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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Franz Krauspenhaar: Cattivo sangue

di PIERO SORRENTINO
[Questa recensione/intervista, opera dell'impagabile Piero Sorrentino, è uscita sull'ultimo numero di STILOS, altrettanto impagabile supplemento letterario del quotidiano 'La Sicilia' e diretto da Gianni Bonina. gg]

Un Export Manager Europe viaggia per mezza Europa per conto di un'azienda cartotecnica vicino a Milano. A quarant'anni Bruno Bruide, il protagonista io narrante, decide di cambiare vita. O forse sono solamente le circostanze che impongono questa scelta. Si lascia assoldare da una misteriosa e segretissima organizzazione criminale per la quale veste i panni del killer, approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire le missioni e riuscendo a non destare sospetti nonostante una metamorfosi tanto radicale. Un uomo molto qualunque che si trasforma in killer spietato. In questo vitale ma anche mortale paradosso, Bruide stringerà una sorta di alleanza con il padre di una delle sue vittime in cerca di un riscatto morale, destinato a fallire. Due anni dopo (la trama nel frattempo riserva al lettore snodi che è bene non rivelare) Bruide ricomincerà a farsi trascinare e spingere da una forza che va oltre la sua volontà e che forse è proprio il destino, e fuggirà per mezza Europa braccato da poliziotti senza scrupoli. Fino all’amaro ma inevitabile finale.

krauspenhaar.jpgQuarantacinque anni, milanese nonostante il nome mitteleuropeo, due romanzi pubblicati tra il 2000 e il 2003, traduttore, consulente editoriale e redattore di Nazioneindiana.com, Franz Krauspenhaar manda in libreria Cattivo sangue (430 pagg., 15,80 euro, Baldini Castaldi Dalai editore): un romanzo vorace, lungo e, come dicono gli inglesi, “unputdownable”, che letteralmente non può essere messo giù prima della fine.

Da dove nasce Cattivo sangue? E quanto tempo ti ci è voluto per scriverlo? Hai buttato giù schemi, scalette, strutture di preparazione di qualche tipo?

Nasce da un’idea forte: raccontare in modo romanzesco la brutale discesa agli inferi dell’omicidio prezzolato di un uomo assolutamente normale; e raccontarla viaggiando, nella narrazione, su due binari: perché da un lato Bruide, il protagonista io narrante, racconta di se stesso e del proprio vissuto; dall’altro egli racconta ciò che gli accade e che soprattutto fa accadere. Dunque, in una sorta di “fuoco incrociato”, Bruide alterna monologhi interiori e descrizioni anche scabre da tipico romanzo d’azione. Ciò che m’interessava più di ogni altra cosa era narrare, oltre l’azione, anche il pensiero come miccia e come conseguenza di tali comportamenti. Tra prima stesura, revisioni, tagli, pause di riflessione e di nuova incubazione anche parecchio lunghe, ci ho messo tre anni e mezzo, a completarlo. Non ho buttato giù né schemi né scalette, solo qualche appunto durante la stesura, bussole cartacee d’orientamento nel magma. Non potrei scrivere in maniera programmata, sono un viscerale e voglio essere sorpreso e avvinto io per primo da quello che sto scrivendo. Se si stacca l’interruttore della sorpresa per me vuol dire che è meglio prendersi una pausa.

Senza svelare troppo di una trama fittissima di svolte, agnizioni, colpi di scena, vuoi provare a riassumere la storia?

E’ la storia di un venditore milanese di articoli cartotecnici che lavora sul mercato francese, e che diventa killer di una misteriosa organizzazione criminale approfittando dei suoi viaggi di lavoro in Francia per eseguire i suoi “incarichi”. Il lavoro come copertura, insomma. Il romanzo è in continua presa diretta, al presente, con questo Bruno Bruide che dopo un “incarico” dal quale viene particolarmente turbato (ma non voglio spiegare il perché dal momento che così facendo svelerei una delle tante sorprese e nodi del romanzo) comincia internamente a crollare, e così tenta di riscattarsi moralmente, ma invano; mentre intanto, proprio per aiutarsi a non crollare, ritorna a un vecchio amore mai davvero finito, una donna con cui aveva interrotto il rapporto quattro anni prima. Il romanzo riprende nella seconda parte, ambientato due anni dopo, vale a dire oggi, nel 2005: ci sarà un’evasione, una fuga attraverso la Francia, la Germania e l’Olanda, dove Bruide scoprirà la “voce del sangue”- incarnata in un antico parente che nasconde antichi peccati- e troverà un altro amore; e dove il passato tornerà a bussare coi suoi cupi e duri rintocchi. Fino a un ritorno in Francia, per il gran finale. Ma non voglio dire di più: come hai detto, il libro è tutto un rutilante susseguirsi di svolte, colpi di scena, sorprese di ogni tipo, ovviamente fino alla fine. Di certo ho voluto rappresentare, con questa storia,(al di là della trama, anzi delle trame) l’irrazionalità della vita, delle nostre scelte, l’imprendibilità della realtà; Bruno tra l’altro è un impulsivo, uno che prima fa una cosa e solo dopo si accorge davvero di quello che ha fatto, e allora se ne pente, ovviamente quando è troppo tardi. Quante volte tutto questo, con gli opportuni distinguo di situazioni, è successo anche a noi? E poi è un uomo capitato in un gioco troppo grande per lui; e forse questo grande gioco è proprio la vita, una vita che forse – dico forse perché nulla è sicuro, beninteso- è dominata dal fato. C’è un’idea di fato possibile – tipicamente noir – presente come robusta cornice in tutto il libro, anche se nulla viene dato per scontato. Tutto può essere in un modo, ma può essere anche in un altro. Tale relativizzazione del punto di vista è dato soprattutto dall’uso della prima persona, dal macerarsi e domandarsi frequente dell’io narrante: ciò che abbiamo sulla pagina è la presa diretta, anzi direttissima, del suo punto di vista, per cui la realtà, così filtrata attraverso la sua personale interpretazione, la sua personale visione, è assolutamente soggettiva proprio perché ripresa “in soggettiva”. Ciò che appare può anche non essere, ciò che sembra essere a volte, forse, non è nemmeno stato.

Jean Pierre Melville è un regista verso il quale hai ammesso più di un debito (a un certo punto del romanzo Bruno Bruide si spaccia per lui, o meglio, usa il suo nome). Nella biografia di Melville mi colpisce un evento che non è difficile associare a te: prima di passare al noir, Melville esordisce con “Il silenzio del mare”, tratto dal racconto lungo di Vercors: un testo, fragile, intimo, struggente; come il tuo libro precedente, il piccolo e delicato Le cose come stanno

Hai toccato un punto d’acutezza al quale nemmeno io avevo pensato. Effettivamente Melville ha esordito con quel film tratto dal testo intimo di Vercors, che in qualche modo può essere apparentato al mio romanzo epistolare Le cose come stanno, poi ha ridotto I ragazzi terribili da Cocteau (libro per me fondamentale, detto per inciso) e dopo un film poco rilevante è passato al noir e da quel genere (a parte un paio di incursioni non particolarmente significative in altri generi) non si è scostato più. In Cattivo Sangue c’è un certo debito con questo regista straordinario per quanto riguarda un uso del genere noir (sia nel cinema che ovviamente in letteratura) nel quale si può essere avvincenti senza essere consolatori, nel quale l’azione – non solo di tipo negativo - si può sposare con efficacia e profondità con lo scandaglio psicologico dei personaggi.

Quali altri autori ci sono dietro Cattivo sangue e più in generale nella tua idea di scrittura, di letteratura? Per Cattivo sangue butto lì io due nomi: Jean Patrick Manchette e (per certo uso dell’ironia, soprattutto nei dialoghi) Raymond Chandler.

In generale amo molto i classici dell’Ottocento, da Dostoevskij a Zola, Maupassant, Henry James ecc. e poi, tra i grandi scrittori del 900, Bernhard, Boll, Duerrenmatt, Hemingway, Gadda, Burgess, Faulkner, Beckett, Buzzati… L’elenco sarebbe molto lungo, in effetti. Dietro a Cattivo Sangue c’è ovviamente una gran mole di gialli e noir di tutti i tipi e di tutte le epoche letti da vero appassionato fin da quand’ ero piccolo. Manchette e Chandler sicuramente, li amo molto entrambi e penso sia vero che l’ironia dei dialoghi di Cattivo Sangue derivi in qualche modo da quella del vecchio Raymond. E poi per me, nel noir, sono stati importanti anche il Simenon di libri secondo me eccelsi come L’uomo che guardava passare i treni o la La camera azzurra (cito solo questi due ma si potrebbe continuare a lungo), e poi Léo Malet con la sua eccezionale trilogia di noir in qualche modo surrealisti (e in Cattivo Sangue un filo anche robusto di surrealismo a mio avviso sussiste); e per finire gli americani Jim Thompson, il noirista più nero del nero, l’autore di Getaway e sceneggiatore di due dei primi film di Kubrick, e la grande regina del brivido, Patricia Highsmith.

A un certo punto di Cattivo sangue (la prosa di Rimbaud in Una stagione all’inferno, dico: è un riferimento letterario che ha contato per te?) si legge: “Voglio la libertà nella salvezza: come ottenerla?”. A me sembra che anche Bruno in fondo sia uno che vuole salvarsi, e liberarsi: e tutte le 430 pagine del romanzo sono un tentativo di risposta a quella domanda: “come ottenerla?”

Ha contato come spunto di partenza diciamo così psicologico, proprio pensando alla Stagione all’inferno, anzi a qualche stagione passata all’inferno proprio da Bruno Bruide. E ha contato anche dove in Mauvais Sang si legge: “ Il sangue pagano ritorna! Lo Spirito è prossimo, perché Cristo non mi aiuta, dando alla mia anima nobiltà e liberta. Ahimè! Il Vangelo è passato! Il Vangelo! Il Vangelo. Attendo Dio con ingordigia. Sono di razza inferiore da tempo immemorabile”. Bruno è così che sostanzialmente si sente, un uomo che attende Dio e che allo stesso tempo lo disattende con le sue malefatte. Ma il titolo ha anche una spiegazione meno letteraria, ne possiamo dire più avanti. Comunque sì, come dici tu giustamente Bruno vuole salvarsi; e non solo dagli agenti esterni, non solo dai nemici e dall’ambiguità che lo attorniano, ma anche, o forse soprattutto, da se stesso. Io col Sud ho una stretta parentela perché, nonostante il mio nome da mezzo corazzato tedesco (ma quella è diciamo così “colpa” di mio padre) mia madre è calabrese della provincia di Reggio. Qui, sul “farsi cattivo sangue”, c’è la spiegazione meno letteraria del titolo di cui ti dicevo prima: vale a dire che il cattivo sangue è quello che Bruno si fa, spesso ma non volentieri, macerandosi, avvelenandosi l’animo per colpa di eventi incontrollabili e di persone che odia, ed è anche quello che lui sparge a intere pozzanghere, il sangue di questi suoi nemici, il sangue che è cattivo perché scorre nelle vene di questa gente proprio cattiva. E per finire, il cattivo sangue del titolo riporta anche alle radici di Bruno, che sono in Olanda, all’incontro con un parente stretto – cattivo sangue del suo cattivo sangue, insomma- che forse nasconde qualcosa di terribile. Anche il sangue cattivo, come quello buono, non mente...

Nel romanzo fai ciao con la mano almeno due volte ai tuoi lettori più attenti: quando compare un personaggio (secondario ma non per questo poco misterioso) che si chiama Edwin Krausenaar; e quando Bruno, in Germania, sosta con l’automobile davanti a una fabbrica del posto, la Siegfried Zahn GmbH &Co.KG (che è la parte finale del lunghissimo nome del tuo diario in Rete, http://www.uffenwanken.splinder.com/)...

Sì, si tratta di un paio di velate autocitazioni: un personaggio soltanto evocato che ha un cognome simile al mio e un’azienda tedesca che ha una ragione sociale (GmbH&Co.KG – in pratica Società in Accomandita a Responsabilità Limitata) tale e quale a quella, ovviamente fittizia, del mio blog, che io amo definire “fabbricone di cultura”.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 3 Giugno 2005

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