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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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L'incrocio Capote-Parise

di STEFANO CIAVATTA
[Questo articolo è stato pubblicato sul 'Giornale di Sardegna'il 31 maggio scorso. Ringrazio Stefano Ciavatta per il permesso di riprodurlo qui. gg]

parisecapote.jpg“Sono sempre stato un lettore e un ammiratore di due autori. Somerset Maughan e Truman Capote. Il primo per la sua infinita leggibilità e humour, il secondo per una certa sua magia creata da immagini e parole, quanto meno insolite, ricercate e barocche. Entrambi autori snob, oggi ben poco letti e perciò pronti per essere ripubblicati da Adelphi.” Vent’anni dopo il commento di Goffredo Parise, accade il contrario, che a rilanciare lo scrittore veneto sia proprio quell’editore, definito snob senza malizia da Parise stesso, mentre Capote si gode già da tempo un meritato Meridiano. Ma non finisce qui: entrambi gli enfant prodige (affini nella carriera come nei successi, nella prematura scomparsa e nelle due opere finali, i Sillabari e le Preghiere esaudite rimaste incompiute per lo stessa sindrome da pagina bianca) vedono oggi riproposti sugli scaffali due volumi di prose brevi, composti da testi, articoli con vocazione di saggi letterari (è il caso di Parise con Quando la fantasia ballava il boogie, Adelphi, 20 euro), ritratti, reportages, cartoline, incastonate in precedenza nei rispettivi meridiani. Come a dire che su queste pagine non è ancora stata detta l’ultima parola.

8845919730.jpgE infatti sono pagine importanti se non decisive, sia per il giovane efebo, deracineé, appartenente alla tradizione di Tennesse Williams, sia per lo scrittore vicentino che pure in barba al realismo che esigeva il romanzo, esordì sul difficile crinale onirico – fiabesco.
I due si erano conosciuti a Roma, complice l’Harris bar, Parise ventunenne, fresco de Il ragazzo morto e le comete, Capote poco più grande di lui, già incensato per Altre voci, Altre stanze: “era leggermente grottesco ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo, un errore. We talked e nulla più, ma la sua gioventù di allora era secondo il mio parere, memorabile. Quella verruca e quell’odore di poppante.” E si erano rivisti, “restano sempre intatte le sue voices… o una sola parola, Tiffany, a ricordare non il gioielliere ma lui”, complice Marilyn Monroe, al Morocco di New York, nel 1961: “la stranezza dell’uno stingeva sull’altra con una tale simmetria da far pensare a quei lillipuziani, ma non vizzi questi, anzi molto strani e belli, che lavorano sempre in coppia nei circhi”.
Si pensa a Capote e vengono in mente due parole, dissipazione e pettegolezzo, come le orge e le furie per Francis Bacon. Ma così come si presentava immacolata la stanza da letto del pittore inglese, a dispetto dei deliri dello studio, così, levigata e raffinata, elegiaca e acutissima appare la scrittura di Capote anche nell’apprendistato che rivela questa produzione giornalistica, parallela ai racconti. La ristampa de I cani abbaiano (“ma la carovana procede”, suggeriva un anziano Gide all’ambizioso mondano) cerca di allontanare nella memoria collettiva il predominio di frasi apodittiche, del tipo “sono un alcolizzato, sono un tossicomane, sono un omosessuale, sono un genio”. I taccuini di Colore locale, Si sentono le muse, tra una dickensiana Brooklyn e la più familiare ma segreta New Orleans, restituiscono ritratti brevi e folgoranti e reportages sui generis che se da una parte confermano nulla di più che la sua bravura (Mailer lo riteneva il più perfetto della sua generazione ma “al peggio” quello con meno cose da dire), dall’altra appartengono al calibratissimo canone dell’autore. Anche qui non c’è separazione tra impegno creativo e prosa d’occasione. “Ho sempre saputo che ero in grado di prendere un qualsiasi grappolo di parole di lanciarlo in aria per poi vederlo ricadere in modo giusto. Sono il Paganini della semantica”.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 3 Giugno 2005

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