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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Pincio: Welcome into the unreal world…

di TOMMASO PINCIO
tommasopinciounreal.jpg[Invito i Miserabili Lettori a visitare la distopia che l'autore de La ragazza che non era lei ha aperto nella sua temporary autonome zone. Da qui, riprendo una dichiarazione di estetica e psicostoria dello stesso Pincio, che mi pare fondamentale per abituarsi a guardare alle rinnovate poetiche italiane. gg]

“Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos’è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo sesso, droga e rock & roll?”

Nei giorni in cui ero ancora un bambino spaurito capitava che mia madre mi portasse con sé nei suoi irrequieti giri per le vie di centro. Ricordo come mi incantavo guardando i giovani che allora popolavano le strade. Avevano capelli lunghi, vestiti colorati e sedevano sul selciato suonando la chitarra e cantando incuranti della gente che scuoteva la testa.

Per qualche ragione, nella mia mente di bambino spaurito mi ero fatto l’idea che quei giovani vivessero lì, all’aperto, che si fossero accampati nelle strade alla maniera degli indiani dei film western con lo scopo di stare sempre insieme, fare musica, sorridere, volersi bene ed essere felici. Naturalmente non sapevo che quei giovani erano hippy vale a dire persone che rifiutavano la società dei consumi e il conformismo borghese. Né sapevo che i figli dei fiori erano contro la guerra e che predicavano pace e amore. E non sapevo neppure che i capelloni sognavano di cambiare il mondo. Ma pur non sapendo niente di loro ero felice che esistessero.

hippie.jpgLa loro presenza nelle strade mi confortava. Pensavo che se da grande fossi diventato un fallito, se mi fossi rilevato un incapace, un disperato senza soldi né casa, avrei comunque avuto la possibilità di unirmi a loro. Mi sarei fatto crescere i capelli, avrei indossato gli stessi abiti colorati, suonato e cantato con loro. Temevo infatti che non avrei mai combinato niente di buono nella vita e che mi sarei sentito sempre fuori posto. Ero un esserino talmente gracile e imbronciato che diffidava di tutto, perfino dei propri genitori. Gettavo di nascosto il cibo che mi dava mia madre convinto che fosse avvelenato e scrutavo di sottecchi mio padre perché una volta lo avevo sentito dire che ero un po’ strano e forse era il caso di farmi visitare da uno specialista. Così me ne stavo tutto il tempo rinserrato in me stesso sperando che un giorno gli alieni venissero a prendermi oppure che un insetto radioattivo avesse il buon cuore di mordermi la mano trasformandomi in un supereroe. Insomma non ero messo granché bene. Considerate le mie tenebrose prospettive, diventare hippy rappresentava un’àncora di salvezza più che ragionevole.

Tuttavia i tempi cambiarono. Da molti anni ormai quei giovani colorati dai capelli lunghi sono scomparsi dalle strade. In qualche modo me la sono cavata anche senza di loro ma oggi, quando giro da solo per le vie di centro e vedo gente che fa acquisti nei negozi o mangia nei fast food, mi domando che fine hanno fatto gli hippy. Non essendo più un bambino ovviamente so cosa è successo dopo i “favolosi” anni Sessanta. So che da un certo momento in poi la storia ha preso un’altra direzione e so che il sogno di cambiare il mondo non si è avverato. So che molto è andato perduto anche se non del tutto. Purtroppo queste cose che so mi lasciano insoddisfatto perché è con gli occhi del bambino spaurito di allora che mi pongo certe domande e quegli occhi non sanno che farsene delle mie spiegazioni di adulto.

Per giunta, se devo essere sincero fino in fondo, nemmeno l’adulto che è in me si considera soddisfatto di ciò che sa. Le ragioni sono tante. Basta guardarsi attorno. L’odierno mondo dell’economia di mercato e delle guerre preventive è forse il migliore tra quelli possibili? Ma c’è dell’altro. Non c’è soltanto il mondo con le sue imperfezioni. C’è anche l’adulto che è in me. Un adulto non meno imperfetto del mondo in cui vive. Costui non è propriamente cattivo. In teoria nulla gli impedisce di rientrare a pieno titolo nel novero di coloro che non farebbero male a una mosca. Ciò nonostante ha i suoi difetti. È volubile, introverso, spesso si perde in strane fantasticherie e fatica non poco a guardare in faccia la realtà. Ma soprattutto sente di avere tradito il bambino spaurito di un tempo. In altre parole si sente in colpa, crede di aver fatto poco o nulla per impedire che gli hippy venissero cacciati dalle strade.

È vero, allora ero solo un bambino. Cosa diavolo avrei mai potuto fare? Altrettanto vero, però, è che nella nostra società ci si aspetta che un giorno i bambini riescano a realizzare i mondi nuovi e migliori sognati dagli adulti. Un compito ingrato, indubbiamente. Nondimeno è un compito, e io non l’ho assolto. Sono rimasto a guardare la Storia — la chiamo così per semplificare. L’ho guardata mentre faceva piazza pulita dei sogni. Di più, molto spesso non guardavo nemmeno la Storia, ma solo la televisione. Io, un figlio dei figli dei fiori me la sono cavata diventando un fantasma del mio tempo, un perfetto rappresentante della piagnucolosa e adolescenziale generazione X.

C’è poi l’altra faccia della medaglia ovvero la possibilità che pure i luminosi ideali hippy siano stati offuscati da ombre. “Il 1968 fu l’anno in cui il distacco fra le generazioni venne finalmente allo scoperto, una sorta di guerra mondiale che trascendeva le antiche battaglie della Guerra Fredda e del razzismo” scrisse Allen Ginsberg nel fumoso e convulso linguaggio tipico dell’epoca. Qualunque cosa egli intendesse con “guerra”, certo è che il movimento Peace&Love non fu solo represso dal sistema. Implose anche in se stesso a forza di eccessi e violenze. Perché tutti sanno che da un certo momento si passò dai fiori nei capelli alle P38 nelle tasche.

cobain.jpgChi ci garantisce dunque che quella fosse davvero la strada per un mondo migliore? Per quale ragione non si dovrebbero ribaltare i termini della questione? Quali errori e quali delitti abbiamo mai commesso, noi bambini spauriti di allora, per meritarci la nostra debolezza di adulti degli anni Novanta se non quello di essere figli dei figli dei fiori? Nel suo diaro Kurt Cobain affermava che la nostra generazione non ha mai preso niente sul serio “per fare dispetto ai propri sudici genitori hippy. Tipi tristi, patetici e ipersensibili che portano sulle spalle il misero onere di prendere tutto troppo sul serio mettendo a disagio gli altri”. Visto come sono andate le cose, non gli si può dare torto. Il lato tragicamente ironico è che lui, Kurt, la quintessenza del tipo triste e ipersensibile, un bel giorno si è sentito talmente a disagio da infilarsi in bocca la canna di un fucile e premere il grilletto.

Ecco, ripensando a quel suicidio e a tante altre cose successe a partire dagli anni Ottanta, diventa piuttosto arduo ignorare che la Storia si è portata via soltanto gli hippy veri. Quelli finti invece ne hanno fatta molta di strada. Uno è stato perfino eletto presidente della maggiore potenza del pianeta. Dice che in gioventù ha fumato anche una sigaretta alla marijuana. Senza inspirare però. In seguito, quando era già alla Casa Bianca, l’hanno messo in croce per una pruriginosa faccenda di sigari. Cosa se ne dovrebbe concludere? Che le temerarie promesse di quel decennio infuocato non sono state mantenute? Che siamo stati ingannati? Che scoperta, ovvio che è così. Ma adesso che dobbiamo fare? Sentirci in colpa? O incazzarci piuttosto, incazzarci perché i sogni con cui ci hanno allattato altro non erano che menzogne?

Ex fan dei Sixties
Dove sono i tuoi anni di follia?
Cosa sono diventati i tuoi idoli?
Jane Birkin

Talvolta mi viene da pensare i giovani che ricordo di aver visto da bambino non erano hippy. Talvolta mi viene da chiedermi se non me li sia soltanto immaginati, gli hippy. Magari nemmeno io ero quel bambino tanto spaurito che ho sempre creduto di essere. Ma quand’anche fosse dovrei farne un dramma? Covare rancori, sentirmi in colpa, struggermi di nostalgia? E per cosa? Per un tempo che non ho mai vissuto? Andiamo. Se c’è una cosa che ho imparato a forza di scrivere storie, annegando scampoli di realtà in mari di finzioni, è che la letteratura è fatta con ciò resta e la si fa per chi rimane. È il suo lato più tenero e umano, probabilmente è anche il suo limite ma è ciò che la rende essenziale.

Ebbene, lo confesso, per molto tempo ce l’ho avuta davvero a morte con gli hippy. Li ho considerati responsabili del fallimento, del mio quanto del loro. Altro che sentirsi in colpa. Ma per temerari contraddittori esagerati violenti inventati che possano essere stati quei lontani anni, resta comunque il sogno di un mondo nuovo e migliore. Poco importa quanto alto sia il suo tasso di utopia, è comunque un bel sogno e merita di essere perpetuato perché non riguarda una stagione della Storia. Non appartiene né ai giovani di allora né agli adulti di oggi ma a tutti. In quanto a sognare siamo tutti bambini allo stesso modo. Vagheggiare alternative a un’esistenza normalizzata, alla realtà astratta e iniqua del denaro, è una tentazione che continua ad accarezzare la nostra fantasia nonostante i pericoli e i tanti lati oscuri. Del resto ogni cosa ha il suo lato oscuro. Giusto per fare un esempio: il 1967, l’anno della famosa Estate dell’Amore che infiammò le strade di San Francisco e segnò l’affermazione mondiale del movimento hippy, è anche l’anno in cui un signore inglese inventò un marchingegno capace di distribuire denaro, solo che non si chiamava ancora bancomat.

8806176099b2.jpgFacevo pensieri di tale tenore un paio di anni fa, quando cominciai a scrivere La ragazza che non era lei. In verità, pensavo anche al fatto che tutti i protagonisti maschili dei miei romanzi precedenti avevano finito per abbandonarsi al gelido abbraccio della morte. Mi dissi che dovevo smetterla di trastullarmi con lo stupido tema del suicidio, ma temevo che in un modo o nell’altro ci sarei ricascato. Perciò stabilii che avrei scritto una storia con un protagonista femminile, confidando ovviamente nel maggiore attaccamento alla vita che comunemente si attribuisce alle donne. Non era granché come idea di partenza, ma un’altra cosa che ho imparato a forza di scrivere storie è: “Diffidate delle trovate troppo brillanti e sofisticate”. Soprattutto all’inizio. I romanzi hanno spesso la strana inclinazione a complicarsi l’esistenza da soli.

Così è stato. La storia si è infittita al di là delle mie intenzioni iniziali. Ho immaginato che il protagonista femminile che andavo cercando fosse una ragazza giovane e carina. L’ho immaginata seduta in un fast food qualunque di un posto qualunque di questo nostro mondo occidentale. Ed eccola qua: a guardarla da fuori, nel fiore degli anni e della bellezza, si direbbe che non le manchi proprio nulla. Ma siccome è uno di quei classici giorni qualunque in cui come niente ci si sveglia con la luna storta, lei non è felice. Non c’è un motivo particolare. Non gliene importa molto del fatto che il pianeta sia diviso più che mai tra ricchi e poveri o che la biosfera sia sempre più avvelenata. Vorrebbe solo essere ovunque ma non lì. Vorrebbe essere chiunque ma non lei. In pratica vorrebbe un’altra vita, una vita diversa dalla sua.

Il caso le offre una possibilità. Un sconosciuto si siede al suo tavolo e attacca bottone. Sostiene di amarla e le assicura che se fuggiranno insieme, lui le cambierà la vita. L’aspetto dell’uomo non è rassicurante, parla in tono esagitato ed è vestito in modo stravagante. Alla ragazza sembra un po’ squinternato, probabilmente è un pazzo completo. Buon senso vorrebbe che lo mandi a quel paese ma alla fine accetta di seguirlo. Non sa bene perché, forse pensa di passare una giornata diversa dalle altre, di concedersi il diversivo di avventura. Così salgono sull’auto di lui, vanno in motel e fanno l’amore.
Al risveglio cominciano ad accadere strane cose. A poco a poco la ragazza scopre di aver perso la memoria e, a quanto pare, nella notte ha accettato perfino di bruciare i suoi documenti. Quello che doveva essere un semplice calcio alla monotonia prende i contorni di un incubo. La ragazza si trova costretta a seguire l’uomo nel suo vagabondare lungo le strade di un mondo allucinante fuori dal tempo, un mondo pieno di insidie dove la radio manda sempre la stessa canzone, i televisori non si accendono, gli adulti giocano a fare gli adolescenti che scappano di casa e tutto è ricoperto da spessi strati di polvere rossastra. Lei sente che quel mondo è irreale ma non sapendo più chi è né da dove viene, le è di fatto impossibile stabilirlo con certezza. Ciò che sa con certezza è che vuole tornare a essere stessa, a casa, nel suo “vero” mondo, per quanto imperfetto possa essere.
Che c’entrano gli hippy è presto detto. Dopo averne passate di tutti i colori, la ragazza chiede all’uomo di raccontarle la storia della sua vita. Si illude che nel passato di lui ci sia un indizio, qualcosa che possa rimetterla in contatto con la realtà che ha perduto. In fondo è questo che spiega l’umana sete di storie: la confortante illusione di trovare la strada di casa. L’uomo le parla così della propria infanzia e di sua madre, l’irrequieta Kinky Baboosian, una ex-coniglietta Playboy che dopo varie traversie va a vivere in comune asserragliata in un fatiscente edificio di Haight Ashbury, a San Francisco. È lì che l’uomo è nato e cresciuto, tra gli hippy che ha odiando con tutta l’anima per il loro caotico stile di vita degli hippy fatto di amore libero, espansione della coscienza per mezzo di droghe e un sacco di altre cose. Spesso madre lo abbandonava per andare chissà dove e lui rimaneva lì, seduto e imbronciato su un sudicio materasso, in mezzo a persone che incuranti della sua presenza facevano tranquillamente sesso sotto i suoi occhi oppure si sballavano perdendosi in discorsi deliranti.
Ma questo è soltanto l’inizio della storia o meglio di quell’intrecciarsi di storie che è La ragazza che non era lei. C’è stato un momento in cui mi sono sentito come la mia ragazza sperduta, preso dal terrore che non sarei mai riuscito a tenere insieme tutti pezzi del mosaico e che il romanzo mi sfuggisse di mano. Bene o male, alla fine sono venuto a capo di un labirinto per una metà totalmente immaginario e per l’altra quasi reale, un’architettura narrativa dove il passato come noi conosciamo si mescola al presente come non vorremmo che fosse. Dovessi darne una definizione direi che è una sorta di “Matrix dei sentimenti”, anche se ciò spiega solo in parte le mie intenzioni. Dunque provo a metterla diversamente: forse un altro mondo è davvero possibile, ma siccome non è affatto detto, nell’incertezza cominciamo a liberarci di ciò che non va in questo. In parole povere ecco cosa ho cercato di fare: attraversare lo specchio alla maniera di Alice, andare al di là degli asti di un tempo. Perché c’è stato un tempo in cui vi ho detestati, maledetti hippy. Voi e le vostre patetiche opere incompiute. Ma quanto mi mancate oggi, cielo se mi mancate.

Welcome into the unreal world…

Tommaso Pincio





Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 29 Giugno 2005

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