|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO

Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

Cucù, la Romania non c'è più[La scintilla è partita un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Qui la petizione on line: vi può aderire chiunque concordi con l'appello. Di seguito, il testo.]

stacco.gif


63ma Mostra del Cinema di Venezia: il Genna giurato in andropausa / 2

veneziavanity.jpg[Qui la prima puntata del falso gonzo-reportage pubblicato su Vanity Fair]

La mia personale ricerca del Graal (che sarebbe una coppa e a Venezia c’è solo una coppa, che si chiama Coppa Volpi) ha un nome che non è Volpi, ma Johansson: Scarlett, per gli amici come me, addirittura Scarl se sei più di un amico: lo stato superumano che mi propongo di toccare. Sono qui come giurato e giuro che è Divina. Però da giorni Scarlett è sparita nel nulla. E infatti la mia cerca del Graal si conclude con l’esito più tragico (per me). Ecco come è andata.

stacco.gif


63ma Mostra del Cinema di Venezia: il Genna giurato in andropausa

Prima puntata del finto gonzo-reportage apparso su Vanity Fair

veneziavanity.jpgEssere giurato alla Mostra del Cinema di Venezia, per uno scrittore, equivale a un biglietto per il prossimo Shuttle recapitato a un ragioniere di Ladispoli. E’ vero che lo Shuttle comporta alcuni plausibili effetti collaterali: per esempio, morire. A Venezia non è possibile morire, perché ci ha già pensato Thomas Mann a scrivere Morte a Venezia (ma non durante la Mostra) e Luchino Visconti a girarne il corrispettivo cinematografico: all’Hotel des Bains, dove alloggiano le giurie (e quindi anch’io), e dove sono state ambientate scene del film più commovente della storia del cinema, Il paziente inglese (non è vero che è il film più commovente della storia, ma così la pensano tutte le donne con cui ho tentato di fidanzarmi e, per istinto di sopravvivenza, ho capito la lezione: credetemi, Il paziente inglese è davvero il film più commovente della storia – almeno se siete maschi eterosessuali che desiderano fidanzarsi).

stacco.gif


DIES IRAE e Vittorio Sereni


genna_sereni.jpgNon mi capita mai o, se è capitato, è capitato all'estero. Il pezzo che segue, un'analisi critica a opera di Luca Fiorentini (pubblicata su ORE PICCOLE) sulla scorta dell'impostazione mengaldiana, entra nel cuore di una distorsione ritmica e lessicale che, in un passo del Dies Irae, ho praticato su Amsterdam, da Gli strumenti umani di Vittorio Sereni. Non è che la letteratura sia un cruciverba e vada letta esclusivamente così. Certo è che non è possibile che la critica non intercetti operazioni di questo tipo, che sono intenzionali per l'autore, nonostante non siano previste al momento in cui il testo si crea.
L'articolo di Luca Fiorentini mi fornisce ossigeno, esattamente come proprio ad Amsterdam, nel corso di un'intervista per la presentazione dell'edizione olandese del Drago, me lo fornì un giornalista che mi chiedeva perché, a pagina 25 di un apparente thriller, io distorcevo High windows di Philip Larkin e domandava a me e a se stesso se davvero ci trovassimo di fronte a un thriller.
Ecco la puntale analisi di Fiorentini, che coglie appieno le mie intenzioni, partorite nel momento in cui scrivevo quel passo.

stacco.gif


WIR SIND EIN VOLK: Grass e il caso Germania


wsev.jpg

"Mi fa male ancor oggi. Un male che poco fa mi ha costretto a cacciare la testa tra i cuscini" - Günter Grass, Il tamburo di latta (1959)

Per coincidenza dovuta a sfighe personali e motivi di studio per il prossimo romanzo, mi sono trovato a Berlino nelle due settimane che hanno visto emergere, sui media europei e americani, grass1.jpgl'aspro dibattito intorno alla confessione di Günter Grass, che nella sua autobiografia, Sbucciare cipolle, rivela di essersi arruolato a 17 anni nelle file delle SS, dopo un rifiuto della Marina militare di Hitler presso le cui sedi aveva presentato richiesta, essendone respinto. Ne è fuoriuscita una colata lavica, uno strascico di letame intellettuale e storico, un boom di news. Nello stesso momento in cui un altro scrittore saliva alla ribalta di riflettori funerei: l'israeliano David Grossman, a cui avevano ucciso il figlio Uri, riservista militare caduto nell'invasione del Libano da parte di Israele.
Tempi ambigui che esigono un'analisi provvisoria. Provvisoria, ma necessaria: sul nostro tempo, sulla memoria, sulle responsabilità, sulla Germania e il nostro continente.

stacco.gif


La concezione della bellezza in Stendhal

[da www.24sette.it]

di SARA CASTAGNACCI

stendhal.jpg"Il vero mestiere dell’animale è scrivere un romanzo in una soffitta"
Stendhal

Personalità contraddittoria quella di Henry Beyle, divisa tra una trasparente lucidità di pensiero, di eredità illuminista, tesa sempre alla ricerca della verità, e un temperamento romantico che lascia il posto al vago fantasticare dell’immaginazione. Stendhal fu un grande simulatore e dissimulatore di se stesso; nella sua vita si contano più di cento pseudonimi e numerosi plagi, che esprimono chiaramente l’intento di crearsi un rifugio al riparo da occhi indiscreti. Ma questa volontà di nascondersi è ad un tempo una volontà di preservarsi, come dimostra uno degli episodi più citati della vita del giovane Beyle, ossia quando da bambino si andava a nascondere sotto il tiglio di casa per leggere Cervantes all’insaputa del padre.

stacco.gif


'La Stampa' su Genna/La Porta: fiction o faction?

• TENDENZA MUSIL O TENDENZA CAPOTE?

Suona l'ora della faction come le opere di Corrias e Romagnoli,reportage in diretta dal presente.Ma c'è chi non è d'accordo e difende a spada tratta la fiction, ossia la letteratura-letteratura, quella stile Pincio o Luther Blissett, dove si creano miti.
di GIOVANNA ZUCCONI
[da La Stampa, 18.5.06]

Secondo un luogo comune molto condiviso e molto ripetuto, negli ultimi anni sarebbero stati i romanzi gialli e noir a raccontare meglio l'Italia. Ora che il genere ha saturato le librerie e i lettori, qual è la letteratura più centrale e più necessaria, quale la scrittura che meglio restituisce lo spirito del tempo? Recensendo sul Corriere della Sera l'ultimo libro di Pino Corrias, una raccolta di dieci reportage in luoghi italiani cruciali dal Vajont a Arcore, il critico Filippo La Porta ha scritto che oggi in Italia la vera letteratura è quella non di invenzione ma di racconto della realtà. Faction (cioè narrazione documentale) e non fiction, come direbbero gli anglosassoni: più Truman Capote, e meno Philip Roth o Robert Musil. A Filippo La Porta ha risposto (nel sito della collana rizzoliana 24/7) Giuseppe Genna, accalorandosi a favore della letteratura-letteratura che inventa la realtà e non insegue tivù e giornali: fiction e non faction. Mentre la polemica sta rimbalzando nella rete, per esempio nel blog di Loredana Lipperini Lipperatura, mettiamo qui a confronto e a contrasto le voci di Filippo La Porta e Giuseppe Genna.

stacco.gif


Genna su La Porta: fiction vs faction

257.jpgSul Corriere della Sera, pochissime righe a supporto dell'articolo che celebra Luoghi comuni di Pino Corrias: ne è autore Filippo La Porta che, nuovamente, si schiera per la schiavitù della letteratura alla cosiddetta "realtà" e contro l'immaginario. La risposta dell'autore del Dies Irae, Giuseppe Genna [a destra nella foto; a sinistra, Filippo La Porta].


• CARO LA PORTA, LA TUA REALTA' NON E' LA MIA. E NEMMENO LA LETTERATURA
di GIUSEPPE GENNA


Poiché la critica vera è quasi morta, rappresentata ormai da grandissimi intellettuali come Citati Cordelli Siciliano Canali Mengaldo, dovremmo accontentarci della critica giornalistica? Su questo punto non ho il minimo dubbio: sì. La critica letteraria, sui giornali, accenna, grazie alla capacità di lettori professionali, a suggestioni intorno a un libro, e divulga affinché il libro venga letto. La critica vera, invece, non è critica: è teoria della letteratura o non è. La teoria della letteratura non ha praticamente rappresentanza sui quotidiani o sui mezzi di comunicazione e, da scrittore di ormai lunga navigazione nel cosiddetto "àmbito editoriale", è circa un ventennio (diciamo dalla fine di Alfabeta) che ravviso la pubblica assenza di teoria della letteratura su media massivi (discorso altro, ovviamente, per i libri: ne escono, e di ottimi). Soltanto gli intellettuali di cui ho fatto i nomi sopra sono recentemente intervenuti (e recentemente vale qui per un periodo, diciamo, di cinque anni: il che è tutto dire) con potenza e profondità, per aiutare gli scrittori a chiarire le tenebre in cui sono immersi nell'affrontare il presente.

stacco.gif


Terzo grado all'emulazione fallita dell'intellettuale italiano

roswellautopsia.jpgIl saggio di Lavagetto (di cui, qui) ha un grande merito: sgombera definitivamente il campo dalle assurde imbecillaggini che, da un paio di anni, vanno strepitando personaggi. I quali, d'ora in poi, verranno nominati su questo e-zine solo allorquando scriveranno o diranno cose di cui vale la pena di parlare. E' impressionante osservare le scempiaggini propalate come vaticini da gente a cui io, Giuseppe Genna, nel pieno delle mie facoltà mentali ma non fisiche, non concedo personalmente d'ora in poi la patente di intellettuali. E' uno sconforto che mi ha preso per un paio di mesi e nei confronti del quale ho elaborato questa terapia: rimozione. Discutere a Fahrenheit con due esponenti della cosiddetta "Cultura", che non hanno la benché minima idea degli abissi spalancati da Guido Ceronetti, del quale sono chiamati a parlare; osservare l'immeritato grado di attenzione che in Rete si concede a fatti e comparse fumettistiche risibili e grotteschi; verificare, da centrale del gossip editoriale quale sono mio malgrado diventato, affermazioni deliranti da parte di editor, consulenti, agenti e quant'altro; leggere paginate intere dedicate a palesi cazzate su quotidiani nazionali; ascoltare interviste di personaggi ormai alla deriva nel gran mare della saccenza - tutto ciò è un'occupazione che impegna energie psichiche in maniera inutile. Come già avevo fatto qui, mi rivolgo dunque, per l'ultima volta, a un emblema generale del mondo della "Cultura": una sommatoria antropoide di caratteristiche per me disgustose, che a mio giudizio non ha ospitalità in alcun pantheon né dignità di essere ascoltato nel momento in cui parla, a chissà che titolo, di cultura.
Ecco l'ennoio in forma di terzo grado a questo inutile idiota.

stacco.gif


SERGIO ENDRIGO, 1933-2005

di WU MING
endrigo_s.jpg[Mi ha colto di sorpresa la morte di Sergio Endrigo. In un giro di sms, Igino Domanin mi ha scritto il più azzeccato commento: con Endrigo si chiude un'era. I Miserabili avevano aderito (qui) alla campagna per la rivalutazione letteraria di questo grande autore: grande autore non soltanto in senso canoro. La suggestione era stata lanciata da Wu Ming 1, ed è per questo motivo che i Miserabili tornano ad appoggiarsi a WM, autore di un bellissimo pezzo spedito ierisera e che subito è stato ripreso da molte parti in Rete. gg]

Ci coglie di sorpresa la morte di Sergio Endrigo, appena annunciata al telegiornale.

Ho sentito l’urlo di belve
In gabbia e in catena
E il passero in cerca di pane
Il silenzio della prigione
E il grido degli ospedali
Chi nasce e chi muore
Ho sentito la voce dell’uomo
Che canta per fame
Per rabbia ed amore
La voce dell’uomo
Quando canta io l’ascolto.

stacco.gif


Meridiani di sangue

cover_donnamoderna.jpgL'ambizione della bella collana i Meridiani di Mondadori era un tempo esplicita: essere la Plèiade italiana. Una collana come i Meridiani conferisce prestigio a una casa editrice e fornisce l'idea che questa casa editrice sia il vero grande catalogo di un'editoria nazionale. Di qui, la convinzione di costituirsi quale realtà letteraria in grado di fornire un canone - forse l'unico canone rimasto in vita nelle librerie. Beh, niente di tutto questo, se non che il canone c'è sì, ma nelle edicole, e quindi va a non esserci più. Allegando i Meridiani a 10 euro a riviste come Panorama, Donna Moderna e Chi, Mondadori ha compiuto il passo definitivo verso l'abbattimento di ogni idea di cultura che non sia legata al Mercato Svaccato. Non sta qui parlando uno che ha la puzza sotto il naso rispetto al mercato, sia chiaro. Però resto convinto che una cosa sia il mercato (svaccato, per di più) e un'altra la comunità dei lettori, la cosiddetta Repubblica Democratica dei Lettori. Se uno scrive, se uno pubblica, è chiaro che desidera che il libro sia letto da molte persone. E' però ovvio che non questa è la prospettiva in cui si è messa Mondadori con quest'operazione: allegare i Meridiani a riviste di quella fatta significa semplicemente voler guadagnare, o mettersi a rincorrere gli allegati letterari di Repubblica contro cui la stessa Mondadori si era schierata nei suoi massimi gradi dirigenziali. Ciò che va perduto, e secondo me definitivamente, è il prestigio dei Meridiani, già molto compromesso negli ultimi anni per scelte che destavano il sospetto di furbizia, come quella di piazzare in quella collana i romanzi di uno scrittore come Camilleri, che vende moltissimo e pubblicherà - speriamo per moltissimo tempo - romanzi.

stacco.gif


L'autore inesistente. Pseudonimi, eteronimi, noms de plume

g_rivolta.gifdi GIANLUCA RIVOLTA

[Succede che un libretto di 32 pagine autoprodotto nel gennaio scorso da Felice Campora (48 anni, narratore e insegnante di inglese al liceo scientifico di Amantea, provincia di Cosenza) venga spedito, insieme ad altri materiali, alla redazione del settimanale Carta, all'attenzione però del collettivo Wu Ming. Da Roma il plico viene inoltrato a Bologna, dove il libretto viene letto e segnalato al Miserabile Scrittore. Trattasi di una raccolta di tre brevi saggi tra il serio e il faceto. Il primo ("Una modesta proposta per migliorare la segnalazione del fallo di fuorigioco nel gioco del calcio") è firmato dallo stesso Campora, gli altri due, rispettivamente, da Gianluca Rivolta a.k.a. "Gianni Blissiano" (nella foto a destra) e da Marco Vittorio Castello. Il saggio di Rivolta riassume con grande chiarezza e nitore i termini di un'annosa questione: la "identità dell'autore". Tale riassumere casca come cacio sui maccheroni scotti di recenti polemiche sui nicknames. Sì, perché dopo tanto confusionismo, qui c'è bisogno di tornare all'abc.
Dall'introduzione di Campora: "Rivolta riesce a giocare continuamente con l'argomento, chiudendo il testo con una ironia sconosciuta negli scritti che di lui ho già avuto modo di leggere. Rivolta è infatti autore di un racconto breve, La Macchia, che ho avuto l’onore di presentare in una raccolta intitolata Sette Racconti di Mistero, stampata solo un mese fa. In precedenza, Rivolta si era già interessato alla pseudonimia con un breve articolo apparso su Ora Locale nel Dicembre del 1997; il suo è quindi un interesse originale e autonomo."
Col permesso di autore e curatore, proponiamo qui il testo.]

stacco.gif


Pincio: Welcome into the unreal world…

di TOMMASO PINCIO
tommasopinciounreal.jpg[Invito i Miserabili Lettori a visitare la distopia che l'autore de La ragazza che non era lei ha aperto nella sua temporary autonome zone. Da qui, riprendo una dichiarazione di estetica e psicostoria dello stesso Pincio, che mi pare fondamentale per abituarsi a guardare alle rinnovate poetiche italiane. gg]

“Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos’è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo sesso, droga e rock & roll?”

Nei giorni in cui ero ancora un bambino spaurito capitava che mia madre mi portasse con sé nei suoi irrequieti giri per le vie di centro. Ricordo come mi incantavo guardando i giovani che allora popolavano le strade. Avevano capelli lunghi, vestiti colorati e sedevano sul selciato suonando la chitarra e cantando incuranti della gente che scuoteva la testa.

stacco.gif


Cacciari: sull'Ulisse di Dante

di MASSIMO CACCIARI

cacciari03.gifTutto l’itinerario lungo le prime due Cantiche è un ritorno del pellegrino in se stesso, un doloroso rammemorare i peccati commessi, le seduzioni e i pericoli che ne hanno minacciato la salvezza. Ma due figure ardono ancora ai suoi occhi con tale «violenza» da farlo cadere , da sembrare capaci di sbarrargli la via. Esse sono strettamente intrecciate nel più paradossale degli abbracci, al di là di ogni differenza di tempo e cultura. È la «bufera» che trascina, stringe, vince l’amore di Francesca, «bufera» che non concede riposo per tutta l’eternità. È l’ardore, il furor di Ulisse, incapace anch’esso di stare , fiamma che si alimenta da sé, inestinguibile. «Allor mi dolsi...»: sono queste le figure che riaccendono in Dante tutta l’ angustia per la sua vita passata, insieme all'ansia struggente di metanoia , di conversio ; «... e ora mi ridoglio»: e tanto forte è stata quell’ angustia vissuta nel momento dell’incontro, che ancora adesso, che il viaggio è finito, che la suprema visione è stata attinta, il suo ricordo lo tormenta.

stacco.gif


"Avrei preferenza di no": il Bartleby di Melville

de_michelis_jacopo.jpgBartleby alle radici del romanzo contemporaneo
di JACOPO DE MICHELIS

8807820056.jpgC'è qualcosa in Bartleby lo scrivano, questa strana e bellissima novella di Melville, che sembra sottrarla alla letteratura dell'Ottocento per assegnarle un posto di diritto accanto alle opere di Kafka, Musil, Joyce, Pirandello, Gadda, eccetera. Bartleby anticipa infatti in modo stupefacente temi e modi che saranno fatti propri dalla narrativa novecentesca.

stacco.gif


Pincio: Philip Dick tradito dal futuro

dickpincio.jpgdi TOMMASO PINCIO

Consideriamo la seguente domanda retorica: «E dove vuoi che succedano le cose, se non nel futuro?». La si direbbe una considerazione più che plausibile. Il passato è passato e dunque non alla portata di eventi che non siano già accaduti, mentre il presente è spesso di una noia mortale e comunque sia slitta costantemente verso il futuro. Tutt'altro che secondario, poi, è che la domanda in questione venga posta dal personaggio di un romanzo di fantascienza, genere avveniristico per definizione. Ma siccome stiamo parlando di un romanzo fantascientifico affatto particolare e di uno scrittore per il quale niente è davvero ciò che sembra, è bene essere cauti. Per l'esattezza, stiamo parlando di Noi marziani di Philip K. Dick, il che ci autorizza a dubitare. Anzi, di più, ci impone di ipotizzare che se mai c'è un luogo nel quale la desolante prospettiva di una calma piatta è possibile, questo è proprio il futuro.
Chi ci dice che il futuro passerà?

stacco.gif


L'incrocio Capote-Parise

di STEFANO CIAVATTA
[Questo articolo è stato pubblicato sul 'Giornale di Sardegna'il 31 maggio scorso. Ringrazio Stefano Ciavatta per il permesso di riprodurlo qui. gg]

parisecapote.jpg“Sono sempre stato un lettore e un ammiratore di due autori. Somerset Maughan e Truman Capote. Il primo per la sua infinita leggibilità e humour, il secondo per una certa sua magia creata da immagini e parole, quanto meno insolite, ricercate e barocche. Entrambi autori snob, oggi ben poco letti e perciò pronti per essere ripubblicati da Adelphi.” Vent’anni dopo il commento di Goffredo Parise, accade il contrario, che a rilanciare lo scrittore veneto sia proprio quell’editore, definito snob senza malizia da Parise stesso, mentre Capote si gode già da tempo un meritato Meridiano. Ma non finisce qui: entrambi gli enfant prodige (affini nella carriera come nei successi, nella prematura scomparsa e nelle due opere finali, i Sillabari e le Preghiere esaudite rimaste incompiute per lo stessa sindrome da pagina bianca) vedono oggi riproposti sugli scaffali due volumi di prose brevi, composti da testi, articoli con vocazione di saggi letterari (è il caso di Parise con Quando la fantasia ballava il boogie, Adelphi, 20 euro), ritratti, reportages, cartoline, incastonate in precedenza nei rispettivi meridiani. Come a dire che su queste pagine non è ancora stata detta l’ultima parola.

stacco.gif


Safran Foer: Immaginazione

di JONATHAN SAFRAN FOER
[Autore celebratissimo dalla critica americana, dopo l'esordio con Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer è presente attualmente in tutte le librerie italiane con il suo secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino, edito da Guanda]

L’immaginazione come strumento di comprensione
1. Una formula vaga in un momento di disperazione
Ho comunicato il titolo di questa conferenza molto tempo prima che avessi la benché minima idea del tema del mio intervento. Era il 2 novembre, giorno dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Vale a dire che la disperazione era nell’aria già prima di ricevere la telefonata con cui venivo informato che prima della fine di quella telefonata avrei dovuto trovare un titolo. «Un titolo per cosa?» ho domandato.
Mi trovavo in California. Ero appena tornato dopo un mese in Giappone – per il mio viaggio di nozze – e pativo il cambio di fuso orario, ero frastornato e ansioso di tornare nel mio letto, nella mia camera, in casa mia, e nella mia New York inossidabilmente pro-democratici. «È per la conferenza di Venezia» mi ha spiegato la mia agente. «Scusa un attimo…» le ho risposto, calando il secchio nel pozzo del mio cervello. Ma è tornato su vuoto. «Forse, se trovi una formula vaga…» mi ha suggerito lei.
Io ho calato di nuovo il secchio e mi sono ricordato – a proposito di chissà che – una poesia letta di recente, del poeta polacco Zbigniew Herbert. Uno dei versi diceva: «L’immaginazione è lo strumento della comprensione».

stacco.gif


Mitopoiesi di Sergio Endrigo, ancora

di SCOTT.RONSON
endrigobn3.jpg[Si ricorderà la campagna lanciata, da più scrittori, per la salvaguardia e la valorizzazione letteraria di Sergio Endrigo, autore del folgorante romanzo autobiografico Quanto mi dài se mi sparo?. La campagna ha dato buoni frutti: Endrigo è stato a Fahrenheit a parlare del suo romanzo, e poi si è catapultato sul palco dell'Ariston, segnando un record: un libro presentato per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo. Ora, sul blog BUONI PRESAGI, appare un intervento che mi pare il caso di riprendere... gg]

"Tutta l'opera di Petrarca si può riassumere con il verso di Endrigo 'dite a Laura che l'amo'" (V. Sgarbi)
A cavallo tra il 3 e il 4 marzo 2005, attorno alla mezzanotte, il festival di San Remo è stato teatro di un avvenimento incredibile: il presentatore si è intrattenuto qualche minuto (pochini, a dire il vero) con un attempato cantante italiano di altri tempi, Sergio Endrigo, che su quel palco aveva presentato trentacinque anni prima una canzone intitolata “L’arca di Noè”, intrisa allo stesso tempo di visioni apocalittiche che manco Dylan (“un volo di gabbiani telecomandati e una spiaggia di conchiglie morte”) e di una dolce speranza per una vita e un mondo migliore. Nel frattempo, Endrigo è stato dimenticato, relegato nel passato, in una tradizione cantautorale e melodica antiquata rispetto ai vari Guccini, De André e ad altri cantautori che possono vantare un ampio seguito trans-generazionale, e ha avuto modo di riflettere sul senso di questa caduta nell’oblio, sulle sue ragioni, sulle sue conseguenze, sulle possibili vie di uscita. E ne ha tratto un romanzo.

stacco.gif


Pasolini: dal mito della morte al mito del morto

di BRUNO PISCHEDDA

ppppischeddacover.jpg

[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere «Pasolini». E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]

pischeddappp.jpg«Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l’adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica.»
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, “MicroMega”, 4/95). A distanza di oltre vent’anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c’è modo di rescindere l’opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l’apice violento, lo scempio conclusivo.

stacco.gif


Lettura silenziosa della poesia

di MARIO BENEDETTI

Siamo ancora abituati alla lettura silenziosa? La poesia recitata o cantata con l’accompagnamento di strumenti musicali è stato fenomeno antico. Poi, si dice, è avvenuta la definitiva rivoluzione romantica. Oggi la poesia, eminentemente lirica, si compromette con la sua teatralizzazione o con le parole per melodie di arcadia dei sentimenti: cantautori e cantautrici. Non che la poesia non si possa proporre così, ma in questo modo si elude quanto di irrinunciabile la lettura silenziosa porta con sé: un fatto di modalità ma anche di contenuti. La modalità risiede innanzitutto nel tipo di tempo che richiede la lettura silenziosa: uno scarto temporale, una temporalità di natura diversa, senza rumore, e lenta, per intenderci, che rifiuta l’ordinarietà; un tempo interrotto per dire così, scandito dal ritmo della musica dei versi, differente per ogni libro e autore.

stacco.gif


Clevenger su Baer: Baciami, Giuda

di CRAIG CLEVENGER

baercover.jpg

In occasione dell'uscita, per gli imperdibili tipi di Marsilio Black, del grande noir di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda (€ 14.50; qui il booktrailer), l'eminenza nera della collana, Jacopo De Michelis, ha tradotto questo appassionato intervento di Craig Clevenger, il cui Manuale del contorsionista sta per uscire per Strade Blu Mondadori. Ringrazio Jacopo per il permesso di pubblicare questo pezzo. gg]

Alla terza riga del primo romanzo di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda, c’è scritto: «Sono freddo, religiosamente freddo». Letta quella riga, ho chiuso di scatto il libro, ho smesso di curiosare tra gli scaffali e l’ho comprato, praticamente divorando la storia quello stesso pomeriggio. Stando a quanto mi dicono tutti, la reazione è sempre la stessa. Quella riga è il punto di non ritorno, quando il lettore cade preda del libro.
«Stavo pensando all’aria in quelle antiche cattedrali europee», dice Baer, «quelle enormi cattedrali di marmo, e ho immaginato che l’aria in quei luoghi dovesse assomigliare a quella del tuo ultimo respiro.»

stacco.gif


Chi spia le spie?

di THOMAS POWERS
[da la Rivista dei Libri]

Una storia dei servizi di intelligence americani [vedi Cloak and Dollar: A History of American Secret Intelligence, di Rhodri Jeffreys-Jones, edito da Yale University Press] potrebbe articolarsi in vari modi — come un succedersi di manie a livello della Casa Bianca, per esempio, che vedrebbe la CIA affannosamente intenta a soddisfare le richieste presidenziali di informazione sui programmi militari sovietici, di rovesciare governi ostili in Guatemala o in Iraq, di debellare i movimenti di guerriglia in Congo o in Vietnam. Oppure come un susseguirsi di scandali a seguito di subitanee rivelazioni di crimini e orrori — complotti per uccidere Castro, cittadini americani spiati, pericolosi esperimenti con droghe fatte assumere a qualcuno a sua insaputa, sostegno a trafficanti di droga, addestramento di squadre della morte latino-americane, fondi illegali per movimenti di guerriglia.

stacco.gif


Szondi: Ricerca del tempo tra Proust e Benjamin

di PETER SZONDI

proustbenjamin.jpgIl libro di Walter Benjamin dedicato alla memoria, Infanzia berlinese intorno al 1900, si apre con le seguenti parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole montane, le ore del giorno. Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni. No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce arco fu per me la prima curva di collina. Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati. Più ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio, banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me ne fu dato un segno. Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore” (1).

stacco.gif


Pynchon inedito: Superletteratura

di THOMAS PYNCHON

PYNCHONSUPERLETTERATURA.jpg

[Se Pynchon scrive la postfazione a un romanzo, cosa può saltare fuori? Probabilmente un delirio. E' quanto accade nel saggio con cui il genio di Gravity's Rainbow ha postfato Stone Junction di Jim Dodge. Del romanzo di Dodge importa assai meno delle indicazioni di poetica (e di reazione sociale all'ideologia del presente occidentale) che Pynchon fornisce con un profluvio di prosa paraproustiana e un acume politico che culmina in metafisica. La traduzione è mia, quindi è quella che è: accontentatevi! :-) gg]

Se accettiamo la nozione che l'utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un'analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. "Ma sono banditi!" gemono indignati i custodi della legge, "banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!". Certo. Salvo che, disponendo da un'eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un'intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.

stacco.gif


Vollmann inedito: Autoritratto umano totale

di WLLIAM T. VOLLMANN

VOLLMANNAUT.jpg

[Traduco importanti affermazioni di poetica che William T. Vollmann, a mia detta il più grande autore americano vivente sotto i cinquant'anni, espresse dodici anni orsono sulla The Review of Contemporary Fiction, in una lunga e abissale conversazione con Larry McCaffery, che fu ideatore dell'etichetta AvantPop. gg]

Il mio mondo primario e basale è un "mondo di sogno" in cui vivo da quando ero ragazzo. Questi mondi che vedo e dei quali scrivo sono dunque reali e coesistono, e io non devo lasciare il mondo suppostamente reale per abitare ed esperire gli universi di cui parlo. Credo si tratti di qualcosa di simile a una vocazione. E tuttavia mi è chiaro che, per queste stesse ragioni, tali universi sono al medesimo tempo irreali, il che comporta che io non possa prendere troppo sul serio nulla di essi. Nessuno di questi universi ha precedenza sull'altro.

stacco.gif


Reiner Kunze suis verbis

di REINER KUNZE
[Uno dei massimi poeti contemporanei di lingua tedesca, Reiner Kunze, nato in Sassonia nel 1933, insignito del massimo riconoscimento letterario conferito dal suo paese, il Premio Hölderlin, descrive se stesso e la propria opera in questa antologia di passi scelti da Peter Patti]

"Essere un poeta significa produrre testi tra cui, qua e là, ne emergerà uno o più d'uno che potrà ritenersi degno di appartenere alla letteratura. La responsabilità del poeta nei confronti della parola parlata e scritta può paragonarsi a quella del muratore nei riguardi dei mattoni. Un muratore incaricato di innalzare un muro, infatti, non deve usare un solo mattone in più o in meno del necessario, ma la giusta quantità di materiale da costruzione".

stacco.gif


Morte, lascito e testamento del Gruppo 63

Soltanto in Italia può accadere che, a distanza di quarantadue anni, si debba avvertire sulle spalle il peso di un dibattito logoro, inutile se non dannoso. Mi riferisco alla persistenza non soltanto di una poetica, ma proprio di un sistema extraletterario di valutazione, di cui l'etichetta Gruppo 63 ha contaminato il suo futuro (cioè: il nostro presente), un po' come se le lumache lasciassero una scia di bava davanti e non dietro sé [nell'immagine, un servizio su un magazine dedicato a Nanni Balestrini e firmato Aldo Nove]. Accade in Italia perché qui il rinnovamento generazionale è simile a quello vaticano e spesso si scambia la reverenza pelosa per rispetto dei padri. Edipo e Laio non frequentano le italiche lande. Il mio papà letterario è stato Antonio Porta, esimio esponente del Gruppo 63. Se mio padre pretende di pilotarmi l'esistenza a 35 anni, mi rifiuto. La persistenza di tutto il sistema estetico di riferimento per il Gruppo 63 è questo automatico tentativo di delegittimazione del divenire autonomo, un'autentica icona della cristallizzazione storica, l'estremo tentativo della mosca di sopravvivere murandosi nell'ambra. Non vivo né morto, questo sistema ex-neo-avanguardistico si propaga nella sfera culturale e si pretenderebbe sempreverde. E' un fatto extraletterario, oltre che letterario. Per me - e suppongo anche per altri - rappresenta il principio di autoritarismo e perciò molto mi fa piacere sbarazzarmene in pubblico.

stacco.gif


La polemica letteraria su "Liberazione"!!!!!!!!!!

testatalib.jpgEra prevedibile che, stroncando (e in quel modo) Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, lo scrittore Aldo Nove avrebbe innescato una di quelle polemiche di cui sono molto golosi i quotidiani. E' cosa facile quando stronchi un bestseller di Faletti - figurarsi se stronchi il bestseller di un autentico scrittore. Infatti il Corriere ha ripreso i giudizi in tralice di Aldo Nove, apparsi su Liberazione, dando ossigeno a una pista interpretativa che sta tra il gossip e l'intenzione seriosa. Si è accodato il Foglio, che non ha perso occasione per offendere in maniera indegna Aldo Nove, pratica a cui tutti i giornalini di destra sono ormai abbonati. Comunque la polemica ha avuto un luogo nativo e d'elezione: e cioè il quotidiano Liberazione. Elena Stancanelli, con tecnica che sta tra la mise en abime e il seppuku, mi ha accusato di tatticismi berlusconiani. Poi è stata pubblicata una serie di pareri raccolti da Angela Azzaro in merito alla querelle. Infine (si spera infine) oggi è uscita una mia risposta, sempre sul quotidiano di Rifondazione. L'articolo di Nove è leggibile qui; la mia risposta sui Miserabili sta qui. A seguire, in ordine cronologico, gli interventi apparsi su Liberazione: il pezzo di Stancanelli, quello di Azzaro e il mio.
Tuttavia la prospettiva più opportuna da adottare rispetto alla stroncatura di Aldo Nove concerne (è un parere del tutto personale) la storia dei meccanismi culturali in Italia: valutare il peso che, a più di quarant'anni, grava ancora oggi su tutti noi grazie alla ex-neo-avanguardia del Gruppo 63. E' un discorso che affronterò su queste pagine nei prossimi giorni: è lungo e complesso, su un quotidiano non c'è né spazio né interesse per farlo ospitare.

stacco.gif


Aldo Nove con le peggiori intenzioni

9pip.jpgSono immune da sospetti: più volte ho dichiarato il mio incondizionato amore per la prosa poetica di Aldo Nove, ho individuato nuclei per me fondamentali del suo discorso extranarrativo, ho provato entusiasmo per i suoi versi, ho presentato pubblicamente i suoi libri, l'ho difeso da volgari parafascismi e attacchi da parte di giornali ferocemente reazionari. Potevo scrivere di quello che non mi convinceva nella sua finta narrativa, ma ho scelto di esaltarne il positivo. Sono, dunque, esente da accuse qualsiasi se, in questa occasione, prendo posizione contro Aldo Nove e contro una stroncatura, che giudico vergognosa, comminata dall'autore di Woobinda ad Alessandro Piperno e al suo Con le peggiori intenzioni [nella foto, Nove accanto al romanzo di Piperno].
Ho intenzione qui, per un volta, di non risultare paradossale, poiché la stroncatura dello scrittore Nove allo scrittore Piperno è tutto tranne che paradossale. Suona piuttosto come canto verista della cecità ideologica e dell'assolutismo pretenzioso di chi presume di detenere una verità indiscutibile. Come se milioni di italiani avessero sbagliato a piangere il Papa morto: ehi!, quello era un Papa finto, il Papa vero è vivo vegeto e scrive sulle pagine culturali di Liberazione...

stacco.gif


Questo è il mio corpo?

papagrave.jpgMentre scrivo il Papa è grave.
Siccome scrivo da sempre, il Papa è grave da sempre? No. La Chiesa è grave, il Papa si è aggravato soltanto negli ultimi anni. Da giorni, settimane e mesi è un rincorrersi di bollettini, di speciali, di CNN news, di reportage condotti grazie ai depositi storici del profluvio di immagini con cui questo Pontefice ha identificato il proprio mandato.
Prescindo, perciò, proprio in ragione di questa identificazione religiosa di sé e della Chiesa con le immagini di sé e della Chiesa, da una valutazione geriatrica di quanto accade a questo pover'uomo, devastato da un male che conosco bene e che non auguro a nessuno. Prescindo altresì dalle valutazioni storiche (il Papa che sconfigge il comunismo, il Papa che se la piglia poi col capitalismo), materia di altro tipo di geriatri, che sono gli storiografi tutti.
Affronto invece un tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo e l'esito di questo dono - cioè il martirio mediatizzato a cui il Papa si è sottoposto nel dare un lungo congedo alla sua storia e a quella di tutti noi.

stacco.gif


Cinema e letteratura: il Viaggio dell'Eroe

di STEPHEN ROBERTS

spet_5994750_16310.jpgIn una conferenza del 1992 all'Università di Harvard, Gore Vidal, scrittore e commediografo americano nonché autore della sceneggiatura di Ben Hur, affermò che i libri e chi li scrive non possono più aspirare alla fama di un tempo: di loro al giorno d'oggi non si parla più come si fa invece per un film di successo. Per quanto possa essere noto negli ambienti culturali, un romanziere (o un poeta) difficilmente diventerà un personaggio conosciuto: il romanzo in quanto tale ha scarsa rilevanza, tanto per gli intellettuali quanto - a maggior ragione - per la gente comune. La notorietà letteraria è morta. Oggi come oggi, chi è veramente famoso lo deve in effetti al cinema. "Il cinema è la lingua franca del ventesimo secolo ... Dove prima c'era la letteratura ora c'è il cinema", annunciò Vidal (3).

stacco.gif


La rivoluzione Carmilla

logocarrom.gifCiò che sta accadendo sulla rivista on line Carmilla è, a mio modo di vedere, abbastanza rivoluzionario per il mondo delle patrie lettere, oggi più in movimento che mai (soprattutto, più in movimento che negli Ottanta e all'inizio dei Novanta). Carmilla sta infatti pubblicando dei romanzi a puntate. Questi romanzi sono inediti, non sono ancora approdati al cartaceo. E non si tratta di romanzi casuali, scelti tra i manoscritti digitali di amici e conoscenti. Sono romanzi vagliati dalla redazione di Carmilla, e di cui ci facciamo garanti Valerio Evangelisti e il sottoscritto. Non è che io ed Evangelisti siamo editori, però accade che siamo intellettuali - e intellettuali appassionati, entrambi con una spiccata vocazione all'apertura, all'allargamento degli spazi esistenti. In questo senso, siamo più che editori e facciamo un lavoro destinato a soppiantare alcune consolidate prerogative degli editor istituzionali, a differenza dei quali operiamo gratuitamente. Questo è importante, ma è sicuramente meno importante del fatto che i romanzi on line di Carmilla hanno registrato un boom di contatti. Di uno di essi, Imperium, si è occupata la stampa tradizionale (il Venerdì di Repubblica). Quest'operazione carmillica si iscrive in un vasto movimento di democratizzazione della lettura, consono all'opera che Wu Ming e i Quindici hanno svolto magnificamente in questi anni.

stacco.gif


Sontag '64: Note sul "Camp"

di SUSAN SONTAG

Molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno, non sono mai state descritte. Una di queste è la sensibilità – inconfondibilmente moderna, una variante della sofisticazione anche se con essa difficilmente si identifica – che va sotto il nome di Camp.
Una sensibilità (in quanto si distingue da un’idea) è una cosa di cui è estremamente difficile parlare, ma ci sono anche ragioni speciali che hanno sinora impedito che ci si occupasse di Camp. Esso non è un tipo di sensibilità naturale, ammesso che una sensibilità naturale possa esistere. Anzi, l’essenza di Camp è il suo amore per l’innaturale, per l’artificio, per l’eccesso. In più Camp è esoterico, una specie di cifrario privato, addirittura un distintivo di riconoscimento tra piccole cricche urbane.

stacco.gif


Tommaso Pincio su Gli Schwartz

pincioschwartz.jpgdi TOMMASO PINCIO
[Tra le moltissime recensioni uscite ovunque a proposito del romanzo Gli Schwartz di Matthew Sharpe, giudico fondamentale questo intervento di Tommaso Pincio, uscito su il manifesto (è raro, tra l'altro, che un intervento di Pincio non mi sembri fondamentale). La categoria di "stranezza", che utilizza l'autore di La ragazza che non era lei (il romanzo di prossima uscita per Einaudi, di cui, come anticipato, ci si occuperà qui intensivamente), è per me oggi imprescindibile e va legata alle riflessioni sull'estetica dell'improbabile. Sia anche chiaro, per chiosare la chiusa di Pincio, che a oggi i Simpson sono per me più centrali dei Buddenbrook, in quanto sono la stessa cosa. gg]

Si dice che le ragioni per cui un libro «esplode» sono sempre misteriose. Ciò è vero solo in parte. A volte dietro un successo si nascondono ragioni ben individuabili. A volte, ed è il caso de Gli Schwartz (Einaudi Stile Libero, traduzione di Matteo Colombo, Euro 14,80, pp. 300), il successo può essere il frutto di un equivoco.

stacco.gif


Su Il Gorgo di Beppe Fenoglio

di LUIGI PREZIOSI

Il Gorgo (in Romanzi e racconti, Einaudi - Gallimard Torino, 1991) appartiene all'area dei racconti di vita contadina, ed è la storia di un padre che, tormentato per le sventure dei suoi figli, tenta il suicidio. Il tema non è pertanto originale (tanta narrativa ottocentesca ne è piena), e può generare insidiose scivolate retoriche, che Fenoglio, come vedremo, evita accuratamente, esercitando un rigoroso controllo sulla materia trattata. Il racconto, brevissimo(poco più di due pagine), ha una struttura narrativa di radicale semplicit