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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Massimiliano Parente: La macinatrice

Ha davvero ragione Carla Benedetti, che su l'Espresso ha dedicato un'intera pagina a un excursus/incursus nei territori pericolosi de La macinatrice, il romanzo di Massimiliano Parente edito da peQuod. Certo, su due piedi, ammesso che se ne abbiano due, poiché la specie è in profonda mutazione, il titolo sembra inerire al Girmi o alla Pastamatic, quella che aveva la forza di venti braccia. Ed è proprio così: al posto della pasta di pane, bisogna metterci la carne umana, e al posto dei vigorosi cuochi, tanti Savi di Sion, tanti Cavalieri dell'Apocalisse, che sono ormai diventati l'aria che respiriamo e quella che sospettiamo di respirare. Ma, come si diceva, non ha senso leggere La macinatrice separandola dalla profonda fenomenologia interpretativa che ne fa Carla Benedetti, il cui saggio viene lievemente penalizzato dal lavoro di cucina dei redattori dell'Espresso, che accanto alle analisi coraggiose della critica toscana piazzano un occhiello un po' ciecato: "Tra le Amatrici ci sono Sculacciatrici, Sgusciatrici di lumache, Masturbatrici di farfalle". Subisce in questo modo, Carla Benedetti, il tritatutto della macinatrice editoriale - quella spaventosa macchina che attua un pogrom generalizzato su scrittori, critici e intellettuali. Insieme alle Sculacciatrici e alle Masturbatrici di farfalle, ci sono le Carenatrici gonadiche, le Fottitrici di armadilli, le memorabili Ganze spaziali parioline, le Ovulatrici di cocurbitacee, le Vestali dell’ftp, le Titillatrici di Homesite, le Sbonzatrici di prùrule, le Fecondatrici capazzone, le Ninivi curiali, le Battone crisantemiche, le Zurlezzuzzurnestiche. Ma la cospirazione dei mediatori culturali fa genocidio di queste differenze fondamentali, di questa ricchezza visionaria, e appiattisce tutto solo alle Sculacciatrici e alle Sgusciatrici di lumache. Sono tempi grami per la cultura. L’editoria vuole solo bestseller. Ben venga dunque uno scrittore anti, vitalistico come Queck, con le contropalle come Luddendorf, il quale ti spiattella lì, in faccia alla macchina editoriale, 460 pagine che non venderanno un cazzo. Questa è ribellione, rivoluzione. E per questo fa bene Carla Benedetti a sondarne i sintomi e le fisiologie.

Meno male che, dinanzi all'apocalisse l'uomo elabora la speranza e nel pericolo cresce ciò che salva. Cresce – cioè: si erige, diventa eretto. Sicuramente qualcosa si erige grazie all'incredibile odissea porno che Parente allestisce. Crescendo, gonfiandosi, facendosi tumido e insinuandosi, Parente non cala mai di tono. Questo non è un romanzo per eunuchi, per ometti, per personcine a modo, per anime belle, per cottonfioc umani. Questa è un'arena in cui il gladio viene alzato verso l'invitto sole, giubilanti le entusiastiche folle, concordi nel guardare al sommo giudizio di chi le guida, laonde il pollice non sia verso, ma dia lo sperato giudizio di salvezza e vittoria, di trionfo che inorgoglisce la nazione. Qui serve un pollice che si innalzi: il che giustamente fa Carla Benedetti nel suo articolo.
"Qualcuno lo ha definito lo Houellebecq italiano" annota nell'incipit del suo saggio Carla Benedetti. Giustamente la saggista non sta a dire chi ha stilato un simile giudizio. E' raro trovare nella critica tanta discrezione e amorevole protezione per l'autore, soprattutto se egli è giovanissimo, come Massimiliano Parente. Dare dello Houellebecq a Parente significa accostare un quasi esordiente a un autore francese reazionario; ma definire Parente “francese” è insultante.
Una delle uscite dall'attuale stato di degrado della cultura planetaria è quella di proteggere gli autori: farli crescere, convincerli ad avere fiducia nei propri mezzi (anche se di seconda mano, i giovani non hanno i soldi per comprare auto nuove, girano con le Renault 4 e rischiano di sembrare brigatisti e di essere arrestati dai poliziotti, che sono come dei mediatori culturali). Carla Benedetti compie quest'opera di amorevole cura nei confronti del giovane artista che, in quanto tale (cioè, più che artista, giovane) è sottoposto a tensioni intime che scuotono profondamente il fragile sistema nervoso. Da Rilke in poi (Parente è un po' il Rilke italiano, Rilke non era francese neppure lui), il giovane artista è descritto per quello che è: una nevrastenia linguistica lo affligge, la compulsione e le crisi tisiche ne fanno sanguinare i vasi capillari e rigettare rivoli di plasma negli scaracchi e bisogna andare in qualche sanatorio. Mai vorremmo che un sanatorio venisse a ospitare un esordiente del calibro di Parente. Se la montagna non è più incantata, è perché Parente è un po' il Thomas Mann italiano, come qualcuno ha detto, cioè io in questo preciso momento.
Si sa, sulle pagine dei Miserabili il sottoscritto si lascia andare spesso senza inibizioni a giudizi entusiastici. Si sa: il sottoscritto è pazzo. Però questa volta c'è un'unica categoria con la quale è possibile rendere l'idea di cosa sia La macinatrice di Parente: essa è un capolavoro. E' un capolavoro non soltanto qui, ma anche sull'Espresso, come annota con giusto acume Carla Benedetti: è "un affondo visionario negli angoli bui del Web" e "la forma narrativa è incandescente". E' incandescente sì, ma non come quelle cazzatine saccenti precucinate da mettere nel microonde. Al confronto, La macinatrice è l'antro di Vulcano, dove il dio del fuoco lavora con la strumentazione più adatta e originale, una strumentazione che ai suoi essangui colleghi è sfuggita del tutto. Perché è sfuggita? Era così difficile? Oppure quegli scribacchini stavano facendocela, occultavano la vera letteratura? Impareranno la lezione, dopo La macinatrice? E, soprattutto, di quale originalissima strumentazione si tratta?
Evidentemente ormai gli scrittori contemporanei italiani non sanno più nulla di letteratura. E' una delle conseguenze dell'arrivo della cometa sul nostro pianeta, al cui impatto si estinguerà la vita tutta. Il Sistema Solare fa schifo, preda di una cospirazione che, ideata negli abbaini delle case editrici, è sfuggita di mano e ormai dilaga in tutta la Via lattea. Oggi, come è chiaro e non dobbiamo perciò nemmeno argomentarlo, tutto fa cacare. Non esistono scrittori. Non esistono italiani. Sono tutti delle testine a capocchia di spillo, non sentono, l'eugenetica e il Web hanno ormai ridotto la specie ad appendici idiote delle quali voi che state leggendo siete un esempio lampante, la gente non va a lavorare perché di giorno si guarda sugli impianti ipertecnologici gli snuff movie che ha scaricato abusivamente dalla Rete la notte, tutti prendono il Viagra o il Cialis, è la fine. Ormai nei supermercati non si comperano più i detersivi, ma copie di Dan Brown, è un complotto. Per la città si vedono girare bande capitanate da kapò, ci sono i campi di concentramento. E' un genocidio culturale. Ormai i ragazzini giocano alla Playstation e non più alle figurine! Non sanno nemmeno come si fa "muro"! Le donne hanno gli amanti. E' chiesastica e sessuata una congrega di volti lividi che deve morire e solo dopo che è morta c'è lo helter skelter e finalmente non si parlerà più di genocidio, altrimenti non c'è speranza. Ma il nuovo avanza. La crepa è aperta. Il sangue torna a scorrere. Le orde barbariche saranno portatrici di una nuova letteratura, salutare, vitalistica, vividdio. La macinatrice ha iniziato a macinare.
Ecco, dunque, la strumentazione innovativa su cui fa leva la barbara calata di Massimiliano Parente. Anzitutto, il giovanissimo esordiente Parente si concede, come osserva con precisione Carla Benedetti, "il lusso di enumerazioni caotiche". E' un aspetto assai inedito della letteratura. Non si era fatto prima, in questi anni poi nessuno aveva in mente una simile operazione retorica. Non c'è uno scrittore italiano, ma uno che sia uno, a cui sia venuta in mente la rivoluzionaria idea di fare elenchi, ennoi e trenodie sfrenate come questa:

Dave Mickiewitz. Albert D. Rizzi. John V. Lindsay. John F. Kennedy. Lee Harvey Oswald. Jack Ruby. Ruby Tuesday. Mardi Gras. Leaves of Grass. Walt Whitman. Walt Disney. Donald Duck. Carl Barks. Karl Marx. John Reed. Emma Goldman. Golda Meir. Moshe Dayan. Robert Moses. Robert F. Kennedy. Jimmy Hoffa. Sam Giancana. Uncle Sam. Uncle Scrooge. Di nuovo Walt Disney. Walter PPK. James Bond. Ian Fleming. Alexander Fleming. Louis Pasteur. Louis L'Amour. Elmore Leonard. Leonard Bernstein. Eduard Bernstein. Karl Kautsky. Vladimir Ilich Lenin. Vladimir Nabokov. Smurov.
Guardate che ci vuole un immenso coraggio a compiere una simile operazione. Un grande editore, mettiamo Einaudi, ti impedirebbe subito di fare una cosa simile, con la motivazione che il lettore si annoia e il libro poi non vende. A questo sconfortante e impensabile punto si è spinta la macchina di potere, crudele e ottusa, che ha messo le catene ai liberi e inventivi scrittori italiani, che ci sarebbero a frotte se non esistesse questa ghigliottina della mediazione, tutta tesa al bestseller. Ma Parente, per tutti noi, ce l'ha fatta: fa l'enumerazione!
Quindi, Parente realizza, come Carla Benedetti coglie giustamente in profondità, "una struttura circolare che si chiude con la stessa frase con cui inizia". Ce l'avevamo sotto gli occhi. Era l'uovo di Colombo, non l'ispettore, come credono i lettori sottoculturati e condizionati mentalmente dalla macchina stritolante dei mediatori. Per impedire il genocidio culturale, con tutti quegli intellettuali messi al muro che fumavano l'ultima sigaretta, bisognava iniziare e chiudere un libro con la stessa frase, e questa frase deve essere: "Non sapeva quanti erano, ma ne basta uno, bastava lui, e la fine del mondo era già avvenuta". D'ora in poi, tutti i romanzi devono iniziare e chiudersi con la stessa frase "Non sapeva quanti erano, ma ne basta uno, bastava lui, e la fine del mondo era già avvenuta" e mi raccomando il corsivo, altrimenti si è ancora nel genocidio culturale.
Poi, come acutamente vede Carla Benedetti, il giovanissimo esordiente de La macinatrice utilizza "una spirale temporale concentrica che spara fuori personaggi e situazioni inedite a getto continuo". Due osservazioni. La "spirale temporale concentrica" capite bene che non è il "maglio rotante" gridato da Goldrake o l'invocazione dionisiaca "Con l'aiuto del sole vincerò" di Daitarn III. Non le stronzatine trash anni Ottanta, non roba da cartoon giapponesi, che sono parte integrante del potere editoriale e che ci hanno condotto all'esaurimento delle risorse idriche e petrolifere e sta per arrivare una pestilenza per cui non ci sono medicinali e gli antibiotici non funzionano e moriremo tutti, anzi siamo già morti. No: la "spirale temporale concentrica" è un'arma strutturale in mano allo scrittore e al critico. Uno si dice: ma quale spirale non è concentrica? Bravi, e la temporalità dove la mettete? La profonda disamina di Carla Benedetti, cioè, ci rende disponibile un'innovativa modalità di lettura del capolavoro, ma non ideologica, bensì aperta, disposta alle mutazioni che nemmeno immaginiamo, come risulta dalla possibilità indicata dal grafico qui sotto.
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Capite che questa è cultura alta, voi siete dei poveracci che leggono Ken Follett comprandolo negli ormai notissimi scaffali librari di tutti i supermercati d'Italia, questa landa dove i discendenti di Giulio Einaudi hanno trasformato il genoma della specie senza che nemmeno ci fosse un referendum, anche i radicali fanno parte del meccanismo stritolante della mediazione, rossi neri tutti uguali, tutta la stessa merda. La "struttura temporale concentrica" - sebbene differente dal modello attuato da me, che è una spirale non concentrica - è comunque un rompere i muri del silenzio soffocante in cui è stata costretta la cultura della galassia. Se non sapete interpretarne l'equazione, non importa, si vede che siete fruitori della cultura popolare, istruitevi, altrimenti leggetevi un thriller e lasciate in pace me e Carla Benedetti.
Massimiliano Parente ha una grossa esperienza. Nel porno, cioè. Collabora con un editore che si chiama Coniglio e che edita roba pornosoft, raccolta poi da un altro editore, che si chiama Castelvecchi, che ne fa libri, tipo quello sul feticismo dei piedi di Susanna Schimperna, anche lei collaboratrice di Coniglio e autrice di Castelvecchi. E' dunque un urlo di libertà che Parente lancia, non tanto andando a lavorare per il Domenicale di Dell'Utri, quanto scrivendo un libro che piglia per il culo in maniera devastante i suoi editori Coniglio e Castelvecchi. Carla Benedetti è caduta, proprio occupandosi del personaggio che fa la parodia di Coniglio e Castelvecchi, nella prova provata della soluzione finale elaborata dalla cospirazione universale: il genocidio che la macchina mediatrice cultural-editoriale ha deciso di attuare con scientifica quanto cruenta precisione, nei confronti di tutti noi, te me e quell’altro. Infatti i cospiratori del gruppo l’Espresso hanno evitato di correggere i refusi che, nell’entusiasmo virile e italico con cui la coraggiosa critica ha steso il suo mirabile saggio, Carla Benedetti ha commesso nel trascrivere il nome del personaggio dell’editore: nella recensione dell’Espresso, egli è una volta “Torrenuova”, un’altra “Terranova”, un’altra ancora “Terranuova”. Non importa. Si chiama Torrenuova, non è questo il problema, se per voi è un problema significa che siete anche voi dei cospiratori. Non è questione di lingua. Ormai la lingua non conta più niente. I ritmi, lo stile, le scansioni: chi se ne frega?, il mondo sta andando a rotoli, c’è l’effetto serra, ci hanno mentito!, è molto più avanti di quanto dicono e a tutti verrà un epitelioma se non indossiamo tute isolanti che muteranno la specie verso impensabili orizzonti.
La lingua di Parente è fondamentale. Dice giustamente e con precisione raffinata Carla Benedetti: “una lingua italiana che sembra appena reinventata, con tutte le sue possibilità dispiegate, sintattiche, paronomastiche”. E’ vero, tutte le possibilità sono dispiegate. Si può dire “ciccì cocò” o “enfisematico” del tutto indifferentemente. E’ una soluzione, questa linguistica apportata da Parente a un patrimonio nazionale che data da mille anni, di portata strepitosa, come si desume da uno dei passi in cui l’autore si scatena, non avverte più il limite e dispiega per noi tutte le possibilità della lingua italiana:

I cavi corrono insieme, s'incrociano e divergono, s'intrecciano e scavalcano, s'intralciano e si stendono e si stagliano, trespoli per corvi, contro il cielo, traforano la terra e proseguono, trampolini o staccionate per topi e scarafaggi, fili per talpe su cui stendere il bucato. Dentro di essi voci s'inseguono, si sfidano o s'ignorano, un cavo si stacca dal mucchio a ogni metro ed entra in una casa, talora la voce s'intrufola in un mixer, arrampica un'antenna e prende il volo, che ne è di quella voce quando arriva fino a me? Le voci di chi chiama la radio sono ombre, miraggi della notte, proiezioni disturbate, pellicole che bruciano. Consumate dal loro farsi elettriche, arrivano a me stanche per il viaggio. Sto ascoltandole da un'ora, l'uomo affannato, l'uomo che si lascia morire, l'uomo che sfotte, la donna che a stento esiste, l'uomo che vive quand'è al telefono, e alla voce affida l'ultima speranza di non impazzire.
L'uomo nelle sabbie mobili s'aggrappa a un ramo, quest'uomo s'aggrappa al telefono. La voce mi arriva stremata sfibrata sfiancata ma viva. A me? La voce arriva a me? E' per me, sa che lo ascolto, che posso capire qualcosa? Sono io il suo ramo, o è lui il mio? In quanti lo stiamo ascoltando?
Uno dice: Parente è pazzo. No: è un genio. E’ fico. E’ un grande. Conosce tutti i generi e, dall’interno delle gabbie prestabilite, soprattutto il noir metropolitano, egli opera una distorsione delle sbarre carcerarie. E’ supremo. E’ super. E’ un aereo. Un uccello. Si fa le domande giuste. La più fondamentale delle quali viene individuata, con mirabile sintesi, da Carla Benedetti: “Dove ci starà portando il Web?”. Davvero: chiedetevelo: dove? A destra? A sinistra? Su Alpha centauri? Dentro le pallotte stercorarie dei bagarozzi? Da Nobu? In taxi? Chi paga? Altre domande fondamentali che il giovanissimo, e perciò sorprendente, esordiente Parente ci pone: la mamma è davvero lei? La vitiligine è autoimmune? Le pasticche al fluoro salvano dalla carie? L’asino è di Buridano? La metonimia è fascista? Il punto G esiste? Fingono tutte in continuazione? Sono frigide? Le nottole portano sfiga? Il nome di Kieslowski si scrive Krysztof o Kristof? E la "y"? Ci inculiamo i niños de rua? E’ buono quello?
O, come chiede direttamente il sorprendente autore così giovane, con metrica evidentemente desunta dai finti petrarchismi sereniani:

A chi viene offerto il ramo? Chi lo offre? A chi arriva la voce?

In questa orgia che mutua lessico da Pincio, Raimo, Wu Ming, De Michele, Evangelisti e da me, appaiono personaggi indimenticabili, come Mezzomondo. Avete mai incontrato uno che si chiama Mezzomondo? Al limite Mondo, ma è troppo facile, solo un autore della restaurazione e che si riconosce nei meccanismi censori del tritatutto editoriale chiamerebbe un suo personaggio “Mondo”. Mezzomondo invece è molto più eversivo, verso chissà quali aperture di specie sessuata in cui saremo ciecamente portati a fiorire, a sbocciare, esplosi, profumati, sfregando i nostri organi sessuati, profumati, esplosi, profumati, nelle aperture della vita microscopica che ci compone senza che lo sappiamo, moltitudini e moltitudini in divaricazione enorme, immensa, spaventosa, brulicante, sbocciata, profumata, esplosa. Questo perché Parente ha una fantasia sfrenata, ai limiti di quella che possedeva il padre riconosciuto della fantasia, cioè Walt Disney. Parente ha, come giustamente profondamente vede Carla Benedetti, “un gusto tutto gaddiano per i nomi”, e questo è incontestabile, infatti Carla Benedetti ha letto sia Gadda sia Parente. Con una tensione degna di Uwe Johnson, grande autore a cui si ispira dichiaratamente e che Benedetti individua profondamente come antesignano parentale, il nostro giovanissimo esordiente giostra nomi mutuati dal mondo dei manga e della politica anni Cinquanta, in un’operazione che fa della contaminazione tra i generi la sua ragione di esistenza. Per esempio, Palmira. Palmira è il personaggio intorno a cui ruota tutta l’esperienza letteraria italiana in epoca di genocidio culturale. Infatti un grande editore non ti permetterebbe mai, mettiamo Mondadori, di chiamare un personaggio Palmira, perché il libro poi non vende. Ma Parente lancia il suo grido di battaglia, il suo banzai!, che è: Palmira!. Memorabile slogan che siamo certi di riconoscere nella narrativa italiana post-parentale.
Siamo, come profondamente dice giustamente Carla Benedetti, giunti a “mutazioni tali da far impallidire le più fantascientifiche fantasmagorie cyberpunk”, un genere letterario di vent’anni fa, quindi stiamo ancora aspettando queste mutazioni e chissà che roba saranno. Si intravvede, grazie all’opera di profezia attuata da Parente “un buco nero di immaginario e di carne, frammentato in tanti contenitori Fetish”, con la maiuscola, perché è una parola strana, una parola nuova, e bene ha fatto profondamente Carla Benedetti a metterla giustamente in rilievo.
Al centro del libro di Parente c’è la figa.
E poi c’è una questione, che è questa qua: la lingua italiana non può contenere la vastissima portata del libro di Parente. Esso è visionario, gigantesco, immane, enorme, ciclopico, titanico, immenso, devastante, iperuranico, ultremo, irredimibile, oltreumano, grandissimo, illimitato, infinito, multidimensionale, plurilivello, universale, cosmico, iperbolico, incontenibile, superfetante, ineffabile, inimitabile, incredibile, superno, divino, supremo, inarrivabile, debordante, tracimante, eccessivo, metafisico, estremo, illimitato, bello. Il motivo è che Parente è l’erede designato di Antonio Moresco, la cui interpretazione definitiva è stata data, con una lotta di impressionante virulenza, dalla medesima Carla Benedetti, dopo la quale non è più possibile parlare dell’opera di Moresco in altri termini. Scrive infatti giustamente la profonda critica toscana: “Né le classifiche, né i premi letterari, né i tam tam mediatici hanno mai registrato la perturbazione che l’opera di Moresco ha provocato nella scrittura di questi ultimi anni. La registra invece uno scrittore più giovane”. Qui mi sia consentito un mea culpa. Operando da anni sul Web, che non si sa dove porterà la nostra specie, io non ho registrato la perturbazione di Moresco, ho sbagliato, lo so, devo averlo fatto per cecità indotta, sono anch’io stritolato dalla macchina dei mediatori, sono un mediatore io stesso. E’ fondamentale, quando si parla della giovane narrativa italiana, dire se essa viene o meno da Moresco, altrimenti si cazza completamente la prospettiva. E, come dice con profonda giustezza Carla Benedetti, “si sente che la Macinatrice reagisce in qualche modo ai Canti del caos”. Sono indistinguibili dal testo moreschiano certi affondi di Parente come questo:
Le bobine giravano e c'era la promessa di un racconto, ma era una promessa già tradita. Sentivo le vibrazioni dell'arrivare tardi, del capire a metà, dell'io so che tu sai che io so ma c'è sempre qualcosa che manca. Ci siamo scambiati un'occhiata, io e l'assassino, complici di un attimo triste.
E’ questa, a ben vedere, ammesso che vediate ancora poiché la specie sta subendo un’immensa impensabile fiorita mutazione, la soluzione che Parente offre a tutti noi e che con giusta profondità individua nel suo saggio Carla Benedetti: “Parte vitale della ricezione di un’opera è la risposta che essa provoca in altri scrittori”. E’ ciò che mancava alla giovane letteratura italiana. Prendete, che so?, Wu Ming, Evangelisti, Philopat e Pincio, cioè i modelli a cui, insieme a Moresco, Parente guarda: c’entrano forse qualcosa l’un l’altro? I loro testi sono in dialettica con i testi degli altri? No, assolutamente! Invece Parente ci apre la strada, interloquendo con l’unico autore con cui sia il caso di interloquire, l’unico che si può leggere, che è Antonio Moresco. Io ho persino fatto due libri con un altri scrittori, i Wu Ming scrivono in cinque, Lagioia e Raimo fanno libri assieme: e non interloquiscono! Pazzesco, cosa faranno tutto il tempo lì, muti, senza interloquire con gli altri scrittori?
Meno male che è uscito La macinatrice. In culo a tutte le filologhe dei bollettini tridentini, tipo Silvana Morasso! Chi non gli piace, è culo. Oppure cospira contro di noi, che siamo parte di uno tsunami immenso, esploso, fiorito, profumato.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 7 Giugno 2005

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