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"Avrei preferenza di no": il Bartleby di Melville
Bartleby alle radici del romanzo contemporaneo
di JACOPO DE MICHELIS
C'è qualcosa in Bartleby lo scrivano, questa strana e bellissima novella di Melville, che sembra sottrarla alla letteratura dell'Ottocento per assegnarle un posto di diritto accanto alle opere di Kafka, Musil, Joyce, Pirandello, Gadda, eccetera. Bartleby anticipa infatti in modo stupefacente temi e modi che saranno fatti propri dalla narrativa novecentesca.
Il romanzo contemporaneo si sviluppa all'insegna di una crisi, è contrassegnato da una negatività di fondo. Anche la letteratura, infatti, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del nostro secolo, viene investita da quella «crisi dei fondamenti» che colpisce, nei suoi presupposti e nelle sue premesse, la cultura europea nel suo complesso (dalla scienza, alla filosofia, all'arte), determinando una svolta epocale il cui «gesto» inaugurale può essere individuato nell'annuncio di Nietzsche (ed è nota l'influenza che avrà il filosofo tedesco sui maggiori scrittori del Novecento) della "morte di Dio". Un "Dio" nel quale non è da vedere soltanto la divinità della religione cristiana, quanto, più in generale, ogni sistema di credenze e valori che si imponga come assoluto, ideale, metafisicamente «vero». Conseguenza di mutate condizioni storiche, economiche, sociali e culturali, tale crisi sgretola la fede di marca idealista e positivista nell'onnipotenza della ragione e frantuma l'immagine classica, rassicurante e aproblematica, che l'uomo aveva di sé e del mondo, consegnandolo all'incertezza, al dubbio, al disincanto, allo spaesamento, all'insensatezza e assurdità dell'esistenza.
Se il romanzo tradizionale era caratterizzato dalla fiducia nelle capacità comunicative e conoscitive del linguaggio, e pretendeva di costruire un corrispettivo verbale oggettivo del mondo reale, dandone una rappresentazione totalizzante, ordinata, univoca e coerente, obiettivo del romanzo del Novecento, in quanto si fa interprete di tale crisi, diventa quello "di spezzare la catene di una razionalità assoluta, di un ordine lineare dei significati della narrazione, di una univoca caratterizzazione del personaggio non più eroe ma sbandato, deviato, malato, frammentato" (P. Frassica, Romanzo europeo tra ottocento e novecento, ed. Jaca Book, Milano 1992, p. 70). Il linguaggio va incontro a uno scacco, si dimostra inadeguato a cogliere in modo inequivoco la caleidoscopica complessità di un mondo divenuto ambiguo, estraneo, sfuggente, indecifrabile, e di un soggetto disgregato e decentrato, travagliato dagli enigmatici moti dell'inconscio. Tra le parole e le cose, tra i segni e i loro referenti, si insinua uno scarto, si apre una voragine che impedisce la definitiva fissazione di qualsiasi senso, e conseguentemente anche il romanzo "si apre alla molteplicità dei significati, non più luogo della stabilità ma dell'instabilità del senso e dell'autonomia del significante" (ibidem, p. 24).
E' stato il grande critico letterario Giacomo Debenedetti a delineare nei suoi tratti essenziali la svolta compiuta dalla narrativa novecentesca: da una parte la dissoluzione del romanzo naturalistico, dall'altra - indissolubilmente connessa alla prima - quella che egli definisce la "metamorfosi del personaggio «uomo»" (G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, ed. Garzanti, Milano 1987, p. 417). Se il romanzo ottocentesco, di impianto naturalistico, obbediva alle regole della rappresentazione obiettiva, fondava i modi della narrazione sulla certezza che ogni fatto si producesse come effetto di una causa univocamente determinabile e che il mondo obbedisse a un gioco di forze perfettamente conoscibili, mirando dunque a una ricostruzione della realtà secondo la sua meccanica interna, attraverso una rigorosa concatenazione causale, il romanzo del Novecento si spinge oltre, lacera la superficie naturalistica del reale, scoprendo sotto di essa, come dietro una quinta teatrale, l'ignoto e il mistero insondabili che vi erano celati. La nuova narrativa è guidata dal bisogno di disoccultare questo oltre, questo al di là invisibile che si annuncia attraverso il visibile e nel contempo vi si sottrae, la cui ambigua presenza il naturalismo aveva rimosso (basti pensare alle "epifanie" di Joyce e alle "intermittenze del cuore" proustiane). Si fa così strada l'intuizione dell'«assurdo», della mancanza di fini nel cuore stesso della finalità, del non-senso sotto l'apparenza del senso, dell'assenza di fondamenti del mondo e dell'esistenza, e viene a mancare la fiducia nella possibilità di spiegare razionalmente e senza eccezioni la realtà e ciò che vi accade. Si tratta di un passaggio cruciale, che Debenedetti paragona a quello dalla fisica classica di stampo newtoniano alla fisica quantistica e relativistica. Il romanzo delle probabilità statistiche sostituisce quello meccanicista e determinista delle certezze causali: "il romanzo naturalista riposava sull'idea della necessità, era il romanzo della necessità; il romanzo di oggi riposa sull'idea dell'onda di probabilità, è un romanzo della probabilità" (ibidem, p. 425). Se il romanzo classico era esplicativo, quello moderno è così interrogativo: si interroga "per cercare, forse invano, di sapere il significato della vita, il senso del destino di un uomo dissociato, dilacerato" (ibidem, p. 517). C'è infatti un «oltre» dell'uomo stesso, un ignoto che si agita sotto la superficie apparentemente limpida della sua coscienza, di cui il romanzo coglie il riemergere che ne stravolge l'esistenza (ne sono un esempio lampante i protagonisti delle opere di Pirandello). Sotto l'azione di questo al di là dell'uomo, di questo Altro che abita nell'Io - che possiamo anche chiamare «inconscio» - si sgretola la concezione unitaria e coerente che l'uomo aveva di se stesso, si frammenta l'unità e l'identità della persona. L'uomo non sa più chi è, ha disimparato a vivere. E questa condizione di scacco dell'essere umano si rispecchia in quella di un personaggio letterario che "si trova in uno stato cronico di perplessità circa il proprio essere, di dubbio o addirittura di incredulità circa il proprio potere di comunicare con gli altri e col mondo, di miscredenza dolorosa e spesso acritica circa l'esistenza, la consistenza, l'accessibilità delle cose" (ibidem, p. 417). Dall'eroe positivo tradizionale, si passa all'anti-eroe novecentesco, sradicato, diverso, straniero a sé e al mondo, alla deriva, tormentato, patologico (afflitto da una «malattia» cronica e universale, più spirituale ed esistenziale che fisica, per la quale possiamo usare l'espressione di Pavese di "male di vivere"). E il corrispettivo visibile di tale metamorfosi risiede in una mutazione fisiognomica del personaggio, in una trasformazione peggiorativa che suoi tratti fisici subiscono sotto la pressione interiore delle forze oscure e incontrollabili che ribollono nel suo inconscio: i personaggi si imbruttiscono, dai lineamenti del loro volto, deturpati e deformati, scompare qualsiasi traccia di bellezza fisica, determinando così quella che Debenedetti ha chiamato la "vittoriosa invasione dei brutti" nella letteratura contemporanea.
Come principale precursore di tale svolta decisiva Debenedetti cita Dostoevskij. Si pensi infatti alla novità dirompente di una novella come Memorie dal sottosuolo (del 1864), che prelude non solo alla produzione maggiore dello scrittore russo, ma, nel suo alzare per la prima volta il velo, con lucida spietatezza, sulla bassezza, la meschinità, la turpitudine e la cattiveria che si annidano nel fondo buio della psiche umana, si costituisce come il prototipo della moderna crisi di un individuo lacerato dalle contraddizioni. Ma accanto al racconto di Dostoevskij non possiamo non porre quello quasi coevo di Melville, la cui portata anticipatrice e la cui influenza sulla letteratura successiva non sono forse altrettanto evidenti, ma più indirette e sotterranee, e tuttavia non per questo meno sorprendenti e rilevanti. Sia Dostoevskij che Melville preannunziano quella svolta decisiva della letteratura che è stata poc'anzi tratteggiata. Entrambi contribuiscono a minare le fondamenta del romanzo naturalistico, ed entrambi, ognuno a proprio modo, gettano con decenni di anticipo lo sguardo sul «male oscuro» che germina nel cuore dell'uomo.
Leggere o rileggere Bartleby oggi, significa dunque illuminare le origini stesse della temperie culturale in cui ancora siamo immersi, sterrare le radici da cui ha preso linfa il romanzo contemporaneo nella sua ricca e varia fioritura.
Ma è all'opera di Kafka, soprattutto, che bisogna fare riferimento leggendo il racconto dello scrittore americano. Forse siamo messi in grado di accostarci a Bartleby nel modo giusto solo dopo aver letto Il processo. E' ciò di cui è convinto anche Borges (nella prefazione alla sua traduzione del racconto di Melville):
L'opera di Kafka proietta su Bartleby una strana luce ulteriore. Bartleby definisce già un genere che Kafka avrebbe reinventato e approfondito verso il 1919: quello delle fantasie del comportamento e del sentimento o, come malamente si dice oggi, psicologiche. (J. L. Borges, Tutte le opere - Vol. II, ed. Mondadori, Milano 1985, p. 872).
Anche se, come vedremo, le segrete affinità che legano Melville allo scrittore praghese sono più sottili e decisive.
Pubblicato per la prima volta sul "Putnam's Magazine" nel 1853 e poi compreso nella raccolta I racconti della veranda (1853-56), Bartleby lo scrivano risale al periodo più oscuro della vita di Melville, quello successivo al clamoroso insuccesso incontrato dai suoi romanzi più impegnativi, il celeberrimo Moby Dick (1851) e Pierre (1853).
Nato a New York nel 1819 da una famiglia agiata dell'alta borghesia, Melville fu costretto dalla bancarotta del padre (a cui fece seguito la pazzia e la morte della madre) a interrompere gli studi e a intraprendere una serie di lavori saltuari, fino a quando si imbarcò su una baleniera per un viaggio nel Pacifico. Al ritorno in patria, nel 1845, dopo quattro anni di avventurose peripezie, Melville cominciò a scrivere. I suoi primi libri, intrisi di avventura ed esotismo, incontrarono il favore del pubblico. Ma Melville, insoddisfatto dei risultati artistici conseguiti fino ad allora, decise di seguire un via diversa. I frutti di questa sua maturazione, Moby Dick e il successivo Pierre si scontrarono però con l'incomprensione dei lettori e dei critici. Deluso e amareggiato per il fallimento letterario, a cui vanno aggiunti i gravi problemi economici, una salute malferma e la rottura dell'amicizia, importantissima per lo scrittore, con Hawthorne, Melville cadde in una crisi profonda. Da allora condusse un'esistenza ritirata e solitaria, chiuso in un triste e sdegnato autoesilio, diradando sempre più, fino a interromperla del tutto, l'attività letteraria. Ed è appunto in quegli anni che vede la luce Bartleby.
Semplice e lineare nella struttura, quanto enigmatico rispetto al suo senso, scritto in una prosa grigia e disadorna, interamente ambientato in spazi angusti e claustrofobici, il racconto dello scialbo e laconico copista che smette di scrivere e oppone ad ogni richiesta il suo cortese ma irrevocabile rifiuto ("avrei preferenza di no") ha costituito sin dall'inizio un rovello per critici ed esegeti, che si sono sbizzarriti nei più disparati e improbabili tentativi di spiegazione nel cercare di penetrare il mistero inespugnabile rappresentato dalla figura di Bartleby.
Il racconto è stato considerato da principio come una storia realistica di alienazione in una società capitalistica; poi visto come una trasposizione della sorte personale di Melville (ma se il tema del fallimento umano e artistico dello scrittore è una costante dell'ultimo Melville, e certo ha contribuito a determinare la tonalità emotiva del testo, è troppo facile e riduttivo ricondurre solo a questo la vicenda di Bartleby); oppure come una metafora dell'artista in generale che rifiuta i compromessi con il mondo in cui vive; c'è chi ha creduto di vedere in Bartleby un alfiere del nichilismo; chi si è rifatto all'esistenzialismo; qualcuno ha addirittura paragonato Bartleby al Cristo, altri ad un asceta indù; sono stati tentati approcci storici, filologici, marxisti, strutturalisti, decostruzionisti, psicanalitici. Ma nessuno è riuscito a fare luce in un enigma "che si presenta esasperante nella sua semplicità assoluta, nella sua totale mancanza di appigli e di indizi" (G. Fink, I testimoni dell'immaginario, ed. di Storia e Letteratura).
E allora ha ragione Celati [nella foto a sinistra], quando afferma che "viene da pensare che questo personaggio ci attiri verso un tranello in cui tutte le spiegazioni e le interpretazioni debbono cadere nel vuoto", che in questo racconto che ci spinge irresistibilmente a cercare di decifrare Bartleby "il gioco narrativo consiste anche nel far cadere nel vuoto le nostre interpretazioni" (G. Celati, Introduzione a: H. Melville, Bartleby lo scrivano, ed. Feltrinelli, Milano 1991, p. VIII. D'ora in poi: BS). Sotto la superficie del testo c'è il nulla, si spalanca un buco nero che attira a sé e inghiotte in un vortice ogni spiegazione.
Ma chi è davvero Bartleby?
In risposta ad un'inserzione, un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio, essendo la porta aperta perché s'era d'estate. Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby. (BS, p. 10).
Con queste parole l'avvocato di Wall Street che lo ha assunto come copista, descrive la prima apparizione di Bartleby, e di lui non sapremo mai altro che ciò sarà lui a riferirci: "Quanto i miei occhi attoniti videro di Bartleby, questo è tutto ciò che so di lui" (BS, p. 1). Il personaggio è infatti costruito per sottrazione, in negativo: non ha un passato, non ha un nome di battesimo, non ha parenti o amici, non ha una vita sociale o di relazione, non ha una personalità, una psicologia, non esprime in alcun modo la propria interiorità, non manifesta sentimenti, desideri, interessi, non cerca in alcun modo di spiegarsi, di giustificare il proprio comportamento. Sta tutto racchiuso in quella "formuletta" ripetuta come un tormentone per tutta la novella, che suona non tanto come un netto rifiuto quanto come un modo manierato di declinare un invito, con cui si nega ad ogni sollecitazione esterna. "La negazione è nel suo cuore come nel cuore della novella e di quel mistero di cui essa è simbolo, che non riusciranno mai a spiegare le nostre allegorie di pigmei" (N. d'Agostino, introduzione a Bartleby lo scrivano - Benito Cereno, ed. Garzanti, Milano 1991, p. XV).
E' dunque solo per il tramite dell'avvocato, che ci narra in prima persona la storia, attraverso il suo sguardo, dal suo punto di vista, in maniera mediata e indiretta, che noi abbiamo modo di accedere a Bartleby. Il racconto consiste nel resoconto di un narratore, di un testimone, che cerca di ordinare le sparse e contraddittorie impressioni raccolte in un insieme unitario e coerente. Questo fino al punto che il racconto può considerarsi incentrato più che su Bartleby stesso, sulle reazioni e gli effetti che la sua presenza produce sul suo datore di lavoro. Il tema è qui lo stesso su cui vertono gli altri Racconti della veranda: il velo delle apparenze sotto al quale si cela una realtà diversa ed enigmatica. Le analogie sono molto forti soprattutto con Benito Cereno: in entrambi i racconti abbiamo un protagonista alle prese con una situazione dai contorni ambigui e sfuggenti, che gli risulta inspiegabile e che cerca con ogni mezzo di decifrare. In questo senso il capitano Amasa sta alla 'strana coppia' composta da Benito Cereno e il servo Babo, come l'avvocato sta a Bartleby. Ma c'è tra i due testi una differenza fondamentale, che marca l'originalità e la straordinaria modernità di Bartleby: in Benito Cereno alla fine il mistero viene svelato, la realtà si rivela il contrario di ciò che sembrava inizialmente, mentre invece in Bartleby non si produce alcuna rivelazione, alcuna epifania chiarificatrice. Il segreto di Bartleby - sempre ammesso che vi sia un supposto segreto da scoprire - resterà gelosamente conservato dietro al suo volto vacuo e inespressivo, così come, alla fine de Il pasticciaccio brutto di via Merulana di Gadda, l'inchiesta non riesce a giungere a una conclusione e il delitto rimane irrisolto. Se quindi, come afferma Fink, la questione con cui fare i conti è "la leggibilità o meno del volto dell'Altro, la sua traducibilità nella pagina" (G. Fink, cit.), bisogna dire che qui la distanza tra l'osservatore e l'oggetto osservato rimane invalicabile, il divario tra il linguaggio e la realtà incomponibile.
Bartleby dunque irrompe nella ordinata e tranquilla routine dell'ufficio. Egli è "l'estraneo che viene a turbare, con la sua semplice presenza, la vita nel guscio" (Celati, cit., p. XIX). E l'avvocato sarebbe all'inizio anche soddisfatto dell'alacrità meticolosa con cui Bartleby svolge una gran mole di lavoro, se non fosse per l'assoluta apatia e meccanicità, priva di qualsiasi sfumatura di allegria o di vitalità, del suo modo di scrivere e copiare. Ma presto iniziano i problemi: la prima volta che l'avvocato prova a chiedere a Bartleby di esaminare con lui un documento per correggerlo, l'unica risposta dello scrivano è: "Avrei preferenza di no". L'avvocato ne resta costernato e incredulo. La mite fermezza, l'imperturbabilità 'inumana' dello scrivano (inumana al punto che egli giunge a paragonare Bartleby al busto di Cicerone che tiene sulla scrivania), lo lasciano senza parole, incapace di reagire o replicare. E le sue successive insistenze non hanno miglior fortuna, sia per quanto riguarda la verifica delle copie, sia per qualsiasi altra commissione che esuli dal lavoro di scrittura, né le sue richieste di spiegazioni circa un così bizzarro comportamento ottengono la minima risposta. Semplicemente, Bartleby si rifiuta, avrebbe preferenza di no, e non sente il bisogno di aggiungere altro.
Ebbi l'impressione che, mentre gli parlavo, egli attentamente stesse a ponderare ogni mia affermazione; che ne comprendesse appieno il senso; che nulla potesse obiettare alle stringenti conclusioni; ma al tempo stesso, che qualche ineluttabile considerazione lo spingesse a replicare come faceva. (BS, p. 14).
Di fronte allo scrivano l'avvocato si sente completamente disarmato, come paralizzato, incapace perfino di arrabbiarsi, e finisce per accettare e subire Bartleby e le sue stranezze senza licenziarlo in tronco. Finché Bartleby non decide di smettere finanche di scrivere. A quel punto resta in ufficio, completamente inoperoso e inerte, senza fare nulla se non contemplare lungamente un muro cieco dalla finestra accanto al suo scrittoio, "fantasma sinistro ma gentile, o sinistro proprio per la sua mitezza incongrua, per la mansueta fermezza con cui oppone il suo NO" (Fink, cit.). E si può comprendere come l'immobilità e la passività di Bartleby appaiano per il mondo di Wall Street, votato all'efficienza, all'attivismo e al profitto, "scandalose" e inaccettabili.
Assunto per l'influsso positivo che l'avvocato sperava potesse esercitare sugli altri impiegati la sua educata pacatezza, la presenza di Bartleby sortisce l'effetto contrario: la sua "irragione" minaccia e incrina la solidità e l'ordine della vita dell'ufficio, essa si diffonde attraverso il contagio linguistico della sua assurda frasetta, che tutti, avvocato compreso, cominciano a ripetere a sproposito nelle più disparate occasioni, anche inconsapevolmente. Come nota acutamente Borges:
Il candido nichilismo di Bartleby contamina i compagni di lui, e anche lo stolido signore che riferisce la sua storia... E' come se Melville avesse scritto: «Basta che un solo uomo sia irrazionale perché gli altri lo siano, e perché lo sia l'universo». (Borges, cit., p. 872).
Diviso tra la compassione che lo spinge a volerlo aiutare e il desiderio di liberarsi di lui una volta per tutte, l'avvocato si trova così costretto ad affrontare l'enigma dello scrivano. Uomo prudente e moderato, pratico e ottimista, pieno di buon senso e privo di immaginazione, un po' pomposo, amante della quiete e dell'ordine, egli si esercita in una ricerca metodica di cause e motivazioni che diano ragione del suo comportamento, cerca in ogni modo di risolvere ed esorcizzare il mistero intravisto in Bartleby, che mette in crisi i presupposti stessi su cui si fondano la solidità e la coerenza del suo mondo, rinchiudendolo in un'interpretazione razionale e senza ombre. Ma questo processo di razionalizzazione non può che andare incontro al fallimento. Il narratore è incapace di dirci la verità sullo scrivano, non fa che fraintenderlo.
Si commuove, l'avvocato, sapendo Bartleby così solo, abbandonato, privo di risorse. Ma Bartleby, nella sua indifferenza a tutto, nella sua pazienza senza limiti, nella sua immensa rassegnazione, è al di là di felicità e infelicità, oltre il piacere e il dolore, la speranza e la disperazione, in un altrove per noi inconcepibile.
E' una figura senza alcuna possibile salvezza, figura di ciò che non può essere salvato. Ma si può anche pensare sia la figura di chi non ha nessuna voglia di lasciarsi salvare, come se la salvezza che altri propongono fosse altrettanto irrimediabile quanto la solitudine e la desolazione a cui va incontro. (Celati, cit., p. VII).
Nell'immobilità e nel silenzio egli sembra a tratti attingere una pace che non ha più alcun bisogno di consolazione.
Le aspettative del narratore di riuscire a instaurare con Bartleby un dialogo ragionevole vengono regolarmente disattese. Quando lo supplica di dimostrare almeno un poco di ragionevolezza, la risposta del pallido copista è soltanto: "al momento avrei preferenza a non essere un poco ragionevole" (BS, p. 26), e lo stesso diniego accoglie ogni domanda su di lui, la sua vita, il suo passato che l'avvocato gli pone. Vi è in Bartleby una ostinata refrattarietà a spiegarsi, a lasciarsi comprendere, assimilare, identificare. Egli resta là, di fronte all'avvocato, infinitamente distante e inafferrabile, irriducibilmente 'altro'.
E allorché l'avvocato gli ingiunge, con un discorso logicamente stringente, di abbandonare per sempre l'ufficio, nella convinzione che, posto l'assunto che egli dovesse andarsene, Bartleby non avrebbe potuto in alcun modo esimersi dal farlo, è con amara sorpresa che, il giorno dopo, se lo ritrova in ufficio come se nulla fosse stato. Il problema è che, come afferma l'avvocato, Bartleby "era un uomo di preferenze, più che di assunti" (BS, p. 31). Si può definire assunto un "assioma a cui dovrebbe seguire una certa proposizione per conseguenza logica" (Celati, cit., p. XI), così che, posto un determinato punto di partenza, si debba necessariamente arrivare a una determinata conclusione. Ed è sulla universale condivisione di questo principio, sulla comune accettazione della logica e del principio di non-contraddizione che si basa la possibilità per gli uomini di interagire, comunicare, intendersi vicendevolmente.
Ma l'agire - o meglio il non-agire - di Bartleby si fonda su presupposti affatto inconciliabili. La logica su di lui non ha alcuna presa. Egli non è meno logico che illogico (se non dal punto di vista logico dell'avvocato). Bartleby mina, mette in crisi le fondamenta stesse del mondo del narratore; la sua presenza è come "un vento che spazza tutto e altera il senso delle cose" (Celati, cit., p. XIX). Ed è per questo che la stessa pomposa eloquenza dell'avvocato, di fronte allo scrivano, si scioglie come neve al sole.
Il narratore, insomma, non potrà mai capire Bartleby, non riuscirà mai a spiegarlo. Egli si sforza di trovare un senso nella sua vicenda, un'intenzione che muova il suo comportamento, di portare alla luce un segreto nascosto dietro la cortina delle apparenze, ma Bartleby (ed è ciò che più colpisce e inquieta in lui) non sembra guidato da alcuna intenzione, si è affrancato dalla schiavitù delle intenzioni. Dietro i suoi comportamenti non è rintracciabile alcun senso.
Anche l'unica notizia ottenuta sul passato di Bartleby, riportata in chiusa di racconto, non serve a chiarire i dubbi e gli interrogativi. L'avvocato è venuto a sapere che Bartleby avrebbe in passato lavorato come impiegato in un Ufficio Lettere Smarrite, e commenta:
Lettere smarrite, lettere morte! non si direbbe che tutto ciò parli di uomini morti? Pensate a un uomo che, per natura e per sventura, sia propenso al pallido pensiero dell'irreparabile; potrebbe un'altra occupazione essere più adatta ad acuire quel pensiero, più del maneggiare queste lettere smarrite per darle alle fiamme...? Inviate per le occorrenze della vita, queste lettere urgono alla morte. (BS, p. 47).
Ma nemmeno questo ci fornisce un passe-partout con cui forzare una volta per tutte il segreto del rifiuto di Bartleby.
Bartleby, privo com'è di qualsiasi spessore psicologico, esente da intenzioni e da motivazioni, non è che superficie senza profondità, pura apparenza che non nasconde nulla, eccetto forse il nulla, significante senza significato. Ogni interpretazione scivola sulla liscia e levigata superficie di Bartleby senza trovare appigli a cui aggrapparsi.
E il lettore, ogni lettore, si trova di fronte al racconto di Melville nella stessa situazione dell'avvocato (che molti esegeti hanno criticato come gretto e superficiale, incapace di capire Bartleby, salvo poi venirsene fuori con le più bislacche interpretazioni). Non può resistere alla tentazione di spiegarlo, di fornirne un'interpretazione, di attribuirgli un senso, ma tutte le interpretazioni e spiegazioni cadono inevitabilmente nel vuoto.
E' a questo punto che ci viene in aiuto Kafka. E' infatti mia convinzione che la situazione in cui ci troviamo l'avvocato e noi lettori nei confronti dell'inesplicabile Bartleby sia paragonabile a quella di K. di fronte alla parabola Di fronte alla legge, raccontatagli nella cattedrale dal sacerdote, e a quella dei lettori de Il processo di fronte al testo kafkiano (l'interpretazione dell'opera di Kafka a cui mi rifaccio qui sotto è quella di M. Cacciari proposta in Icone della Legge, ed. Adelphi, Milano 1985). K. non sa come spiegare le ambiguità e le contraddizioni presenti nella storia del contadino e del guardiano. Egli ragiona in base alla logica e continua a ritenere che dietro la contraddizione debba esservi un enigma da sciogliere. Le contraddizioni devono cioè poter essere superate e risolte. K., convinto che ogni contraddizione non possa essere che un velo che cela una coerenza più profonda, vuole attingere un significato univoco dalla parabola.
Ma un messaggio costitutivamente ambiguo e contraddittorio, che eccede la logica e non obbedisce alle sue regole, è incomprensibile da chi non sa abbandonare il punto di vista della logica, da chi ritiene che vi sia un'unica logica possibile. Non può che essere tradito e frainteso. Se lo si affronta nella convinzione che esso contenga una Verità, per quanto inattingibile, lo si svilisce e annulla, in quanto si condanna la sua presenza come mera apparenza da oltrepassare e negare. Un testo contraddittorio non può essere afferrato e compreso nella sua pienezza e totalità. Può essere "interminabilmente pensato, mai integralmente saputo" (Cacciari, cit., p. 91). Forse implica, come suggerisce Cacciari, una nostra necessaria libertà nei suoi confronti.
Come Kafka, Melville con Bartleby mette in crisi la nostra tradizionale concezione, fondata sulla pretesa evidenza della essenziale logicità del linguaggio, di ciò che sono il senso e la verità di un testo (prefigurando quella sfiducia nella possibilità stessa della pratica letteraria, di cui saranno espressione, oltre allo scrittore praghese, scrittori come Musil o Hoffmansthal). Se il tema del racconto di Bartleby non è tanto lo scrivano stesso, quanto l'ossessione del narratore per lui, allora il suo senso è che dietro Bartleby non c'è alcun senso "logico". Bartleby come colui che destabilizza la nostra fiducia nella logica, che ci spinge a liberarci dalla soggezione alla logica e al senso.
Si comincia quindi a comprendere Bartleby nel momento in cui si rinuncia a spiegarlo? Forse si può formulare anche un'altra ipotesi, che ricavo da un breve testo di Agamben, incentrato, sempre in riferimento a Kafka, sulla nozione di "inesplicabile". Secondo Agamben l'inesplicabile "resta tale in tutte le spiegazioni che se ne danno e se ne continueranno a dare nei secoli. Proprio queste spiegazioni costituiscono, anzi, la migliore garanzia della sua inesplicabilità". Non è il silenzio, la rinuncia alla spiegazione, che rispetta e lascia intatto l'inesplicabile, il cui unico contenuto sarebbe l'ingiunzione a spiegare:
Il solo modo per spiegare che non c'è nulla da spiegare è di darne delle spiegazioni. (...) Le spiegazioni non sono infatti che un momento nella tradizione dell'inesplicabile: quello, appunto, che lo custodisce lasciandolo inesplicato. Prive di contenuto, le spiegazioni esauriscono con questo il loro compito. (G. Agamben, Idea della prosa, ed. Feltrinelli, Milano 1985, pp. 105-106).
E allora mi concedo anch'io di tentare almeno un barlume di spiegazione (anch'essa in certa misura debitrice a Kafka), di azzardare, pur consapevole della sua parzialità e provvisorietà, un'interpretazione possibile di Bartleby, destinata non a spiegare in maniera definitiva il testo, quanto a 'complicarlo', ad arricchirlo di una nuova lettura che non mancherà di suscitare ulteriori interpretazioni.
Uno dei motivi ricorrenti del racconto è la scrittura. Facciamoci caso: l'attività svolta nell'ufficio è la copiatura, Bartleby decide di smettere di scrivere, l'avvocato mette per iscritto la storia di Bartleby, nel tentativo, fallito, di decifrare il suo enigma, le lettere smarrite... Il racconto rappresenterebbe quindi un atto d'accusa rivolto alla scrittura, alla sua capacità di comunicare, di trasmettere un senso, di stabilire un rapporto con il destinatario. La scrittura avrebbe dovuto mettere in comunicazione Melville con il suo pubblico - del resto, non è ogni poesia, e in generale ogni opera letteraria, come diceva Celan, un messaggio nella bottiglia indirizzato ai lettori? - e tenerlo legato all'amico Hawthorne, col quale intratteneva una fitta corrispondenza epistolare e al quale aveva scritto una volta:
Se tutto il mondo fosse fatto di magi, vi dico cosa farei. Farei costruire una fabbrica di carta ad un capo della casa, in modo da avere un infinito nastro, scriverei un migliaio - un milione - un miliardo di pensieri, tutti sotto forma di lettera a voi. (BS, p. 74).
Ma ciò non era stato possibile, Melville era andato incontro a uno scacco. Il pubblico non l'aveva capito, l'amicizia con Hawthorne era naufragata tra le incomprensioni, il nastro continuo di scrittura con cui avrebbe voluto raggiungere l'amico si era spezzato. La scrittura non arriva dunque a destinazione, come il messaggio dell'imperatore di Kafka, come le lettere smarrite di Bartleby, e se vi arriva non è che lettera morta, svuotata di ogni senso, esposta all'arbitrio dell'interpretazione e al rischio dell'equivoco, al tradimento rappresentato dalla necessità della traduzione della lingua del mittente in quella del destinatario. In assenza dell'autore, che è l'unico possibile garante del suo contenuto, orfano del «padre» come diceva Platone, lo scritto non può che essere infinitamente interpretato, sempre di nuovo tradotto e tradito. Il senso è intrasmissibile dalla scrittura, che simula un rapporto, una comunicazione dove regna in realtà la più totale solitudine. E Bartleby, con la sua rinuncia alla scrittura, è forse la risposta a questa solitudine.
Se poi questa risposta sia meramente negativa, se cioè Bartleby sia figura dell'impotenza di scrivere, oppure nasconda in sé una possibilità positiva, come sembrano suggerire Celati alla fine del suo saggio e Agamben in un suo intervento sullo scrivano (G. Agamben, La comunità che viene, Einaudi, Torino 1990), quando parlano l'uno di potenza che riposa in se stessa, che rimane "sospesa soltanto come preferenza" (Celati, cit., p. XXVI), e l'altro di potenza pura, che si rivolge su se stessa, può la propria impotenza e così "non scrive nient'altro che la sua potenza di non scrivere" (Agamben, La comunità che viene, cit., p. 27), questo io non saprei proprio deciderlo.
[Oltre che sul sito 'Fabula', questo intervento è stato pubblicato nel 1997 in un volume collettivo stampato da La Sapienza intitolato IL ROMANZO: AUTORI E STILI, a cura di Alessandro Catalano e Katia Renna]
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 16 Giugno 2005
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