Esce per i tipi del Mulino quello che considero uno dei testi fondamentali della critica e teoria della letteratura apparsi nel nostro presente. Ne è autore Guido Mazzoni, che già avevo segnalato per la potenza dei tre saggi emblematici raccolti in Forma e solitudine (qui il mio intervento). Sulla poesia moderna è un testo che, fin dal titolo, che ricorda evenienze di fondazione estetica d'epoca romantica, si propone come panossi della tradizione che ha condotto alle attuali configurazioni di forma e verità della poesia. La riassunzione del passato, seppure praticata con un'interpretazione forte, non ha però nulla della violenza con cui si strappa al cielo la prospettiva che sposta il tempo in cui si vive. Mazzoni invece dispone di questa furia, temperata da un rigore e da un'apparente cautela rispetto alle categorie della critica tradizionale, sotto cui si cela - almeno, a me pare così - un'ambizione elevata, che è quella di iniziare a delineare il movimento geomorfico di una forma ulteriore, verso cui la letteratura sembra slittare, al di là delle considerazioni sociologiche e financo politiche che una simile trasformazione comporta. E' il motivo per cui, a mio parere, questo saggio storico e teorico dovrebbe essere divorato da ogni poeta e prosatore italiano che intenda operare sulla letteratura con consapevolezza. Si può dunque leggere Sulla poesia moderna secondo molteplici traiettorie: come un saggio riassuntivo della tradizione letteraria che conduce al contemporaneo; come trattato dell'implicito che guida l'attuale epoca poetica; come teoria dei generi nel loro stato sorgivo; come teoria della prosa e del romanzo contemporaneo; come enunciazione della messa sotto scacco della critica. Dipende dalle nature, dai temperamenti. Alcuni possono ravvedervi una cronaca della decadenza; altri, un'immensa apertura. Io appartengo alla seconda schiera.
A confortare una lettura polivalente di questo straordinario saggio, c'è la scansione dei movimenti che Guido Mazzoni compie capitolo per capitolo, come passi necessari di un percorso di cui Sulla poesia moderna fornisce descrizione, interpretazione e deriva. Scansione così evidenziabile:
- L'Introduzione evidenzia il movimento extraletterario su cui Mazzoni fa perno, riannodando i fili di una discussione che, prima che tecnologicamente critica, verte direttamente sulla tradizione dell'estetica, àmbito principe con cui il pensiero fonda la modernità, nel suo incrocio tra Hegel (forse sarebbe più appropriato dire "hegelismo") e la svolta romantica, secondo direzioni che rimpallano tra Auerbach e Wellek, mentre sottaciuto è ovunque presente il verbo benjaminiano, ricondotto al duplice livello della descrizione della modernità e dell'uscita da questa, attraverso una non dichiarata lettura problematica del saggio che Benjamin dedicò a Baudelaire in Angelus novus.
- Il primo capitolo, La rete dei concetti, è dedicato alla trasformazione della percezione del fenomeno poetico in occidente, a partire dal magma platonico-aristotelico con cui i generi venivano definiti qualitativamente, evidenziando il problema mimetico e quindi utilizzando, direttamente e a priori, l'esito a cui giungerà Auerbach in Mimesis. Mazzoni propone in questo capitolo un percorso che assomiglia da vicino ai coltelli a doppia lama o alle escursioni sulle cime, con abissi a destra e sinistra del viaggiatore. Da un lato, infatti, sembra che egli ci descriva una storia dei generi, che incomincia a divaricare dal momento unificato della produzione e della ricezione dei testi emblematizzati dai generi stessi (poesia e dramma, anzitutto; soggettività e oggettività; meditazione e racconto; mimesi interna e mimesi esterna; io e mondo). In realtà, così facendo, Mazzoni legge contemporaneamente la nascita della tradizione lirica e di quella critica, e lo fa utilizzando in maniera esplicita le strumentazioni gadameriane della storia degli effetti. A un critico professionista non dovrebbe sfuggire questo duplice movimento di Mazzoni: sembra dire cose ovvie e storicamente accertate, ma mette in luce il buco nero delle possibilità implicite nel maelstrom da cui la tradizione lirica e la tradizione critica sono andate dissociandosi e consolidandosi. In pratica, viene qui narrata (vorrei appuntare l'attenzione del lettore su questo verbo) la storia della letteratura occidentale come modello espressivo di un'altra storia: quella dell'io. E' nello slittamento dell'intenzione egoica che Mazzoni legge al tempo stesso continuità e discontinuità tra quelle che saranno percepite nella modernità quali due tradizioni divergenti, cioè lirica ed epica - o, meglio, poesia e narrazione. Nella fenomenologia dell'"io" lirico, che Mazzoni disegna con ammirevole completezza di riferimenti storici, è possibile osservare come la letteratura occidentale si allontani progressivamente dalla chance per cui lirica ed epica, o poesia e prosa, sono all'origine indistinguibili. La centralità dell'"io", considerato non quale sintagma o stilema, bensì quale forza di identificazione superpersonale, è indifferente rispetto alla coralità comunitaria del racconto epico. Un "io" in cui chiunque sente sé è la stessa cosa del "noi" in cui si identifica la comunità che esprime il racconto epico. Sebbene non si citi qui l'enunciazione fondante della modernità data da Baudelaire nei Salon o nel Mio cuore messo a nudo, cioè la contemporanea centralizzazione e vaporizzazione dell'"io", Mazzoni altro non fa che riproporre questo enigma che lo scrittore stesso deve affrontare, per sé e per il lettore. La storia della progrediente dimenticanza di questo enigma coincide con la storia della modernità stessa e della nostra contemporaneità quale esito di una simile china storica: vale a dire, con la lirica che progressivamente viene identificata con tutta la poesia.
- Nel capitolo secondo, che si intitola Un testo esemplare, Mazzoni adotta quello che, con tutta probabilità, è lo snodo teoretico che riesce meglio a definire la modernità in àmbito estetico: cioè l'esemplarità à la Benjamin condotta secondo modalità à la Gadamer. E' la tradizione dell'emblematica a cui lo stesso Benjamin rimanda nella sua tesi sul Dramma barocco tedesco. Esercizio critico davvero abissale: viene utilizzato un testo poetico per allegorizzare l'interezza di una tradizione letteraria. In questo caso, il testo esemplare è l'Infinito leopardiano, sul cui corpo Mazzoni sembra non intervenire, per affrontare invece un altro tipo di corpus, che è quello immenso che i critici hanno costruito attorno ai versi di Leopardi. Il criterio che conduce l'analisi di Mazzoni è davvero determinante: si tratta di osservare come l'"io", a partire da Leopardi, muti il proprio statuto, condizionando l'intera storia futura della lirica. L'Infinito è un sintomo e una causa, la stazione di passaggio di una trasformazione del fare poetico che ora consideriamo, senza tanti problemi, lirica tout court. L'internamento emotivo contro il potere della mimesis: per questo Mazzoni utilizza la categoria di "autobiografismo empirico", deviando dalla nozione di "autobiografismo trascendentale" formulata da Contini (in questo approfondimento, lascia attoniti l'analisi di una poesia di Montale dalle Occasioni). Una simile operazione è possibile soltanto individuando soglie storiche che appartengono sicuramente alla storia della letteratura, ma non si conchiudono in essa e segnalano balzi che potremmo definire quantici o antropologici. In questa lettura ambigua dell'ambiguità stessa, che è il nucleo radiante di ogni testo e di ogni opera, la prima soglia storica che Mazzoni individua per esemplificare una trasformazione immane nella vicenda umana, è quella del disincanto del mondo, che ha in T.S. Eliot la sua manifestazione apicale. E tuttavia, a conferma della lettura duplice che Mazzoni consapevolmente offre al nostro presente, non si tratta qui di riassumere la storia di un banale nichilismo che produce testi novecenteschi. Nella nozione di soglia storica, infatti, viene comunque tenuta in dinamica la dialettica tra mimesi ed espressione - viene cioè tenuta aperta la possibilità di una intercettazione di forme nuove, che Mazzoni sembra indicare quale chance perenne in ogni tempo storico, in ogni tempo letterario, e maxime nel nostro presente. Questa dilatazione eventuale delle forme si gioca nel rapporto tra narrazione e introiezione. O, se si vuole, tra lirica e romanzo, per come la contemporaneità ha definito i suoi generi.
- Il terzo capitolo si intitola Una storia delle forme. Sembra un trattato di storia della letteratura e invece è un'interpretazione complessiva delle possibilità con cui è andata consolidandosi la teoria della letteratura. E' come se Mazzoni venisse definendo, con un'algebra critica che ricorda l'ambizione dei teorici (non solo italiani) negli anni Cinquanta, tutta la strumentazione con cui osservare l'accelerazione storica che ha condotto il genere lirico all'egemonia sulla poesia tutta. Le nozioni di classico ed espressivo, il peso e il ruolo della metrica, le operazioni di varianza sintattica, l'idea dello stile come difesa psichica e dell'originalità come euristica identitaria, le trasformazioni della retorica, le innovazioni e le violazioni del lessico, l'elezione dell'oscurità come esito finale del privilegio concesso allo stile e all'originalità che identificano il soggetto artistico (e, più in generale, il soggetto in sé): in questo colossale abbecedario, in questa storia delle strumentazioni viene emergendo una visione del divenire della poesia occidentale spiegata attraverso le sue parti, dissezionata secondo i propri organi. Tentativo, anche questo, che mette in abisso una logica di visione della storia, ponendo una domanda che va facendosi strada nella nostra contemporaneità: chi vede tutta questa strumentazione l'ha già superata, e quindi che strumentazione sta usando ora?
- I due capitoli conclusivi tirano le somme di questo enorme lavoro di riassunzione della tradizione lirica occidentale, culminando con il nostro presente. Se da un lato la dialettica storica, che si concreta nell'attuale sentimento lirico della poesia, viene identificata nel processo che conduce al primato della monade e nel frazionamento temporale in attimi della soggettività, d'altro canto viene facendosi più potente ed esplicito il tentativo teorico e non semplicemente fenomenologico di Guido Mazzoni. C'è un'enunciazione depressiva dei termini in cui può giocarsi il futuro della poesia lirica. Però c'è, anche, il compulsivo richiamo al termine "narrazione", che costituisce la spia del lavoro sotterraneo a cui Mazzoni stesso sembra guardare: la definizione depressiva di una decadenza del lirico contemporaneo implica, ex contrario, la determinazione della forza di una strumentazione diversa che sia in grado di operare fruttuosamente la dialettica tra mimesi ed espressione. Un'altra forma, dunque, può aspirare a rappresentare la complessità del mondo e dell'uomo nella contemporaneità. Al momento non è ancora possibile affermare se è il romanzo, questa possibilità storica ulteriore del divenire dei generi. Personalmente sono portato a pensare proprio alla "narrazione", cioè a qualcosa che superi i termini, ormai cristallizzati, della strumentazione del romanzesco. Certo è che Mazzoni, nel tradimento per amore che compie rispetto alla storia della poesia (interpretata, ripeto, come progressione all'equipollenza con il genere lirico), sembra denunciare il limite della lirica stessa e della critica: una medesima debolezza per due invenzioni apparentemente distinte - le invenzioni della modernità.
Guido Mazzoni - Sulla poesia moderna - il Mulino - 20 euro