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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Mitopoiesi di Sergio Endrigo, ancora

di SCOTT.RONSON
endrigobn3.jpg[Si ricorderà la campagna lanciata, da più scrittori, per la salvaguardia e la valorizzazione letteraria di Sergio Endrigo, autore del folgorante romanzo autobiografico Quanto mi dài se mi sparo?. La campagna ha dato buoni frutti: Endrigo è stato a Fahrenheit a parlare del suo romanzo, e poi si è catapultato sul palco dell'Ariston, segnando un record: un libro presentato per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo. Ora, sul blog BUONI PRESAGI, appare un intervento che mi pare il caso di riprendere... gg]

"Tutta l'opera di Petrarca si può riassumere con il verso di Endrigo 'dite a Laura che l'amo'" (V. Sgarbi)
A cavallo tra il 3 e il 4 marzo 2005, attorno alla mezzanotte, il festival di San Remo è stato teatro di un avvenimento incredibile: il presentatore si è intrattenuto qualche minuto (pochini, a dire il vero) con un attempato cantante italiano di altri tempi, Sergio Endrigo, che su quel palco aveva presentato trentacinque anni prima una canzone intitolata “L’arca di Noè”, intrisa allo stesso tempo di visioni apocalittiche che manco Dylan (“un volo di gabbiani telecomandati e una spiaggia di conchiglie morte”) e di una dolce speranza per una vita e un mondo migliore. Nel frattempo, Endrigo è stato dimenticato, relegato nel passato, in una tradizione cantautorale e melodica antiquata rispetto ai vari Guccini, De André e ad altri cantautori che possono vantare un ampio seguito trans-generazionale, e ha avuto modo di riflettere sul senso di questa caduta nell’oblio, sulle sue ragioni, sulle sue conseguenze, sulle possibili vie di uscita. E ne ha tratto un romanzo.

img_DG_new2.jpgBonolis, in quella notte, aveva in mano quel romanzo, con la sua copertina spartana ispirata alle etichette dei vecchi 45 giri, ed è stato una specie di shock, una lacerazione nel tessuto della dimensione parallela San Remo, un frammento di anti-materia precipitato sulla Terra.
Quanto mi dai se mi sparo?, questo il titolo del libro, è un signor romanzo, ed Endrigo è un narratore di razza, in grado di capire perfettamente quando è il caso di abbandonarsi a un po’ di lirismo nelle descrizioni, e quando è invece il caso di tagliare i fronzoli e muovere la storia, ma non è questo il punto. O meglio, non solo questo.
Quella storia è un dito puntato contro tutto quello che rappresenta San Remo: è la storia di un cantante cinquantenne che il pubblico ha dimenticato, costretto a esibirsi in luoghi squallidi, davanti a un pubblico sempre più ristretto, che vede avanzare attorno a sé la plastica, la volgarità, il cinismo delle case discografiche, il disprezzo per il vecchio, e che matura la scelta di un’uscita di scena definitiva e largamente annunciata per potere sentire ancora una volta il calore dell’abbraccio del pubblico, per sentirsi ancora amato, anche solo per un istante. Gli anni Ottanta che attraversa il protagonista del libro sono quelli peggiori, quelli più beceri e squallidi, quelli oggetto del revival morale di questi anni, quelli che non lasciano speranza, immersi in una tenebra così oscura da impedire l’idea di ogni futuro, almeno da queste latitudini.
Mentre parlava, Endrigo era tenerissimo e immenso, come un reperto di un’altra epoca precipitato nel 2005 per mostrare che cosa abbiamo perduto, in termini di classe, di eleganza, di profondità, di dignità. Probabilmente avvertiva anche lui l’assurdità di quella situazione, dell’essere chiamato a rappresentare se stesso e il suo mondo per pochi minuti, prima di essere nuovamente gettato nel dimenticatoio. Quando ha detto ad Ambra (sì, proprio lei, quella di Non è la Rai) “se io ti dovessi fare un complimento ti direi che sei bella da vivere, non da morire”, per un attimo ho sperato che lei gli si concedesse lì, su quel palco, sotto gli occhi impotenti di quel (simpatico) bambaccione di Renga.
Chi lo sa, forse Endrigo avrebbe potuto fare come Califano, coltivare il suo personaggio nei lati più estremi e “dannati”, del resto anche lui di bottiglie e di donne deve averne viste, ma da signore quale è ha scelto un’altra strada. Si è ritirato, ed è lì in un salotto buono che aspetta che qualcuno lo vada a trovare, per vedere che cosa poteva essere una volta la canzone.
Di tanto in tanto, io vado a trovarlo. Ho trovato un suo cd, intitolato “L’arca di Noè” (da Ricordi, a un prezzo ridicolo, tipo 5 euro), che è la registrazione di uno spettacolo tenuto nel 1970 al Piccolo di Milano, con la partecipazione di “tale” Luis Bacalov tra l’altro, e che contiene delle piccole perle che non aspettano che di essere ripulite dalla polvere e ammirate. Mi siedo lì, con un buon bicchiere di vino, e lascio che nonno Sergio mi racconti le sue storie, mi racconti di quei tempi lontanissimi, mi racconti di cosa abbiamo perduto.
Con tanti saluti a tutto il resto.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 27 Maggio 2005

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