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SERGIO ENDRIGO, 1933-2005
di WU MING
[Mi ha colto di sorpresa la morte di Sergio Endrigo. In un giro di sms, Igino Domanin mi ha scritto il più azzeccato commento: con Endrigo si chiude un'era. I Miserabili avevano aderito (qui) alla campagna per la rivalutazione letteraria di questo grande autore: grande autore non soltanto in senso canoro. La suggestione era stata lanciata da Wu Ming 1, ed è per questo motivo che i Miserabili tornano ad appoggiarsi a WM, autore di un bellissimo pezzo spedito ierisera e che subito è stato ripreso da molte parti in Rete. gg]
Ci coglie di sorpresa la morte di Sergio Endrigo, appena annunciata al telegiornale.
Ho sentito l’urlo di belve
In gabbia e in catena
E il passero in cerca di pane
Il silenzio della prigione
E il grido degli ospedali
Chi nasce e chi muore
Ho sentito la voce dell’uomo
Che canta per fame
Per rabbia ed amore
La voce dell’uomo
Quando canta io l’ascolto.
Meridiani di sangue
 L'ambizione della bella collana i Meridiani di Mondadori era un tempo esplicita: essere la Plèiade italiana. Una collana come i Meridiani conferisce prestigio a una casa editrice e fornisce l'idea che questa casa editrice sia il vero grande catalogo di un'editoria nazionale. Di qui, la convinzione di costituirsi quale realtà letteraria in grado di fornire un canone - forse l'unico canone rimasto in vita nelle librerie. Beh, niente di tutto questo, se non che il canone c'è sì, ma nelle edicole, e quindi va a non esserci più. Allegando i Meridiani a 10 euro a riviste come Panorama, Donna Moderna e Chi, Mondadori ha compiuto il passo definitivo verso l'abbattimento di ogni idea di cultura che non sia legata al Mercato Svaccato. Non sta qui parlando uno che ha la puzza sotto il naso rispetto al mercato, sia chiaro. Però resto convinto che una cosa sia il mercato (svaccato, per di più) e un'altra la comunità dei lettori, la cosiddetta Repubblica Democratica dei Lettori. Se uno scrive, se uno pubblica, è chiaro che desidera che il libro sia letto da molte persone. E' però ovvio che non questa è la prospettiva in cui si è messa Mondadori con quest'operazione: allegare i Meridiani a riviste di quella fatta significa semplicemente voler guadagnare, o mettersi a rincorrere gli allegati letterari di Repubblica contro cui la stessa Mondadori si era schierata nei suoi massimi gradi dirigenziali. Ciò che va perduto, e secondo me definitivamente, è il prestigio dei Meridiani, già molto compromesso negli ultimi anni per scelte che destavano il sospetto di furbizia, come quella di piazzare in quella collana i romanzi di uno scrittore come Camilleri, che vende moltissimo e pubblicherà - speriamo per moltissimo tempo - romanzi.
L'autore inesistente. Pseudonimi, eteronimi, noms de plume
di GIANLUCA RIVOLTA
[Succede che un libretto di 32 pagine autoprodotto nel gennaio scorso da Felice Campora (48 anni, narratore e insegnante di inglese al liceo scientifico di Amantea, provincia di Cosenza) venga spedito, insieme ad altri materiali, alla redazione del settimanale Carta, all'attenzione però del collettivo Wu Ming. Da Roma il plico viene inoltrato a Bologna, dove il libretto viene letto e segnalato al Miserabile Scrittore. Trattasi di una raccolta di tre brevi saggi tra il serio e il faceto. Il primo ("Una modesta proposta per migliorare la segnalazione del fallo di fuorigioco nel gioco del calcio") è firmato dallo stesso Campora, gli altri due, rispettivamente, da Gianluca Rivolta a.k.a. "Gianni Blissiano" (nella foto a destra) e da Marco Vittorio Castello. Il saggio di Rivolta riassume con grande chiarezza e nitore i termini di un'annosa questione: la "identità dell'autore". Tale riassumere casca come cacio sui maccheroni scotti di recenti polemiche sui nicknames. Sì, perché dopo tanto confusionismo, qui c'è bisogno di tornare all'abc.
Dall'introduzione di Campora: "Rivolta riesce a giocare continuamente con l'argomento, chiudendo il testo con una ironia sconosciuta negli scritti che di lui ho già avuto modo di leggere. Rivolta è infatti autore di un racconto breve, La Macchia, che ho avuto l’onore di presentare in una raccolta intitolata Sette Racconti di Mistero, stampata solo un mese fa. In precedenza, Rivolta si era già interessato alla pseudonimia con un breve articolo apparso su Ora Locale nel Dicembre del 1997; il suo è quindi un interesse originale e autonomo."
Col permesso di autore e curatore, proponiamo qui il testo.]
Pincio: Welcome into the unreal world…
di TOMMASO PINCIO
[Invito i Miserabili Lettori a visitare la distopia che l'autore de La ragazza che non era lei ha aperto nella sua temporary autonome zone. Da qui, riprendo una dichiarazione di estetica e psicostoria dello stesso Pincio, che mi pare fondamentale per abituarsi a guardare alle rinnovate poetiche italiane. gg]
“Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos’è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo sesso, droga e rock & roll?”
Nei giorni in cui ero ancora un bambino spaurito capitava che mia madre mi portasse con sé nei suoi irrequieti giri per le vie di centro. Ricordo come mi incantavo guardando i giovani che allora popolavano le strade. Avevano capelli lunghi, vestiti colorati e sedevano sul selciato suonando la chitarra e cantando incuranti della gente che scuoteva la testa.
Cacciari: sull'Ulisse di Dante
di MASSIMO CACCIARI
Tutto l’itinerario lungo le prime due Cantiche è un ritorno del pellegrino in se stesso, un doloroso rammemorare i peccati commessi, le seduzioni e i pericoli che ne hanno minacciato la salvezza. Ma due figure ardono ancora ai suoi occhi con tale «violenza» da farlo cadere , da sembrare capaci di sbarrargli la via. Esse sono strettamente intrecciate nel più paradossale degli abbracci, al di là di ogni differenza di tempo e cultura. È la «bufera» che trascina, stringe, vince l’amore di Francesca, «bufera» che non concede riposo per tutta l’eternità. È l’ardore, il furor di Ulisse, incapace anch’esso di stare , fiamma che si alimenta da sé, inestinguibile. «Allor mi dolsi...»: sono queste le figure che riaccendono in Dante tutta l’ angustia per la sua vita passata, insieme all'ansia struggente di metanoia , di conversio ; «... e ora mi ridoglio»: e tanto forte è stata quell’ angustia vissuta nel momento dell’incontro, che ancora adesso, che il viaggio è finito, che la suprema visione è stata attinta, il suo ricordo lo tormenta.
"Avrei preferenza di no": il Bartleby di Melville
Bartleby alle radici del romanzo contemporaneo
di JACOPO DE MICHELIS
C'è qualcosa in Bartleby lo scrivano, questa strana e bellissima novella di Melville, che sembra sottrarla alla letteratura dell'Ottocento per assegnarle un posto di diritto accanto alle opere di Kafka, Musil, Joyce, Pirandello, Gadda, eccetera. Bartleby anticipa infatti in modo stupefacente temi e modi che saranno fatti propri dalla narrativa novecentesca.
Pincio: Philip Dick tradito dal futuro
di TOMMASO PINCIO
Consideriamo la seguente domanda retorica: «E dove vuoi che succedano le cose, se non nel futuro?». La si direbbe una considerazione più che plausibile. Il passato è passato e dunque non alla portata di eventi che non siano già accaduti, mentre il presente è spesso di una noia mortale e comunque sia slitta costantemente verso il futuro. Tutt'altro che secondario, poi, è che la domanda in questione venga posta dal personaggio di un romanzo di fantascienza, genere avveniristico per definizione. Ma siccome stiamo parlando di un romanzo fantascientifico affatto particolare e di uno scrittore per il quale niente è davvero ciò che sembra, è bene essere cauti. Per l'esattezza, stiamo parlando di Noi marziani di Philip K. Dick, il che ci autorizza a dubitare. Anzi, di più, ci impone di ipotizzare che se mai c'è un luogo nel quale la desolante prospettiva di una calma piatta è possibile, questo è proprio il futuro.
Chi ci dice che il futuro passerà?
L'incrocio Capote-Parise
di STEFANO CIAVATTA
[Questo articolo è stato pubblicato sul 'Giornale di Sardegna'il 31 maggio scorso. Ringrazio Stefano Ciavatta per il permesso di riprodurlo qui. gg]
“Sono sempre stato un lettore e un ammiratore di due autori. Somerset Maughan e Truman Capote. Il primo per la sua infinita leggibilità e humour, il secondo per una certa sua magia creata da immagini e parole, quanto meno insolite, ricercate e barocche. Entrambi autori snob, oggi ben poco letti e perciò pronti per essere ripubblicati da Adelphi.” Vent’anni dopo il commento di Goffredo Parise, accade il contrario, che a rilanciare lo scrittore veneto sia proprio quell’editore, definito snob senza malizia da Parise stesso, mentre Capote si gode già da tempo un meritato Meridiano. Ma non finisce qui: entrambi gli enfant prodige (affini nella carriera come nei successi, nella prematura scomparsa e nelle due opere finali, i Sillabari e le Preghiere esaudite rimaste incompiute per lo stessa sindrome da pagina bianca) vedono oggi riproposti sugli scaffali due volumi di prose brevi, composti da testi, articoli con vocazione di saggi letterari (è il caso di Parise con Quando la fantasia ballava il boogie, Adelphi, 20 euro), ritratti, reportages, cartoline, incastonate in precedenza nei rispettivi meridiani. Come a dire che su queste pagine non è ancora stata detta l’ultima parola.
Safran Foer: Immaginazione
di JONATHAN SAFRAN FOER
[Autore celebratissimo dalla critica americana, dopo l'esordio con Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer è presente attualmente in tutte le librerie italiane con il suo secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino, edito da Guanda]
L’immaginazione come strumento di comprensione
1. Una formula vaga in un momento di disperazione
Ho comunicato il titolo di questa conferenza molto tempo prima che avessi la
benché minima idea del tema del mio intervento. Era il 2 novembre, giorno
dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Vale a dire che la disperazione era
nell’aria già prima di ricevere la telefonata con cui venivo informato che prima della
fine di quella telefonata avrei dovuto trovare un titolo. «Un titolo per cosa?» ho
domandato.
Mi trovavo in California. Ero appena tornato dopo un mese in Giappone – per il
mio viaggio di nozze – e pativo il cambio di fuso orario, ero frastornato e ansioso di
tornare nel mio letto, nella mia camera, in casa mia, e nella mia New York
inossidabilmente pro-democratici. «È per la conferenza di Venezia» mi ha spiegato la
mia agente. «Scusa un attimo…» le ho risposto, calando il secchio nel pozzo del mio
cervello. Ma è tornato su vuoto. «Forse, se trovi una formula vaga…» mi ha suggerito
lei.
Io ho calato di nuovo il secchio e mi sono ricordato – a proposito di chissà che –
una poesia letta di recente, del poeta polacco Zbigniew Herbert. Uno dei versi diceva:
«L’immaginazione è lo strumento della comprensione».
Mitopoiesi di Sergio Endrigo, ancora
di SCOTT.RONSON
[Si ricorderà la campagna lanciata, da più scrittori, per la salvaguardia e la valorizzazione letteraria di Sergio Endrigo, autore del folgorante romanzo autobiografico Quanto mi dài se mi sparo?. La campagna ha dato buoni frutti: Endrigo è stato a Fahrenheit a parlare del suo romanzo, e poi si è catapultato sul palco dell'Ariston, segnando un record: un libro presentato per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo. Ora, sul blog BUONI PRESAGI, appare un intervento che mi pare il caso di riprendere... gg]
"Tutta l'opera di Petrarca si può riassumere con il verso di Endrigo 'dite a Laura che l'amo'" (V. Sgarbi)
A cavallo tra il 3 e il 4 marzo 2005, attorno alla mezzanotte, il festival di San Remo è stato teatro di un avvenimento incredibile: il presentatore si è intrattenuto qualche minuto (pochini, a dire il vero) con un attempato cantante italiano di altri tempi, Sergio Endrigo, che su quel palco aveva presentato trentacinque anni prima una canzone intitolata “L’arca di Noè”, intrisa allo stesso tempo di visioni apocalittiche che manco Dylan (“un volo di gabbiani telecomandati e una spiaggia di conchiglie morte”) e di una dolce speranza per una vita e un mondo migliore. Nel frattempo, Endrigo è stato dimenticato, relegato nel passato, in una tradizione cantautorale e melodica antiquata rispetto ai vari Guccini, De André e ad altri cantautori che possono vantare un ampio seguito trans-generazionale, e ha avuto modo di riflettere sul senso di questa caduta nell’oblio, sulle sue ragioni, sulle sue conseguenze, sulle possibili vie di uscita. E ne ha tratto un romanzo.
Pasolini: dal mito della morte al mito del morto
di BRUNO PISCHEDDA
[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere «Pasolini». E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]
«Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l’adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica.»
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, “MicroMega”, 4/95). A distanza di oltre vent’anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c’è modo di rescindere l’opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l’apice violento, lo scempio conclusivo.
Lettura silenziosa della poesia
di MARIO BENEDETTI
Siamo ancora abituati alla lettura silenziosa? La poesia recitata o cantata con l’accompagnamento di strumenti musicali è stato fenomeno antico. Poi, si dice, è avvenuta la definitiva rivoluzione romantica. Oggi la poesia, eminentemente lirica, si compromette con la sua teatralizzazione o con le parole per melodie di arcadia dei sentimenti: cantautori e cantautrici. Non che la poesia non si possa proporre così, ma in questo modo si elude quanto di irrinunciabile la lettura silenziosa porta con sé: un fatto di modalità ma anche di contenuti. La modalità risiede innanzitutto nel tipo di tempo che richiede la lettura silenziosa: uno scarto temporale, una temporalità di natura diversa, senza rumore, e lenta, per intenderci, che rifiuta l’ordinarietà; un tempo interrotto per dire così, scandito dal ritmo della musica dei versi, differente per ogni libro e autore.
Clevenger su Baer: Baciami, Giuda
di CRAIG CLEVENGER
In occasione dell'uscita, per gli imperdibili tipi di Marsilio Black, del grande noir di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda (€ 14.50; qui il booktrailer), l'eminenza nera della collana, Jacopo De Michelis, ha tradotto questo appassionato intervento di Craig Clevenger, il cui Manuale del contorsionista sta per uscire per Strade Blu Mondadori. Ringrazio Jacopo per il permesso di pubblicare questo pezzo. gg]
Alla terza riga del primo romanzo di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda, c’è scritto: «Sono freddo, religiosamente freddo». Letta quella riga, ho chiuso di scatto il libro, ho smesso di curiosare tra gli scaffali e l’ho comprato, praticamente divorando la storia quello stesso pomeriggio. Stando a quanto mi dicono tutti, la reazione è sempre la stessa. Quella riga è il punto di non ritorno, quando il lettore cade preda del libro.
«Stavo pensando all’aria in quelle antiche cattedrali europee», dice Baer, «quelle enormi cattedrali di marmo, e ho immaginato che l’aria in quei luoghi dovesse assomigliare a quella del tuo ultimo respiro.»
Chi spia le spie?
di THOMAS POWERS
[da la Rivista dei Libri]
Una storia dei servizi di intelligence americani [vedi Cloak and Dollar: A History of American Secret Intelligence, di Rhodri Jeffreys-Jones, edito da Yale University Press] potrebbe articolarsi in vari modi — come un succedersi di manie a livello della Casa Bianca, per esempio, che vedrebbe la CIA affannosamente intenta a soddisfare le richieste presidenziali di informazione sui programmi militari sovietici, di rovesciare governi ostili in Guatemala o in Iraq, di debellare i movimenti di guerriglia in Congo o in Vietnam. Oppure come un susseguirsi di scandali a seguito di subitanee rivelazioni di crimini e orrori — complotti per uccidere Castro, cittadini americani spiati, pericolosi esperimenti con droghe fatte assumere a qualcuno a sua insaputa, sostegno a trafficanti di droga, addestramento di squadre della morte latino-americane, fondi illegali per movimenti di guerriglia.
Szondi: Ricerca del tempo tra Proust e Benjamin
di PETER SZONDI
Il libro di Walter Benjamin dedicato alla memoria, Infanzia berlinese intorno al 1900,
si apre con le seguenti parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma
smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I
nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio
dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole
montane, le ore del giorno. Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi
segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni.
No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per
questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce
arco fu per me la prima curva di collina. Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e
la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve
tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati. Più
ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano
rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in
questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio,
banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle
vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me
ne fu dato un segno. Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora
quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii
ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore” (1).
Pynchon inedito: Superletteratura
di THOMAS PYNCHON
[Se Pynchon scrive la postfazione a un romanzo, cosa può saltare fuori? Probabilmente un delirio. E' quanto accade nel saggio con cui il genio di Gravity's Rainbow ha postfato Stone Junction di Jim Dodge. Del romanzo di Dodge importa assai meno delle indicazioni di poetica (e di reazione sociale all'ideologia del presente occidentale) che Pynchon fornisce con un profluvio di prosa paraproustiana e un acume politico che culmina in metafisica. La traduzione è mia, quindi è quella che è: accontentatevi! :-) gg]
Se accettiamo la nozione che l'utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un'analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. "Ma sono banditi!" gemono indignati i custodi della legge, "banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!". Certo. Salvo che, disponendo da un'eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un'intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.
Vollmann inedito: Autoritratto umano totale
di WLLIAM T. VOLLMANN
[Traduco importanti affermazioni di poetica che William T. Vollmann, a mia detta il più grande autore americano vivente sotto i cinquant'anni, espresse dodici anni orsono sulla The Review of Contemporary Fiction, in una lunga e abissale conversazione con Larry McCaffery, che fu ideatore dell'etichetta AvantPop. gg]
Il mio mondo primario e basale è un "mondo di sogno" in cui vivo da quando ero ragazzo. Questi mondi che vedo e dei quali scrivo sono dunque reali e coesistono, e io non devo lasciare il mondo suppostamente reale per abitare ed esperire gli universi di cui parlo. Credo si tratti di qualcosa di simile a una vocazione. E tuttavia mi è chiaro che, per queste stesse ragioni, tali universi sono al medesimo tempo irreali, il che comporta che io non possa prendere troppo sul serio nulla di essi. Nessuno di questi universi ha precedenza sull'altro.
Reiner Kunze suis verbis
di REINER KUNZE
[Uno dei massimi poeti contemporanei di lingua tedesca, Reiner Kunze, nato in Sassonia nel 1933, insignito del massimo riconoscimento letterario conferito dal suo paese, il Premio Hölderlin, descrive se stesso e la propria opera in questa antologia di passi scelti da Peter Patti]
"Essere un poeta significa produrre testi tra cui, qua e là, ne emergerà uno o più d'uno che potrà ritenersi degno di appartenere alla letteratura. La responsabilità del poeta nei confronti della parola parlata e scritta può paragonarsi a quella del muratore nei riguardi dei mattoni. Un muratore incaricato di innalzare un muro, infatti, non deve usare un solo mattone in più o in meno del necessario, ma la giusta quantità di materiale da costruzione".
Morte, lascito e testamento del Gruppo 63
Soltanto in Italia può accadere che, a distanza di quarantadue anni, si debba avvertire sulle spalle il peso di un dibattito logoro, inutile se non dannoso. Mi riferisco alla persistenza non soltanto di una poetica, ma proprio di un sistema extraletterario di valutazione, di cui l'etichetta Gruppo 63 ha contaminato il suo futuro (cioè: il nostro presente), un po' come se le lumache lasciassero una scia di bava davanti e non dietro sé [nell'immagine, un servizio su un magazine dedicato a Nanni Balestrini e firmato Aldo Nove]. Accade in Italia perché qui il rinnovamento generazionale è simile a quello vaticano e spesso si scambia la reverenza pelosa per rispetto dei padri. Edipo e Laio non frequentano le italiche lande. Il mio papà letterario è stato Antonio Porta, esimio esponente del Gruppo 63. Se mio padre pretende di pilotarmi l'esistenza a 35 anni, mi rifiuto. La persistenza di tutto il sistema estetico di riferimento per il Gruppo 63 è questo automatico tentativo di delegittimazione del divenire autonomo, un'autentica icona della cristallizzazione storica, l'estremo tentativo della mosca di sopravvivere murandosi nell'ambra. Non vivo né morto, questo sistema ex-neo-avanguardistico si propaga nella sfera culturale e si pretenderebbe sempreverde. E' un fatto extraletterario, oltre che letterario. Per me - e suppongo anche per altri - rappresenta il principio di autoritarismo e perciò molto mi fa piacere sbarazzarmene in pubblico.
La polemica letteraria su "Liberazione"!!!!!!!!!!
Era prevedibile che, stroncando (e in quel modo) Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, lo scrittore Aldo Nove avrebbe innescato una di quelle polemiche di cui sono molto golosi i quotidiani. E' cosa facile quando stronchi un bestseller di Faletti - figurarsi se stronchi il bestseller di un autentico scrittore. Infatti il Corriere ha ripreso i giudizi in tralice di Aldo Nove, apparsi su Liberazione, dando ossigeno a una pista interpretativa che sta tra il gossip e l'intenzione seriosa. Si è accodato il Foglio, che non ha perso occasione per offendere in maniera indegna Aldo Nove, pratica a cui tutti i giornalini di destra sono ormai abbonati. Comunque la polemica ha avuto un luogo nativo e d'elezione: e cioè il quotidiano Liberazione. Elena Stancanelli, con tecnica che sta tra la mise en abime e il seppuku, mi ha accusato di tatticismi berlusconiani. Poi è stata pubblicata una serie di pareri raccolti da Angela Azzaro in merito alla querelle. Infine (si spera infine) oggi è uscita una mia risposta, sempre sul quotidiano di Rifondazione. L'articolo di Nove è leggibile qui; la mia risposta sui Miserabili sta qui. A seguire, in ordine cronologico, gli interventi apparsi su Liberazione: il pezzo di Stancanelli, quello di Azzaro e il mio.
Tuttavia la prospettiva più opportuna da adottare rispetto alla stroncatura di Aldo Nove concerne (è un parere del tutto personale) la storia dei meccanismi culturali in Italia: valutare il peso che, a più di quarant'anni, grava ancora oggi su tutti noi grazie alla ex-neo-avanguardia del Gruppo 63. E' un discorso che affronterò su queste pagine nei prossimi giorni: è lungo e complesso, su un quotidiano non c'è né spazio né interesse per farlo ospitare.
Aldo Nove con le peggiori intenzioni
Sono immune da sospetti: più volte ho dichiarato il mio incondizionato amore per la prosa poetica di Aldo Nove, ho individuato nuclei per me fondamentali del suo discorso extranarrativo, ho provato entusiasmo per i suoi versi, ho presentato pubblicamente i suoi libri, l'ho difeso da volgari parafascismi e attacchi da parte di giornali ferocemente reazionari. Potevo scrivere di quello che non mi convinceva nella sua finta narrativa, ma ho scelto di esaltarne il positivo. Sono, dunque, esente da accuse qualsiasi se, in questa occasione, prendo posizione contro Aldo Nove e contro una stroncatura, che giudico vergognosa, comminata dall'autore di Woobinda ad Alessandro Piperno e al suo Con le peggiori intenzioni [nella foto, Nove accanto al romanzo di Piperno].
Ho intenzione qui, per un volta, di non risultare paradossale, poiché la stroncatura dello scrittore Nove allo scrittore Piperno è tutto tranne che paradossale. Suona piuttosto come canto verista della cecità ideologica e dell'assolutismo pretenzioso di chi presume di detenere una verità indiscutibile. Come se milioni di italiani avessero sbagliato a piangere il Papa morto: ehi!, quello era un Papa finto, il Papa vero è vivo vegeto e scrive sulle pagine culturali di Liberazione...
Questo è il mio corpo?
Mentre scrivo il Papa è grave.
Siccome scrivo da sempre, il Papa è grave da sempre? No. La Chiesa è grave, il Papa si è aggravato soltanto negli ultimi anni. Da giorni, settimane e mesi è un rincorrersi di bollettini, di speciali, di CNN news, di reportage condotti grazie ai depositi storici del profluvio di immagini con cui questo Pontefice ha identificato il proprio mandato.
Prescindo, perciò, proprio in ragione di questa identificazione religiosa di sé e della Chiesa con le immagini di sé e della Chiesa, da una valutazione geriatrica di quanto accade a questo pover'uomo, devastato da un male che conosco bene e che non auguro a nessuno. Prescindo altresì dalle valutazioni storiche (il Papa che sconfigge il comunismo, il Papa che se la piglia poi col capitalismo), materia di altro tipo di geriatri, che sono gli storiografi tutti.
Affronto invece un tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo e l'esito di questo dono - cioè il martirio mediatizzato a cui il Papa si è sottoposto nel dare un lungo congedo alla sua storia e a quella di tutti noi.

Cinema e letteratura: il Viaggio dell'Eroe
di STEPHEN ROBERTS
In una conferenza del 1992 all'Università di Harvard, Gore Vidal, scrittore e commediografo americano nonché autore della sceneggiatura di Ben Hur, affermò che i libri e chi li scrive non possono più aspirare alla fama di un tempo: di loro al giorno d'oggi non si parla più come si fa invece per un film di successo. Per quanto possa essere noto negli ambienti culturali, un romanziere (o un poeta) difficilmente diventerà un personaggio conosciuto: il romanzo in quanto tale ha scarsa rilevanza, tanto per gli intellettuali quanto - a maggior ragione - per la gente comune. La notorietà letteraria è morta. Oggi come oggi, chi è veramente famoso lo deve in effetti al cinema. "Il cinema è la lingua franca del ventesimo secolo ... Dove prima c'era la letteratura ora c'è il cinema", annunciò Vidal (3).
La rivoluzione Carmilla
Ciò che sta accadendo sulla rivista on line Carmilla è, a mio modo di vedere, abbastanza rivoluzionario per il mondo delle patrie lettere, oggi più in movimento che mai (soprattutto, più in movimento che negli Ottanta e all'inizio dei Novanta). Carmilla sta infatti pubblicando dei romanzi a puntate. Questi romanzi sono inediti, non sono ancora approdati al cartaceo. E non si tratta di romanzi casuali, scelti tra i manoscritti digitali di amici e conoscenti. Sono romanzi vagliati dalla redazione di Carmilla, e di cui ci facciamo garanti Valerio Evangelisti e il sottoscritto. Non è che io ed Evangelisti siamo editori, però accade che siamo intellettuali - e intellettuali appassionati, entrambi con una spiccata vocazione all'apertura, all'allargamento degli spazi esistenti. In questo senso, siamo più che editori e facciamo un lavoro destinato a soppiantare alcune consolidate prerogative degli editor istituzionali, a differenza dei quali operiamo gratuitamente. Questo è importante, ma è sicuramente meno importante del fatto che i romanzi on line di Carmilla hanno registrato un boom di contatti. Di uno di essi, Imperium, si è occupata la stampa tradizionale (il Venerdì di Repubblica). Quest'operazione carmillica si iscrive in un vasto movimento di democratizzazione della lettura, consono all'opera che Wu Ming e i Quindici hanno svolto magnificamente in questi anni.
Sontag '64: Note sul "Camp"
 di SUSAN SONTAG
Molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno,
non sono mai state descritte. Una di queste è la sensibilità – inconfondibilmente
moderna, una variante della sofisticazione anche se con essa difficilmente si
identifica – che va sotto il nome di Camp.
Una sensibilità (in quanto si distingue da un’idea) è una cosa di cui è
estremamente difficile parlare, ma ci sono anche ragioni speciali che hanno sinora
impedito che ci si occupasse di Camp. Esso non è un tipo di sensibilità naturale,
ammesso che una sensibilità naturale possa esistere. Anzi, l’essenza di Camp è il suo
amore per l’innaturale, per l’artificio, per l’eccesso. In più Camp è esoterico, una
specie di cifrario privato, addirittura un distintivo di riconoscimento tra piccole
cricche urbane.
Tommaso Pincio su Gli Schwartz
di TOMMASO PINCIO
[Tra le moltissime recensioni uscite ovunque a proposito del romanzo Gli Schwartz di Matthew Sharpe, giudico fondamentale questo intervento di Tommaso Pincio, uscito su il manifesto (è raro, tra l'altro, che un intervento di Pincio non mi sembri fondamentale). La categoria di "stranezza", che utilizza l'autore di La ragazza che non era lei (il romanzo di prossima uscita per Einaudi, di cui, come anticipato, ci si occuperà qui intensivamente), è per me oggi imprescindibile e va legata alle riflessioni sull'estetica dell'improbabile. Sia anche chiaro, per chiosare la chiusa di Pincio, che a oggi i Simpson sono per me più centrali dei Buddenbrook, in quanto sono la stessa cosa. gg]
Si dice che le ragioni per cui un libro «esplode» sono sempre misteriose. Ciò è vero solo in parte. A volte dietro un successo si nascondono ragioni ben individuabili. A volte, ed è il caso de Gli Schwartz (Einaudi Stile Libero, traduzione di Matteo Colombo, Euro 14,80, pp. 300), il successo può essere il frutto di un equivoco.
Su Il Gorgo di Beppe Fenoglio
di LUIGI PREZIOSI
Il Gorgo (in Romanzi e racconti, Einaudi - Gallimard Torino, 1991) appartiene
all'area dei racconti di vita contadina, ed è la storia di un padre che, tormentato
per le sventure dei suoi figli, tenta il suicidio. Il tema non è pertanto originale
(tanta narrativa ottocentesca ne è piena), e può generare insidiose scivolate
retoriche, che Fenoglio, come vedremo, evita accuratamente, esercitando un rigoroso
controllo sulla materia trattata. Il racconto, brevissimo(poco più di due pagine),
ha una struttura narrativa di radicale semplicità. Non c'è alcuna articolazione, la
sequenza narrativa è unica, priva di soluzioni di continuità, e fonde eventi ed
impressioni nel ricordo, narrato in prima persona, del figlio dell'aspirante
suicida. L'incipit è folgorante:
"Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra famiglia soltanto
io lo capii, che avevo nove anni ed ero l'ultimo".
Piperno e Sharpe: rivoluzione del genere, della generazione
Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno e Gli Shwartz di Matthew Sharpe presentano simiglianze inquietanti, che lo sono (inquietanti) solo per chi teme l'apertura di uno spazio letterario in cui tutto è possibile. Questi due libri, con una medesima potenza e con un medesimo tema, con assonanze a diversi livelli e con un'esplosione mediatica consimile, sono in classifica e impongono riflessioni. Sono, secondo me, il sintomo di una rivoluzione sociologica e poetica, l'apice di un movimento che da almeno dieci anni va realizzandosi, e non solo in Italia.
Enuncio le simiglianze e poi passo agli esiti che questi due straordinari romanzi impongono.
Ecco, anzitutto, i punti in comune.
Criterio mobile: Il culto dei morti nell'Italia contemporanea
Compio un'operazione in corpore vili: non il corpo del giudizio critico, diciamo invece sul corpo del giudizio allucinatorio. Non so se questa ulteriore dimostrazione della mobilità del criterio miserabile possa essere utile a comprendere la modalità acritica che guida la stesura dei miei interventi su queste pagine. E' più probabile che la cosa indigni o si pensi a una gratuita operazione estetica o, peggio, a un'indebita leccata di culo. Nelle mie intenzioni, invece, si tratta di mostrare come un criterio aperto sia l'approccio alla storia e ai testi che, su queste pagine, mi interessa. Trovo che una religione indegna e innaturale sia quella della cristallizzazione del giudizio e dell'attenzione. Non è cristallizzando, e soprattutto non è cristallizzando il criterio che fattosi linguistico, che si può - letterale - godere la storia. Io godo della storia per immersione e movimento, per abbattimenti sequenziali del me, dell'idea che non può essere unica. Un simile movimento cade sotto leggi fisiche molto sottili, la cui grammatica cerco di chiarire nell'area Ultrapsichica.
Veniamo dunque all'enunciazione di un frame del movimento a cui è sottoposto il miserabile criterio: il finto poema a firma Giulio Mozzi Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (Einaudi, 2000) è un libro fondamentale per la letteratura italiana.
Leonardo Colombati su La macchia umana di Roth
Leonardo Colombati mi ha inviato, ierisera, una risposta alle mie considerazioni su La macchia umana di Philip Roth. Stia a significare, questo dibattito che appare sui Miserabili, come una parabola del mutamento di vita interna all'attuale comunità letteraria italiana. Leonardo Colombati è l'autore di Perceber, in uscita a fine aprile per Sironi, che su queste pagine fu detto Capolavoro Misterioso.
Caro Giuseppe,
ti va di continuare la partita di squash? Voglio risponderti a proposito de La macchia umana di Roth e lo faccio raggruppando qualche osservazione attorno ai tre nuclei del tuo intervento: l’odio, l’improbabilità e la tragedia.
Piperno, Colombati , il Miserabile: La macchia umana di Roth
E' una situazione fantastica, quella che sto vivendo da un po' di tempo. Due dei colleghi scrittori che stimo ai massimi livelli sono diventati miei amici, e sono Alessandro Piperno e Leonardo Colombati (nella foto insieme al Miserabile, che è quello sulla destra). Con loro discuto di testi, cosa che non mi accadeva da tanto tempo. A parte certe oasi intellettuali e amicali (un nome per tutti: Valerio Evangelisti), incontravo difficoltà a discutere di testi. Sembra una sega mentale, ma per uno scrittore non lo è affatto. Discutere appoggiandosi sui testi permette di pensare, esplorare e scoprire, essere spostato da altre prospettive. E, soprattutto, permette di dire e di sentirsi dire "no" senza che il rapporto sia minimamente intaccato - esercizio che, significativamente, nei nostri tempi non è più un'atletica, ma una guerra preventiva e poi realizzata.
Qui esprimo il mio "no" a Piperno e Colombati intorno ai giudizi che hanno espresso circa La macchia umana di Philip Roth: Piperno sui Miserabili, Colombati su Nuovi Argomenti (nel numero appena uscito, il 29, dal titolo FUORI CASA, di cui presto mi occuperò appena disporrò della copertina digitalizzata; Colombati ha pubblicato su uno dei suoi blog parte dell'articolo in questione). Tre scrittori che discutono appassionatamente di Roth sono, secondo me, un fatto importante nel contesto di una cultura nazionale che sta ricostruendosi con immensi sforzi.
Ricordo di Mario Luzi
di ANDREA ZANZOTTO
Anche se aveva solo sette anni più di me, Mario Luzi ha esercitato sul mio lavoro un’influenza straordinaria. Voglio dire che era un autentico maestro, non da imitare, ma capace di insegnare nelle maniere più differenti. Dopo i primi libri, la sua poesia s’è caratterizzata come una forma di orfismo di derivazione ermetica. In Onore del vero sembra abbandonare la strada intrapresa: una sorta di verità rivolta all’astratto, per guardare ad una verità di alta concretezza. E si rivela grande poeta della campagna, grandissimo poeta del paesaggio e del dramma che la natura porta con sé e dell’uomo che vive in questa dimensione. Proprio da queste pagine, emerge una Toscana vera e profonda di cui Luzi è stato cantore davvero eccezionale.
Calasso: la questione editoriale
di ROBERTO CALASSO
[dal numero inaugurale di 'Adelphiana']
Le cifre delle tirature sono sempre sorprendenti e invitano a fantasticare in varie direzioni. Soprattutto se si mettono a confronto le pochissime copie spesso circolanti di alcuni testi e i loro, a volte vastissimi, effetti. La Nouvelle Revue Française, nel momento di massimo fulgore, non tirava più di duemila copie. Corona, la rivista della cerchia di Hofmannsthal, oscillò sempre fra le ottocento e le milletrecento. E da altri esempi si ricava l’impressione che i libri siano fra le poche cose che si permettono di ignorare la demografia. Il Discours de la méthode di Descartes fu pubblicato in duemila esemplari e, se Descartes fosse un illustre epistemologo di oggi, forse una University Press si terrebbe su quelle stesse cifre - anzi, magari per prudenza ne farebbe milleottocento.
Aria di crisi nel delta della critica
 di GIUSEPPE PONTIGGIA
Perlustrare il delta di un fiume
significa di solito perdersi in un dedalo di canali e di argini, di cielo e di acqua, di
paludi nascoste tra le canne e di lagune biancheggianti di gabbiani. Perché si possa
ritrovare il filo della corrente bisogna procedere in senso contrario lungo le rive. E
risalire fino alla sorgente non ha solo la fascinazione del viaggio di ritorno, ma
consente di cogliere la distanza che ci divide dallinizio e di riaffrontarla
idealmente attraverso nuovi spazi. Così accade nel paesaggio fluviale della critica.
Il (loro) insopportabile Postmoderno
Chiamato in causa da Loredana Lipperini, a proposito di un'antica e tuttora valida recensione su un libro firmato (per Castelvecchi) da Fulvio Carmagnola e Mauro Ferraresi, trovo spunto per allucinare un poco sul Postmoderno secondo i parziali studi e i parziali pensamenti dei postmodernisti italici.
Non ho nulla contro Carmagnola. C'è uno splendido saggio di Carmagnola sull'ultimo numero di aut aut: Calliope o il simbolico dopo la modernità. E' davvero una meditazione interessante, che connette una lettura del simbolico che da Kant a Hegel a Lacan arriva fino a Middlesex di Eugenides. Non è sulle competenze di Carmagnola che desidero appuntare l'attenzione, ma piuttosto sulla sua analisi della contemporaneità in quanto sintomo ininvestigato di un atteggiamento prepotente che appare ingiustificato sotto l'aspetto della teoresi: è il nostro parzialissimo presente che si autoscruta ed enuncia leggi apodittiche su di sé e sul tempo umano tutto. Questo abnorme sintomo coincide con la discussione del Postmoderno in Italia.
Hans Ulrich Obrist: Interviste
di MICHAEL DIERS
"Caro Hans Peter [Feldmann],
mentre il libro di interviste va aumentando, crescono anche i dubbi sul genere intervista in generale. Gadamer mi ha detto che un grande problema nelle interviste è che non si possono trascrivere i silenzi.
Cordiali saluti, Hans Ulrich [Obrist]"
Forma d'arte. Il progetto di Hans Ulrich Obrist [nella foto cliccabile a sinistra] sulle interviste è una forma ricavata da uno stampo molto insolito e personale (il libro è edito da Charta e costa 57 euro). L'impresa non è né giornalistica, né accademica, segue piuttosto un modello enciclopedico-filosofico, basato su una precisa concezione di conversazione come scambio fruttuoso/riuscito di idee, di cui la forma dell'intervista è un esempio. Tale connotazione enciclopedica non è dovuta solo alla quantità di interviste realizzate (a oggi, ce ne sono circa 320 nell'archivio), ma è altresì un risultato del modo in cui le interviste sono state condotte e della gamma di professioni rappresentate dagli interlocutori. A partire da una serie di interviste ad artisti realizzate da Obrist nei primi anni novanta per il "museum in progress" a Vienna, la cerchia degli interlocutori si è allargata a livello internazionale, fino a comprendere curatori e professionisti che lavorano nell'ambito dei musei, storici e critici dell'arte, scrittori, gente del cinema, fotografi, filosofi, scienziati, architetti e urbanisti.
La monocultura del sapone
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