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I Miserabili
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Massimiliano Parente: Mamma

di SILVANA MORASSO
[dal "Bollettino della Società di Italianistica Tridentina", settembre 1999]

La mamma è il nostro più stretto e amato parente. E' una felice coincidenza, perciò, che un autore di nome Parente abbia pubblicato il romanzo Mamma (edito presso Castelvecchi, 1998, € 9,00). Senza dubbio uno dei testi linguisticamente più interessanti della narrativa di questi anni, Mamma. Al di là dello pseudoscandalismo che ne governa la trama, da sottolineare la prestigiosa firma che prefà questo fondamentale romanzo, e che ci fa capire tante cose: Vittorio Sgarbi, finissimo intenditore della migliore letteratura, critico dell'arte in generale e non soltanto della pittura, che da prefatore del Parente di Mamma esercita una perizia filologica ragguardevole e che meriterebbe maggiore attenzione delle discipline letterarie. Vittorio Sgarbi, con questo intervento puntuale e di assoluto valore, grazie al Parente di Mamma assume un rilievo interessante di studioso del romanzo contemporaneo e siamo certi che, così come Parente sarà riconosciuto nei prossimi anni come uno dei massimi interpreti narrativi italiani (non si nutre alcun dubbio su ciò), così Sgarbi sarà noto ai più non tanto per la sua competenza di storico dell'arte o per la sua esperienza politica e televisiva, quanto per la sua statura di critico letterario.
Ma inoltriamoci nella vigna del testo parentiano, approcciando con cautela questo scrigno quasi lessicografico di Mamma.

Mamma è un apax légomenon dell'odierna narrativa italiana: testo coraggiosissimo nell'individuare un piano lessicale di nitore e polita mistificante stolidità, che fa da controcanto ai molti bamboleggiamenti dei cosiddetti Cannibali. Mentre ai Cannibali, tanto celebrati in questi anni da certa critica interessata, sembra mancare la mamma, e quindi danno origine a un dettato prosodicamente irregolare per salti metricostilistici e schizofrenia delle strutture narrative, al Parente di Mamma ella non manca affatto. Corre, tra i celebrati scrittori pulp e questo Parente, la medesima differenza che c'è tra i bambini traumatizzati perché abbandonati in orfanotrofio e un sano ragazzino che ha vissuto tutto il calore affettivo di un'infanzia regolare e benestante, nutrita dell'amore di una "mamma sufficientemente buona", mutuando la celebre espressione dello psicoanalista Winnicott. Parente ama la Mamma e la Mamma ama il suo Parente. Soltanto con questa indagine del profondo, che rimanda a vari capitoli delle topiche freudiane, è possibile avvicinare il planante dettato del Parente, qui assumendo egli la responsabilità formale della rappresentazione di una scena primaria che di per sé è sempre traumatica, ma l'amore vince tutto.
Si veda, per esempio, l'uso bembiano (cioè neopetrarchesco) della terminologia amorosa, che ricorre inesaustamente lungo tutto il corpus, clinicamente o pornograficamente o attraverso il registro del basso parlato, a seconda dei piani linguistici che il Parente livella con mirabile assiduità e compulsione, che non dispendia dall'avvicinamento ai territori propri della nevrosi. Per esempio il termine "palla", acquisente di volta in volta significazioni sempre differenti, da quella di "testicolo", a quella di giocattolo del bambino, a quella di specificazione zoologico-ittica, a quella etica di "menzogna", a quella di sintagma derivato dalla cultura popolare ("Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo"), e infine come excursus fonico-ritmico mediante troncamento sillabico ("palla" per Pallade) o per mimetismo dialettale ("'palla" per spalla, secondo particolarismo toscanistico) e anche come richiamo del codice calcistico ("Palla!" per richiamare il passaggio della sfera di gioco, quando un attaccante è smarcato e in condizione di vantaggio sulla difesa avversaria, magari correndo il rischio di essere messo in fuorigiuoco, ma trovandosi nella situazione di potere puntare verso il portiere ed, eventualmente, di segnare un punto a favore per la propria squadra) che ha qui una profonda richiamanza con certi usi infantili ("Palla!" urlano i piccoli sul campetto di calcio, all'indirizzo di un pensionato, quando la sfera è stata lanciata lontano e ha raggiunto il passante e i ragazzini desiderano risparmiare la spesa di energie per andare a ricuperarla, chiedendo al casuale avventore se, mediante un calcio, possa rimandargliela in gioco, secondo l'istituzione del favore personalmente richiesto).
Esplorazione semantica, dunque, che accompagna l'oltranza del moralismo della società, in mimesi con processi di riflessione politico-personalistica (viene qui alla mente certo Maritain): infatti è la storia di un incesto, Mamma e Parente stesso. Mimetizzandosi attraverso occhieggiamenti al campo semantico della pornografia, pure dissimulata attraverso l'utilizzo di certo gelo sintattico e verbale (si vedano espressioni indicative quali l'uso della virgola), Mamma simula la cronachistica degli esploratori andini nei giornali dei conquistadores che recensì Pasolini, certamente nume tutelare di Parente, la cui parentela è evidente nell'impiego di certo quale pascolismo reinterpretato espressionisticamente (vedansi i richiami sintomici e iterativi a "papà", simbolismo prettamente castelvecchiano).
I rapporti erotici tra mamma e parenti non sono certo una novità. Lungi dal facile e banale desiderio di scandalizzare il lettore mediante protesi letterarie, il che è costumanza invece dei giovani coetanei pulp del Parente, lo scrittore esordisce con un incipit che chiarifica direi l'epistemiologia tutta del suo testo: "Mamma, ti voglio bene". Simulacro, quindi, di un'affettività reinterpretata per nevrotizzazioni del falso, che chiama anche in causa la lettura sintomale della scuola critica lacaniana, in attesa che la fase "dello specchio" abbia la sua conferma nella parentesi omoerotica che introduce al fintamente scomposto finale, dove il registro del lessico cimiteriale è attentamente dissecato in cerca della verità biologica (vedi l'uso dei clinismi, delle sillabazioni pretertestuali, quasi da manuale medico) e in cui la verità psicoanalitica del messaggio testuale viene messa in forse dalla precisione dell'erto espressionismo che, in simile fase, Parente schiera come difesa ultima, etica e politica, nell'individuazione dell'individuo che, in quanto tale, non può essere universale, ma al massimo parente.

Questa recensione è apparsa sul "Bollettino della Società di Italianistica Tridentina", nel settembre 1999.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 19 Maggio 2005

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