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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Pasolini: dal mito della morte al mito del morto

di BRUNO PISCHEDDA

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[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere «Pasolini». E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]

pischeddappp.jpg«Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l’adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica.»
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, “MicroMega”, 4/95). A distanza di oltre vent’anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c’è modo di rescindere l’opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l’apice violento, lo scempio conclusivo.

Poco importa se ammontano ormai a decine le pubblicazioni biografico apologetiche dedicate a Pasolini. Né sembra rilevante che la più parte di questi testi finisca con il costituire una sorta di sottogenere specialistico, di scrittura combinatoria dalle soluzioni alquanto limitate. Perché si può anche partire dalla fine, come fa l’americano Barth David Schwartz nel suo imponente Pasolini Requiem (Marsilio, 1995), e poi tornare a disegnare un inizio e una maturità intellettuale già votata all’autodistruzione. Oppure, come propone Giuseppe Zigaina in Hostia, stesso editore e stesso anno, si può individuare una linea esoterica, alchemica, che collegherebbe le poesie, i romanzi e persino i quadri pasoliniani a una vicenda umana dai connotati sempre più mistici e sempre più equivocamente emblematici. Questo e altro si può fare (è stato fatto). Ma al centro o in cornice, con grande dispendio di pagine e di pathos, resta in ogni caso un «progetto letterario fondato sulla morte»: rimane il «Mysterion», il sacrificio supremo, di cui le opere scritte non rappresenterebbero che la «figura».
Sulla fine tragica di Pasolini – secondo aspetto macroscopico del genere – si possono intessere d’altronde le trame più libere. Poco più di un fatto di costume, di bassa speculazione pubblicistica è stato considerato il libro in cui Pino Pelosi, l’assassino, ha ribadito ostinatamente la sua versione dei fatti: adescamento, richiesta di prestazioni non pattuite, colluttazione, omicidio (Io angelo nero, Sinnos, 1995). Troppo allettante è il dubbio del complotto, e troppo suggestivo denunciarne l’occultamento. Per cui può capitare, in una ricostruzione giudiziaria pur documentata come quella di Marco Tullio Giordana, che si consideri la morte del poeta un «ennesimo capitolo di quella strategia della tensione in atto all’epoca in tutto il paese» (Pasolini. Un delitto italiano, Mondadori, 1994). Mentre più esplicito, e se possibile più irresponsabile, è Dario Bellezza, che nei giorni della sua stessa agonia scrive: «Allora, all’inizio, anch’io pensai ai fascisti. Mi sbagliavo: dietro il delitto pilotato c’erano, forse, i Servizi Segreti (Pasolini era sulla lista del SIFAR), o la Gladio che prendeva ordini da Andreotti che non poteva tollerare critiche al suo operato di potente democristiano» (Il poeta assassinato, Marsilio, 1996).
pppbuio.jpgMa da dove viene dunque una così ostinata resistenza all’accettazione di un omicidio, squallido se vogliamo, ma anche tanto probabile nei termini in cui l’ha confessato il colpevole? Perché tanta voglia di sacrificio e di intrigo? Rifiutare le ammissioni dell’uccisore, e il dispositivo di una sentenza ormai passata in giudicato, è un atteggiamento che dice molto. Nico Naldini (e fin da subito amici intimissimi del poeta come Sandro Penna, Elsa Morante) ha scritto recentemente di aver sempre creduto alla deposizione di Pelosi: «anche nei particolari». Ma il fatto, spiega, è che si è voluto inventare «una figura di intellettuale scomodo e perseguitato perché Pasolini non desse imbarazzo come omosessuale». E che tipo di omosessuale! «Da tempo aveva adottato il sadomasochismo anche con rituali feticistici». Né aveva mai tentato di celarlo, «sia nelle ultime poesie, sia in quelle giovanili, dove si era raffigurato come Cristo-giovinetta nel martirio della Croce» (Il treno del buon appetito, Guanda, 1995).
Può essere, in effetti, che rifiutare l’omicidio di Pasolini secondo i modi accertati per via giudiziaria sia un inconsapevole o ipocrita bisogno di occultare post-mortem la diversità irriducibile e irrefrenabile dei suoi costumi sessuali. Può essere, ma non mi pare tutto. È anche un tentativo di preservarne la statura di vate: un modo per custodire un’immagine mitica, consacrata, ponendola fuori e al di sopra di qualsiasi giudizio. «Se si dimentica che Pasolini era un poeta, sempre, anche nei minimi atti della sua quotidianità, non si capisce niente di Pasolini.» A tanto ci esorta Bellezza, dopo aver spiegato, con cinismo persino imbarazzante, che assai difficilmente lo scrittore si sarebbe lasciato uccidere da un «marchettaro»: «si sarebbe ben difeso, e forse avrebbe fatto secco Pelosi. Il ragazzo non avrebbe avuto il coraggio di ribellarsi, avrebbe fatto i suoi atti mercenari e basta».
Una statua marmorea da onorare senza riserve, al di là del bene e del male, delle luci e ombre che come in ogni uomo convivono: ecco quanto rimane del poeta di Casarsa. Oracolo e deprecatore dei grandi processi sociali che stavano mutando l’Italia degli anni sessanta e settanta, egli riunì in sé le funzioni di vate e di sciamano, di esteta e di monitore nazionale. Fu Carducci e fu D’Annunzio. Nessuno, accanto o dopo di lui, vi è più riuscito. Non Giovanni Testori, il cui visceralismo trasgressivo e moraleggiante è stato ben in grado, e in più di un’occasione, di scatenare tempeste polemiche nel melmoso panorama culturale nostrano. Non Leonardo Sciascia, che negli anni ottanta pure di Pasolini si è sentito erede, e dichiaratamente, nonostante una formazione e uno stile intellettuale diversissimi.
Essere vate nella seconda metà del Novecento, implicava del resto una conoscenza delle tecniche di comunicazione di massa e una poliedricità espressiva che solo il poeta cineasta possedeva. E di qui il senso di privazione, il lutto inestinguibile per la sua scomparsa: ossia il terzo e forse più sincero, sofferto, aspetto del genere «Pasolini». A patire l’assenza del poeta sono i seguaci e gli ammiratori di ieri: «Pasolini – ricorda l’attore Giulio Scarpati – incarnava la vera figura dell’intellettuale, di chi riesce a leggere il presente, profetizzando il futuro» (“Corriere della Sera”, 19 agosto 1994). Ma sono anche gli avversari di un tempo, come lo scrittore napoletano Erri De Luca, disposto a far posto all’uomo, Pasolini, nel proprio sacrario esistenziale: «se tutte le sue cose messe insieme fanno una somma scarsa – scrive –, la perdita della sua persona fisica è il solo lutto della nostra vita culturale che sono disposto ad ammettere». Perché, continua, riandando con la mente alle dispute sessantotteche, «c’era solo lui, l’estraneo, che poteva darmi il brivido di essere in errore, in vita e per strada» (In memoria di un estraneo, “MicroMega”, 4/95).
Morte alonata di mistero, nostalgia per l’intellettuale vate, cortocircuito tra vita e opera: con elementi tutti irrazionalistici di tale natura, il genere «Pasolini» – cioè una diffusa mitografia d’autore – inizia del resto a costituirsi in anni lontani. Ma a favore di chi? Per quale pubblico? Già nel 1960, Franco Fortini attribuiva la crescente fortuna pasoliniana a una nuova, estesa borghesia educata per la prima volta da cinema e settimanali, televisione e romanzi, ai termini sia pur elementari del dibattito ideologico moderno. Un giudizio sociologicamente secco e inappellabile. Che Franco Brevini, molto più di recente, ha aggiornato così: «proprio i famosi interventi corsari e luterani sui grandi temi degli anni settanta sembrano fatti apposta per esorcizzare lo spettro della complessità, divenuto sempre più inquietante con il saltare dei cuscinetti ideologici. Di fronte a una realtà che sgomenta con lo spalancarsi di problemi sempre più vertiginosamente interconnessi, Pasolini offre malgré lui ai ceti medi la sicurezza che il mondo si possa capire usando categorie diffuse e quasi intuitive, che di tutto si possa discutere senza uscire dalla propria cultura liceale» (Pasolini poeta civile?, “La Rivista dei Libri”, n. 4, aprile 1994).
Cultura liceale è forse un’espressione un po’ forte, preconcetta, se riferita a Pasolini. Ma già, l’immagine dello scrittore vate, del profeta martire, continua a trovare rinforzo anche attraverso l’oltranza polemica dei suoi oppositori. È un fatto di cui si stenta ancora ad avere piena e serena consapevolezza: un mito non si combatte, non si sconsacra. Al più viene dimenticato, scolora, decade, e per quello pasoliniano non pare davvero arrivato il tempo. Lo testimonia bene Enzo Golino, che dedica oltre metà di un suo recente volume a raccogliere, chiosandole ironicamente, tutte le chiacchiere, gli stiracchiamenti a destra e a sinistra dello schieramento politico che sono stati tentati con lo scrittore friulano nelle ultime stagioni del dibattito culturale (Tra lucciole e Palazzo. Il mito di Pasolini dentro la realtà, Palermo, Sellerio, 1995). E con ciò chiudendo il cerchio delle possibilità offerte dal genere “Pasolini”: aggiungendo cioè un’ultima variante metadiscorsiva, un prolungato discorso di secondo grado fatto di tanti altri discorsi aventi per oggetto l’intellettuale scomparso.
Nel ventennale della morte, pochi si sono sottratti all’agiografia; questo va detto senza giubilo. Nella profluvie di stereotipi rimasticati, si può al più ricordare il nome di Italo Moscati, che ha saputo fare luce in modo inedito su un particolare pe-riodo della vicenda pasoliniana: gli anni sessanta, allorché il regista «voleva portare la sua rivolta dentro la Chiesa» (Pasolini e il teorema del sesso, il Saggiatore, 1995). E per un certo tempo, tra Il Vangelo secondo Matteo e Teorema, ebbe anche interlocutori insospettati, da don Giovanni Rossi, confidente di papa Giovanni XXIII, fino all’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri; dal cardinale Giovanni Urbani, al gesuita Virgilio Fantuzzi, al biblista don Andrea Carraro. Tutti in maggiore o minore misura fiduciosi che attraverso Pasolini le organizzazioni cattoliche avrebbero potuto riprendere contatto con il mondo del cinema, ormai estesamente egemonizzato da intellettuali di formazione laica e marxista. «La Chiesa – così scrive Moscati – s’innamorò di Pasolini, come di un figliol prodigo che tornava. E gli faceva festa, aprendogli le braccia, sedotta dall’uomo che reinventava con la magia del cinema le antiche pagine della religione». Un equivoco che durò appunto fino allo scandalo grande di Teorema, alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1968. Quando con un duro e non troppo celato intervento pubblico, Paolo VI non mise termine all’idillio. Perché infine, nella sua eccentricità oltraggiosa, con la sua base elettiva tra le nuove schiere di mediocolti e di neocolti, il mito di Pasolini fu da subito pervasivo e ideologicamente trasversale: non sedusse solo la sinistra eretica e oggi, tardivamente, qualche isolato artefice della destra culturale. Sedusse anche la Chiesa, e non per abbaglio d’occasione, ma nelle sue più alte gerarchie.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 12 Maggio 2005

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