Con Millenovecento83 si chiude l'edizione italiana del Red Riding Quartet, l'immensa quadrilogia di tragedie ambientate nello Yorkshire, di cui è autore David Peace. Misureremo col tempo l'impatto - a mio avviso devastante - dell'operazione letteraria di Peace. La quadrilogia criminale dello Yorkshire è soltanto il prologo di un'accelerazione che lo stesso autore inglese - trapiantato a Tokyo - prevede verso una nuova, antichissima forma di scrittura: un'indistinguibilità assoluta tra poesia e narrazione, tra epica e lirica, che metta in scena la tragedia e la cosmogonia. Un tentativo impressionante di dipingere gli orizzonti mondano e spirituale dell'esperienza umana.
GB 84, ancora intradotto in Italia, parte dal celebre sciopero dei minatori inglesi contro la Thatcher, ma costruisce un'impressionante parabolica in cui il lettore può sfrecciare, sostenuto da una forza centripeta che è l'universale: l'universale di cui soltanto tragedia ed epica sono garanti letterare.
Come era prevedibile, dal punto di vista narrativo Millenovecento83 è il più debole tra i "romanzi" della quadrilogia dello Yorkshire. Si avverte la necessità di annodare tutti i fili di una vicenda immane, nella quale i comprimari diventano protagonisti e viceversa, in un allestimento di teatro umano che credo non abbia pari nella narrativa contemporanea.
All'inizio, in 1974 e 1977, tutto ruotava intorno allo Squartatore dello Yorkshire: un serial killer che segnò la storia del nord Inghilterra durante quelli che, da noi, erano gli anni di piombo. Ben più plumbeo il decennio nello Yorkshire: un intero sistema politico, sociale e antropico viene scandagliato da Peace con una lente affumicata, che restituisce una visione cupissima, di un nero shakesperiano, che ha il suo apice nell'incubo soffocante di Millenovecento80. A serial killer si incatena serial killer, i tutori della legge diventano criminali, la corruzione -
che per Peace è una potenza di carattere metafisico, una moira spietata che contamina tutto, chiunque, ovunque - dilaga in un territorio devastato dall'illusione - ormai palesemente falsificata dagli eventi storici - di un progresso che ha eroso la vita come una metastasi incurabile, dagli effetti mostruosi. Interni proletari e stanze dell'orrore poliziesco si equivalgono, ed equivalgono al mondo esterno, fattosi inferno in terra - erba nera, smog, piste autostradali ovunque, quartieri bruciati, perenni rovesci di pioggia sporca, casamenti angoscianti, inurbamento che è alienazione allo stato puro, talmente puro da diventare griffe demonica, girone dantesco per nulla allegorico e totalmente storico.
Poliziotti, giornalisti, avvocati, fotografi, costruttori edili, prostituti omosessuali, preti, operai, bambini innocenti, vecchiette combuste dal tempo e dal logorio morale: i personaggi che si muovono nel teatro universale di David Peace coprono l'intero spettro dell'umano occidentale. L'impossibilità odierna di intercettare una figura eroica, che sarebbe la scusa con cui molti scrittori evitano la chance epica, viene rovesciata da Peace, con la pratica di un'algebra narrativa e spirituale, nel racconto di un eroismo ubiquitario, segnato dal crisma del male. Se tutto è norma della decadenza, ogni norma è un'eccezione: tutto è eccezionale, è sopra le righe eppure è storico. I personaggi di Peace sono, per un lettore italiano, qui e ora. Qualunque personaggio che entri nella narrazione suprema di questo autentico genio della scrittura porta con sé una cicatrice di shakespearismo. Per esempio, in Millenovecento83, i tre personaggi che si alternano negli infernali capitoli che compongono la chiusura della saga: John Piggott, avvocato ciccione, che rovescia le soluzioni transitorie a cui erano approdati i romanzi precedenti, comportando una revisione totale delle vicende trascorse e rovesciando un intero decennio di storia e sacrificio umano; Maurice Jobson, detto "il Gufo", sovrintendente capo della polizia di Leeds, inatteso perno tragico della chiusa di questo ciclo epico; BJ, il deus ex machina, destinato alla medesima fine riservata a Jack Whitehead, l'incredibile invenzione di sagoma tragica che era esplosa in Millenovecento80, con modalità che sfioravano il paranormale.
E tutto comincia nuovamente (un inizio che continua a ripetersi ed è sempre nuovo e sempre già visto: da meditare, questa retorica di Peace, che apre prospettive di narrazione a vantaggio di qualunque romanziere contemporaneo...) con la scomparsa di una bambina, l'angelica Hazel, immediatamente connessa ad altri sequestri, abduzioni, sparizioni, violenze, stragi: una costellazione di volti femminili scomparsi, adolescenti e adulti, che entrano in cortocircuito tra loro, un cortocircuito di cortocircuiti, un'indifferenza superna di caso e necessità, le Furie infere scatenate in terra, nello spazio scenico assoluto della tragedia inglese. Etere neroviolaceo che scarica sullo Yorkshire fulmini e turbini, nella forma di una rappresentazione ossessiva della sagoma disincarnata di Margareth Thatcher, mentre in questo prediluvio universale gli uomini si muovono, pallidi come spettri e impotenti come piccoli Edipo e Laio e Tiresia, in cerca di una spiegazione che chiuda il senso di una vicenda vastissima, apparentemente inesplicabile.
I libri di David Peace sono difficili. Vada affanculo chi si fa spaventare da questa difficoltà. Così come deve andare affanculo chi si è fatto spaventare dal sistema stilistico e strutturale di Sei pezzi da mille di James Ellroy, l'unica opera in grado di competere con il quartetto dello Yorkshire di Peace. Se si cercano letture decisive, necessitate e necessitanti, che abbiano il coraggio di affrontare il fenomeno umano nella sua totalità, è a Peace ed Ellroy (l'ultimo Ellroy, in particolare) che bisogna rivolgersi. Chi se ne frega della linearità della trama, dell'equazione che dovrebbe sistemare gli eventi in una forma ordinata per la tranquillità del lettore neoborghese? Questi sono canti corali di scatenati aedi che vivono oggi, per nulla ciechi, e che lavorano per una letteratura rinnovata nella sua potenza veritativa: una letteratura che non si condensa più nella forma del romanzo, ma si allarga fino a meritare l'appellativo di poesia, proprio come ai tempi andati in cui Leopardi etichettava poesia i romanzi.
Leggete David Peace, leggete tutta la quadrilogia se volete tentare di capire lo schema complesso degli eventi e dei personaggi, oppure aprite un unico libro, disposti all'esposizione a un'esplosione nucleare e lirica della narrazione: inforcate gli occhialini da sole, sistematevi nelle poltroncine e osservate, inarcando il beota sorriso dell'idiota dostoevskiano, la fine del mondo, la persistenza del mondo, l'inizio di un nuovo mondo - cioè l'unico risultato che ottiene, sempre, ogni volta rinnovata, la forma tragedia, di cui Peace è uno degli indiscutibili maestri contemporanei.
David Peace - Millenovecento83 - Tropea - 16 euro