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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Moresco: Lo sbrego

Credo che, con Lo sbrego, Antonio Moresco abbia scritto uno dei libri più importanti di questi anni contraddittori, colmi di aperture e censure, di contagi veloci e di germinazioni violente. Lo sbrego non è un romanzo, non sono poesie, non è un'autobiografia, non è una collazione di saggi - e questo è il modo con cui, posti sul discrimine di un'epoca che è appunto un abissale discrimine, possiamo vedere in negativo la letteratura che sta prepotentemente scaturendo dalle brecce (dagli sbreghi) dei nostri giorni. Antonio_Moresco-thumb3.jpgSeguire Moresco in questa sua vertiginosa escalation, però, impone un mutamento radicale di prospettiva, che i celeberrimi 180° sono insufficienti a simbolizzare: non essendo romanzo saggio poesia, Lo sbrego è una narrazione. Questo tempo sta rapidamente corrodendo non soltanto i generi interni (giallo, nero, rosa, romanzo borghese), ma i macrogeneri (poesia, prosa, saggio). Non più romanzi: narrazioni. Le narrazioni intrattengono un rapporto multiplo con il tutto e il niente - e, quindi con il sé. Gli uomini si presentano nudi contamporaneamente ai blocchi di partenza e al traguardo.
Lo sbrego è la potente narrazione della vita di un uomo, quindi della vita degli uomini. La vita misurata come letteratura al di fuori di ogni debolismo, di ogni preconfezionata schermata stilistica, di ogni psicologhema - il viaggio per mare e per terra e per lo spazio interstellare, mai raccontato e sempre presente, è il mito vuoto e pieno che pressa dalle pagine di questa fantastica dichiarazione letteraria dei diritti e dei doveri dell'uomo, al di là di ogni moralismo e senza pose da leguleio ispirato. E' l'esperienza dell'aperto.

In pratica: Dario Voltolini (curatore della collana in cui è uscito Lo sbrego, cioè le Holden Maps edite dalla BUR Rizzoli) propone ad Antonio Moresco di scrivere un libro sui libri: non in astratto e non attraverso quei saggi che sembrano inoculazioni fecondatorie eterologhe per le mucche stipate nelle neostalle industriali. La proposta è più precisa: un libro sui libri che Moresco ha letto, dall'inizio fino a oggi. L'autore degli Esordi è imbarazzato, non sa da dove cominciare. Ci pensa Voltolini, con una serie di esilaranti telefonate degne di Groucho Marx, a innescare la bomba. Moresco, in effetti, è una mutazione genetica tra un rivoluzionario ottocentesco e una bomba a neutroni: non chiede di meglio che essere innescato, ama essere incendiato, ama incendiarsi. E nello Sbrego iniziano a salire alte le fiamme, il rogo dei libri e dell'uomo si scatena con inusitata furia.
La cronologia delle letture di Moresco viene effettuata attraverso continue divaricazioni spaziotemporali, approfittando della memoria della propria difficile esistenza e di quella dell'intera specie, facendo collassare il generale nell'individuale e viceversa, cercando in continuazione un'apertura per l'oggi, per il qui e ora, in un'epica e devastante e positivissima ricognizione delle choses vue, delle cose che vedremo, che già vediamo senza vederle.
E' una reazione a catena. Sotto i nostri occhi allibiti, spalancati a forza dagli occhi nistagmatici di Moresco e addirittura, più che spalancati, crepati a come da una luce che avesse dita e che abbaglia al punto da creare numinose tenebre, sfilano gigantesche e fluorescenti le ombre dei grandi, trattati familiarmente, con l'amore e la rabbia che si riserva a tutti i favolosi edipi che ci hanno formato: Leopardi, Tolstoj, Dostoevskij, Kafka, Omero, Erodoto - autentiche potenze dell'etere, riassunte cioè in uno spazio e in un tempo diversi e che trasformano, penetrando come tifoni di parole, la coscienza umana e quindi lo spazio e il tempo che questa specie ha deciso di misurare attraverso inique cristallizzazioni, steccati impiegatizi, recinti da ingrasso. E' quindi una cronoscopia ciclopica quella che ci mostra Moresco: Dostoevskij fa sprigionare la meditazione sull'origine e la fine della specie, Kafka innesca una clamorosa riflessione sulla potenza del femminile, che si fa attacco politico, visione del futuro (proprio come ci si trovasse di fronte alle parole secche e irose di Nisargadatta, il grande maestro induista: "Cosa credete?, alla fine si ridurrà tutta la nostra storia alla relazione tra due comunità gigantesche, quella dei maschi e quella delle femmine - e tutto questo è illusorio").
In questa deflagrazione che si autocolloca contemporaneamente all'inizio e alla fine della storia umana, Moresco non formula soltanto giudizi critici sorprendenti (un Flaubert che va ben al di là dell'ossessione dell'arte per l'arte, un Proust medievale, l'Iliade schierata contro l'Odissea, le cinquanta pagine iniziali dei Lavoratori del mare di Hugo che avrebbero orripilato qualunque editor contemporaneo): rivoluziona la critica. Non è un'affermazione che deve creare sconcerto: qualunque autentico scrittore, oggi, rivoluziona la critica. Vòlta al passato, dedita a esercizi di compitazione tipicamente autoptici e mortuari, la critica non esiste più, ed è un bene, poiché si tratta di un'invenzione abbastanza recente nella storia umana - un'invenzione di cui francamente si può fare a meno. E Lo sbrego dimostra assai bene cosa si possa invece fare: inventare, reinventare, fare fiorire la letteratura, che è una forza germinativa verde e nera, capace di ambiguità le più alte, potenza tumultuosa e magnetica che mette in cortocircuito il lutto e l'amore, la pietà e l'empio affondo del pugnale.
Accanto e dentro e sopra e sotto la lettura della letteratura mondiale scorre la storia drammatica e personale di Antonio Moresco: impossibile dire se tale storia coincida con o si distingua dalla letteratura. E' l'osmosi quale esito del tragico: vita e letteratura sono la stessa cosa ma anche divergono. Inforcati gli occhiali, la visione sporca e patologica di Moresco sembra abnormemente mostruosa ma anche tenerissima. Il futuro si spalanca mentre si annuncia un oscuro passato. Leggere Mandel'stam o Faulkner o Esiodo o l'amatissima Murasaki Shikibu di Genji significa per Moresco (per tutti noi) proiettarsi in un futuro catastroficamente universale, dove i limiti della specie umana vengono travalicati ed esorbitati, prossimi a un apocalisse che mette a repentaglio l'esistenza stessa di queste "cuspidi cerebrali".
E' un repertorio gigantesco quello che Antonio Moresco squaderna davanti al viso di Medusa del "lettore": questa categoria merceologica che è indegna, poiché il sostantivo allude a una supposta differenza spirituale rispetto allo scrittore. Una biblioteca di Babele che coincide con la storia umana e ne diverge: tutti, davvero tutti i grandi, sono stipati, compressi, stracciati, fatti esplodere in una scorribanda memorabilmente furibonda, che Moresco compie abbandonando qualunque sociologia e adottando l'unica pratica possibile del positivo nel nostro presente: testi considerati universi, esplorazioni in galassie testuali che sono cosmosfere vitali, senzienti, plurisignificanti. E' così possibile osservare serenamente il salto di impatto che comporta la riflessione sulla devastazione alienativa del mercato, rispetto alle prospettive del Moresco sociologico (quello, per intenderci, dell'Invasione): la riflessione è la medesima, ma qui assume una potenza impressionante, antianalitica, una sorta di coro del visibile glorioso che urla, alternandosi a stasimi fantastici, tutta la prodigiosa renitenza della nostra specie ad abbandonarsi al nulla, al lugubre rito mortifero con cui l'inorganico sta assediando e seducendo il fenomeno umano.
Se avessero ragione gli induisti e, quindi, davvero esistesse una logica della reincarnazione, in cosa andrebbe a incarnarsi questo scrittore prodigioso, che si autodefinisce "semitico-tedesco", dopo essersi fatto bruciare da cadavere con i jeans e i Canti di Leopardi nella tasca? Sicuramente si reincarnerebbe in una persona a cui la letteratura sembra un fenomeno secondario e si interessa di cosa c'è oltre la letteratura stessa. Perché si può dire che tutta l'opera di Moresco altro non è che una progressiva messa a fuoco, in una lotta con un nistagmo non più fisico, della questione spirituale, laddove si deve intendere questo ambiguo aggettivo secondo un'accezione che noi occidentali tendiamo a ignorare o, più precisamente, a dimenticare: è la domanda sulla sostanza da cui nascono le forme e i nomi e l'io. C'è un passo, nello Sbrego, dove questa consapevolezza metapsichica emerge in maniera irresistibile:

Ho fronteggiato i Karamazov fuori casa, all'aperto. Non so perché, forse perché allora non riuscivo a stare fermo e avevo sempre bisogno di uscire, forse perché l'avrò letto in primavera o magari in estate, seduto sulla Collina del disonore, attraverso quel finimondo visivo di gelatine in collasso nella luce del sole che illuminava questa faccia del pianeta, in mezzo a tutte quelle persone e animali che correvano e soffrivano configurati, quella massa giallosporca della visione che viene prima, vista da dietro qualcos'altro, da prima. Di che colore è il cuore marcio della vita, della materia, quello che sta prima della separazione, della configurazione? Da dove viene quella visione che non c'era prima, che non c'era più, che non c'era ancora? [...] E io chi sono? dove sono finito? mi chiedevo confusamente. Da dove viene questa incontrollabile, straziante sensazione di presenza a me stesso e alla mia configurazione che mi prende per alcuni brevissimi istanti mentre mi muovo dentro questa gelatina di particelle di luce? In quale corpo più grande sono sprofondato? Da quale sonno spaventoso mi sveglio di tanto in tanto, per alcuni istanti? Da quale sonno più grande sono stato separato? E per quale ragione? E da chi?

Queste domande coincidono con l'interrogazione centrale sulla coscienza: da dove viene? Che cavolo è questo "io"? Sono le domande dei Vangeli e, ancora prima, del Talmud, dei Veda, dell'Avesta, degli sciamani, degli scritti omerici e in generale di tutta l'epica. E' questa domanda che muove la fantastica epopea della letteratura. E' la questione Moresco: uno dei massimi scrittori del nostro tempo, che è tale perché è arrivato a compiere, nella letteratura, l'unico sfondamento possibile che la letteratura consente: quello verso l'infinito buco vitreo della presenza di coscienza, laddove è impossibile pronunciare parola o formulare immagine, e da lì è tornato per tessere il velame dei suoi versi strani.
Dopo l'esperienza di laicismo tanto assoluto da essere spirituale che Moresco compì con Lettere a nessuno, egli giunge anni dopo, con Lo sbrego, ad avvicinare ulteriormente il punto di fuga da ogni nistagmo, da ogni distorsione percettiva, da ogni percezione: giunge cioè al canto dell'uomo quintessenziato, dell'universo quintessenziato.

Antonio Moresco - Lo sbrego - Holden Maps BUR - 12 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 18 Maggio 2005

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