|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   HOME
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
Sergio Bianchi: La gamba del Felice

di NANNI BALESTRINI
[da Rekombinant]

«Chi percorre oggi le strade che da Milano si diramano verso il Nord, nel territorio compreso tra il fiume Lambro (e la Brianza) a est e il Ticino a ovest (confine col Piemonte), s'inoltra in un paesaggio che ha subito negli ultimi decenni una così radicale trasformazione da renderlo praticamente irriconoscibile a chi lo ricorda com'era ancora fino ai tardi anni Cinquanta. Su strade sempre molto trafficate (l'autostrada detta dei laghi soprattutto, la prima d'Italia, costruita nell'anteguerra), o su linee ferroviarie (FS e FNM, le gloriose Ferrovie Nord Milano) si attraversano le province di Como e Varese, fino ai laghi (di Como, Lugano e Maggiore), poi le prime Alpi e la frontiera con la Svizzera. Territorio fittissimo di cittadine, paesi, villaggi, dai nomi per lo più cacofonici e desinenti in "ate": Buguggiate, Canegrate, Cermenate, Cugliate, Gallarate, Garbagnate, Gavirate, Novedrate, Osmate, Puginate, Tradate, Usmate...

Qui dove un tempo si stendeva l'idilliaco paesaggio dei Promessi Sposi ("...campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna...") appare a vista d'occhio un misto tra il Bronx e gli sterminati agglomerati urbani giapponesi. Distese uniformi di fabbrichette squadrate, assurdi villini, casermoni fatiscenti si susseguono ininterrotte, costellate da mastodontici ipermercati, stazioni di servizio, residui degli antichi borghi. Una zona che è oggi tra quelle con la più alta densità di popolazione d'Europa, il più alto reddito pro capite, ma anche col maggiore degrado ambientale e un notevole tasso di criminalità diffusa.
Il libro di Sergio Bianchi è il racconto vissuto di questa mutazione, la descrizione in vitro, passo per passo, delle fasi di un processo che ha un nome e una data: il Miracolo economico italiano, il mitico Boom che alla fine degli anni cinquanta esplode come un virus inarrestabile, proliferando attraverso le piane e le valli cisalpine e cispadane, travolgendo ovunque costumi e consuetudini, tradizioni locali e tabù cattolici, mentalità e dialetti...
Il microcosmo sotto osservazione è un villaggio contadino come tanti, scandito dalle campane della chiesa, la processione del santo patrono e la Festa dell'Unità, Sanremo e Lascia o raddoppia alla televisione dei bar. Un mondo apparentemente stabile, definitivo, ma dove già cova il seme della mutazione: il Rione, il quartiere operaio che la Tessitura ("la grande fabbrica di mattoni rossi con la ciminiera alta da cui usciva giorno e notte un fumo nero") ha costruito ai margini del bosco per i suoi operai. Anche se tutti di origine contadina, il loro quotidiano prende ben presto altri ritmi, che generano comportamenti diversi e interessi nuovi. Conservano alcune utili pratiche (l'orto e il pollaio nel pezzo di terra intorno alla casetta) ma non vanno la domenica a ubriacarsi e cantare, scommettere e litigare nelle osterie come i contadini, "stavano soprattutto nel rione a mettere a posto le loro case e solo ogni tanto si trovavavano in gruppetti la sera fuori in strada in primavera e in estate (...) parlavano delle sfide nelle corse in bicicletta tra il Fausto Coppi e il Gino Bartali".
Poi tutto cambia. Con la meccanizzazione dell'agricoltura i contadini rapidamente scompaiono, i giovani vanno a lavorare in Svizzera come operai o muratori, i campi e le vigne vengono abbandonati. Un grande incendio distrugge il bosco, al suo posto crescono villette a schiera. La Tessitura si ristruttura, per le nuove macchine occorrono operai generici, non più specializzati, nasce l'indotto col lavoro a domicilio per l'intera famiglia.
Dovunque spuntano nuove fabbriche, circola più denaro, si creano nuovi consumi. Mobili di cucina in formica, televisori, frigoriferi, elettrodomestici, oggetti in plastica che sostituisce ovunque i materiali tradizionali. Si abbattono le vecchie case per far posto ai nuovi palazzi, si asfaltano le strade. La macchina diventa il centro di tutto, la 500 e la 600, ma anche la Vespa, la Lambretta, la moto. I meridionali arrivano a ondate, nelle terre abbandonate dai contadini costruiscono i loro alloggi.
I giovani sono in primo piano nella società dei consumi e dello spettacolo. Leggono i fumetti, Tex Willer e Diabolik, ascoltano sui 45 giri i Nomadi e l'Equipe 84, De André e Patty Pravo. La moda impone pantaloni a zampa d'elefante, magliette stinte, stivaletti col tacco, pettinature gonfie per il sabato sera. Arrivano i film con Alain Delon e Brigitte Bardot, Per un pugno di dollari e 007 licenza di uccidere. È d'obbligo il viaggio a Amsterdam per i primi spinelli. E infine il salto a Milano, le milleluci della metropoli convulsa, il lavoro alienante.
Un vortice frenetico di nuove cose che azzera il passato. Con la pazienza dell'antropologo Sergio Bianchi ne ricostruisce i reperti, ci restituisce i delicati frammenti di un'infanzia scomparsa: la cattura delle lucciole, la caccia ai passeri, il gioco della lippa, il nascondino nel bosco, la slitta d'inverno, e poi le bande di ragazzi, le frecce e i tirasassi, le capanne tra gli alberi, andare per funghi, pescare nel fiume, il contrabbando di sigarette con la Svizzera... Ci offre una galleria di personaggi bizzarri, ci serve squisite ricette locali: come si cucinava la carpa in carpione e la lepre in salmì, i funghi e la polenta, la cassoeula e i coglioni di toro. Riviviamo sapori, suoni, colori ormai perduti, che la scrittura rinventa modellando l'oralità popolare altolombarda in una narrazione materica e dinamica.
Ci avviciniamo alla fine degli anni Sessanta. Una nuova stagione si prepara, quella sfavillante e ottimista del boom economico comincia a perdere colpi, va in crisi, è contestata. Le ultime pagine riaprono il tema iniziale della gamba artificiale del padre, simbolo di una generazione sacrificata in una guerra assurda, mentre sta per scoppiare il '68 e un'altra storia attende il protagonista. Che lo porterà ancora più lontano dall'ormai mitico mondo della sua infanzia e della sua adolescenza, in cui è facile leggere anche l'infanzia e l'adolescenza dell'Italia moderna».

Bifo: sul rumanzet di Sergio Bianchi

di BIFO
[da Rekombinant]

bianchi_autore.jpgLa gamba del Felice di Sergio Bianchi [nella foto] è un rumanzet scritto con uno stile aspro ironico e svelto. Scorrono rapide dinnanzi a noi, raccontate con sorridente drammaticità le successive scene di una modernità che arriva da un lontano fuori sconosciuto e si aggiunge sovrapponendosi a sentimenti primordiali senza riuscire né a raffinarli né ad assimilarli. La modernità si aggiunge alle forme di vita di questa umanità aspra come se fosse un arto artificiale, come la gamba del Felice, appunto.
Il Felice è il papà del nostro narratore. Durante la guerra è stato colpito da una mina. Lo hanno salvato per miracolo e il medico ha dovuto amputargli una gamba. Solo qualche anno dopo arriva per posta una gamba di metallo tra le reazioni di stupore e di giubilo delle donne del villaggio. Arriva incomprensibile e straniera come la modernità solo parzialmente assimilata, assimilata appena appena, giusto quel tanto che serve per maneggiare i congegni, per avvitare le viti e per far funzionare le macchine. Ma vista sempre con una certa diffidenza, sempre rimasta un po' fuori, un po' distante. Una modernità che non è entrata nei cuori e nei linguaggi di questa Lombardia prealpina che Bianchi ci racconta. Di questa mal assimilata modernità intravvediamo l'esito barbarico, l'irsuta aggressività contro i terroni, la rabbiosa rauca introversione che diviene culto dell'ignoranza quando prende forma compiuta nel trogloditismo politico della Lega.
Ma intravvediamo anche un altro esito, quello di un'umanità selvaggia e libertaria, che non odia i terroni, anzi stabilisce con l'altro un patto di fraternità possibile.
"Molti che si chiamano scrittori e si fanno mettere il nome sui libri non sono scrittori e non sono capaci di scrivere, la differenza essendo un torereo che combatte contro un toro è diverso da uno smerdatori che fa mosse senza nessun torol Lo scrittore è stato là o non potrebbe scriverne. E andando là rischia di rimanere incornato." dice Burroughs ne "La scrittura creativa", parlando di Kerouac. E Kerouac lo troviamo qui nel rumanzet di Bianchi. La banda si riunisce, un giorno, e, emergendo dal suo stato di sentimentalismo selvaggio trogloditico illetterato, si mettono tutti ad ascoltare come degli scolaretti il Sivori che gli legge.... una pagina da On the road, naturalmente.
Toreri e smerdatori, insomma. Smerdatori sono quelli che raccontano storie di cui non sanno niente o di cui sanno tutto ma a noi non ce ne frega niente. La maggior parte di quelli che si mettono il loro nome sui libri sono così, dice Burroughs, e basta farsi un giro in libreria per aver la conferma. E poi ci sono quelli che il toro l'hanno visto davvero, e lo raccontano con dovizia impressionante di particolari.
C'è una banda di ragazzi, come in certi rumanzet dell'America ottocentesca. Riottosi e ingovernabili come scoiattoli, assassini in erba, crudeli ammazzapasseri per fame. Poi arriva la morte, l'incompresa.
"Valentino non c'era più e questa cosa abbiamo fatto fatica a capirla bene. Ma forse non l'abbiamo mai capita."
Il passaggio all'età della ragione è segnato dalla morte di un amico, di un ragazzo al quale la banda era affezionata come ci si affeziona a uno uguale agli altri però più bravo degli altri, più coraggioso, più forte, più selvaggio. La morte è l'incomprensibile, ma è anche (proprio perché incomprensibile) l'accesso al mondo. L'accesso a un modo incomprensibile al quale bisogna fare l'abitudine (alla cui incomprensibilità occorre fare l'abitudine).
Questo libro di Sergio Bianchi potete leggerlo dal punto di vista che vi pare (ça va de soi). Potete leggerlo come la storia dell'emergenza dapprima lenta poi turbinosa della modernità in uno dei mille villaggi industriali del nordItalia, potrete leggerla come la storia dell'iniziazione politico-sentimentale di un giovane proletario un po' selvaggio che arriva puntuale all'incazzatura di massa che chiamiamo Sessantotto, ma potrete leggerla anche (e così preferisco leggerla io) come la storia un picaro dei nostri tempi, o meglio di un picaro dei tempi che stanno dietro di noi, alle nostre spalle. Ma che cosa vuol dire picaro?
Il picaro lussureggiante gigioneggia nei rumanzet della Spagna seicentesca, della Spagna di una transizione tumultuosa dall'epoca cavalleresca a un'epoca precocemente ipermoderna. Picaro è colui che gira il mondo consepevole di non potervi trovare il suo posto, perché il suo posto non c'è. Picaro è il cavaliere alla rovescia. Il cavaliere, il figlio di qualcuno (l'hidalgo) è colui che possiede un posto: il lignaggio, l'albero genealogico, la casa avita, e anche il diritto a una rendita. Il romanzo picaresco è l'epica cavalleresca alla rovescia: la rozza epica senza nobiltà e senza verità che fiorisce infine nella metropoli. Tra la chanson de geste e il romanzo moderno ci sta il romanzo picaresco, introduzione all'inferno plebeo di una metropoli in cui ognuno è in giro per ingannare gli altri, sotto le mentite spoglie di una ricerca della verità (del danaro, del lavoro, della ricchezza, della nobiltà, dell'amore).
Picaro è il buscon, colui che cerca, colui che se ne va in giro per un mondo avventuroso e strano cercando qualcosa. Cosa? Prima di tutto naturalmente cercando il pane e il companatico, cercando un lavoro che gli permetta di vivere alla giornata, cercando qualcuno da rapinare per poter soddisfare le sue voglie. Ma soprattutto il picaro è alla ricerca di una verità. Una verità che non c'è, se non nella trama soggettiva, singolare, irriducibilmente singolare dei ricordi, delle attese, delle immaginazioni, delle complicità affettive, degli sguardi d'intesa.
"Uscito dal niente il picaro non è niente, e con la sua attività tenace, ostinata, non persegue altro scopo se non sopravvivere." dice Mauricio Molho, parlando di Quevedo in "Semantica y poetica". Il picaro è l'antenato del proletario moderno.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 23 Giugno 2005

stacco.gif
blogsnation.gif Questo sito, privo di qualunque finalità di lucro, è ospitato gratuitamente sui server di BLOGSNATION, grazie all'opera di pietà tecnica e di umana comprensione di Gianluca Neri. I contenuti della e-zine I Miserabili non sono soggetti a copyright. I Miserabili non è una testata registrata. Per proposte, richieste ed eventuali lamentele, contattare il responsabile di questo sito, Giuseppe Genna. Non si accettano invii di manoscritti (anche in forma digitale) e nemmeno proposte di recensione.
RSS 1.0RSS 2.0Listed on BlogSharesThis blog is listed in BlogBarThis blog is listed in BlogNewsGNU FDL LincensePowered by Movable Type 2.64