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«"Voglio ringraziare tutti i partecipanti a questa operazione congiunta, in cui nessuno si è tirato indietro. Milano, l'Italia, il mondo sono stati colpiti dal più terribile degli attentati, ma abbiamo reagito. La lotta contro il terrorismo è la nostra priorità e lo sarà sempre. Finché la democrazia non trionferà, questa sarà la nostra priorità. Voglio, prima di dare la parola ai responsabili dell'Unità di Crisi che ha condotto l'indagine e coordinato l'operazione, chiedervi un minuto di silenzio in memoria delle oltre mille vittime di questa orrenda strage, dove hanno perduto la vita civili, uomini di buona volontà, italiani per bene: sono i nostri eroi, non li dimenticheremo". Piangendo, la voce quasi sussurrata: "... Non li dimenticheremo..."»

«"Forse arriva l'idiota americano"»




«Inizio della celebrazione funebre. I milanesi assiepati: sono silenziosi. Le casse sonore ai lati del Duomo irradiano fruscìo. Ecco il Papa.
L'immagine è molto sgranata, molto opaca, perché trasmessa alla luce naturale. Il Papa è seduto, su un seggio, e legge il messaggio. E' piegato a novanta gradi in avanti. Trema. E' l'ombra bianca dell'uomo vigoroso che fu. Quando sciava. Quando nuotava. Quando incedeva energetico. E' lì, l'icona tremula trema per il Parkinson. Guardate come vibra il foglio del messaggio nella sua mano. E' pallido. La bocca è storta. Forse perde saliva da un angolo. La zucchetta bianca non aderisce bene ai capelli biancoargento. Gli occhi sono fessure in una pelle pachidermica. Un occhio è più schiacciato dell'altro. La bocca parla, storta, si apre soltanto a sinistra. La voce biascica. Trema, è ansiogena, fa fatica, non ha respiro, è sfiatata. Il Papa fatica intento, lo sguardo mai in camera, fisso soltanto sul foglio che trema. Non si distingue sillaba da sillaba, è un continuo tremulo, angosciante, non si capisce niente, è un tremito di voce che continua, perfino le pause per il respiro sembrano scosse, non ce la fa. Si sente soltanto, modulata, alta e bassa, la litania. Quando termina è un sollievo. Alza la mano incerta, benedice. Dietro di lui: il prossimo Papa. E' pronto.
Lo schermo si fa nero.»

«Il sindaco tenta di imitare l'altro sindaco, l'italiano, ma che stava a New York. Non ci riesce. Al secondo giorno, desiste»


«Il governatore della Banca d'Italia è inginocchiato, nel cappotto scuro, il capo chino, gli occhi serrati con sforzo, le mani giunte al petto.»


«Ulrike Meinhof, la fondatrice della RAF, Rote Armée Fraction, le squadre eversive tedesche negli anni Settanta, specializzate in guerriglia urbana. Lopez ha ricordo di quanto fecero a Ulrike Meinhof, e ai suoi compagni, nel carcere lager di Stemmheim: li sterminarono. Facevano lo sciopero della fame, li nutrirono chimicamente. La Meinhof segregata in un braccio morto del carcere di Stemmheim, la cella ermetizzata: non poteva sentire nulla di umano, nemmeno battere sui muri, foderati antiurto e insonorizzati. Poteva sentire soltanto il battito del suo cuore, le variazioni del suo respiro. Deprivazione sensoriale assoluta. Come non impazzì? Lopez ha il ricordo del volto di Ulrike Meinhof: come una lastra o un pane, gli occhi piccolissimi e penetranti come quelli di certi cani cattivi ma tranquilli, determinati, e consapevoli. Di cosa? Di un'irreparabilità. Al pari di uno scienziato che osserva un processo in laboratorio e conosce esattamente l'esito che otterrà... E lo stesso volto, orizzontale, gonfio, slogato, di Ulrike Meinhof assassinata in carcere, bianco e nero, e sgranato: dite a chiunque perché io sono morta.«