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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Meridiani di sangue

cover_donnamoderna.jpgL'ambizione della bella collana i Meridiani di Mondadori era un tempo esplicita: essere la Plèiade italiana. Una collana come i Meridiani conferisce prestigio a una casa editrice e fornisce l'idea che questa casa editrice sia il vero grande catalogo di un'editoria nazionale. Di qui, la convinzione di costituirsi quale realtà letteraria in grado di fornire un canone - forse l'unico canone rimasto in vita nelle librerie. Beh, niente di tutto questo, se non che il canone c'è sì, ma nelle edicole, e quindi va a non esserci più. Allegando i Meridiani a 10 euro a riviste come Panorama, Donna Moderna e Chi, Mondadori ha compiuto il passo definitivo verso l'abbattimento di ogni idea di cultura che non sia legata al Mercato Svaccato. Non sta qui parlando uno che ha la puzza sotto il naso rispetto al mercato, sia chiaro. Però resto convinto che una cosa sia il mercato (svaccato, per di più) e un'altra la comunità dei lettori, la cosiddetta Repubblica Democratica dei Lettori. Se uno scrive, se uno pubblica, è chiaro che desidera che il libro sia letto da molte persone. E' però ovvio che non questa è la prospettiva in cui si è messa Mondadori con quest'operazione: allegare i Meridiani a riviste di quella fatta significa semplicemente voler guadagnare, o mettersi a rincorrere gli allegati letterari di Repubblica contro cui la stessa Mondadori si era schierata nei suoi massimi gradi dirigenziali. Ciò che va perduto, e secondo me definitivamente, è il prestigio dei Meridiani, già molto compromesso negli ultimi anni per scelte che destavano il sospetto di furbizia, come quella di piazzare in quella collana i romanzi di uno scrittore come Camilleri, che vende moltissimo e pubblicherà - speriamo per moltissimo tempo - romanzi.

Si badi a un ulteriore convincimento mio personale. Non sto affermando che scrittori come Camilleri non debbano entrare in un supposto Parnaso in cui sono ospitati Paul Celan o Bohumil Hrabal. Figurarsi. Ciò che sostengo è diverso, una serie di convinzioni che parzialmente vado a motivare e che sono riassumibili in questa sequenza:
- Non esiste un Parnaso che coincida con una collana;
- Esiste un deposito mnemonico che costituisce una tradizione stilistica e dell'immaginario di ordine e popolare ed elitario (laddove per élite intendo gli addettissimi ai lavori);
- i Meridiani non sono stati considerati davvero Parnaso, e questo accade da anni;
- la volontà implicita nella creazione di una collana monumentale è comunque quella di celebrare uno spazio indefinito che fa da appendice a un funerale, un po' come nella logica dei musei, quelli perlomeno che cristallizzano e fossilizzano il tempo, che non è mai cristallizzato o fossile, ma impazzito e in movimento;
- Comunque una collana come i Meridiani deve esistere e dà indubbio prestigio culturale a un editore;
- Svendere i Meridiani in questo modo sottrae (almeno per me) ogni residuo prestigio alla collana, anzitutto perché si tratta di una svendita e non di un'operazione tesa alla diffusione della cultura, alla democratizzazione della lettura;
- I Meridiani veri sono a questo punto (ma, per me, da molto tempo) i tascabili.
Dette queste cose, provo a motivarle un po' velocemente.
Qualunque addetto ai lavori sa che da anni viene sostenuto - anche con un vago sentimento di disprezzo - che il target di riferimento dei Meridiani è costituito da liberi professionisti, dentisti, avvocati (la sequenza è quella giuntami alle orecchie un'infinità di volte). Cioè, in parte, si tratterebbe di arredamento. Ciò costituisce una debolezza a priori di una collana che non viene dunque realizzata soltanto per consolidare la tradizione letteraria mondiale. Per esempio: non esiste un Meridiano che raccolga le opere di Dostoevskij. L'ottica dei Meridiani , cioè, non è unicamente culturale. Non c'è quindi da scandalizzarsi se la collana viene utilizzata per un'operazione tesa a incamerare molti euro. Del resto, così vanno le cose. Non c'è una Plèiade italiana (nemmeno Einaudi ce l'ha fatta). L'inserimento postumo (molto postumo) di Simenon nella Plèiade ha scatenato in Francia un grande dibattito circa l'effettiva "altezza" della letteratura di "genere", anche perché nella Plèiade Simenon (ma per motivi bassamente contrattuali) non figurano i romanzi del ciclo Maigret, e comunque perché Gide ha detto di Simenon quello che ha detto. In Italia, se i Meridiani fanno uscire i romanzi di Chandler, viene pubblicata qualche recensione, qualche paginata sulle pagine culturali dei quotidiani: nulla di più. Questo avviene perché da noi il dibattito culturale si è spostato fuori dai canali ormai fossili dei media cartacei, mentre non esiste una comunità intellettuale di forte riferimento a operazioni di quel genere. Per esempio: Panorama pubblica un ritratto di Calvino scritto da Adriano Sofri, un articolo che è in realtà una pubblicità all'allegato della rivista, e Adriano Sofri non sortisce alcun esito in termini di dibattito letterario. Adriano Sofri, in quanto personaggio in modi assurdi (intendo ingiusti per lui) istituzionalizzato, non fa parte di una comunità di forte riferimento letterario. Questa comunità di forte riferimento ora sta non più nelle accademie o nelle consolidate redazioni. La comunità di forte riferimento è ormai fuori dalle strutture culturali istituzionalizzate, siano esse case editrici, o università, o redazioni. L'unica comunità forte di riferimento è ormai la Repubblica Democratica dei Lettori, che si è scelta alcuni canali alternativi su cui veicolare la discussione - e soprattutto la Rete. (Quindi fa specie ascoltare tesi imbarazzanti contro l'impatto culturale effettivo della rete per bocca di intellettuali: come Tiziano Scarpa su RadioTre Rai ieri. Semplicemente non ha senso).
Questa rincorsa al mercato di stampo generalista, comunque, ottiene degli effetti. Le centinaia di migliaia di copie vendute dal Faulkner allegato a Repubblica mettono in luce non una comunità che ritiene che nella letteratura ci sia una potenza veritativa. Quelle centinaia di migliaia di persone non si sono recate in libreria per acquistare, a pochi euro, i romanzi di Faulkner negli Oscar. Hanno atteso che il boccone fosse loro portato in bocca e speriamo che in qualche modo se lo siano gustato e se ne siano nutrite. Non ci si illuda, dunque, che l'operazione di svendita dei Meridiani costituisca un allargamento delle basi democratiche della cultura in Italia. Mentre il Corriere, a pagina piena, fa oggi sponsorizzare da Gianna Nannini l'enciclopedia letteraria curata da Cecchi e Sapegno (cioè un prodotto assolutamente non nuovo, e distante dalla fame di cultura, un geniale panorama letterario scritto in stile devastantemente alto e con perizia filologica che ritengo indigesta ai lettori di allegati), è chiaro che non perché la Nannini dica che Leopardi è il suo paroliere nascosto si giungerà a un'esperienza comunitaria forte della letteratura leopardiana. Non c'è trucco, non c'è inganno e non c'è scandalo: si tratta di operazioni di marketing. Però l'allegare il Meridiano Calvino a Donna Moderna sortisce l'esito di depauperare il valore della collana agli occhi dei lettori cosiddetti "fortissimi": questo è innegabile. Se penso a Raboni che suda anni per tradurre Proust e che rischia di vedere rivoli del suo sudore finire sotto cellophane in edicola, con modalità che hanno il sembiante di una pura orgia mercantilista, immagino che il comunista Raboni (e dico comunista perché ciò implicherebbe un desiderio di largo abbraccio comunitario alla cultura in genere) si rivolterebbe e protesterebbe (un po' come in effetti fece quando uscirono i Miti Poesia: prima uscita Montale, 1 milione di copie vendute, ma non per questo abbiamo dopo anni la percezione di un Paese che è andato trasformandosi in una landa di innamorati della letteratura).
L'impressione che traggo da questa operazione mercantilista è duplice. Da un lato, lo sconforto di osservare che una simile svendita non viene bilanciata da una produzione alta, secondo la logica del doppio binario (come diceva Sereni in veste di direttore editoriale: faccio il bestseller per avere i soldi che mi permettono di pubblicare Updike e Lo Specchio); dall'altro la convinzione assai radicata in me che il mercato raggiungerà presto (per presto intendo comunque una quindicina di anni) una saturazione. Vent'anni fa, allegare i Meridiani a riviste come Panorama (intendo: quello che è diventato Panorama), avrebbe comunque scandalizzato gli intellettuali; adesso cade nell'indifferenza manifesta (ma non quella privata: testimonio che si parla con scandalo, in privato, di questa manovra di marketing); tra quindici anni non sarà nemmeno conveniente fare cose simili. Non sarà conveniente perché, fondamentalmente, il catalogo è tutto, il deposito della memoria e dei desideri è tutto, la qualità letteraria è l'unico "valore di mercato" possibile (poi però: discutiamo di cosa si intende per qualità letteraria). Succederà, a mio avviso, che le grandi case editrici puntino a depositare bei libri in catalogo, e non solo a pompare iniziative stellari solo dal punto di vista degli investimenti, che equalizzano il lancio di Ramses a quello della supposta collana di canone, con le medesime logiche. Qualche grande editore - ho l'impressione - sta per tornare a lavorare in una logica di doppio binario. Questo sarebbe importante, perché costringerebbe tutti i cosiddetti "competitor" (cioè gli altri grandi editori) a non pensare solamente ad allegare Rimbaud a Men's Health. Costringerebbe tutti i grandi editori a lavorare sugli autori di oggi per aiutarli a scrivere libri belli: un lavoro culturale, questo, che è l'unico canone autentico di cui dispongono gli editori.

* Nota bene non rivolta alla Repubblica Democratica dei Lettori, bensì a chi adori (in ogni senso) la letteratura in allegato alle riviste: il titolo di questo intervento è una citazione da un romanzo di Cormac McCarthy.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 7 Settembre 2005

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