|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   HOME
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
Stroncature: l'Annuario poetico di Manacorda

mcg.jpgEcco a voi un uomo dal quale mai acquisterei una macchina usata – figuriamoci un annuario di poesia. Invece mi tocca acquistarlo, e da anni, perché questa inutilissima e iperbolica pubblicazione curata da cotest’uomo, che si chiama Giorgio Manacorda, è al centro di una leggenda per iniziati. ac.jpgQualunque operatore dell’editoria e delle patrie lettere attende infatti con smodata ansia l’uscita dell’annuario poetico di Manacorda perché è la più esilarante carrellata di avantpop involontario, una specie di Manuale per le giovani marmotte ad uso di Ciccio di Nonna Papera, un resumé velleitaristico che segnala quanto viva sia, a Roma, non la società delle terrazze, bensì dei terrazzini. Li vediamo su un terrazzino, questi due figuri che figurano curatori di detto annuario, e cioè lo stesso Manacorda e tale Paolo Febbraro: se la fanno, se la dicono, tirano i bussolotti, giochicchiano con lo stucco, telefonano in Mondadori e intimano di dare loro la direzione dello Specchio, rimbalzano, chiamano il disperso editore Castelvecchi e je dicono: “Ahò!, manco quest’anno ci fanno dirige ‘o Specchio, famo ancora er annuario”, e Castelvecchi si ritrova intatto il solito tormentone, quest’anno addolcito dai finanziamenti dell’Università della Tuscia, che sarebbe il prestigioso posto in cui Manacorda insegna.

Insomma, per farla breve: da anni, insieme ad amici poeti e narratori e critici, dedichiamo una serata all'esperienza collettiva delle battute di Manacorda & Febbraro, che sono per noi due idoli veri, un po’ come Barazzutti & Bertolucci, il primo (e l’ultimo) tennista con la panza del grande slam. E’ in effetti un grande slam della sottocultura che compiamo nell’esegesi di questo imperdibile manabile. Fatto come manabile nel senso che una mano lava l’altra (dopo avere fatto chissà che cosa), esso libercolo ha la comica pretesa di ergersi a giudizio sommario, ma definitivo, della poesia che si fa in Italia. In realtà altro non è che uno sfogo bilioso, e divertentemente spruzzante un po’ ovunque, da parte di due poeti di non riconosciuto valore o di riconosciuto non valore. Essi ci propinano, usualmente, un cattedratico riassunto di quanto a loro fa schifo il fatto che i poeti migliori di Italia siano tali. Potremmo definirli un quarto stato della poesia, ma sostituendo alla penuria economica e politica un doveroso richiamo alle frustrazioni del narcisismo a cui sfugge ogni prova di realtà.
Chi sono, dunque, i gemelliruggeri che compitano annualmente per Castelvecchi? Sono essi stessi a comunicarcelo, addirittura a pagina 2 del manabile. Giorgio Manacorda rivendica la pubblicazione del libro poetico Tracce, di cui si sono perse le. I suoi editori sono Empirìa, ES, Marcos y Marcos: che non è come dire Einaudi e Mondadori. Più giovane il sodale, Febbraro Paolo, classe 1965, che informa di avere pubblicato versi sul Corriere della sera (!), sulla defunta Lengua di Gianni D'Elia (che adesso sfotte) e una “vasta antologia” della critica militante presso il Poligrafico di Stato: gli manca dunque un esteso florilegio della narrativa presso la Zecca. I suoi editori sono Guerini e Associati, Marcos y Marcos e L’Obliquo: che non è come dire Einaudi e Mondadori.
Forti di tali credenziali e del finanziamento dell’Università della Tuscia, i due staminali critici ci dilettano con, immaginate un po’, tirate abnormi e iperboli avviticciate contro Einaudi e Mondadori. Aprire l’Annuario Castelvecchi è come essere dei vaticinatori etruschi: si scrutano le viscere, ed è immaginabile di chi.
Prendiamo per esempio il primo passo, ricco di una competenza poetica e socioeditoriale da lasciare storditi. Orbene il Febbraro inizia subito il suo editoriale (un elzeviro di 49 pagine) rimbrottando Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi per avere pubblicato una ormai celebre e assai venduta antologia sui Poeti italiani del secondo Novecento. Ah!, che mancanza di moralità!, ci ammonisce il competente Febbraro: nel ’78 Mengaldo antologizzava da Mondadori il direttore editoriale Sereni, che era almeno un maestro riconosciuto! Invece Riccardi, che ricopre oggi la stessa carica di Sereni, non lo è! E via veleno su Cucchi e su Giovanardi e sugli antologizzati, con la furia del paria lasciato a bussare fuori del convento con 'sta pioggia e con 'sto vento. Febbraro utilizza categorie critiche devastanti: meno male che ce le fornisce, non disponevamo più di un canone, adesso sì, abbiamo un Harold Bloom in casa e non lo sapevamo! Dovevamo leggergi i libri del Poligrafico di Stato! Con dovizia di cortesia romana, Febbraro esclude Giovanardi dagli insulti con una contorsione bizantina che lancerà il nostro giovane Bloom sulle pagine di Repubblica: “Giovanardi è un critico non ricattato dalla propria poesia o poetica personale, ha una formazione accademica e dunque più responsabilmente storico-letteraria. […] Giovanardi è stato il miglior compagno possibile per Cucchi, impegnato a prolungare la sua antologia aziendale fino a poter canonizzare i pazienti adepti mondadoriani”. Un’accusa davvero infame e priva di fondamento. A prescindere dal fatto che un accademico dell’Università della Tuscia non ha affatto più competenze storico-letterarie di una delle maggiori personalità poetiche contemporanee (quale Cucchi è e, nonostante quanto dica Febbraro, lo è riconosciutamente), viene da ridere al pensiero di cosa farebbero Febbraro & Manacorda se messi a dirigere lo Specchio. Sia chiaro che i nomi inseriti da Cucchi e Giovanardi nell’antologia in versione economica, che vanno da Rondoni (non pubblica per Mondadori) a Fiori (non Mondadori), da Marcoaldi (non Mondadori) ad Anedda (non Mondadori) a Riccardi (che pubblica per Garzanti, proprio come Sereni ai tempi mengaldiani), segnalano tra gli autori di Segrate quella che a detta di tutti è comunque la migliore poesia della generazione dei cinquanta/quarantenni: e cioè Dal Bianco e Benedetti. Chi ci deve mettere, uno, in un’antologia sulla poesia di oggi? Paolo Febbraro? Giorgio Manacorda?
Sorge un dubbio, però. Come mai Giorgio Manacorda non firma l’editoriale e lascia al giovane addetto la pratica delle cinquanta pagine iniziali di questo imperdibile annuario? Il motivo lo si scopre a pagina 10. Si è faticato, è vero, ad arrivare fin lì, ma in compagnia di molti poeti e critici e narratori che vivono con noi semel in anno questo hellzapoppin è stato comunque divertente. Si è certo dovuto attraversare qualche palude infettata, fare la gimkana tra apodissi da Villa Turro, la più notevole delle quali è questa: “Cucchi e Riccardi non si offenderanno, spero, se affermo chiaramente ciò che tutta Italia ammette silenziosamente con naturalezza, ovvero che il loro peso editoriale agisce in modo distorsivo sulla considerazione delle loro poetiche” – tutta Italia? Ma chi frequenta nel tempo libero Febbraro, la Doxa? Cioè: stiamo parlando di Maurizio Cucchi, uno che una poetica ce l’ha dal 1976 quando sollevò attenzioni da parte di Pasolini Raboni Porta (per dire solo i primi che accolsero entusiasticamente Il disperso), quando Febbraro al limite mangiava il Ciaocrem – e parliamo di Antonio Riccardi, vincitore del Bagutta opera prima, quando faceva l’editor junior agli Oscar. E Febbraro? E’ ben vero che tutta Italia ammette silenziosamente e con naturalezza che il suo peso editoriale non agisce in modo distorsivo sull’inesistente considerazione della sua opera poetica. Siamo ai vertici dell’onestà intellettuale, del buon gusto, della molto etica sottrazione al nepotismo? Lo si giudichi da quanto accade venti righe dopo l’apodissi à la Tino Scotti di Febbraro: inizia un nuovo capitoletto dal titolo “L’altra antologia”. O cazzo!, si pensa: c’è un’alternativa! Un peso massimo della critica quest’anno si è schierato contro Cucchi e Giovanardi? E chi è questa speranza dell’acume esegetico? Lo avete già indovinato? No? Allora ve lo dico io: è Manacorda. Qua ci cascherebbero le braccia, se non conoscessimo da anni lo stile dei curatori dell’annuario poetico Castelvecchi: anziché farci cascare le braccia, le abbiamo mosse per un compulsivo applauso. Neanche Biscardi è capace di tanto! Sentite Febbraro, unitevi a noi: “Il 2004 ha visto un caso di autonomia del giudizio rispetto al riconoscimento ‘canonizzante’, ed è La poesia italiana oggi. Un’antologia critica (Castelvecchi) di Giorgio Manacorda”. Nemmeno Remo Gaspari faceva così, atterrando a Gissi dove si era fatto costruire l’eliporto! A quando l’annuario di narrativa Castelvecchi firmato da Gava & Pomicino? E che cosa si sottolinea di questa antologia manocardiaca? Una cosa degna delle sapienti sceneggiature firmate da Flaiano: Manacorda scrive degli epigrammi nella sua antologia. Neanche gli autori di Nightmare ci avrebbero pensato. Perché gli epigrammi di Manacorda sono assai vicini al Freddy Krueger degli ultimi film, quando il genere horror abbraccia il nonsense ridanciano. Un esempio dell’epigrammare manacordiale? Eccolo: “Che botto! | Mi si è rotto Zanzotto”. Ahahahahhahahah! Ma l’avete segnalato a Zelig? No? Avete fatto bene. Infatti non è come sembra e ci pensa Febbraro a spiegarcelo, arrampicandosi sugli specchi di cotanta autonomia di giudizio: questi epigrammi sarebbero infatti l’”ennesimo sabotaggio pubblicitario della propria serietà critica, facili intercettori di fulmini, irritanti e felicemente arbitrari come spesso lo è la poesia [pensiamo infatti a Omero, Eschilo, Dante, Shakespeare, Rimbaud, Rilke, Celan, Bonnefoy: irritanti e felicemente arbitrari. ndr]. In essi molti avranno trovato ‘il solito Manacorda’…”. Molti? Il solito Manacorda? Ma solo noi leggiamo Manacorda da anni e sappiamo che è il solito! Ehi: Febbraro qui parla di noi!
E via, dunque, con una carrellata di giudizi articolati e complessi come quelle piste elettriche delle macchinine, con curvoni e sopraelevazioni e paraboliche e tunnel. Qui svettano giudizi pari almeno al valore dei poeti: tipo Bordini, di cui si ricorda che una poesia “drammaticamente esilarante, si intitola Fine della tragedia” e di cui si segnala “un brano del capolavoro di Bordini”; oppure Anna Maria Carpi. Ma ce ne sono tanti, tantissimi, di poeti, in questo mirabile caleidoscopio: la febbre critica di Febbraro non risparmia nessuno. Come Marco Caporali: “appartato, un autore come Marco Caporali ha voluto esserlo al punto che per anni è andato a vivere in Danimarca, nell’isola di Samsø, esattamente nella casa che fu del pittore Svend [un pittore che si chiama Svend!] Bagger”. Oppure un altro appartato, cioè “Fabio Ciriachi, che con Il giardino urbano (Empirìa) giunge già esperto al secondo libro”, davanti al quale “ci troviamo di fronte a un poeta perfetto”: che cos’è un poeta perfetto? Ha la marsina? Beve? Come si è poeti perfetti? Oppure ancora Matteo Marchesini, “che ha riunito nel suo volume d’esordio Asilo (Edizioni degli Amici [immaginiamo suoi]) […] la straordinaria densità visiva, psicologica e concettuale dei suoi versi”. Ci risiamo. Basta infatti andare nella sezione delle recensioni dell’annuario, e scopriamo chi è Marchesini: “Fino a oggi, il nome di Matteo Marchesini era noto agli addetti ai lavori soprattutto per la sua attività critico-saggistica, esercitata in larga parte sulle pagine di questo Annuario”. Ah. Ok. Si vede che Manacorda ci ha già il delfino assicurato. Infatti, seppure distante dai memorabili epigrammi del “solito” Manacorda, Marchesini pubblica, al centro dell’Annuario, una esilarante sezione di parodie poetiche (o meglio, come le definisce la quarta di copertina: “paradossali Possessioni poetiche): c’è un finto Mario Benedetti, un finto Valerio Magrelli, un finto Gianni D’Elia, un finto Antonio Riccardi! E’ bellissimo! C’è un’imperizia metrica straordinaria nell’imitare i versi di questi poeti, significa che non ne ha capito un'acca! E’ tutto comico al quadrato, al cubo! No, davvero, è un’iniziativa satirica che nemmeno Cuore o Clarence. E’ fantastico: come se Mengaldo, a metà della sua storica antologia, avendocela con Bigongiari, facesse scazonti divertiti sull'Essere firmandoli Piero Bigongiari! Ma questi poeti! Sanno anche farci ridere! Sono esperti anche in comunicazione e marketing! Questa sì che è satira! Sono così tanto avanti, questi poeti e critici dei terrazzini romani… Mica come i Wu Ming che prendono due pagine sul Times: i poeti no, hanno a disposizione il prestigioso Annuario di Castelvecchi! Li finanzia la Tuscia accademica! Tra i collaboratori c’è un Lefèvre! A quando Ratzinger? C’è anche Nefeli Misuraca, insieme a Giovanni Burali D’Arezzo! E anche Andrea Breda Minello!
Insomma: non comprate l’Annuario di Manacorda e Febbraro. E’ inutile, ce l’ho io, venite da me e ridiamo a crepapelle insieme. Di solito noi facciamo così: uno lo compra, lo leggiamo in cento, così siamo in “molti a trovare il ‘solito’ Manacorda”. Del resto sarebbe stupido spedere 24 euro, cioè all’incinca cinquantamila lire: tanto i soldi li mette la Tuscia, M&F non rischiano un bagno di sangue – rischiano al limite un bagno d’umiltà, che è il nostro più caloroso consiglio ai venerabili estensori di questo Padrino 6.0, dove mancano solo gli angeli che mangiano fagioli e i tusci che ululano trenodie. Per il resto, c’è di tutto e di meno. All’anno prossimo, stiamo già attendendo con ansia.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 17 Maggio 2005

stacco.gif
blogsnation.gif Questo sito, privo di qualunque finalità di lucro, è ospitato gratuitamente sui server di BLOGSNATION, grazie all'opera di pietà tecnica e di umana comprensione di Gianluca Neri. I contenuti della e-zine I Miserabili non sono soggetti a copyright. I Miserabili non è una testata registrata. Per proposte, richieste ed eventuali lamentele, contattare il responsabile di questo sito, Giuseppe Genna. Non si accettano invii di manoscritti (anche in forma digitale) e nemmeno proposte di recensione.
RSS 1.0RSS 2.0Listed on BlogSharesThis blog is listed in BlogBarThis blog is listed in BlogNewsGNU FDL LincensePowered by Movable Type 2.64