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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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The Complete Peanuts

di GUIDO TIBERGA

«Non mi piace la parola Peanuts. Non è bella. Non hanno capito che avrei disegnato una strip che avrebbe avuto classe, dignità. Ma che cosa può fare un giovane disegnatore che si presenta per la prima volta al dirigente di un syndicate per vendere il suo lavoro?». Charles Schulz aveva un tono rassegnato quando raccontava l’origine dello strano nome che avrebbe contrassegnato la striscia più celebre di tutti i tempi. Lo stesso tono che avrebbe probabilmente oggi, nel vedere che l’opera cui si era sempre opposto con tutte le sue forze, dopo aver conquistato l’America, va diffondendosi per il resto del mondo. L’opera della discordia si chiama The Complete Peanuts. Un progetto faraonico: venticinque volumi, uno ogni sei mesi per oltre dodici anni, per ripubblicare «in un’edizione cronologica e definitiva» l’intero corpus dei fumetti di Charlie Brown.

Negli Stati Uniti, l’editore Fantagraphics ha già mandato in libreria il terzo tomo, da noi è appena uscito il primo, pubblicato da Panini (342 pagine, 25 euro) e dedicato alle strisce uscite negli Usa tra il 1950 e il 1952. Il volume è storicamente affascinante e graficamente sorprendente: «Al culmine dei festeggiamenti postbellici americani - spiega il critico David Michaelis - in un’epoca in cui essere infelici non era un sentimento personale ma antisociale, un giovane del Minnesota introdusse nel mondo dei fumetti un gruppo di bambini che si dicevano l’un l’altro la verità.
All’epoca i fumetti erano dominati da azione e avventura, vaudeville e melodramma, farsa e gag: Schulz ebbe il coraggio di utilizzare i propri punti deboli, il senso di alienazione, insicurezza e inferiorità che lo accompagnavano da sempre per ritrarre i veri sentimenti della sua vita e della sua epoca...».
I personaggi sono gli stessi che l’Italia avrebbe incontrato quindici anni più tardi, sulle prime edizioni della Milano Libri.
E’ il loro aspetto a essere differente: più tondi, più naïf, apparentemente più «infantili» i piccoli uomini e le piccole donne immersi nella loro situation comedy di carta. Il più lontano dai canoni attuali è Snoopy, mezzo secolo fa era soltanto un cane: non pensava, non viveva sogni di gloria. «All’inizio - spiega Schulz a Rick Marshall nella postfazione al volume - era solamente un cucciolotto che abbaiava e correva a quattro zampe. Non ricordo quando ha cominiciato a camminare su due zampe, e non so quando ha cominciato a pensare. Ma probabilmente è una delle cose migliori che io abbia mai fatto...».
Charles Schulz non avrebbe voluto che questo libro fosse pubblicato. Glielo chiesero spesso, l’ultima volta nel 2000, pochi mesi prima della sua morte. «Sono soltanto vecchi disegni che non interessano più nessuno», ripeteva. Eppure non aveva mai negato il suo assenso alla realizzazione del merchandising più commerciale, dai rasoi alle tazze alle magliette.
Il contratto con la Fantagraphics, firmato dalla vedova, ha scatenato un dibattito duro in America: gli eredi hanno o no il diritto morale di contraddire le volontà degli artisti? «Ho avuto qualche senso di colpa - ha confidato Jean Schulz al New York Times -. Ma l’ho superato pensando che ormai i Peanuts sono considerati un tesoro culturale della modernità».
Forse è proprio a questo che Schulz era contrario, il ruolo di icona vivente lo infastidiva: «Non faccio finta di essere modesto - confida a Marshall nell’intervista che oggi suona come un testamento spirituale -. So di non essere un intellettuale. Non penso neppure di essere molto intelligente.
Davvero non lo penso: credo di essere spiritoso e di sapere come si fa a scremare un soggetto e a trarne quanto basta per apparire molto colto. In realtà, non c’è bisogno di essere colti per fare i fumettisti: quindi non ho mai neanche pensato che i Peanuts fossero una strip intellettuale. Volevo soltanto disegnare qualcosa di buono».

[da La Stampa, 1.5.05]




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 31 Maggio 2005

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