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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Domanin su Liberazione

liberazionelogodef.jpgMANUALE LISERGICO PER LE GIOVANI GENERAZIONI
di Giuseppe Genna
[da Liberazione, 15 maggio 2005]

Dalla letteratura abbiamo imparato a desiderare una fantasia complessa, seducente, perversa a un grado talmente intenso da spazzare via ogni imbarazzo e ogni inibizione. Un esercizio fantastico che sia politico: un’atletica della libertà che ci dia non la comprensione diretta, bensì le chiavi della comprensione stessa, che sapremo usare con smodata malizia e fervido trasporto. Quando ci troviamo davanti a testi che permettono una simile trance realistica, che ci fanno scorgere gli inediti legami tra i fatti, i nomi, le persone, allora ci troviamo di fronte a libri importanti, se non decisivi. Gli ultimi giorni di Lucio Battisti di Igino Domanin (peQuod – 12 euro) è uno di questi libri. Non è una raccolta di racconti, non è nemmeno un romanzo: è un trip, un accumulo lisergico, esilarante e commovente, di spazi curvi multidimensionali e dilatazioni del tempo.

domanin002.jpgPer comodità diciamo che sono super-racconti, quelli che Domanin comprime nelle pagine di questo formidabile manuale a uso delle giovani e meno giovani generazioni. Qui dentro c’è tutto: c’è Ugo La Malfa a braccetto con Brooke Shields, Ovidio Lefevre e lo scandalo Lockeed accanto al cardinale Lefevre e alla restaurazione del messale latino, l’esoterismo alchemico degli esperti di cocktail insieme a Sacha Distel e Claude Françoise, la centrale politica dell’infame SID e la febbre da stock option ai tempi della bolla speculativa legata al Web, ci sono l’Ostpolitik e il pleistocene, il mal d’Africa ed Enrico Mattei. Attenzione: Gli ultimi giorni di Lucio Battisti non è un minestrone pop, né un esercizio di snobismo da scrittore giovanilista, come si desume dai titoli dei racconti: “Aperitivo con pornocrate”, “Androginia sovietica”, “Dolce Vita per ominidi” – in pratica, addensate a una pressione sconvolgente, queste sono storie, e per di più storie che intendono strappare con violenza i cieli del fantastico. Prendiamo “Androginia sovietica” e incontriamo una prosa al fulmicotone:

Al mio tavolo è seduta Helena. Ci siamo conosciuti in Unione Sovietica. Quest’inverno. C’era il vento gelido. La neve stesa come un tappeto sulla Piazza rossa. La cioccolata calda del Café Puskin. Helena era la mia guida. Fingevo di essere un turista. Alloggiavo all’Hotel Cosmos. Un albergo con un numero infinito di stanze. L’era spaziale e gli eroi dell’Universo. Il volto candido di Gagarin visibile dappertutto. Su etichette, tovaglie, accendini. Soprattutto c’erano molte scale mobili. Un’atmosfera che mi ricordava l’Atomium di Bruxelles, dove viaggiavo a zonzo per le particelle subatomiche di cemento armato dell’architettura del Palazzo dell’Esposizione. La hall dell’albergo Cosmos rappresentava una remota stazione orbitale.

Siamo in piena Guerra Fredda e una spia francese (nizzarda, per la precisione) ha la missione di sedurre e fare fuggire Oltrecortina una prodigiosa pubere matematica, che ha elaborato formule capaci di accelerare la produzione di ordigni di avanguardia e di perfetti piani quinquennali. Lo scontro tra Occidente e Socialismo Realista ascende qui a una dimensione metafisica, non esente da atmosfere yé-yé e spy-story lounge, culminando in un memorabile rogo delle formule all’interno di uno chalet in cui si sono consumate sedute erotiche devastanti tra l’androgina adolescente e il consumato agente segreto.
Questo libro è una bolla spaziotemporale popolata di fantasmi riconoscibili perché li vediamo agire nella realtà di ogni giorno, oppure perché li abbiamo già visti in azione in un tempo non abbastanza remoto da essere obliato e non troppo prossimo da essere ricordato con precisione. Così, attraverso una paratassi furibonda e dialoghi che avrebbero fatto la felicità di Burroughs, Domanin ci proietta all’intersezione di una memoria del passato, del presente e del futuro, spostandoci progressivamente in un altro tipo di memoria, ben più rischiosa e conturbante: una memoria che varca ogni tempo, come se noi fossimo in grado di ricordare quando l’uomo era un rettile strisciante o un organismo monocellulare o un primate incapace di ergersi. Valga l’incipit del libro:
I nostri padri, peggiori dei nostri avi, ci generarono ancora più cattivi, e noi daremo vita a una prole ancora peggiore. Passo il tempo come un uomo di Neanderthal, un barbaro inopinatamente emerso, un invasore senza patria.

Questo smottamento fantastico è un miracolo che la letteratura ha sempre compiuto. Le percezioni disumane a cui ci espone Pynchon trascinandosi in una Londra ucronica sotto le V2 naziste, oppure la visione del volto soprannaturale sul muro di periferia che in Underworld di DeLillo scatenano l’isteria di massa, o la sagoma chiomata del JFK di Ellroy – è questa la sostanza di cui sono fatti i nostri sogni e i nostri mondi quotidiani. Lo scialo, il lusso, le devastazioni dell’empietà, le derive scioccanti dell’invenzione più sfrenata, le libidini censurabili dei criminali con l’eterno slavacondotto, ma anche i processi giganteschi di crollo e restaurazione di ciclopici apparati economici e politici, la tenerezza dell’infanzia perduta e continuamente recuperata, la dolcezza dello svenimento e della morte, la pinguedine della malizia e il mito della futuribilità: sono soltanto alcuni dei componenti del caleidoscopio barocco e neorealista che Domanin compone, arabescando senza freni le rozzezze del mondo con la sua prosa fantastica e iridescente.
Sono grandi anni per la narrativa italiana. Sta giungendo a maturazione la svolta che, dal ’95, ha rivoluzionato il nostro romanzo. Tra i protagonisti di questa narrativa che ha già mutato lo status quo - e che elegge a proprio riferimento Petrolio di Pasolini o La vita interiore di Moravia più che i manuali di Manganelli e le cautele di Calvino – c’è sicuramente Igino Domanin con i suoi beluini e primordiali viaggi nel tempospazio.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 16 Maggio 2005

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