Ci sono strane movenze interiori che conducono verso inattese trasformazioni: gli scrittori, spesso, esplorano per solitari camminamenti queste radure di senso e di lingua. A volte, è per cercare una forma. Altre, uno stile. Altre ancora, un'identità. Più spesso, quella forma di contaminazione che si dice essere maturità. Eppure le trasformazioni progressive a cui Paolo Nori sta sottoponendo la sua scrittura e la sua fantasia non rientrano in un simile catalogo. Paolo Nori è, a mio parere, uno dei massimi talenti linguistici della nostra narrativa. Lo è da anni.
Lo è anche in forza di una vocazione straordinaria alla performance: uno ascolta un reading di Paolo Nori e non se lo scorda più. La sua indolente ma pervicace lettura fa penetrare nell'intimo una voce strascicata e pastosa, intrisa di piacere e melanconia, di buffonesco e filosofico - e questa voce diventa interiore, una nenia che si desidererebbe continuasse a coccolarci. Nulla di violentemente eversivo. Qualcosa di profondamente oblomoviano. Questo inacantamento è durato per libri e libri, protraendosi come un atto degno di un disturbo compulsivo. Non ho risparmiato critiche a Nori, per questa divagazione sempreuguale, che ritardava quella che a mio parere era la scelta che l'autore di Bassotuba non c'è doveva prima o poi compiere: fottersene definitivamente delle storie o compiere sulle storie la medesima operazione che veniva praticata sulla lingua. Con Pancetta, Nori ha dato fondo a un'impresa colossale sul proprio immaginario. E' una svolta. Che adesso viene condotta a un passo ulteriore con questo Ente Nazionale della Cinematografia Popolare - probabilmente una prosa a cui Nori, qualche anno fa, non pensava minimamente.
Colloco la svolta narrativa di Nori all'altezza di Pancetta, che è un romanzo russo: l'autentica vocazione letteraria di Paolo Nori, il suo cromosoma specifico, il suo genotipo, il suo fenotipo è la Russia. Nori non è semplicemente uno scrittore emiliano: è uno scrittore russo. C'è tutta la Russia della grande tradizione, nel suo romanzare. C'è una furia metafisica trattenuta attraverso forme di patente indolenza, di compiacimento dell'indolenza. Il piangersi addosso che i personaggi di Nori praticano a pié sospinto non ha nulla del vittimismo italiano: è uno psichismo slavo. Mosca felice di Platonov, con quegli allucinanti spalancamenti di ebbrezza e depressione, mi è sempre apparso quale termine di riferimento della prosa di Nori. Un bamboleggiamento che sembra l'idiozia comica dell'ubriaco sovietico all'alba, dopo ore di alcolici e sigarette, dopo chiacchiere infinite su argomenti minimi e sorprendentemente obliqui. Un sentimento della cospirazione universale che complotta ai miei danni, accettata con un sarcasmo che crocifigge me stesso e il mondo. La capacità di stilizzazione ai massimi livelli, la rappresentazione del mondo quale galleria umana sterminata di caricature che possono essere Stalin o il medico di provincia, rinnovata per dipingere con efficacia un disastro postindustriale in cui né Stalin né il medico di provincia hanno più diritto di esistenza. Zoppia morale e gnoseologica. Euforia della fine, ma una fine perenne che non arriva mai. Precarietà umana che sprigiona comicità allo stato puro. Un kafismo che evita l'abisso spirituale di Kafka, per farsi norma di rappresentazione esistenziale - quindi, per paradosso, il kafkismo come forma di realismo.
Questa descrizione dell'attività di narrazione di Paolo Nori valeva fin dall'inizio, ma come potenzialità. I libri di Nori parevano segmenti, più o meno casualmente fermati su pagina, di un'attività di monologo continuo, privo della necessità di strutturarsi tramite storie, contento di variare sugli eventi e sulle scene, ad infinitum. La voce di Nori, così pastosa e memorabile nei reading, era in definitiva il limite stesso della narrazione di questo autore coltissimo e strambo. Avveniva che nei suoi libri Paolo Nori nemmeno tentasse il romanzesco - dava vita a una narrazione indefinita. Questa è una chance potente di cui dispone la letteratura contemporanea. Secondo me, è il futuro della narrativa. Il rifiuto del plot e della trama quali strumenti centrali dell'attività romanzesca è una posizione metafisica: isola l'efficientismo della resa dell'immaginario e lo identifica quale nemico, opponendo a questo avversario lo scialo e la casualità indefinita della fantasmagoria continua che fa l'umano. Secondo me Nori ha praticato con estrema consapevolezza questo tentativo. E cosa mancava, dunque, alla sua narrazione per essere fondamentale? Mancava la presa di coscienza che l'umano non si risolve in questa apertura continua. L'uomo desidera non soltanto continuare, ma pure arrestare l'attimo. Un conto è la struttura del romanzo come apparecchiatura condizionante e autoritaria, un altro conto è cristallizzare in momenti di memorabilità questo fiume anarchico che è il vivere e il raccontare secondo i canoni del vivere.
Con Pancetta, Nori è giunto a lavorare proprio sulla memorabilità. E' come se, acquisita la certezza di avere a disposizione una modulazione inesauribile della lingua, questo scrittore si fosse messo a lavorare sulla cristallizzazione di quadri mantenendo continuo il flusso. Ci sono zone indimenticabili dell'avventura russa di Pancetta. Due sono le soluzioni che Nori ha adottato, per giungere a un simile risultato. Anzitutto l'uscita dalla forma monologo. L'io esistenziale sussunto in una forma traslata di narratore onnisciente: un narratore onnisciente che non sa un bel niente, che si sorprende, che si stupisce e dunque che stupisce. E' il punto in cui Nori assume l'eredità della tradizione narrativa, lavorando non su uno, ma su due personaggi. Più prossimi ai due aiutanti dell'agrimensore K. o a Bouvard e Pécuchet, che alle coppie amicali della letteratura post-epica. In questo movimento di evasione dall'io, Nori cerca un corrispettivo romanzesco che potremmo identificare nell'esotico: la sua Russia è fantastica, irreale e storica, fatta della storia che ci raccontiamo e di quella che non conosciamo.
E se già era straordinario (e molto, molto, molto sottovalutato dalla critica) l'esito di Pancetta, ecco che Nori, con Ente Nazionale della Cinematografia Popolare sembra spiazzare ulteriormente, compiere un'ulteriore oltranza: su di sé e sul lettore. Qui Nori compie un passaggio che, alla buona, potremmo emblematizzare così: è come se da Kafka si passasse a Lynch. Beninteso: è come se un russo passasse da Kafka a Lynch. La storia dell'aspirante regista che affronta l'assurdo esame del fantomatico Ente Nazionale della Cinematografia Popolare, quattro sessioni di prova che corrispondono a quattro viaggi assurdi con reportage impazziti, è al tempo stesso una varianza sulla possibilità di raccontare storie e sulla centralità di personaggi e situazioni. Al contrario di quanto fatto in Pancetta, qui Nori lavora sul suo background linguistico: distrugge la pastosità del flusso, arrivando a mantenerla intatta. E' talmente padrone della sua lingua, che opera un'eversione rispetto a questa formidabile identità, che finalmente sente di avere acquisito - e si sporge oltre. Ne emerge una narrazione spezzettata, rarefatta, angolare, strabiliante. E' strabiliante anche perché, pur essendo all'antitesi della fluvialità monolinguistica del Nori precedente, riesce a mantenere l'impressione di un fluire continuo e bipolare, disforico. Come in Pancetta, Nori scatena il suo fantastico attraverso la retorica dell'esotismo, inscenando una improbabilità ben più potente di quella praticata nei primi libri. Con Pancetta, in pratica, Ente Nazionale della Cinematografia Popolare struttura una sorta di dilogia, che non si esita a definire imperdibile. E' un'alternativa davvero forte al dominio delle storie da un lato, e dall'altro lato allo stilismo come unica ragione di scrittura.
La narrativa italiana sta trasformandosi in narrazione italiana. Paolo Nori è uno dei protagonisti di questa sorprendente metamorfosi. E' la retorica della digressione (fulminante o infinita) che gli autori italiani stanno utilizzando per spalancare spazi di racconto fantastico e di percezione non irregimentata da alcun controllo. Questa che sta emergendo è una letteratura della prosopopea: l'antica possibilità retorica messa a disposizione dall'epica. Il percorso è iniziato da dieci anni, sono sicuro che trascinerà noi tutti in zone fantasmagoriche di travolgente potere rivelativo.
Paolo Nori - Ente Nazionale della Cinematografia Popolare - Feltrinelli - 13 euro