzo sepolto, araldico,
radiante (se "radiante" è il punto
della volta celeste da cui sembrano
divergere le traiettorie tracciate
dagli sciami di stelle cadenti).
Sostavamo parlando accanto all'asse
di quella cripta, cripto-perno
di un organo rotante.
Perché questa è la città,
sciame di stelle cadenti,
alveare astronomico.
"Si dovrebbe sempre partire da qui",
mi spiegava.

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Costantinos Kavafis: 'Candele'

kavafis.jpgCandele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria m'accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s'allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

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Derek Walcott: 'The Migrants'

walcottmigrants.gifL'onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen...

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Simon Armitage: una poesia

italy-arts-armitage330x230.jpgNon ho vagato per l'America in lungo e in largo
con un dollaro da spendere, un paio
di Levi's stracciati e un coltello a serramanico.
Ho vissuto con i ladri a Manchester.

Non ho camminato con il passo felpato per il Taj Mahal
a piedi nudi, ascoltando l'intervallo tra
un passo e l'altro, passo che sollevava e abbassava
la sua impronta sul pavimento di marmo. Ma

ho fatto saltare sassi piatti sul Black Moss un giorno
così immobile da udirne ogni sussulto
da sponda a sponda. Sentire l'inerzia di ogni sasso
dissiparsi sull'acqua prima di affondare.

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Adrienne Rich: 'Notte bianca'

rich.jpgLuce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

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Lautrémont: dai Canti

I gemiti poetici di questo secolo non sono altro che sofismi.
I principî primi devono rimanere fuori discussione.
Accetto Euripide e Sofocle; ma non accetto Eschilo.
Non date prova di mancanza delle convenienze più elementari e di cattivo gusto nei confronti del creatore.
Respingete l'incredulità: mi farete piacere.
Non esistono due generi di poesie; ce n'è uno solo.
Esiste una convenzione poco tacita tra l'autore e il lettore, in virtù della quale il primo si attribuisce il ruolo di malato, e accetta il secondo come infermiere. Il poeta, consolatore dell'umanità! I ruoli sono arbitrariamente invertiti.

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Neruda: L'amore

Che hai, che abbiamo,
che ci accade?
Ahi il nostro amore è una corda dura
che ci lega ferendoci
e se vogliamo
uscire dalla nostra ferita,
separarci,
ci stringe un nuovo nodo e ci condanna
a dissanguarci e a bruciarsi insieme.
Che hai? Ti guardo
e nulla trovo in te se non due occhi
come tutti gli occhi, una bocca
perduta tra mille bocche che baciai, più belle,
un corpo uguale a quelli che scivolarono
sotto il mio corpo senza lasciar memoria.
E come andavi vuota per il mondo
quale una giara color di frumento,
senz'aria, senza suono, senza sostanza!
Invano cercai in te
profondità per le mie braccia
che scavano, senza posa, sotto la terra:
sotto la tua pelle, sotto i tuoi occhi,
nulla,
sotto il tuo duplice petto sollevato,
appena
una corrente d'ordine cristallino
che non sa perché corre cantando.
Perché, perché, perché,
amore mio, perché?

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Neruda: Canto generale

Appena squillò la tromba,
tutto era pronto sulla terra,
e Geova divise il mondo
tra Coca-Cola Inc., Anaconda,
Ford Motors, e altre società:
la Compagnia United Fruit
si riservò la parte piú succosa,
la costa centrale della mia terra,
la dolce cintura d’America.
Ribattezzò le sue terre
“Repubbliche Banane”,
e sopra i morti addormentati,
sopra gli inquieti eroi
che conquistarono la grandezza,
la libertà e le bandiere,
instaurò l’opera buffa:
cedette antichi benefici,
regalò corone imperiali,
sguainò l’invidia, e chiamò
la dittatura delle mosche,
mosche Trujillo, mosche Tacho,
mosche Carías, mosche Martínez,
mosche Ubic, mosche umide
d’umile sangue e marmellata,
mosche ubriache che ronzano
sopra le tombe popolari,
mosche da circo, sagge mosche
esperte in tirannia.

Tra le mosche sanguinarie
sbarca la Compagnia
stipando di caffè e frutta
le sue navi che poi scomparvero
come vassoi con il tesoro
delle nostre terre sommerse.

Frattanto, entro gli abissi
pieni di zucchero dei porti,
cadevano indios sepolti
dal vapore del mattino:
rotola un corpo, una cosa
senza nome, un numero caduto,
un grappolo di frutta morta
finita nel letamaio.

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Baudelaire: Benedizione

Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta appare in questo mondo attediato, sua madre impaurita e carica di maledizioni stringe i pugni verso Dio che l'accoglie pietoso:
- "Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa derisoria? Maledetta sia la notte d'effimeri piaceri in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!

Poi che m'hai scelta fra tutte le donne perché divenissi disgustosa al mio triste marito, non potendo rigettare nelle fiamme come un biglietto amoroso questo mostro intristito,

farò ricadere il tuo odio che m'opprime sul maledetto strumento della tua cattiveria e torcerò talmente quest'albero miserabile che esso non potrà innalzare i suoi germogli impestati."

Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla Geenna i roghi consacrati ai delitti materni.

Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio ripudiato s'inebbria di sole, e in tutto quel che beve e che mangia trova ambrosia e nettare vermiglio.

Gioca col vento, discorre con la nuvola, s'ubbriaca, cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel suo pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come uccello di bosco.

Tutti coloro che egli vuole amare l'osservano intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a gara a chi gli caverà un sospiro, sperimentando su di lui la propria ferocia.

Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto egli tocca, s'incolpano d'aver posto il piede sulle sue orme.

Sua moglie va gridando per le piazze: - "Poi che mi trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli antichi, come essi vorrò che egli m'indori, e m'indori ancora;

m'ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se io possa, in un cuore che m'ammira, usurpare, ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.

E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle delle arpie, sapranno farsi strada sino in fondo al suo cuore.

Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò, sprezzante, al mio animale favorito perché se ne sazi."

Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi lampi del suo spirito lucido gli precludono la vista dei popoli inferociti:

- "Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza come un rimedio divino alle nostre vergogne e come l'essenza più pura ed efficace per preparare i forti a sante voluttà.

So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle tue Legioni, e che tu l'inviti all'eterna festa di Troni, Virtù e Dominazioni.

So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia mistica corona si dovranno tassare tutti i tempi e tutti gli universi.

Ma i gioielli perduti dell'antica Palmira, i metalli ignoti, le perle del mare, montati dalla tua mano, non basterebbero al bel diadema, chiaro, abbagliante;

esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro splendore, non sono che specchi oscuri e lagrimosi.

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Baudelaire: Al lettore

La stoltezza, l'errore, il peccato, l'avarizia, abitano i nostri spiriti e agitano i nostri corpi; noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti alimentano i loro insetti.
I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni e ritorniamo gai pel sentiero melmoso, convinti d'aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre macchie.

È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male il nostro spirito stregato, svaporando, dotto chimico, il ricco metallo della nostra volontà.

Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; ogni giorno discendiamo d'un passo verso l'Inferno, senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche.

Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato d'un'antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere clandestino e lo spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia.

Serrato, brulicante come un milione di vermi, un popolo di demoni gavazza nei nostri cervelli, e quando respiriamo, la morte ci scende nei polmoni quale un fiume invisibile dai cupi lamenti.

Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l'incendio, non hanno ancora ricamato con le loro forme piacevoli il canovaccio banale dei nostri miseri destini, è perché non abbiamo, ahimé, un'anima sufficientemente ardita.

Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, fra i mostri che guaiscono, urlano, grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi,

uno ve n'è, più laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida, ridurrebbe volentieri la terra a una rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo.

È la Noia! L'occhio gravato da una lagrima involontaria, sogna patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato - tu, ipocrita lettore - mio simile e fratello!

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Baudelaire: L'albatro

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.
Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi, candide ali, quasi fossero remi.

Com'è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco addietro così bello, com'è brutto e ridicolo. Qualcuno irrita il suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.

E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell'arciere, assomiglia in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

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Rilke: una poesia da Libro d'ore

Amo dell'esser mio le tenebrose
ore, in cui tocca ogni mio senso il fondo.
Ritrovo in quelle, come in vecchie carte,
percorsa già la mia vita terrena,
trasfigurata in luce di leggenda.

Per esse. allora, prevedo lo spazio
in cui vivrò la mia seconda vita,
fuori del Tempo, vasta. E a volte io sono
l'alto-stormente albero frondoso
che, ombreggiando la tomba di un fanciullo,
il sogno adempie già svanito e spento
- tutto in malinconie, tutto in canzoni -
in quell'esile corpo a cui si stringe
tepidamente anela ogni radice.

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Rilke: da Libro delle immagini

In queste cupe notti di bufera,
imbatterti tu puoi, rasente i muri,
in spiriti che un dì saranno vivi:
magri, pallidi volti.
cui resti ignoto estraneo,
e che, muti, ti lasciano passare.

Se schiudesser le labbra alla parola,
ecco così siccome sorgi e vai,
un fantasma saresti, all'improvviso:
fantasma di cadavere, dissolto
- da gran tempo - sotterra.
Ma restano in silenzio al par dei morti,
gli spiriti che un dì verranno al mondo.
Non ha principio, ancora, l'avvenire.
La sola faccia immergono nel Tempo
come sott'acqua: e non posson guardare!
Ma reggono - per poco - ad occhi schiusi
come sott'acqua: e veggon solamente
pesci guizzare e cànapi tuffarsi.

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Rilke: da Libro d'ore

Monte, che fosti prima di ogni monte;
clivo deserto; vetta senza nome;
eterna neve in cui muoiono gli astri;
o valle di ciclami, onde si esala
tutto il profumo della terra in fiore;
oracolo dell'alpe; o minareto
che grido, a vespro, ancora non emise,

io scorro dunque in Te, Signore Iddio,
e nel basalto sto, metallo intatto?
Umile invado le tue pètree vene,
e se nto, intiera, la durezza tua.

O non piuttosto questa angoscia mia
è paura soltanto è tetro orrore
delle immense citta, dove confitto
sino al mento m'hai tu, Signore Iddio?

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P.B. Shelley : Filosofia dell'Amore

shelley.jpgLe fonti si confondono col fiume
i fiumi con l'Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo e' celibe
e tutto per divina legge
in una forza si incontra e si confonde.
Perche' non io con te?

Vedi che le montagne baciano l'alto
del Cielo, e che le onde una per una
si abbracciano. Nessun fiore-sorella
vivrebbe piu' ritroso verso il fratello-fiore.
E il chiarore del sole abbraccia la terra
e i raggi della luna baciano il mare.
Per che cosa tutto questo lavoro tenero
se tu non vuoi baciarmi ?

[traduzione di Giuseppe Conte]

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Gerard Manley Hopkins: PORTO CELESTE

(Per una suora che prende il velo)

hopkins.jpgHo voluto andare
Dorve le fanti non vengono mai meno,
In campi dove non batte grandine dura e sghemba,
E sparsi gigli fioriscono.

E ho chiesto di vivere
Dove non giungono uragani,
Dove la verde distesa è nelle baie muta,
E Iungi dal moto del mare.

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Jack Kerouac: Poesia

Il jazz s'è suicidato
Fate che la poesia non faccia la stessa fine
Non temiate
l'aria fredda della notte
Non date retta alle istituzioni
quando trasformate i manoscritti in
arenaria
non inchinatevi né fate a cazzotti
per i pionieri di Edith Wharton
o per la prosa alla nebraska di ursula major
no, statevene nel vostro giardinetto
& ridete, suonate
il trombone di mollica
& se poi qualcuno vi regala perline
ebree, marocchine, o vattelapesca,
addormentatevi con quella collana al collo
E' probabile che facciate sogni più belli
La pioggia non c'è
non ci sono più me
te lo dico io, ragazzo,
sicuro come un siluro.

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Ruyard Kipling: una poesia

LA STRADA FRA I BOSCHI

Chiusero la strada fra i boschi
Settant'anni or sono.
Maltempo e pioggia I'hanno disfatta,
E ora mai pensereste
Che c'era un tempo una strada fra i boschi
Prima che piantassero gli alberi.
E' sotto la macchia e l'erica
E gli anemoni sottili.
Soltanto il guardiacaccia vede
Che, dove cova la palombella,
E ruzzoliano i tassi a loro posta,
C'era un tempo una strada fra i boschi.
Pure, se entri nei boschi
Una sera d'estate sul tardi,
Quando l'aria notturna rinfresca i laghetti cerchiati dalle trote,
Dove l'ottarda fischia alla contagna,
(Nei boschi non temono gli uomini,
Così pochi ne vedono),
Udrai lo scalpitare d'un cavallo
E il fruscio d'una gonna nella rugiada
Vanno sicuri al piccolo galoppo
Per le solitudini nebbiose,
Quasi conoscano punto per punto
L'antica strada fra i boschi peduta...
Ma non c'è strada fra i boschi!

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T.S. Eliot: Siamo gli uomini vuoti

Un penny per il vecchio Guy

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l'un l'altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell'erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all'altro regno della morte
Ci ricordano - se pure lo fanno - non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati...

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S. Francesco d'Assisi: Laudes creaturarum

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual'è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

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Iacopone da Todi: Ensegnateme Iesù Cristo

«Ensegnateme Iesù Cristo, ché eo lo voglio trovare,
ché eo l'aio udito contare ch'ell'è de me 'nnamorato.
Pregove che m'ensegnite la mea ennamoranza;
faccio gran villania de far plu demoranza,
fatta ne à lamentanza de tanto che me à aspettato».
«Se Iesù Cristo amoroso tu lo vollese trovare,
per la valle de vilanza che t'è opporto d entrare;
nui lo potemo narrare, cà multi lo ci òne abbergato».
«Pregove che consiglite lo core me' tanto affritto
e la via me ensegnite, ch'e' 'l pòzza tener lo deritto;
da c'ad andare me metto, ch'eo non pòzza essere errato».
«La via per entrar en villanza è multo stretto a l'antrata,
ma po' che drento sirai, lebbe te 'n fi' la iornata;
siràine assai consolata, se c'entrarai 'n quello stato».
«Oprétemenne la porta, ch'eo voglio entrar en viltate;
cà, se Iesù Cristo se trova en quelle vili contrate,
decetelo en veretate, cà multi lo ci òne trovato».
«Non te ce lassamo entrare (iurato l'avem de presente),
ché nullo ce pòte transire, che aia vestire esplacente;
e ttu ài vesta fetente, l'odore ne à conturbato».
«Qual è el vestire ch'e' aio, el qual me fa putugliosa?
Ché eo lo voglio iettare, per essare a Deo graziosa;
e 'n como devente formosa lo core ne ho enanemato».
«Ora t'espoglia del mondo e d'onne fatto mundano,
che tu n'èi multo 'ncarcata e 'l core non porte sano;
pare che l'agi sì vano del mondo o' n'èi conversato».
«Del mondo c'aio 'l vestire, vegente vui, me nn'espoglio;
e nullo encarco mundano portare meco non voglio;
et onn'encreato ne tollo, ch'eo 'n core n'avesse adunato».
«E non n'èie, pare, spogliata como se converria,
del mondo no n'èi desperata, spene ci ài falsa e ria;
spògliaten e ièttala via, ch'êl cor non te sia reprobato».
«Et eo me 'n voglio spogliare d'onne speranza ci avesse
e vogliomene fugire da onn'om che me sovenesse;
megl'è s'eo en fame moresse ca 'l mondo me tenga legato».
«Non n'èi, parce, spogliata che llo ne sia 'n placemento;
la spirital amistanza granne ne ài vestemento;
usato è che ietta gran vento e multi se ci ò tralipato».
«Multo m'è duro esto verbo, lassare loro amistanza,
ma veio che loro usamento m'areca ad alcuna onoranza;
per aquistar la vilanza siraio da loro occultato».
«Non ne t'è oporto a fugire loro usamento a stasone,
ma ètte oporto a cavere de no ne oprir tua stazzone;
per l'uscio entra 'l latrone e portane 'l to guadagnato».
«Oprétemenne la porta, prègovenne 'n cortesia!
Ch'eo pòzza trovar Iesù Cristo, en cui aio la spene mia.
Respundime, Amor, vita mia, non m'essare ormai 'straniato!».
«Anema, poi ch'è' venuta, respondote volunteri;
la croce, loco è meo letto, là 've te poi meco unire;
sacci, se cce vol' salire, averàime po' a beverato».
«Cristo amoroso, et eo voglio en croce nudato salire
e voglioce abracciato, Signore, con teco morire;
gaudio siràme a patere morire con teco abracciato».

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Lapo Gianni: Sì come i Magi

Sì come i Magi a guida de la stella
girono inver' le parti d'Orïente
per adorar lo Segnor ch'era nato,
così mi guidò Amore a veder quella
che 'l giorno amanto prese novamente,
ond' ogni gentil cor fu salutato.
I' dico ch'i' fu' poco dimorato,
ch'Amor mi confortava: «Non temere!
Guarda com' ella viene umile e piana!»
Quando mirai, un po' m'era lontana:
allora m'aforzai per non cadere;
il cor divenne morto, ch'era vivo.
Io vidi lo 'ntelletto su' giulivo,
quando mi porse il salutario sivo.

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Lapo Gianni: Sì come i Magi

Sì come i Magi a guida de la stella
girono inver' le parti d'Orïente
per adorar lo Segnor ch'era nato,
così mi guidò Amore a veder quella
che 'l giorno amanto prese novamente,
ond' ogni gentil cor fu salutato.
I' dico ch'i' fu' poco dimorato,
ch'Amor mi confortava: «Non temere!
Guarda com' ella viene umile e piana!»
Quando mirai, un po' m'era lontana:
allora m'aforzai per non cadere;
il cor divenne morto, ch'era vivo.
Io vidi lo 'ntelletto su' giulivo,
quando mi porse il salutario sivo.

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Lapo Gianni: Eo sono Amor

«Eo sono Amor, che per mia libertate
venuto sono a voi, donna piagente,
ch'al meo leal servente
sue greve pene deggiate lenare.
Madonna, e' no mi manda, e questo è certo;
ma io, vedendo 'l su' forte penare
e l'angosciar - che 'l tene in malenanza,
mi mossi con pietanza - a voi vegnendo:
ché sempre tene lo viso coverto,
e gli occhi suoi non finan di plorare
e lamentar - di sua debol possanza,
merzede a la su' amanza - e me cherendo
Per voi non mora, poi ch'io lo difendo;
mostrate inver' di lui vostr' allegranza,
sì ch'aggia beninanza.
Merzé: se 'l fate, ancor poria campare».
«Non si convene a me, gentil segnore,
a tal messaggio far mal' acoglienza:
vostra presenza - vo' guiderdonare,
sì come sòle usar - bona ragione.
Veniste a me con sì libero core,
di vostro servo avendo cordoglienza:
gran canoscenza - lo vi fece fare,
ond' i' vo' dare - al su' mal guarigione.
Portateli lo cor ch'avea 'n pregione,
e da mia parte li date allegranza,
che stea fermo a su' amanza
di buono amore puro da laudare».
«Mille merzé, gentil donna cortese,
del buon risponso e del parlar piagente,
ché 'nteramente - m'avete appagato,
ed adoblato - mia domandagione:
sì che 'nver' voi non posso usar riprese,
ché mai non trovai donna sì valente
che suo servente - aggia sì meritato,
ch'è suscitato - da morte e pregione.
Donn' e donzelle ch'amate ragione,
deh or ecco donna di gran valentia,
che per sua cortesia
vuole su' servo sì guiderdonare!»

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Guido Cavalcanti: Vedete ch'i' son un che vo piangend

Vedete ch'i' son un che vo piangendo
e dimostrando - il giudicio d'Amore,
e già non trovo sì pietoso core
che, me guardando, - una volta sospiri.
Novella doglia m'è nel cor venuta,
la qual mi fa doler e pianger forte;
e spesse volte avèn che mi saluta
tanto di presso l'angosciosa Morte,
che fa 'n quel punto le persone accorte,
che dicono infra lor: «Quest' ha dolore,
e già, secondo che ne par de fòre,
dovrebbe dentro aver novi martiri».
Questa pesanza ch'è nel cor discesa
ha certi spirite' già consumati,
i quali eran venuti per difesa
del cor dolente che gli avea chiamati.
Questi lasciaro gli occhi abbandonati
quando passò nella mente un romore
il qual dicea: «Dentro, Biltà, ch'e' more;
ma guarda che Pietà non vi si miri!»

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