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A colloquio coi Babette Factory, i quattro autori di 2005 Dopo Cristo
di ALESSANDRO CANZIAN
[Alessandro Canzian (nella foto a sinistra), insieme a Piero Sorrentino uno dei più stimati collaboratori occasionali dei Miserabili, è critico letterario che scrive sul Mucchio Selvaggio e mi invia una bella intervista a Babette Factory, il collettivo formato da Lagioia, Longo, Pacifico e Raimo, autore di 2005 d.C. (Einaudi Stile Libero). Il precedente pezzo che Canzian mi aveva autorizzato a pubblicare riguardava La macinatrice di Massimiliano Parente, che non è solo autore, ma anche critico avantpop del Domenicale di Dell'Utri, organo sul quale egli ha attaccato i Babette Factory. Proprio da questo scomposto attacco parte Canzian nell'intervistare i quattro autori di 2005 d.C. gg]
Il Domenicale, giornale “culturale” fondato da Marcello Dell'Utri, vi ha attaccato con livore. Si può dire che il vostro è un romanzo politico. Come vedete i rapporti tra politica e letteratura in un Paese ove Dell'Utri pretende di fare critica letteraria?
NL.Non è Dell'Utri a fare critica letteraria, come non la fa Ricucci o De Benedetti. Nel caso del Domenicale si tratta del giornalista, ufficio stampa e scrittore di romanzi a tesi Massimiliano Parente [a destra nella foto ingrandibile].
CR. Parente è persona che stimo per come fa critica: non legge i libri se non approssimativamente e li usa per fare un discorso sulla vita altrui e la morale che dovrebbe guidarla. La critica al libro era pretestuosa, una provocazione sulle cricche paraintellettuali in cui secondo lui si divide il mondo.
Luigi Bernardi: Il male stanco
di GAJA CENCIARELLI
[Gaya Cenciarelli, traduttrice e critica letteraria, aveva già regalato ai Miserabili la traduzione del bellissimo articolo di Ed Park su Matthew Sharpe, dal Village Voice. Mi propone una sua intervista a uno dei re del noir in Italia, Luigi Bernardi (nella foto) - la pubblico, ringraziando Gaja. gg]
Nei sette capitoli del suo penultimo libro, Il male stanco (Zona, 2003, Euro 16) "racconta - con lo stile del romanziere, la ricchezza informativa del giornalista, l’analisi attenta dello studioso - una ventina tra gli omicidi “quotidiani” più efferati degli ultimi tre anni". Vittime "facili" – per dirla con le parole dello scrittore - , quasi sempre, le donne.
Ha scelto di approfondire, in questo libro, eventi tragici che hanno segnato la cronaca nera italiana negli ultimi anni: l'omicidio di Desirée Piovanelli, quello di Alenja Bortolotto, quello della giornalista Maria Rosaria Sessa, solo per citarne alcuni. Come è nato questo interesse, perché è proseguito e – innanzi tutto – perché trova che certi delitti siano originati da un "male stanco"?
Nell’accezione che mi interessa, il "male" è il gesto che sfida la morale e la legge. Si può essere criminali per scelta consapevole, si può uccidere per convenienza, si può decidere di incanalare la propria vita verso quella che chiamiamo "malavita". In tutti questi casi, il "male" è una risorsa, estrema fin che si vuole ma pur sempre una risorsa, alla quale possiamo attingere in qualsiasi momento della nostra esistenza.
David Peace: "Guardo a Dante"
di PAOLA CASELLA
[da Caffè Europa]
Ha un aspetto mite e gentile, nulla a che vedere con i protagonisti dei suoi romanzi: poliziotti corrotti, prostitute, e soprattutto l'orribile Squartatore dello Yorkshire, il serial killer realmente esistito che ha terrorizzato il nord dell'Inghilterra per anni - quelli in cui David Peace passava dall'infanzia all'adolescenza. Allo Strangolatore, Peace - classe 1967, nativo di Ossett - ha dedicato una quadrilogia, il cosiddetto Red Riding Quartet [che si chiude con Millenovecento83, appena uscito per i tipi Tropea].
David Peace racconta la sua trilogia e la sua esperienza di espatriato: dallo Yorkshire è infatti stato catapultato a Tokio, causa una moglie giapponese e la stessa curiosità del mondo che l'aveva già portato ad insegnare inglese in Turchia.
Asor Rosa: il Canone italiano
Professor Asor Rosa, la nostra discussione verterà sul "canone delle opere" della letteratura italiana o "italica". Innanzitutto è opportuno definire la nozione stessa di "opera" in particolare di opera letteraria. Quali i suoi requisiti fondamentali e che rapporto c’è tra "opera letteraria" e "testo letterario"?
Io ho usato il termine "opera" proprio per distinguere lo specifico della creazione letteraria da altre operazioni espressive. Voglio dire che tra opera e testo naturalmente soprattutto testo letterario esiste una connessione molto forte; tuttavia il termine "testo" è stato usato soprattutto all’interno della critica di tipo semiologico-formalistico per indicare qualsiasi tipo di associazione verbale dotata di senso. Si tratta dunque di una nozione molto importante ma teoricamente generica.
Intervista a Moresco su Lo sbrego
di PIERO SORRENTINO
[L'ipersaggio narrativo di Antonio Moresco, Lo sbrego, edito presso le Holden Maps BUR, di cui qui la Miserabile recensione, è un libro che sta sollevando sempre più interesse nella comunità letteraria. Piero Sorrentino, uno dei Miserabili incursori che più ci onora della sua collaborazione, ha intervistato Moresco e ha regalato ai Mis il risultato della conversazione: gli devo rin graziamenti sinceri... gg]
“Sbrego”, in un’accezione di bassissimo uso, in italiano significa, oltre che “strappo”, “offesa”, “affronto”…
Non lo sapevo. L’ho scelta per dare al libro un’idea di lacerazione, di squarciamento. È una passione in movimento, non è un’offesa. Lo scopo non è quello, anche se in questo movimento, in questa intransigenza, magari attraversi delle cose, delle idee, dei corpi, delle persone. Il titolo concentrico del libro, che è segnato dentro, è “l’adorazione”, quindi una cosa che si muove in una direzione diversa, opposta, rispetto a quella dell’offesa.
Il nuovo Houellebecq
di SYLVAIN BOURMEAU
 Il primo di settembre uscirà in Francia (in Italia, il 14, presso Bompiani) il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola. A Les Inrockuptibles l'autore di Platforme ha rilasciato un'intervista che oggi il Corriere della Sera propone nella traduzione di Daniela Maggioni. Per coloro a cui fosse sfuggita, replico qui la conversazione tra Houellebecq e Bourmeau. gg]
Dopo più di tre anni di silenzio seguiti alla polemica e agli strascichi giudiziari scatenati definendo l’Islam la religione «più idiota», è al bar dell’agriturismo «Alquería de Morayma», in Andalusia, che Michel Houellebecq ha scelto di riapparire. «Stavo per assopirmi al volante» sbuffa insonnolito, quasi barcollante, dopo l’interminabile serie di curve che l’hanno portato qui dai dintorni di Almería. È lì che risiede da un anno e mezzo ed è lì che qualche settimana fa ha portato a termine il suo quarto romanzo, La possibilità di un’isola.
Les Murray: "L'intelletto? E' nella poesia"
di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]
Si aggira per gli stand della Fiera internazionale del libro un po’ infastidito dal chiasso, ma abbastanza soddisfatto della robusta borsa multicolore in dotazione agli ospiti. Dentro, porta quella che potrebbe sembrare una tesi di laurea: rilegatura in similpelle nera e pagine dattiloscritte all’antica perché, sostiene, il computer non lo convince. I suoi versi Les Murray li scrive a mano, con la stilografica, e poi li mette in bella a macchina. Nella borsa rossa e blu c’è proprio la sua nuova raccolta. La sfoglia con calma, fino a trovare quello che cerca. Una composizione in memoria di Josif Brodskij, uno dei tanti che, «nella speranza di sbagliarsi», hanno scritto poesia religiosa. «Il vero Dio ti dona la sua carne, / gli idoli ti strappano la tua», suona la conclusione, diligentemente sottolineata nel dattiloscritto. Quasi una dichiarazione di poetica per questo poeta anglofono, cattolico e australiano, la cui forza è testimoniata dalla vasta antologia proposta da Adelphi con il titolo Un arcobaleno perfettamente normale e dal romanzo in versi Freddy Nettuno apparso da Giano, lo stesso editore che ora pubblica Lettere dalla Beozia (a cura di Massimiliano Morini, pagine 240, euro 16): tutti libri che, come l’intera bibliografia di Murray, si aprono con la dedica «Alla maggiore gloria di Dio».
Tutti i santi di Camilleri
di ALESSANDRO ZACCURI
Ogni tanto lo accusano di prendersi tanticchia di libertà con gli episodi storici di cui si occupa nei suoi libri. «E ci mancherebbe altro, gli rispondo: io scrivo romanzi, mica saggi». Alla gagliarda età di ottant'anni, Andrea Camilleri è arrivato a trattare con uguale distacco critiche ed elogi. Forse perché, sostiene, ha avuto la fortuna di arrivare tardi al successo, come conferma il suo nuovo romanzo, Privo di titolo (Sellerio, pagine 304, euro 11), rivelatosi un best seller non appena è arrivato in libreria. «Ecco, pensi se un fatto del genere capitasse a un autore più giovane, a un narratore quarantenne - ipotizza Camilleri -. Ne resterebbe travolto, se non altro dal punto di vista psicologico. Io, invece, ci ho guadagnato in sicurezza, in serenità».
Fassbinder su Berlin Alexanderplatz
Sul settimanale Die Zeit lei ha scritto che il romanzo Berlin Alexanderplatz [qui lo speciale dedicato al capolavoro di Döblin su i Miserabili, all'interno del quale è presente anche un'analisi del rapporto tra il romanziere e il regista] era diventato tanto importante, per lei, da costituire una specie di filo conduttore della sua stessa vita, uno strumento di conoscenza del suo subconscio. La sua è una constatazione o qualcosa di più, un'affermazione di principio: l'eventuale opera d'arte nasce in queste condizioni, e non in altre?
"Il presupposto per un'opera d'arte consiste, secondo me, nel fatto che sia tale da costringere continuamente a inserire in essa la personale fantasia e la personale realtà di chi legge o guarda. Cioè che non si verifichi il semplice sprofondarsi in qualcosa, così da esserne solamente toccati, e imbevuti, bensì la costrizione a raccontare la propria realtà inserendola in ciò che si legge o vede".
Intervista ad Andrea Zanzotto
di MAURIZIO CHIERICI
La casa di Andrea Zanzotto è il rifugio del poeta scontento. In fondo al giardino arruffato legge e scrive immerso nella malinconia di un paesaggio che gli alberi dagli zecchini d'oro continuano a cambiare.
Zanzotto non lo sopporta. Perché nei versi accumulati durante la lunga vita “compare una fitta popolazione - non saprei dire altrimenti - di prati, boschi, colline ma anche di eventi e cose atmosferiche: piogge, nevi, venti, geli, cose di natura, segni di scrittura”. Immaginava che per parlare, la letteratura avesse bisogno di un paesaggio, ma questo paesaggio sbiadisce nella memoria.
Invece il degrado avanza “restio all'ultima umana cupidità e torsione”. Guardando il verde e le trasparenze dei ghiacci si rallegrava: era il 1951. Adesso, nello studiolo coperto dai libri, sotto l'acquerello delle colline fiorite di Tullio Pericoli, il pessimismo di Zanzotto intristisce i suoi 83 anni. Sono fiori di carta, non appassiscono; la consolazione resta provvisoria.
Intervista ad Agota Kristof
di RAFFAELE PANIZZA
[Raffaele Panizza, giornalista culturale per il Venerdì di Repubblica, Il Mattino, Max e altre testate, è uno dei più brillanti incursori letterari che io conosca. Lo ringrazio per avere offerto ai Miserabili questa intervista assai intima a una delle massime - e più introverse -autrici viventi. gg]
Agota Kristof non scrive più. Ed è difficile capire se questo la faccia soffrire, se le sia indifferente, oppure se le procuri un antico senso di colpa, come quello che provava da ragazzina quando la sua passione per la lettura toglieva spazio all’urgenza per la scrittura. E’ così e basta. E si fatica a crederlo, visto che da quasi dieci anni non apparivano contemporaneamente due suoi titoli inediti in libreria. E’ infatti appena uscita una piccola autobiografia, L'analfabeta (Casagrande, € 10), ed Einaudi ha pubblicato da pochi giorni 25 racconti inediti col titolo La vendetta (€ 8.50), a loro volta appena editi in Francia.
Affinati: su Secoli di gioventù
 di ANDREA MONDA
[da RaiLibro]
Il protagonista del tuo ultimo romanzo Secoli di gioventù (Mondadori, euro 16,50), un io narrante che è anche professore (sei tu?), afferma, quasi a conclusione della storia, “Se io e Helmut ci fossimo incrociati come monete dentro le tasche, veicoli nel traffico, nuvole in cielo, sarebbe diverso. Invece l’ho conosciuto. Gli sono andato incontro. Lui mi ha visto. Adesso devo riportarlo a casa”. In questa battuta si trovano raccolti alcuni tra i temi fondamentali del romanzo, in particolare quello dell’incontro…
Il narratore è una trasfigurazione di me stesso. È vero che il libro nasce e ruota tutto intorno a un incontro reale. Il personaggio di Rosetta esiste, è la sintesi fantastica di alcuni miei alunni.
Franco Scaglia: Il gabbiano di sale
di SANDRA PETRIGNANI
Padre Michele Piccirillo è un frate francescano della Custodia di Terrasanta e un grande archeologo, che ha contribuito con i suoi scavi alla scoperta di alcune meraviglie, oggi meta di pellegrinaggi di studio e turistici in Giordania. Da qualche tempo è anche diventato un personaggio romanzesco col nome di padre Matteo. È stato lo scrittore Franco Scaglia, che lo conosce da 24 anni, a reinventarlo come protagonista di due suoi romanzi, Il custode dell'acqua, che vinse il Super-Campiello due anni fa, e Il gabbiano di sale, da poco uscito, entrambi pubblicati dalla Piemme.
Ancora Millenovecento80: intervista a Peace
di Guido Caldiron
[da IndyMedia]
David Peace è nato e cresciuto nello Yorkshire occidentale, una terra dura e cupa che ha raccontato in una serie di romanzi noir riuniti in ciò che lui stesso ha definito come "Red Riding Quartet", di cui la Marco Tropea Editore ha appena pubblicato Millenovecento80. La quadrilogia, inaugurata con 1974 e 1977, già pubblicati rispettivamente nel 2001 e nel 2003 dalla padovana Meridiano Zero, e che comprende anche Millenovecento83, che uscirà per Tropea, descrive le gesta di un serial killer che seminò di giovani donne brutalmente assassinate la regione dello Yorkshire per circa un decennio, a partire dalla metà degli anni settanta. Ma nel descrivere quella stagione di sangue e di orrore, Peace, che vive da alcuni anni a Tokyo con la sua famiglia, racconta in realtà un'intera epoca segnata dalla più grande ristrutturazione economica che l'Inghilterra abbia mai conosciuto, quella imposta dalle politiche della leader conservatrice Margaret Thatcher e segnata da scontri e violenze in tutto il paese. E per fare questo lo scrittore inglese sceglie non a caso di utilizzare i ritmi del punk, la musica che di quel clima rabbioso fu, più che la colonna sonora, l'anima stessa. Abbiamo incontrato David Peace a Roma nei giorni scorsi.
Evangelisti: su Noi saremo tutto
di Domenico Gallo
[da Liberazione]
Valerio Evangelisti è certamente il più importante scrittore del genere fantastico. Un'importanza che somma il successo della diffusione e della traduzione all'estero delle sue opere con l'impegno politico aperto. Il ciclo dell'inquisitore Eymerich e del pistolero Pantera sono l'occasione per leggere le contraddizioni dei giorni nostri attraverso la lente d'ingrandimento di vicende immaginarie. Il suo ultimo romanzo, Noi saremo tutto, trova il titolo in una strofa della versione statunitense de "L'Internazionale", ed è una durissima storia del sindacato dei portuali in perenne lotta con l'alleanza tra potere politico, imprenditori e criminalità organizzata. Dai moli di San Francisco e Seattle, a quelli di New York, la storia indomita dell'antagonismo statunitense.
Evangelisti, "Noi saremo tutto" sembra essere la tua prima storia che non appartiene compiutamente alla letteratura dell'immaginario. Perché questo cambiamento?
La storia che avevo in mente non si prestava a risvolti troppo fantastici. Del resto anche nel mio romanzo precedente, Antracite, gli elementi di quel tipo facevano da contorno e aiutavano a definire la figura del protagonista, ma avevano un ruolo effimero nello svolgimento della vicenda. Ciò non significa, da parte mia, un'abiura del genere fantastico. Semplicemente, scelgo ogni volta gli strumenti più idonei a ciò che intendo comunicare.
Ancora Lagioia e Occidente per principianti
di Marco Rossari
Era da un po' di tempo che, parlando con i cosiddetti operatori editoriali, azzardavo pronostici favorevoli sul romanzo a cui Nicola Lagioia
stava lavorando. Dopo il promettente esordio di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (minimum fax,
2001), l'ottimo lavoro come curatore per la stessa casa editrice della collana di narrativa italiana Nichel, la presenza con uno dei racconti
migliori su Patrie impure, l'antologia curata da Benedetta Centovalli per Rizzoli Sintonie, e su La qualità dell'aria, quella da lui curata
insieme a Christian Raimo sempre per minimum fax, seguivo Lagioia con interesse crescente e sentendo maturare la sua voce.
Occidente per principianti (Supercoralli Einaudi, euro 17, pagg. 297) non ha deluso le mie attese, al contrario.
Faletti: Niente di vero, tranne gli occhi
[Mi perdonino i Miserabili Lettori: mi pare, questa intervista, assai educativa. La posizione personale del gestore di questo e-zine è: nulla contro il povero Faletti, molto contro la ricca sottocultura. gg]
[da Virgilio Sapere] - Non si è ancora esaurito l'enorme successo del suo primo, travolgente romanzo, quello che gli è valso la copertina di un inserto del Corriere della Sera che lo definiva "il miglior scrittore italiano vivente". Jefferey Deaver, col quale ha instaurato un'amicizia basata sullo scambio di ricette di cucina, lo definisce "larger than life" ("mitico!" diremmo noi).
Nonostante il successo, sembra avere mantenuto lo stesso humor di quando recitava la parte di Vito Catozzo al Drive in: "La vendite delle prime ventimila copie era roba da andare a piangere e dire grazie davanti alla statua della Madonna di Lourdes. Adesso che viaggia attorno al milione e 200 mila copie dovrei investire tutto il mio tempo in pellegrinaggi..."
Intervista ad Agota Kristof
 di Michele De Mieri
Minuscola
e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali
a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota
Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano
diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna
scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in
Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto,
confessa che non scriverà mai più nulla di così
interessante come i tre libri della Trilogia della città
di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri
(firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento):
Troppo melensa e poi l'attrice non era in grado di dare
corpo al personaggio di Line, confessa di leggere
pochissimo e di guardare molto la televisione: prima amavo
molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera.
Azar Nafisi: su Leggere Lolita a Teheran
 Leggere Lolita a Teheran, dopo un successo inaspettato negli Stati Uniti, è sbarcato col medesimo successo in Italia; Radio Radicale, nel giorno della presentazione del libro in Italia, ha intervistato l'autrice, Azar Nafisi. Iraniana, dopo aver insegnato in diversi atenei della capitale, Teheran, ha scelto nel 1997 di emigrare negli Stati Uniti; oggi insegna Letteratura inglese alla John Hopkins University ed è direttrice di The Dialogue Project, per il Foreign Policy Institute.
Lessing nonnina contro
I bambini? «È illusorio credere di proteggerli» L'11 settembre? «A Londra gli attentati ci sono da più di 20 anni». La pace? «Spiacente, non durerà» Le donne italiane? «Spaventoso che non facciano più figli»...
di Alessandro Zaccuri
Sarà anche nata in Iran, quando però il Paese si chiamava ancora Persia. E avrà anche vissuto a lungo in Zimbabwe, quando sulle carte geografiche quel pezzo di Sudafrica figurava come Rhodesia. Ma oggi, a 85 anni, Doris Lessing è una perfetta, amabile e spietata nonnina inglese.
«Lo so, sono una vecchia cinica», minaccia sorridente davanti ai giornalisti che l'attendono al Festivaletteratura. Dell'educazione britannica contro la quale si è più volte ribellata - prima attraverso il comunismo, poi mediante il femminismo, sempre e comunque con gli strumenti della letteratura - ha conservato, se non altro, l'abilità di usare lo stiletto come un cucchiaino da the. Chiede se desideri altro zucchero e intanto ti sta pugnalando al cuore. Se ne accorge chi, dalla piccola platea di cronisti, le chiede una dichiarazione che possa essere adoperata a favore delle due volontarie italiane sequestrate in Iraq. «Un mio contributo sarebbe del tutto privo di utilità - scandisce celestiale -. I rapitori hanno il culto della violenza e di sicuro non si lasciano commuovere dagli appelli. Scusatemi, ma non mi sembra il caso di cedere al sentimentalismo».
Aldo Nove: Milano non è Milano
 Aldo Nove abita stabilmente a Milano da una decina d’anni.
Prima, da studente di filosofia alla Statale, era ospite del patronato cattolico («tra Bisceglie e Inganni») e si manteneva facendo il badante per anziani («oggi non avrei potuto più farlo, i badanti filippini costano molto meno»).
Poi, nel ‘93-94, dopo la laurea, Aldo Nove, nato a Viggiù ma deciso a non tornarci, trova casa al Gallaratese, nel complesso di Carlo Aymonino e Aldo Rossi («io sto nell’ala Aymonino»). Lì trova il suo prima lavoro, dall’editore Nicola Crocetti, che ha l’ufficio nell’ala Rossi dello stesso metafisico complesso, e da allora ha vissuto la città esplorandone i luoghi segreti, le periferie che aspirano a diventare zone residenziali, i 40 McDonald’s, i sexy-club per incontri privati, i centri commerciali («Bonola è fondamentale»), i cimiteri con le loro tombe più o meno monumentali, le metropolitane di cui è un affezionato e appassionato utente.
Lo incontriamo alla pizzeria di Largo La Foppa, luogo magico per lo scrittore: qui, un anno fa, acquistò da una venditrice coreana l’oggetto più prezioso della sua collezione trash, un accendino da tavolo con il fuoco che esce dalla testa di Osama Bin Laden mentre dietro si stagliano le Torri Gemelle con un aereo conficcato dentro.
«Anche Milano ha avuto un suo 11 settembre, ma in versione trash-apocalittica: ovvero, secondo la definizione di Tommaso Labranca, una emulazione fallita di un modello alto» osserva Nove.
Paul Auster: su 'La notte dell'oracolo'
 di Antonio Monda
Il dodicesimo romanzo di Paul Auster ha un titolo che allude alla mitologia greca, ma è ambientato in una Brooklyn familiare al mondo creativo dell'autore, ed ha per protagonisti personaggi tipici del quartiere al di là del ponte, che ricorda orgogliosamente il tempo in cui era una città che sfidava per importanza New York. La notte dell'oracolo, in uscita in Italia presso Einaudi (pagg. 224 euro 16,50), ha il tono febbrile e sottilmente allucinato del recente Libro delle illusioni, e la dolente carnalità dei personaggi dei migliori romanzi dell'autore, ma ciò che ne caratterizza l'evoluzione narrativa e ne costituisce il fascino principale, è il senso di incanto che Auster prova ancora una volta per il mistero che alligna in una realtà quotidiana riscattata dalla solidarietà e dalla pietà.
David Leavitt: su 'The Body of Jonah Boyd'
di Paolo Mastrolilli
«Certe
volte vorrei poter pubblicare libri anonimi. Così
ci sarebbe il testo e basta, senza tutto il bagaglio pesante
che uno si porta dietro quando scrive».
Sembra inevitabile che una conversazione con David Leavitt
cominci in questa maniera, alla presentazione del suo
ultimo romanzo, The Body of Jonah Boyd. Perché
il «caso Leavitt» è un romanzo in se
stesso, che forse un giorno qualcuno finirà per
scrivere.
Nel 1982, quando era ancora uno studente alla Yale University,
aveva pubblicato il suo primo racconto sul New Yorker,
che poi era anche il primo racconto apertamente gay uscito
sulla rivista più prestigiosa d'America. Nel 1985,
a 24 anni non ancora compiuti, lo aveva doppiato con la
raccolta Ballo di famiglia, ed era subito nata
una stella.
Intervista con Viktor Erofeev
di Marco Dinelli
[da esamizdat]
Viktor, so che stai ultimando un romanzo che è in qualche modo legato alla figura di Stalin. Una cosa che mi ha sempre affascinato e allarmato allo stesso tempo è l’assenza di un senso di colpa storico nella coscienza russa (a differenza dell’atteggiamento dei tedeschi nei confronti del nazismo) per le decine di milioni di vittime in settant’anni di comunismo, e in particolare per gli orrori dell’epoca staliniana. Sembra che il fascino del capo carismatico di fronte al quale si prova una sorta di “timore di Dio” sia un bisogno radicato nella mentalità russa. Cosa ne pensi?
Il libro s’intitola Chorošij Stalin [Il buon Stalin],
è un romanzo, ma lo è in modo piuttosto insolito e rischioso,
perché si tratta di un romanzo con personaggi reali. Ossia
tutti i personaggi di questo romanzo sono inventati, sebbene
siano, allo stesso tempo, reali. Hanno nome e cognome. Onestamente,
non ho mai visto un romanzo del genere. Non è un romanzo autobiografico
anche se ad agire siamo fondamentalmente io e mio padre: è
Padri e figli in una interpretazione assolutamente nuova,
senza essere però legato a Turgenev né nella trama né in senso
postmoderno.
John Updike
di Ted Baxter
John Updike è, dalla cima dei capelli alle unghie dei piedi, quello che si definisce un vero wasp: un white anglo-saxon protestant; è anche un signore di una sessantina d'anni che ne dimostra, fortuna sua, dieci di meno. Ed è stato baciato da un invidiabile successo.
Nato a Shillington, in Pennsylvania, dopo essersi laureato ad Harvard, ha frequentato corsi di specializzazione a Oxford. Il suo primo romanzo l'ha pubblicato a 27 anni; era il 1959, e s'intitolava The poop-house fair, descriveva la miserabile vita degli sfortunati ospiti di un centro per anziani. Vinse il premio Rosenthal, e da allora non si è più fermato.
Tom Wolfe su 'Un uomo vero'
 di Harry Ritchie
A Man in Full è
uscito il 12 novembre 1998 in tutto il mondo con una prima tiratura di
1.200.000 copie negli Stati Uniti e di 100.000 copie in UK. Solo per
i diritti cinetelevisivi aveva già incassato 600.000 dollari prima
ancora di uscire: un record mondiale.
Tom Wolfe, guru del new journalism
degli anni Sessanta e Settanta e faux-deb di travolgente successo
con Il falò delle vanità (magnificamente e disastrosamente
portato sullo schermo da Brian De Palma), ha rilasciato quest’intervista
un paio di mesi prima dell’uscita del suo ultimo lavoro (che aveva
terminato da pochi giorni).
Intervista a Orhan Pamuk
di Paolo Perazzolo
Kars è una città della provincia anatolica della Turchia. Il poeta Ka, da tempo esule in Germania, la raggiunge dopo un breve soggiorno a Istanbul, ufficialmente per condurre un’indagine giornalistica: alcune studentesse universitarie si sono tolte la vita, perché è stato loro impedito di indossare il velo in aula. In realtà, ad attirare il poeta in questa città, remota e triste ma a suo modo ricca di fascino, completamente ricoperta dal bianco della neve che incessantemente cade, è anche la possibilità di un nuovo amore.
Quali che siano le ragioni dell’agire di Ka, è certo che il suo soggiorno a Kars si trasforma in un’indagine sulla Turchia più profonda, in un viaggio fra le mille contraddizioni e lacerazioni di un Paese "conteso" da laici e religiosi, integralisti e sostenitori dello Stato, curdi e fondamentalisti islamici. E così la cittadina si trasforma, nel nuovo libro di Orhan Pamuk (Neve, Einaudi, pp. 480, €18,50), uno degli scrittori turchi contemporanei più noti e tradotti al mondo, nello specchio della Turchia.
Intervista a Jim Shepard
Jim Shepard è un narratore straordinario, che merita in Italia un'attenzione maggiore di quella riservatagli finora. A mio parere, il suo racconto Tedford e il Megalodon, che apre La super raccolta di storie di avventura, curata da Chabon per McSweeney's di Eggers, è il punto più alto dell'intera antologia. La sua raccolta Love and Hydrogen (di cui un racconto, Mortalità dei genitori, tradotto dal sottoscritto, apparirà in Italia sul prossimo numero della rivista Carmilla), restituisce alla narrativa contemporanea un autentico maestro della narrazione breve. Nosferatu in love, l'incredibile romanzo che stravolge il lettore nel fare esplodere la vita misteriosa di Murnau, sarà prossimamente pubblicato per Mondadori. Project X, sorta di Elephant narrativo, è il suo ultimo libro: una catabasi negli abissi del male in cui si agitano le fantasie degli adolescenti americani. Su quest'ultimo romanzo, pubblico un'intervista a Shepard.
Vollmann: letteratura dell'anatomia
L'esperienza del mondo e della violenza in William T. Vollmanndi Simone Barillari «Finora i miei tentativi di fare del bene sono stati disastrosi, per questo sono diventato un semplice angelo che prende nota» si legge nella premessa ai Racconti dell’arcobaleno. «Queste storie parlano di skinhead, pazienti di radiologia, puttane, innamorati, feticisti e di altre anime perse». Come lo sono anche i suoi re e senzatetto, un devoto di Heidegger e vari asceti della crudeltà, il vestito verde capace di pietà e i biblici schiavi invaghiti della Tremula Principessa delle Salamandre che abita il fuoco, e poi i thugs, i vani profeti e in fondo tutti i protagonisti delle sue storie di «scellerata onestà e onesta malvagità». Alla fine degli anni Ottanta, William Trevor Vollmann trascorse molti mesi nel Tenderloin, quartiere di San Francisco e recinto di multiformi infelicità: lì fumò crack in compagnia delle prostitute di strada, divise pessimo alcool con i vagabondi, si iniettò eroina insieme ai tossicomani. Vollmann vive da sempre in questa adesione follemente intima alla materia della sua scrittura, quasi in una patologia terminale della massima hemingwayana sul raccontare solo ciò di cui si conosce tutto, eppure non la disgiunge da ricerche documentarie dottissime e capillari, che spaziano dalla termodinamica all’etnografia fino all’esegesi di testi sacri: e la prosa che ne risulta è perfetta mistura di reportage e invenzione, di miti millenari e modernissime illusioni.
Foucault: Su 'Sorvegliare e punire'
di Foulek Ringelheim
Il suo libro, Sorvegliare
e punire, è piombato come una meteora sul campo di studio di penalisti e di
criminologi. Proponendo un'analisi del sistema penale nella prospettiva della
tattica politica e della tecnologia del potere, l'opera ha portato scompiglio
tra le tradizionali concezioni sulla delinquenza e sulla funzione sociale della
pena. Ha turbato i giudici repressivi, per lo meno quelli che s'interrogano sul
senso del loro lavoro. Ha scosso un buon numero di criminologi che però non
hanno affatto gradito che le loro teorie fossero definite chiacchiere.
Sempre più rari sono oggi i libri di criminologia che si riferiscono a
Sorvegliare e punire come a un'opera propriamente
inaggirabile. Tuttavia il sistema penale non cambia e la «chiacchiera
criminologica» prosegue immancabilmente. È come se si rendesse omaggio al
teorico dell'epistemologia giuridico-penale senza poterne trarre insegnamenti,
come se teoria e pratica fossero separate da una paratia stagna. Senza dubbio la
sua intenzione non è stata quella di fare opera di riforma, ma non si potrebbe
immaginare una politica contro il crimine che si basi sulle analisi e tenti di
trarne alcune lezioni? Bisognerebbe forse preliminarmente precisare che
cosa mi sono proposto di fare con questo libro. Non ho voluto fare direttamente
opera critica, se si intende per critica la denuncia delle disfunzioni
dell'attuale sistema penale. Né ho voluto fare una storia delle istituzioni; nel
senso che non ho voluto raccontare come funzionava l'istituzione penale e
carceraria nel corso del diciannovesimo secolo. Ho tentato di porre un problema
diverso: scoprire il sistema di pensiero, la forma di razionalità che, dalla
fine del diciottesimo secolo, sottostà all'idea che la prigione è, in
definitiva, lo strumento migliore, uno dei più efficaci e dei più razionali per
punire le infrazioni in una società. È evidente che nel fare ciò mi sono
preoccupato di come si potrebbe agire ora. Infatti mi sembra che opponendo, come
si fa tradizionalmente, riformismo e rivoluzione, non ci si dota dei mezzi per
pensare che cosa possa dar luogo a una reale, profonda e radicale
trasformazione.
Salvatore Natoli: Il Sacro e la Morte
La morte viene vista anche come un evento collettivo, nel rito. Come si può
conciliare questo aspetto con il dolore individuale, strettamente personale delle persone
che erano più vicine al defunto.
Natoli: Questo è un rapporto molto importante tra l'individuale e il
collettivo, perché riguarda proprio il modo del vivere la morte, il vissuto della morte,
che non è stato sempre uguale, nelle epoche del mondo, e non è uguale nelle diverse
civiltà del mondo, perché il tema della individualità, della morte come morte solo mia,
è abbastanza recente rispetto alla storia dell'umanità, nel suo complesso, perché nelle
società arcaiche la morte era un fatto collettivo, per il semplice fatto che la società
era più integrata. Nelle società arcaiche si viveva insieme, si stava insieme, c'era una
continuità di spazi, di ritmi di vita. Era difficile, in quelle società, cercare e
trovare la solitudine, c'era un'interazione continua; e quindi la morte certamente era
patita dall'individuo, ma era patita anche e soprattutto dalla comunità.
Tiziano Scarpa: su 'Corpo'
di Piero Sorrentino
[da 'Stilos', supplemento letterario de la Sicilia]
C’è una piccola e preziosa bibliografia contenuta in fondo alla breve aletta di copertina di Corpo (Einaudi, 154 pagg., 11 €), l’ultimo dei tre libri che Tiziano Scarpa ha mandato in libreria in poco meno di due anni. È una lista che apparenta Corpo alla “genealogia secolare delle descrizioni appassionate che traboccano volentieri nell’immaginazione un po’ folle”: le Storie naturali di Jules Renard, le Storie di Cronopios e di Famas di Cortàzar, Le città invisibili di Italo Calvino, Il partito preso delle cose di Ponge. È raro che un testo non saggistico indichi apertamente il solco dentro il quale si inserisce, il diagramma gerarchico di cui è figlio e epigono. C’è il rischio, però, che la lista ingeneri nel lettore delle aspettative fuorvianti rispetto al contenuto effettivo della raccolta. Le cinquanta prose di Corpo, infatti – ben lontane dalle osservazioni entomologicamente distaccate di Renard o dalla cerebrale scansione strutturale delle Città invisibili, e allo stesso modo debitrici solo in parte dell’anima che “innalza costruzioni geometriche ossessive” di Cortàzar (come ebbe a dire Italo Calvino) – sembrano più caratterizzate da quella che Jacqueline Risset, proprio a proposito del Partito preso delle cose, chiamò “allegria materialista”: quel pattinare svagato sulla superficie del mondo, quel “contatto rinnovante con l’esterno, con le cose della natura”.
Conversazione con Alberto Arbasino
di Gabriele Pedullà
«L’ultima generazione che sul serio a vent’anni aveva
lu
tous les livres: uno al giorno, e magari due o tre. Interamente normalmente,
anche divertendosi. Facendolo pesare, mai» (Fratelli d’Italia, p.
1270). Se la storia di come Alberto Arbasino ha letto tutti i libri in fondo è
nota, quando si leggono i tuoi scritti si ha in qualche modo l’impressione che
tu abbia visto anche tutti i film… Comincerei proprio da qui. La tua
educazione cinematografica come è stata fatta?
Assai normalmente. Da ragazzino, andando al cinema spesso, alle visioni
pomeridiane, con i compagni di scuola e qualche volta la sera con la famiglia.
Crescendo, poi, ci sono stati anni in cui si andava al cinema tutte le sere.
Adesso molto meno. C’è così poco da vedere! La qualità è diventata
bassissima. I registi si rivolgono sempre più a un pubblico ideale di
adolescenti. Tutti quei film con i serial killers vanno bene per i ragazzini, ma
per uno come me, che ne ha viste tante… Diciamo pure che mi ci diverto molto
meno. E io al cinema ci sono sempre andato solo per divertirmi, come d’altronde
è successo anche per i libri. La poesia l’ho letta perché mi piaceva, mica
per dare degli esami alla facoltà di Lettere!
Antonio Spadaro: A che cosa serve la letteratura
Padre Spadaro, critico di «Civiltà Cattolica», analizza la letteratura italiana del Novecento in chiave spirituale. E fa il punto su promossi e bocciati
Cattivi e buoni cristiani, il catalogo degli scrittori
di Antonio Debenedetti
Principale «nemico» rimane il materialismo, cresce invece la comprensione verso tutte le forme di espressione (anche molto libere ma sempre nel rispetto dell'umana dignità) del dolore, dell'inquietudine, della ricerca esistenziale. Cominciamo dai poeti. I più vicini alla sensibilità di padre Antonio Spadaro, trentacinquenne critico di Civiltà Cattolica (l'autorevole rivista ufficiale dei gesuiti) oltreché professore presso la Pontificia Università Gregoriana, sono Dino Campana, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti . Quindi, motivando i suoi giudizi con una ricchezza di argomentazioni poco adatta alla stringatezza di un'intervista, fa i nomi di alcuni «antinovecentisti» con un particolare orecchio alla realtà: da Umberto Saba a Giorgio Caproni fino al troppo trascurato Carlo Betocchi.
Attraverso Orfeo, risalendo a Dioniso Conversazione con Giorgio Colli
[da "La dimensione perduta" - Alessandro Fersen 1957-1978, ventun anni di Laboratorio Teatrale]
Fersen: Paideia è un termine tipicamente tuo, che ti ho sentito usare fin dai nostri primi incontri, quando discutevamo dei "tuoi" Presocratici e dell' "Universo come gioco". Che cosa vuol dire il termine "paideia" applicato al mio lavoro nello Studio?
Colli: Uso il termine "paideia" proprio nel suo senso greco di educazione, di formazione umana: è, cioè, il modo in cui si trasmette un valore non soltanto contingente, transeunte, che valga per i rapporti della vita privata, ma anche un valore che vada al di là della persona. Questa trasmissione, per cui qualcosa passa da un uomo formato ad un uomo da formare, dà a quest'ultimo il senso che nella vita c'è qualcosa che va al di là dei fini immediatamente individuali: e questo lo chiamo "paideia".
Magrelli: su 'Nel condominio di carne'
di Nicola Bonazzi
Il corpo è un tema molto presente nella sua opera, già dal titolo della sua seconda raccolta Nature e venature. Da dove nasce la decisione di dedicare un'intera opera al corpo?
In effetti mi sono divertito a inserire dei richiami ad altri miei testi con citazioni di versi o prose, già presenti in Esercizi di tiptologia del '92. E’ evidentemente un tema che mi è sempre appartenuto. In un testo di Nature e venature, per esempio, parlo delle viti infisse nell'osso, e le paragono a un sistema di accordatura dei pianoforti – per altro ho suonato a lungo pianoforte. Insomma ho voluto ribadire, evidenziare questi legami. L’idea del libro nasce in verità intorno al '90, dunque non si tratta di una scelta cronologicamente successiva a Didascalie per la lettura di un giornale, del 1999; è stato piuttosto un lungo sedimentarsi.
Ammaniti: 'Fa un po' male'

di Loredana Lipperini
Giulia, in effetti, assomiglia moltissimo a Monica Bellucci. E il colpo di
fiocina con cui inchioda alla poltrona il fidanzato fedifrago è esattamente
come lo si era immaginato leggendo L'ultimo capodanno dell'umanità. Poi ci
sono altre soddisfazioni da togliersi: i fan di Fango, la raccolta di
racconti che nel 1996 lanciò definitivamente Niccolò Ammaniti, potranno
adottare come personale tormentone la frase Dove le ponno fa' le olive
ascolane?, oppure constatare finalmente la stazza del Giaguaro, abominevole
boss di Vivere e morire al Prenestino.
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