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Chlebnikov, l'onda luce transmentale
L'altra sera, a Milano, per la rassegna 'Da vicino nessuno è normale', Paolo Nori si è esibito in una performance antologica di Pancetta, un'incursione totale e delirante nell'universo parallelo della poesia transmentale (e nella vita transesistenziale) di Velimir Chlebnikov, il poeta russo che prediligo insieme a Mandel'stam. Lo spettacolo, intitolato Con stivali di occhi neri sui fiori del mio cuore, un alternarsi di letture di Nori e di musiche composte ed eseguite dal pianista Umberto Petrini, è bellissimo. La rievocazione dell'avventura totale di Chlebnikov ha messo in moto ricordi personali. In effetti, è per me incredibile che questo genio russo ancora non figuri sui Miserabili. Propongo vita, testi e un illuminato commento di questo grande poeta, rimandandovi però alla fondamentale esperienza della lettura di Pancetta di Paolo Nori. gg
Quando stanno morendo
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo, gli uomini cantano.
I contemporanei lo chiamavano “il genio”. Lo paragonavano all’autore del “Canto della schiera di Igor”. Lo chiamavano “Velimir”, “il padrone del mondo”, nome d’arte, e tanti erano convinti che fosse il suo vero nome. Gli stava bene questo nome pagano.
Alto, un po’ curvo, il profilo aquilino, lunghi occhi azzurri, la fronte alta, una piccola bocca ogni tanto toccata dall’accenno di un sorriso (Chlebnikov non rideva mai). Un’immagine piena di misteri, sorprese e miracoli.
E' morto Ed Bunker
Nel totale disinteresse della stampa italica, si segnala tristissimi che il 19 luglio si è spento Edward Bunker, uno dei protagonisti dello hard boiled contemporaneo, idolo di James Ellroy e Quentin Tarantino, sorta di resurrezione americana Jean Genet (senza la grandezza di Genet). E' l'autore di testi impressionanti come Animal Factory e Come una bestia feroce, di sceneggiature altrettanto grandiose quali A trenta secondi dalla fine, di un'apparizione sconcertanti ne Le Iene. Storia galeotta che ricorda da vicino il percorso iniziatico e vizioso di Ellroy medesimo, Ed Bunker è stato l'incarnazione vivente che la letteratura non c'entra niente con le categorie accademiche e le cricche filologiche. Pur non raggiungendo l'arte sublime di Elmore Leonard, è a lui e a Leonard stesso se da anni viviamo nell'era American Tabloid.
Franco Cordelli Celebration
Esistono maestri segreti. Talmente segreti, che non sanno nemmeno di essere maestri di certi adepti. Il magistero a cui alludo è una forma a distanza, un vincolo propedeutico, sostanziato di ammirazione e alimentazione, con cui si cresce grazie a persone che hanno scritto e parlato, senza incontrarle o incontrandole molto tardi. Qui faccio un discorso personale, che non getta alcuna croce o responsabilità su nessuno degli inconsapevoli maestri. I miei maestri segreti sono essenzialmente tre: Franco Cordelli, Giuseppe Pontiggia e Andrea Zanzotto. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno svolto magistero su di me, viventi che mi parlavano e mi parlano: quand'ero giovanissimo, Antonio Porta; poi, soprattutto, Ferruccio Parazzoli. Però quei tre, Cordelli Pontiggia e Zanzotto, sono coloro che mi hanno creato: hanno creato il mio immaginario letterario, critico, filosofico, hanno modellato lo sguardo, mi hanno insegnato a ragionare come ragiono.
Qui voglio celebrare uno di questi tre maestri, che non sa di esserlo, che ho incontrato dal vivo (emozionatissimo) soltanto due anni fa, e che secondo me è attualmente la personalità in grado di rimettere in gioco tutto, qui e ora, in Italia, su piani che la tradizione culturale considera basali e che sembrerebbero invece secondari nell'epoca del rincoglionimento di massa. Questo intellettuale è Franco Cordelli.
Girolamo De Michele: l'appendice a Scirocco
E' in tutte le librerie Scirocco di Girolamo De Michele (Einaudi Stile Libero, € 14.50). Già autore del notevolissimo Tre uomini paradossali, De Michele, che è una personalità eclettica e organizzatissima, un filosofo che ha le idee chiare e uno storico che le ha ancor più chiare, approda con Scirocco a un masterwork che non esito a definire fondamentale per la scena letteraria italiana, confermandosi come uno dei migliori scrittori di cui disponiamo oggi. Per ora mi limito a una segnalazione, riportando l'impressionante appendice dei chiarimenti e dei ringraziamenti che De Michele ha posto in coda al libro (si tratta, nella parte iniziale, di un detournément della nota che io inserisco, da Ishmael in poi, per evitare cause, e che a mia volta ho mutuato da David Foster Wallace): lettura divertente e istruttiva, soprattutto per quanto concerne l'ampiezza dei riferimenti che lo scrittore tarentino ha utilizzato nel comporre questa mappatura psichica e controstorica del nostro Paese. Non inganni il tono colloquiale, che raggiunge apici esilaranti, messo in bocca ai personaggi di Scirocco. Qui si affronta in realtà un problema serissimo, che si tenta di risolvere attraverso prospettive spiazzanti: è la coerenza della storia italiana dalla resistenza fino a oggi. Fittissimo di riferimenti pop (ma un pop diverso per ogni epoca evocata, dai Sessanta alla Fratelli d'Italia fino al presente in cui il riferimento gemellare potrebbe essere individuato in Guerra agli umani di Wu Ming 2), Scirocco è un'ulteriore pietra miliare nel superamento definitivo della poetica dei generi, un'opera che fa genere a sé e che radicalizza l'operazione che già De Cataldo aveva iniziato a compiere con il bellissimo Romanzo criminale (sempre Einaudi Stile Libero, non è evidentemente un caso...).
Invito i Miserabili lettori a leggersi Scirocco prima della mia entusiastica recensione, che verrà pubblicata a giorni. Nel frattempo, la mirabolante appendice a Scirocco: godetevela.
Valeria Parrella: Per grazia ricevuta
di PIERO SORRENTINO
Sbuca uno strano “io” dalle pagine del nuovo libro di Valeria Parrella che minimum fax manda in libreria sotto il titolo di Per grazia ricevuta (105 pagg., 9,50 euro). Nel tessuto fitto in cui immerge i protagonisti delle sue storie, una scucitura trascurabile apre squarci da cui fa capolino uno sguardo limpido, lucido, che zooma e inchioda sulla pagina volti, gesti, frasi, scorci urbani. I personaggi di Valeria Parrella, assieme all’“io” che ne discende, sono personaggi (e in questo consiste la fertile stranezza) dalla fortissima attitudine mitica - prendendo l’aggettivo nel suo etimo più profondo – ma di un mito fuori tempo massimo, scaduto e marcio.
Forest: Tutti i bambini tranne uno
di LINNIO ACCORRONI
[Su Stilos, la splendida rivista letteraria diretta dall'infaticabile Gianni Bonina, è stata pubblicata questa intervista a Philippe Forest, teorico e narratore francese che, a mia detta, è insieme a Houellebecq e Quadruppani il migliore autore francese di questi anni. Il suo primo romanzo, Tutti i bambini tranne uno, è stato pubblicato da Alet per la traduzione di Gabriella Bosco, ed è per me il migliore tra i titoli di narratativa straniera usciti quest'anno in Italia. Ne consiglio vivamente l'acquisto e la compitazione a tutti i Miserabili Lettori. Ringrazio Linnio Accorroni per il permesso di pubblicare qui l'intervista. gg]
È Ivan, il più intellettuale fra i fratelli Karamazov, a dichiarare la sua indisponibilità ad accettare la felicità eterna del Paradiso, se il prezzo che va pagato è quello delle lacrime di un solo bambino. Viene la voglia di restituire il biglietto, insieme a lui, leggendo questo Tutti i bambini tranne uno (Alet, € 17) di Philippe Forest, uno dei libri più belli, intensi e sconvolgenti di questo scorcio di 2005. Lo scrittore francese, evitando le secche dell’autocompatimento morboso e le viscosità di tanta paccottiglia romantica, quasi contingenti nella trattazione di una materia siffatta, descrive le tappe di un calvario durato sedici mesi: la morte, per una rarissima forma di cancro alle ossa, di suo figlia Pauline, di soli quattro anni. La cronaca di questa tragedia viene refertata con lucida consapevolezza, con la coscienza di chi sa che, di fronte a questo “scandalo che fa tacere ogni metafisica, al cui confronto qualsiasi dramma assume movenze da abile minuetto” ogni deriva consolatoria pare insensata e folle: persino alla scrittura sembra incapace di poter assumere una qualsivoglia valenza salvifica o terapeutica perché, di fronte alla esperienza di una tragedia siffatta, “le parole non danno alcun soccorso”.
Sergio Bianchi: La gamba del Felice
di NANNI BALESTRINI
[da Rekombinant]
«Chi percorre oggi le strade che da Milano si diramano verso il Nord, nel territorio compreso tra il fiume Lambro (e la Brianza) a est e il Ticino a ovest (confine col Piemonte), s'inoltra in un paesaggio che ha subito negli ultimi decenni una così radicale trasformazione da renderlo praticamente irriconoscibile a chi lo ricorda com'era ancora fino ai tardi anni Cinquanta. Su strade sempre molto trafficate (l'autostrada detta dei laghi soprattutto, la prima d'Italia, costruita nell'anteguerra), o su linee ferroviarie (FS e FNM, le gloriose Ferrovie Nord Milano) si attraversano le province di Como e Varese, fino ai laghi (di Como, Lugano e Maggiore), poi le prime Alpi e la frontiera con la Svizzera. Territorio fittissimo di cittadine, paesi, villaggi, dai nomi per lo più cacofonici e desinenti in "ate": Buguggiate, Canegrate, Cermenate, Cugliate, Gallarate, Garbagnate, Gavirate, Novedrate, Osmate, Puginate, Tradate, Usmate...
Ciao, Ermanno...
E' morto ieri il poeta e critico d'arte Ermanno Krumm. Era nato nel 1942. Esce in questi giorni in libreria, per i tipi de Lo Specchio di Mondadori, la sua ultima raccolta, Respiro. Aveva pubblicato con Einaudi tre importanti libri di poesia: Novecento, Felicità e Animali e uomini. Collaborava al Corriere della Sera, nella pagina culturale dedicata all'arte.
Conoscevo Ermanno Krumm da circa quindici anni. Da quasi un decennio abitava a trenta metri da casa mia e talvolta ci si trovava, più o meno casualmente, a fare colazione e a discutere. Era un intellettuale e un poeta di formazione tipicamente Sessanta/Settanta. Le sue stelle polari erano certo tipo di marxismo a-scientifico, il lacanismo mediato dalla Kristeva, la semiotica di Barthes. Una struttura formativa che, a mio parere, non si adattava più ai tempi - posizione, questa mia, che innescava lunghissime e indimenticabili conversazioni con quest'uomo dal cipiglio aristocratico, permaloso come solo certi splendidi viveur sanno essere. E', in assoluto, dopo Antonio Porta, il poeta più concretamente vitalista che mi sia stato dato di conoscere, e per questo mi colpisce ancor più duramente la sua repentina dipartita. Era un fantastico "scapestrato", come lo definisce oggi sul Corriere il suo migliore amico, Sebastiano Grasso, caposervizio della cultura che lo aveva fatto collaborare al quotidiano di via Solferino in un momento particolarmente duro dal punto di vista economico.
Il Furore di Steinbeck
di IRENE BIGNARDI
Di solito dei grandi romanzi si ricorda l´incipit - a partire da quello più celebre (forse) di tutti, "Chiamatemi Ismaele", indimenticabile inizio di Moby Dick. Di Furore (Grapes of Wrath, letteralmente l´uva dell´ira), il capolavoro di John Steinbeck, è leggendario soprattutto il finale. Quando, al termine della terribile, dolorosa, epica traversata dell´America versa il mito di una sognata California dove tutto dovrebbe essere facile e dove tutto è miserando e difficile, Rose of Sharon, la giovane donna del clan degli Joad, che ha appena perso il suo bambino neonato, offre il latte del suo seno a uno sconosciuto, un poveraccio che sta - letteralmente, come tanti, come gli infiniti poveri di questo libro e di queste storie vere - morendo di fame.
Franz Krauspenhaar: Cattivo sangue
di PIERO SORRENTINO
[Questa recensione/intervista, opera dell'impagabile Piero Sorrentino, è uscita sull'ultimo numero di STILOS, altrettanto impagabile supplemento letterario del quotidiano 'La Sicilia' e diretto da Gianni Bonina. gg]
Un Export Manager Europe viaggia per mezza Europa per conto di un'azienda cartotecnica vicino a Milano. A quarant'anni Bruno Bruide, il protagonista io narrante, decide di cambiare vita. O forse sono solamente le circostanze che impongono questa scelta. Si lascia assoldare da una misteriosa e segretissima organizzazione criminale per la quale veste i panni del killer, approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire le missioni e riuscendo a non destare sospetti nonostante una metamorfosi tanto radicale. Un uomo molto qualunque che si trasforma in killer spietato. In questo vitale ma anche mortale paradosso, Bruide stringerà una sorta di alleanza con il padre di una delle sue vittime in cerca di un riscatto morale, destinato a fallire. Due anni dopo (la trama nel frattempo riserva al lettore snodi che è bene non rivelare) Bruide ricomincerà a farsi trascinare e spingere da una forza che va oltre la sua volontà e che forse è proprio il destino, e fuggirà per mezza Europa braccato da poliziotti senza scrupoli. Fino all’amaro ma inevitabile finale.
Buone ragioni per (ri)leggere Ricoeur
di GIROLAMO DE MICHELE
[E’ morto venerdì 20 maggio a Châtenay-Malabry Paul Ricoeur, uno dei grandi filosofi del Novecento. Lo scrittore Girolamo De Michele, oltre a essere uno dei migliori narratori della nuova ondata italiana (autore di Tre uomini paradossali, sta per uscire con Scirocco, ancora per Einaudi Stile Libero), è un filosofo di provata fama. Lo ringrazio per avermi spedito e permesso la pubblicazione di questo suo intervento su Ricoeur. gg]
La prima, buona ragione per leggere Ricoeur è il suo lungo lavoro sul tempo, che non si esaurisce nella trilogia di Tempo e racconto. Come ogni fenomenologo, Ricoeur è stato segnato dalla scoperta di Husserl che il tempo del mondo non è derivabile dal tempo della coscienza. Cosa vuol dire? Una cosa semplice e drammatica, che Agostino d’Ippona aveva còlto senza accorgersene: che io sento di avere un tempo, lo sento scorrere dentro di me, ora più lento ora più veloce, nell’attesa che lo zucchero si sciolga nel bicchiere (Bergson) o che l’amata giunga all’appuntamento (Negri), nell’allungare o nell’abbreviare una sillaba mentre canto (Agostino). E sento che il mondo ha un tempo, con le sue scadenze e i suoi imperativi, con le sue epoche e le sue ere: quando Benjamin ci ricorda che Kafka non parla per epoche, ma per ere, è di questo che sta parlando. Semplice. Ma tragico: perché questi due tempi, quello del mondo e quello della coscienza, non comunicano tra loro: in questa frattura la mia coscienza precipita nell’abisso dell’alienazione, o si arresta e si liquefa come un orologio di Dalì nella dimensione dello psicotico.
Angela Scarparo: Disturbando famiglie felici
di GIUSEPPE IANNOZZI
[per gentile concessione di King Lear - Officine Avanguardie]
La mattina ha veramente come noi crediamo, giustamente o illusoriamente, l’oro in bocca? A volte, solamente una dentatura messa male in arnese e gengive buone ad ospitar la piorrea. Da subito, ci troviamo immersi in un’atmosfera, se non sanguigna, abbastanza allarmante: in alta montagna, là dove neanche dio posa il suo sguardo, un gruppo di persone ha deciso di tirar su dal niente un albergo - idea piuttosto bizzarra -, il cui nome è l’Albergo delle Donne. Nonostante il luogo non sia dei più felici per posizione e possibili clienti, Anna, bionda e intelligente - è il caso di sottolinearlo -, è ben decisa a far funzionare l’attività, costi quel che costi. Tutto sembrerebbe andare per il meglio, ma, all’improvviso, un biglietto, una minaccia: Shining. E no!, abbassate i sorrisétti furbi, quelli che sembrano voler dire, “Ecco, ci risiamo, la solita solfa”. Se pensate questo, siete sulla cattiva strada, quella che potrebbe condurvi dritti alla piorrea e alla dentiera.
Marco Belpoliti: Crolli
di PIERO SORRENTINO
[Una versione ridotta di questa recensione/intervista è stata pubblicata su STILOS, il bellissimo inserto letterario de La Sicilia diretto da Gianni Bonina.]
Il verbo “crollare” in italiano ha due significati: uno, quello di più largo uso, indica lo schianto, il precipitare violento di qualcosa che si sgretola al suolo; l’altro, poco utilizzato nella lingua quotidiana, si riferisce al movimento di qualcosa o qualcuno, al suo scuotersi o agitarsi, di solito in segno di negazione o disapprovazione (crollare la testa o le spalle, per esempio).
La postura che Marco Belpoliti assume fin dalla soglia del suo nuovo libro, Crolli (142 pagg., 7 euro, “Le vele” Einaudi), assieme al suo contenuto, alla cornice che lo contiene, è condensata con precisione nel doppio significato del verbo. Belpoliti, per usare le stesse parole con le quali descrive Susan Sontag, non è un “moralista apocalittico che in nome dei valori supremi – bellezza, verità, armonia – condanna i prodotti pop della nostra epoca: teatro, cinema, fumetti. Il fine dei suoi saggi è sempre quello di capire, il che non implica una assenza di giudizio. Anzi. Per farlo descrive, ma anche seziona: usa la sua intelligenza per separare”.
Montanari: La verità bugiarda
di PIERO SORRENTINO
Un noir che all'intreccio da spasmo e al gusto dell'enigma associa una spinta di fondo allo studio dell'ambiente sociale e dei sentimenti torbidi che spesso vi galleggiano intorno, come un pulviscolo invisibile ma tenace. Una trama fitta di giravolte e retromarce, con sorprendenti e inattese svolte. E un finale tragico, grandguignolesco, nel segno più riconoscibile di un autore che sa tenere seduto il lettore anche a riflettere, stavolta intorno a dei nuclei cognitivi e culturali di portata vasta e articolata: il rapporto tra verità e menzogna, quella Verità bugiarda (Baldini Castoldi Dalai, 312 pagg., 16,80 euro) che alberga nei cuori neri di personaggi che scartano di lato a ogni capitolo; la radice fortemente piccolo borghese di mali privati e violenze pubbliche; le fratture immedicabili che si scavano tra le generazioni, faglie sanguinanti in cui germinano incomunicabilità, frustrazione, rabbia condensata, follia; e il tratteggio gustoso e allo stesso tempo agghiacciante di un mondo, quello editoriale, dove il precariato lavorativo e l’arroganza intellettuale e umana sembrano non incontrare fondo.
La Matelda di Dante: il battesimo da Matilde

Taluni critici hanno tentato di interpretare il nome di Matelda [a fianco nell'illustrazione di Gustavo Doré], invertendo l'ordine di lettura ed ottenendo in questo modo l'espressione "Ad laetam" o, seguendo la pronuncia, "Ad letam". Matelda diviene, così, "colei che conduce alla beatitudine".
Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch'io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
tirandosi me dietro sen giva
sovresso l'acqua lieve come scola.
Quando fui presso a la beata riva,
'Asperges me' sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».
[Purgatorio, XXXI, 91-111]
Coe: Circolo chiuso
Non sono un fan sfegatato di Jonathan Coe. Non mi attrae irresistibilmente la tecnica fredda di mélange tra ironia e tragedia laica (direi proprio borghese: e, quindi, non si tratta più di tragedia) che l'autore di La casa del sonno spalma ovunque, perfino nell'interessante tentativo di allestire una saga, un grande ciclo narrativo. C'è un elemento che avverto come eccessivamente cerebrale, una distanza dalle viscere mentre si entra in àmbito viscerale, un calcolo programmato che percepisco eseguito al massimo delle capacità, e, infine, un'idea neoclassicista del divertimento letterario che si elegge a categoria della profondità. Detto ciò, Jonathan Coe è uno scrittore che solleva entusiasmi e di questo bisogna essergli molto grati. E' appena uscito Circolo chiuso, che chiude davvero un circolo, andando a completare ogni segmento lasciato aperto ne La banda dei brocchi. Pubblico dunque, insieme a un estratto del nuovo romanzo, due interviste a Coe: una recente di Monica Capuani (uscita su D) e una relativa a La casa del sonno a cura di Giovanna Zucconi.
Saul Bellow Memorial

«Saul è, con Faulkner, il più grande scrittore americano del XX secolo. Ma è anche un carissimo amico e gli voglio un bene dell' anima. Per questo odio vederlo invecchiare. Il più importante libro scritto negli Stati Uniti nella s econda metà del XX secolo è il suo Le avventure di Augie March: ha cambiato la letteratura americana, non quella ebrea-americana, che non esiste». Philip Roth
Sono giorni di morti immaginarie: muoiono pezzi del mio immaginario. Ottantenni che, quando non lo erano, hanno fatto intrusione nel mio immaginario, lo hanno in qualche modo formato e deformato: chi da avventore periferico, chi da ospite ingrato e centrale (quegli ospiti che rubano la scena alle feste in onore di altri). Del Papa e di Ranieri di Monaco ho scritto (del Papa sempre e ovunque, di Ranieri nel Drago), Saul Bellow invece mi ha scritto: è uno di coloro che mi hanno spinto all'esperienza letteraria. Saul Bellow mi ha inaugurato, insieme a Henri Charrier: furono i due razzi propulsori dell'immaginario letterario. Quello col piede in bocca e altri racconti stava accanto a Papillon, nella biblioteca paterna. Odiai le sue ricursioni ossessive, le sue compulsioni risonanti, questa nevrosi parlante, questo narcisismo imbelle, mai domo. Gliene fui grato per sempre.
Più avanzo negli anni, più sento che il genere Bellow è la mia frontiera interna mai messa in discussione, mai abbattuta. E' per questo motivo che mi sono dedicato a eroderla, a cariarla, di recente. Niente sopravviverà. Niente sopravvive, come ha dimostrato l'89enne Bellow, morto ieri a Brookline, nel Massachusetts.
Nessun bronzo è perenne. Dedico dunque a una delle mie fondamenta incurabili questo memoriale transitorio (includente i pezzi, già presenti ne i Miserabili, sulla biografia di Bellow scritta da Atlas e sulla riedizione di La resa dei conti) che, in quanto transitorio, è l'omaggio più bellowiano che si possa compiere in nome di Saul Bellow.
Dürrenmatt
Può l'uscita dal genere (dal genere investigativo, in questo caso) fare scoccare scintille metafisiche? E si tratta di una soluzione necessitata? Cioè: oltre il genere c'è una letteratura metafisica? Friedrich Dürrenmatt, il grande autore svizzero tedesco, la pensava così. In tempi di clamorosa, ormai certificatissima crisi del genere giallonero (afflitto dal gigantismo e dal sottobosco tipici dei periodi di immedicabile decadenza), può essere utile percorrere una volta ancora le raggelanti strade per cui si era inerpicato l'autore de La promessa, magari connettendo le sue elaborazioni teoriche con quelle di altri suoi contemporanei: cioè, finalmente, storicisìzzando degnamente Dürrenmatt, opera di cui questo grande scrittore necessita, perché ha saputo vedere più lontano di tanti altri.
Ioan P. Couliano: su Mircea Eliade
 di IOAN P. COULIANO
[Ioan P. Couliano, l'erede più geniale di Mircea Eliade, è stato misteriosamente assassinato nei bagni dell'Università di Yale all'inizio del 1991. Insegnava Storia delle Religioni a Chicago. Sono apparsi in traduzione italiana Esperienze dell'estasi (Oscar Mondadori), Eros e magia nel Rinascimento (il Saggiatore), I Viaggi dell'anima (Oscar Mondadori)]
Nato il 9 marzo 1907 nella famiglia di un ufficiale di carriera, Mircea Eliade
manifestò un'attitudine molto precoce per gli studi
enciclopedici. Dopo aver debuttato con alcuni articoli di entomologia in
una rivista di divulgazione scientifica, in breve tempo festeggiò la
pubblicazione del suo centesimo articolo. La sua adolescenza è segnata
da due inclinazioni complementari: crisi di disperazione malinconica e
rivolte eroiche contro di esse e contro le limitazioni della condizione
umana in generale. Si abituò a non dormire che cinque ore per notte e
anche ad ingoiare sostanze repellenti per dominare la sua volontà. Oltre
a questo, dopo Honoré de Balzac, la sua prima passione letteraria,
incontra Giovanni Papini e si riconosce nel suo "uomo finito" che giunge
fino a perdere la propria identità. Già in quest'epoca si appassiona per
la storia delle scienze - specialmente l'alchimia -, per l'orientalismo e
la storia delle religioni.
Orson Welles: It's all true
 Metafisica, Shakespeare, il proprio cadavere da spedire al Presidente degli Stati Uniti, ritmo della poesia e delle scene, tecnicismo pittorico e astrofisica, inquietudine e situazionismo in grande stile: a leggere It's all true, lo splendido labirinto costruito con interviste a Orson Welles e pubblicato da minimum fax nell'imprescindibile collana nera dedicata ai geni del cinema [traduzione di Serafino Murri, € 14.50], si resta a bocca aperta di fronte a una figura gigantesca e sovrumana di intellettuale e artista, che ha rivoluzionato la settima arte e - se questo discorso verrà precisato, e spero di farlo presto - sta continuando a rivoluzionare la letteratura, quella odierna. Un caleidoscopio di visioni, idee, suggestioni, storie marziane: It's all true è un manuale dell'oggi che si sta facendo e un monumento al Novecento in forma di galassia. Invito chiunque a munirsi di questo stupendo libro, di cui qua sotto replico parte dell'estratto concesso dal sito degli infaticabili faxisti, a cui va il nostro più sincero e acuto ringraziamento per una simile adamantina opera di memoria del futuro.
Elogio funebre di Hunter Thompson
E' morto ieri un mio mito: un mio mito letterario. Lo scrittore Hunter S. Thompson si è sparato un colpo di fucile in testa ieri, nella sua abitazione fuori Aspen, in Colorado: il posto in cui la Trilateral Commission si dà regolari appuntamenti e in cui Hunter Thompson si era candidato a fare lo sceriffo senza poi essere eletto. Aveva 67 anni.
Per chi non avesse familiarità con questo scriteriato autore (e dico scriteriato come altri dicono, di certi scrittori, che sarebbero giovani), ricordo che è l'autore di Paura e delirio a Las Vegas, portato su grande schermo da un fisicamente trasformato Johnny Depp per la regia di Terry Gilliam (insieme a un fisicamente orrendo Benicio Del Toro). Il fumettista Gary Trudeau, nella strip Doonesbury, lo iconizzò nella gigantesca figura dello zio Duke (Doonesbury è stato il mio mito personale in fatto di fumetti proprio a causa dello zio Duke, molto prima di sapere che si trattava del ritatto di HST).
Ora, però, in questa occasione luttuosa che ci raduna tutti, qui convenuti insieme intorno alla fossa in cui stiamo per calare la bara di Hunter S. Thompson, devo trattenere le lacrime al ricordo di questo grande uomo e concedermi un passo oltre: egli non è stato soltanto il mio mito. Egli è stato il mito.
Emanuele Trevi: su Senza verso
di PIERO SORRENTINO
In uno dei suoi saggi più malinconici, nutrito da quel disincanto lucido che sempre l’ha contraddistinto e scritto con lo stesso andamento corto e denso che aveva il suo respiro quando parlava, Giuseppe Pontiggia fotografava uno degli elementi che più di ogni altro accomuna da sempre gli scrittori: “C’è una paura che segue il letterato come la sua ombra: quella di non esistere (…) L’attributo dell’inesistenza è però l’unico che i letterati concedono di buon grado ai loro simili. Il mondo dei letterati è popolato da uomini che non esistono, almeno per i loro concorrenti”. Lo scritto si concludeva con una frase altrettanto affilata: “Esistere per i posteri. Ma poi li si confonde sempre con i contemporanei”.
Matthew Sharpe: Gli Schwartz L'America trova il suo Proust
Di Matthew Sharpe e del suo formidabile The sleeping father mi ero già occupato su Carmilla. Ora potrò condividere con un diluvio di lettori italiani la gioia e la commozione che regala questo autentico capolavoro che ha ipnotizzato l'America, contendendo a Dan Brown la palma del libro più letto e stracciandolo dal punto di vista letterario: Stile Libero pubblica a marzo il romanzo di Matthew Sharpe, col titolo Gli Schwartz. E' d'obbligo, per qualunque Miserabile Lettore, fare la prova: questa è la Recherche proustiana in cui si sostituisce la madeleine con il Prozac, mentre si inscena la più esilarante tragedia della nostra contemporaneità - il collasso della famiglia americana che fa da eco al collasso dell'America tutta. Gli Schwartz è Le mille e una notte della trapassata civiltà Usa: un corpo sociale in coma, come il padre del diciassettenne Chris Schwartz, probabilmente il più memorabile personaggio letterario di questo decennio giunto al suo drammatico e grottesco apice.
Mario Benedetti traduce Georges Perros
di MARIO BENEDETTI
Georges Perros (Parigi 1923-1978) è sepolto nel cimitero di Tréboul, vicino a Douarnenez, città dov’è vissuto dal 1959, in Bretagna. La sua figura di intellettuale, eclettico e appartato eppure sempre nel vivo cuore della cultura francese del secolo, fa da controcanto a un'opera poetica la cui importanza è destinata a crescere col tempo, come dimostra lo splendido testo che Mario Benedetti (nella foto è quello a destra) a destra) ha tradotto, rivelando la centralità discreta di uno scrittore che, con il trascorrere degli anni, ci parla sempre più da vicino. In calce alla poesia tradotta da Benedetti, una nota biografica che testimonia dell'attività di questo poeta finora poco conosciuto in Italia. gg
Georges Perros, da Une vie ordinaire, Gallimard 1962
Ho qui sul tavolo una cesta
da dove pende un nastro
di macchina da scrivere Arriva
da un cassetto che conosco bene
mi affascinava da piccolo
Una sinistra senza editori?
inchiesta e interviste di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]
E così anche la Feltrinelli diventa holding. A cinquant'anni esatti dalla fondazione e per tutta una serie di buoni motivi che, in definitiva, alla storia della casa editrice non sono affatto estranei. Prima di elencarli nella conferenza stampa milanese di ieri mattina, del resto, l'attuale editore Carlo Feltrinelli li aveva lasciati intuire qualche anno fa in Senior Service, un libro che era anzitutto - ma non soltanto - un sofferto tributo alla figura del padre Giangiacomo. Già da quelle pagine traspariva un genoma culturale decisamente complesso: militante fino all'estremismo in politica, ma tutt'altro che disattento alle ragioni della partita doppia.
Addio a Will Eisner il Michelangelo del fumetto
 Non so nulla di fumetto. Non ne sono un appassionato, non ne sono un tecnico, non ne conosco la tradizione. Eppure mi sono formato con fumetti, in particolare quelli Marvel. Giudico il fumetto una delle grandi forme d'arte contemporanee, imprescindibili e letterarie. Per intenderci: il fumetto è per me un genere della letteratura, in nulla dissimile da fantascienza, noir, rosa.
Per questa sconfinata ammirazione che nutro nei confronti dei classici del fumetto e per questa sconfinata inabilità a trattare la materia, pubblico un articolo dell' Unità che celebra Will Eisner, il Michelangelo della graphic novel, scomparso l'altroieri.
Sergio Endrigo è la letteratura
  L'altra sera, con amici scrittori e critici, ci trovavamo in un locale che sembrava un set di David Lynch. Era un vasto posto di ristoro in vago stile tex-mex, in quel di Gallarate, al culmine della notte. Trecento metri quadri popolati da tre scrittori e un critico, oltre che da una coppietta che ostentava la classica carnagione abbrustolita UVA tipica della Brianza profonda. La stazione di Gallarate ristagnava a un centinaio di metri. Accanto al tex-mex-brianteo, un hotel deserto custodito dal sosia di Obi Uan Kenobi.
Tra le molte chiacchiere fatte rimbombando nell'immensa conca auricolare del locale, mentre carni sospette sfrigolavano su larghe grigliette, lo Scrittore Che Non Mangia Carne inizia a descrivere l'esperienza della lettura del libro di Sergio Endrigo. "Cosa?! - faccio io -, Sergio Endrigo ha scritto un libro?". Sì, l'ha scritto, è bellissimo, si intitola Quanto mi dai se mi sparo? ed è edito da Stampa Alternativa.
Ma non è questo il punto. Sergio Endrigo è una totalità artistica, è la letteratura. Tutto Sergio Endrigo, non soltanto il libro. E' quindi una vergogna che non siano stati pubblicati interi album del cantante di Pola. Per questo è disponibile on line una petizione, che vi invito a firmare e a cui si accede dall'inebriante sito ufficiale di Sergio Endrigo. Dal quale traggo questa autobiografia che segue, autentica LSD italiana, come si diceva una volta del trinciato all'italiana.
R. Yates: Disturbo della quiete pubblica
  Esce Disturbo della quiete pubblica, un altro capolavoro di Richard Yates, il ciclopico precursore di Carver, il contraltare di Cheever, l'autore del celebratissimo Revolutionary Road [qui la recensione di Tommaso Pincio e qui quella del Miserabile Scrittore]. E', al solito, minimum fax a regalarci questo impressionante viaggio nelle viscere dell'America che è stata e che continua a essere (nella collana classics, a soltanto 9 euro). Ulteriore chicca: l'introduzione di A.M. Homes). La traduzione è di Maria Falcinelli. Pubblichiamo l'incipit mozzafiato del libro, in cui si apprezza già tutto Yates, come accade sempre con i grandi scrittori.
Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella
tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere
in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto
parve capitare senza il minimo segno premonitore.
Danilo Kiš
di Walter Nardon
[da Il Margine]
Nel corso del Novecento la dimensione di alcuni eventi storici ha indotto molti a considerare indecoroso assumerne l’esperienza quale tema per opere di finzione: nei romanzi e racconti che affrontano la Seconda guerra mondiale, l’urgenza di testimoniare è sembrata spesso superare le ragioni artistiche, giudicate, a fronte dell’accaduto, quasi indecenti. Ancor più severa considerazione è stata espressa sulle esperienze dell’«universo concentrazionario», sui campi di sterminio. Eppure, la resa dell’immaginario di fronte alla Storia, la riduzione dell’esperienza dell’uomo a referto documentale rischia di cancellare ogni traccia di umanità da quella sofferenza, assimilando nella condanna al silenzio almeno una delle intenzioni dei carnefici: la condanna al silenzio del carattere umano dell’invenzione. Malgrado i risultati, almeno nei princìpi una è la storia, altra la letteratura. Per uno dei molti paradossi di questa, il romanzo, vale a dire il genere letterario meno codificato, al quale non è mai stato affidato il compito di conservare le memorie della comunità, si afferma come arte del concreto, arte capace di «concretizzare la storia», rendendone presente la plurivocità, la pluridiscorsività; rappresentando le vicende in una dimensione dichiaratamente finta nei confronti della quale il lettore può ancora conservare la propria autonomia critica (senza il timore reverenziale che sorge davanti a quello che uno studioso come Bachtin ha chiamato il «passato assoluto» dell’epica). Al romanzo, lo scrittore di lingua serbocroata Danilo Kiš ha dedicato buona parte del suo lavoro, lasciando un’opera che si confronta con lo sviluppo tragico della storia del XX secolo e che si afferma con forza come opera di finzione e grande opera d’arte.
Philopat: I viaggi di Mel
Questa è una recensione che è anche un'intervista. Si può dire che, per me, è un'esperienza. Io non sono un divoratore di libri, ma un divoratore di uomini. Io sono un antropofago assoluto: divoro, degli umani, non soltanto la presenza fisica, mentale e spirituale, ma anche e soprattutto gli universi paralleli che sono l'aura e la quintessenza degli uomini. Per me, questa cosa, detta molto rozzamente, è la letteratura. Per cui ieri ho fatto un'esperienza letteraria. Sono andato da ShaKe Edizioni e ho incontrato Marco Philopat, l'autore di questo capolavoro che è I viaggi di Mel, appena uscito in tutte le librerie. Un romanzo esploso in storie e sguardi tragici e comici, in prospettive esaltanti e preoccupanti, con un'appendice documentale su Mondo Beat, curata direttamente da quello che è il protagonista del romanzo di Philopat: l'anarco-opportunista Melchiorre Gerbino, colonna storica dell'underground sessantino, uno dei creatori della contestazione.
Questo è un libro fondamentale, bellissimo. E lo è perché lo si divora e perché divora: divora tutto, storie aneddoti, imprese epiche, paranoie, finte cospirazioni, amore, sesso, festa, lotta, viaggio, morte, vita, sogno, incubo, liberazione, potere...
Questo libro è mio fratello perché esso stesso, come me, è un divoratore di uomini che si dispone a essere divorato.
Qui inizia l'avventura del signor...
Villalta: su Le radici nell'aria di Bocchiola
di Gian Mario Villalta
[da Pordenonelegge.it]
Sono passati sette anni da Al ballo della clinica (Marcos y Marcos, 1997) e Massimo Bocchiola ci offre oggi, con questo suo nuovo libro, Le radici nell'aria (Guanda, 2004), una riflessione su quanto un poeta abbia il dovere di dire il presente senza tradire il passato. Senza tradire, prima di tutto, la propria vicenda poetica e personale, il proprio sguardo e la propria lingua. E poi senza tradire il tempo che si forma in lui e che con lui si muove, oggi, dentro altre distanze e altri interrogativi.
Al suo esordio assoluto, nel terzo dei "quaderni" legati alla rivista Testo a fronte, la poesia di Bocchiola era stata una scoperta: vi si leggeva l'inizio di una nuova avventura nella lingua italiana, capace di filtrare la propria voce attraverso la terra e la parlata di un luogo preciso, senza per questo snaturarsi o trovarsi costretta a esibizioni espressionistiche.
Sta per arrivare The Best of McSweeney's!
  E indovinate chi la pubblica? Ovviamente Minimum Fax ( The Best of McSweeney's, 350 pagine, 14 euro, a cura di Dave Eggers). Colmi della solita gratitudine nei confronti della banda dei Minimi, riprendiamo dal loro sito parte di un'anticipazione golosissima: le prime due pagine del pezzo geniale L'ennesimo esempio della porosità di certi confini, il racconto di David Foster Wallace incluso in questa imperdibile antologia. Per stare alle parole dei Minimi, " McSweeney’s è un oggetto di culto che ha segnato la nascita di una nuova estetica. In questa antologia dei suoi primi due anni di vita, testi di David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem, Zadie Smith, William Vollmann si accompagnano a corrispondenze epistolari con l’Unabomber e reportage sul secessionismo hawaiano...".
Appena esce, prometto un'intervista a Marco Cassini che, se non me la rilascia, mi costringerà ad andare a prenderlo sotto casa a Roma...
Rock Babilonia
Uno non può sapere tutto, arrivare a tutto. Gli capita, per esempio, di scoprire ad altezza 2004 che è uscito, per i tipi economici del suo nuovo editore, un testo fondamentale di cui ignorava l'esistenza - e intendo l'ignoranza non della traduzione italiana, ma addirittura dell'originale. Il libro è una leggenda delle leggende e si intitola Rock Babilonia. L'ha scritto Gary Herman, facendo il verso al celeberrimo ed esoterico Hollywood Babilonia di Kenneth Anger (il quale era un discepolo del grande satanista Aleister Crowley), uno dei libri su cui il sottoscritto si è formato, anche grazie all'instancabile opera di persuasione su di lui effettuata dal compassionevole spirito hyperpop di Igino Domanin.
Riparo a questo mio storico scotoma (Rock Babilonia uscì per Tropea nel 2001, ma era già stato pubblicato per Interno Giallo, mitologica casa editrice diretta dallo stesso Tropea nel '91, e poi rieditato con aggiornamenti). Pubblico la scheda editoriale del libro, insieme a un allucinante capitolo dello stesso.
Nostro fratello maggiore Roberto Bolaño
di Mattia Carratello
[Attualmente è editor di Einaudi Stile Libero. In passato ha diretto Fanucci, creando insieme a Luca Briasco la collana AvantPop, che ha radicalmente mutato la scena letteraria in Italia. Ha curato la raccolta di saggi su Thomas Pynchon La dissoluzione onesta. Che dire? Mattia Carratello - nella foto a sinistra - è una delle migliori menti della mia generazione. gg]
A pochi mesi dalla pubblicazione italiana di due suoi romanzi, a pochi mesi dalla sua visita italiana al Salone del libro di Torino, Roberto Bolaño è morto improvvisamente a Barcellona, il 15 luglio 2003. Lo scrittore cileno lascia inaspettatamente dietro di sé un’opera definitiva, conclusa, con l’eccezione del romanzo che stava terminando di scrivere, intitolato 2666, milleduecento pagine e cinque parti, di cui quattro già terminate. Eppure nonostante la scomparsa dell’autore l’opera di Bolaño è tutt’altro che chiusa, perché troppo indefinibile, bizzarra, persino per i modi in cui si è manifestata.
Nicola Lagioia e Occidente per principianti
di Piero Sorrentino
[da Stilos, inserto letterario de 'La Sicilia', diretto da Gianni Bonina]
“In quanto indispensabile ornamentazione degli oggetti attualmente prodotti (…) e in quanto settore economico avanzato che foggia direttamente una moltitudine crescente di oggetti–immagine, lo spettacolo è la principale produzione della società attuale”: così gli anni ’60 nella Tesi numero 15 della Società dello spettacolo di Guy Debord. Inchiodata una volta e per sempre alla sua responsabilità seminale, la “decade bassa e disonesta” del celebre verso di Auden si avvierà a diventare la matrice di quella realtà corrotta che lo stesso Debord ripenserà – in chiave ancora più apocalittica – vent’anni dopo nei Commentari, poco tempo prima di tirarsi un colpo di fucile alla testa. Dalla “divisione mondiale dei compiti spettacolari” si è passati in una manciata di anni alla compiuta saldatura tra vita e spettacolo: “lo spettacolare integrato”, lo chiama Debord nella Quarta tesi dei Commentari.
Gianluca Neri: il Romanzo che non t'aspetti (tu, non te l'aspetti; io, sì)
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