di THOMAS POWERS
[da la Rivista dei Libri]
Una storia dei servizi di intelligence americani [vedi Cloak and Dollar: A History of American Secret Intelligence, di Rhodri Jeffreys-Jones, edito da Yale University Press] potrebbe articolarsi in vari modi — come un succedersi di manie a livello della Casa Bianca, per esempio, che vedrebbe la CIA affannosamente intenta a soddisfare le richieste presidenziali di informazione sui programmi militari sovietici, di rovesciare governi ostili in Guatemala o in Iraq, di debellare i movimenti di guerriglia in Congo o in Vietnam. Oppure come un susseguirsi di scandali a seguito di subitanee rivelazioni di crimini e orrori — complotti per uccidere Castro, cittadini americani spiati, pericolosi esperimenti con droghe fatte assumere a qualcuno a sua insaputa, sostegno a trafficanti di droga, addestramento di squadre della morte latino-americane, fondi illegali per movimenti di guerriglia.
Egualmente importante in qualsivoglia sforzo per comprendere la natura della CIA sarebbe una storia dei suoi fallimenti. L'Agenzia venne istituita in risposta allo scacco di Pearl Harbor, e da allora è stata ripetutamente scossa da analoghi insuccessi nel prevedere guai in arrivo — nel giugno del 1950, l'invasione della Corea del Sud da parte di quella del Nord, la decisa risposta cubana allo sbarco organizzato dalla CIA nella Baia dei Porci, l'invasione della Cecoslovacchia da parte della Russia nel 1968, l'attacco combinato di diversi paesi arabi a Israele nell'ottobre del 1973, il collasso dell'Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991, l'invasione irachena del Kuwait nel 1990 e — a livelli ancora da determinare — l'attacco terroristico dell'11 settembre.
Gli analisti della CIA descrivono questi fallimenti come esempi dello sforzo necessario per pervenire a stime che loro stessi definiscono "previsioni a esito singolo" (del tipo sì o no, o così o altrimenti). Negli ultimi tempi, hanno cercato di sostituire a tale tipo di logica un approccio più fluido, capace di dare l'idea di un ventaglio di esiti possibili, la cui probabilità fosse esprimibile con delle cifre indicative. Il che equivale grosso modo alle stime del servizio meteorologico: 40% di probabilità di pioggia, cielo parzialmente coperto, due o tre millimetri di pioggia. Certo, buttar lì qualche previsione aiuta, ma in alcuni casi se ne vuol sapere di più. Il 6 dicembre 1941 i comandi militari avrebbero voluto essere informati che esisteva una probabilità del 100% di un attacco giapponese a Pearl Harbor il mattino dopo, e l'appellarsi all'intrinseca difficoltà di predire cose che non si sono mai verificate prima offre ben poca consolazione a quelli che ci si trovano dentro impreparati.
Le richieste di andare a fondo sulla mancanza di ogni allerta prima dell'11 settembre, avanzate già nel corso della prima settimana dopo il disastro, vennero decisamente scartate dalla Casa Bianca con la scusa, per altro legittima, del breve lasso di tempo trascorso. Ma più il tempo passa, più appare chiaro che la Casa Bianca ritiene che sarà sempre troppo presto per una inchiesta seria, specialmente se condotta da una commissione pubblica formata da quaranta sapientoni da "Processo del lunedì", pronti a criticare, a cercare capri espiatori, a giocare a quanti se ne possano additare al pubblico ludibrio.
Perché la Casa Bianca sia così turbata dall'idea di una inchiesta diviene di giorno in giorno più facile da capire, man mano che l'opinione pubblica apprende a pezzi e bocconi che il 6 agosto, cioè cinque settimane prima dell'attacco, il presidente Bush era stato messo al corrente dalla CIA del pericolo di un dirottamento aereo organizzato da al-Quaeda; che la CIA aveva seguito due dei dirottatori fino a una riunione di terroristi in Malesia, ma se l'era poi presa comoda quando si era trattato di passare l'informazione all'FBI; che per oscure ragioni istituzionali l'FBI aveva fatto orecchie da mercante alle insistenti e ripetute richieste da parte di suoi agenti di Minneapolis di emettere un FISA, cioè un mandato nei termini della Legge Federale per la Sicurezza, per ispezionare l'hard disk di un computer portatile posseduto da Zacarias Moussaoui, l'arabo cittadino francese che ora rischia la pena di morte per il suo ruolo nella strage dell'11 settembre. Gli stessi alti funzionari dell'FBI che non vollero emettere il mandato ignorarono anche delle informazioni di grande importanza su Moussaoui che vennero loro passate dai servizi francesi, e non furono poi capaci di collegare l'episodio alla nota informativa trasmessa da un loro agente di stanza a Phoenix, Arizona, il quale metteva in guardia su possibili terroristi che frequentavano scuole di pilotaggio in preparazione di un attacco. Tali sconcertanti episodi sono stati ampiamente riportati dai giornali americani ed è probabile che altri ne verranno alla luce nel corso dell'inchiesta preliminare avviata in Parlamento e al Senato. Vi saranno certo montagne di dettagli difficili da interpretare, ma col senno del poi alcuni segnali di avvertimento potrebbero ora stagliarsi come delle insegne al neon.
Cosa dunque venne esattamente detto al presidente in quella riunione del 6 agosto? Secondo Karl Rove, un consigliere della Casa Bianca che l'11 settembre volava con Bush sull'Air Force One, i responsabili della sicurezza si opposero alla richiesta del presidente di tornare immediatamente a Washington. In una intervista rilasciata a Tim Russert della CNBC il 13 luglio di quest'anno, Rove disse che quei funzionari avvertirono Bush che altri aerei dirottati potevano essere ancora in volo, e che non erano in grado "di garantire la sicurezza dello spazio aereo su Washington". Quando il presidente fece finalmente ritorno a Washington nella tarda serata dell'11 settembre, contemplando il Pentagono in fumo disse: "Guardate bene. State guardando il volto della guerra nel XXI secolo". "Non ebbe bisogno di informazioni, di spiegazioni", Rove aggiunse: "Quando ci fu il secondo aeroplano lui sapeva esattamente cosa stesse accadendo ... era stata dichiarata guerra agli Stati Uniti". Appare dunque probabile che quanto il presidente sapeva provenisse, almeno in parte, da quella riunione del 6 agosto.
Sono portato a credere che la CIA e l'FBI ne sapessero davvero molto sui terroristi, i loro alleati, i loro piani e i loro movimenti prima dell'11 settembre. Quando negli ultimi mesi alcuni brani della storia hanno cominciato a filtrare, una serie di alti funzionari — Robert Mueller, direttore dell'FBI, in primis — ha insistito che ciò che sapevano, potevano o avrebbero dovuto o potuto sapere non avrebbe in ogni caso salvato le due torri del World Trade Center. Il che è senza dubbio vero, ma di poco. Certo, osiamo credere che nessuno se ne sia stato seduto su un pezzo di carta zeppo di informazioni specifiche e attendibili sulla data, l'ora e l'obiettivo da colpire. Due cose appaiono tuttavia sempre più chiare: primo, l'errore più grave di intelligence prima dell'11 settembre fu l'incapacità da parte degli specialisti antiterrorismo ai più alti livelli dell'FBI e della CIA di intravedere i contorni della cospirazione in atto — la spesso citata incapacità di "connettere i puntini". Eppure la CIA sapeva che qualcosa si stava muovendo e lo disse ripetutamente nei mesi che precedettero l'11 settembre. Il secondo grande errore fu la decisione presa dall'amministrazione Bush di riesaminare da cima a fondo il problema del terrorismo al momento di assumere la direzione del paese, invece di portare avanti le iniziative già messe in campo sotto la presidenza Clinton. Un anno fu così perso, come racconta la rivista Time in una inchiesta pubblicata il 12 agosto scorso, che descrive gli sforzi di Richard Clark, un funzionario dell'amministrazione Clinton ancora in carica sotto Bush, per convincere il nuovo ufficio per la sicurezza nazionale a colpire in modo deciso al-Quaeda e i suoi rifugi in Afghanistan. Secondo Time, pezzi grossi come il vicepresidente Richard Cheney, il consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice o il ministro della Difesa Donald Rumsfeld sapevano bene che il terrorismo costituiva una seria minaccia; il fatto è che ciascuno di loro era arrivato al potere con suoi progetti e sue priorità, e il problema del terrorismo doveva essere in fondo alla lista. Prima che un programma di antiterrorismo potesse arrivare sul tavolo del presidente, i pezzi grossi dovevano mettersi d'accordo, ma prima che loro potessero incontrarsi per discuterne, i loro numeri due dovevano valutare il da farsi. Tutto ciò richiese quasi un anno di tempo, col risultato che prima della distruzione delle due torri, il presidente Bush non ebbe la possibilità di dire sì, o chiedere di saperne di più. È forse la paura di storie come questa che spiega l'opposizione della Casa Bianca a una commissione d'inchiesta.
Andare a fondo su tutto ciò è compito del futuro. Quanto ci sta ora di fronte è la prova desolante che gli organismi americani di intelligence, l'FBI in special modo, hanno perso la capacità di comprendere quel che non va e persino quello che va tutto per storto, e non sembrano neppure volerci fare granché. Le pecche dei grandi apparati burocratici sono solitamente nascoste agli occhi dell'opinione pubblica, ma nel caso della CIA e dell'FBI la recente scoperta di spie che operavano al loro interno ha gettato un fascio di luce improvvisa sulle reali dimensioni dei problemi che le affliggono.
Il caso di Aldrich Ames, l'analista di controspionaggio della CIA arrestato nel 1994 e condannato al carcere a vita, è stato affrontato da una mezza dozzina di libri. Tutti hanno posto l'accento sulla straordinaria letargia dimostrata dall'agenzia nel cercare di capire cosa fosse successo nel 1985, quando grosso modo tutti i russi che spiavano per gli americani vennero improvvisamente arrestati, imprigionati o passati per le armi. Il controspionaggio può essere una attività straordinariamente sottile e complessa, ma la "grande consegna" di Ames, una valigia di nomi semplicemente passata a un agente del KGB in un ristorante di Georgetown, non conferma certo la regola. Le procedure avrebbero d'altra parte voluto che i russi si impegnassero in un sofisticato doppio gioco utilizzando gli agenti scoperti, per poi eliminarli a uno a uno senza chiasso. Invece, si fecero prendere dal panico, li arrestarono tutti, mandando alla CIA un messaggio così chiaro che più non si potrebbe — li abbiamo presi tutti, e uno di voi ce li ha consegnati.
In una delle molte inchieste sul perché Ames se la fosse cavata così a lungo, l'ispettore generale del ministero della Giustizia Michael R. Bromwich citava nel suo rapporto il contributo dell'FBI a questo insuccesso, una strana combinazione di opportunità perdute, di mancanza di curiosità e di attenzione ai livelli più alti. L'FBI sapeva sin dall'inizio che il problema non era solo della CIA: anche loro avevano perduto degli agenti tra il 1985 e il 1986. La prima inchiesta lanciata dall'agenzia, nome in codice ANLACE, si arenò rapidamente e venne chiusa nel 1987, nonostante avesse concluso di non essere riuscita a capire cosa fosse successo. Peggio ancora, neanche una parola sulle possibili connessioni con le perdite subite dalla CIA.
Bromwich descrive ma non spiega questa strana mancanza di ansiosa e pressante ricerca dinanzi a una "perdita catastrofica e senza precedenti" delle fonti di informazione sovietiche che a fatica ci si era procurati, scomparse dalla sera alla mattina in una classica retata. Si limita a osservare che l'FBI fu lento a prenderne coscienza e rapido nel perdere interesse al problema. Le sfere dirigenti non compresero mai, e mai cercarono di capire la portata del tradimento, e non mostrarono alcun serio interesse per le perdite subite dalla CIA, a dispetto del dovere statutario di proteggere il paese dalle spie.
C'è tuttavia un'ironia più profonda nella storia di Bromwich: mentre lui stava menando un'inchiesta sull'incapacità dell'FBI di trovare una spia, un altro spione meditava nuovi tradimenti proprio al quartier generale dell'agenzia. Ci si può chiedere se Bromwich si sia reso conto di quanto era implicito nel suo rapporto — che l'arresto di Ames non aveva risolto il mistero? C'era ancora da spiegare il perché delle operazioni fallite e degli agenti perduti tra il 1985 e il 1990. L'FBI continuò a rosicchiare il problema con ricerche che in lentezza battevano il precedente tentennare della CIA alle prese con lo stesso Ames, fino a che, alla fine, la lampadina si accese: e fu solo quando la risposta per entrambi i casi venne praticamente spiattellata agli investigatori da una fonte russa.
Come tutto ciò sia accaduto non è ancora dato di sapere, ma le recenti pubblicazioni aventi per tema l'FBI permettono di farsi un'idea: a dirla con una frase idiomatica molto usata nell'ambiente, "spia prende spia". Secondo Ronald Kessler, autore di The Bureau, l'ultimo dei molti interessanti e utili libri che ha scritto sul mondo delle spie, non furono gli analisti o gli investigatori a prendere Ames. Fu un agente russo al servizio degli americani — una talpa, in altre parole — a fornire informazioni tali da permettere di stringere il cerchio intorno ad Ames. L'agente (nome in codice "Vendicatore") si rifugiò negli Stati Uniti nel novembre del 2001, ma prima di scappare reclutò a sua volta un'altra talpa, ancora attiva all'interno dei servizi segreti russi, che riuscì a procurarsi e a far passare copia dell'intero fascicolo di una spia americana attiva negli Stati Uniti, al servizio prima del KGB, poi degli organismi di sicurezza postsovietici.
Il racconto più avvincente di questa vicenda lo si trova nel libro Spy: The Inside Story of How the FBI's Robert Hanssen Betrayed America, di David Wise, uno che in quarant'anni di mestiere ne ha dette tante sui servizi segreti e ha la fama di non scordarsi mai il nome o il numero di telefono delle sue fonti di informazione. Dal giorno in cui Hanssen fu arrestato, circolava la voce che l'FBI avesse ottenuto il vecchio fascicolo del KGB riguardante la talpa americana; la sfida era dunque sapere come ciò fosse accaduto. Wise racconta che l'FBI fece una lista degli agenti sovietici che potevano aver avuto a che fare con la talpa, e cominciò a cercare fino a che ne trovò uno che era andato in pensione e si era dato agli affari a Mosca. Lo attirarono negli Stati Uniti con la promessa di proficui contatti di lavoro, e anche se non si conoscono i dettagli dell'operazione, o se l'ex agente avesse già con sé il fascicolo, di fatto l'FBI riuscì ad averlo per sette milioni di dollari e una nuova casa in America. Il fascicolo diceva tutto, tranne il nome dell'agente.
Contravvenendo in modo davvero sorprendente alle regole dello spionaggio, il KGB aveva accettato di servirsi di questo secondo agente per vent'anni, senza conoscerne l'identità, e comunicando con lui solo attraverso "dead drops", consegne di materiale in una località prefissata. Il KGB lo chiamava "B" o "Ramon Garcia"; tuttavia, le molte lettere scambiate con gli agenti russi in America e le registrazioni di conversazioni telefoniche permisero abbastanza facilmente di scoprire che Robert Philip Hanssen era il famigerato "B". Nato nel 1944, nell'FBI dal 1976, Hanssen era considerato, ed era, un tipo strano. Aveva pochi amici, una casa piena d'armi, una fedeltà senza riserve alla chiesa cattolica e in special modo all'Opus Dei, e una sorta di ossessione sessuale che lo spingeva a mandare per e-mail foto della moglie Bonnie nuda a un vecchio amico di scuola, e a scrivere luride storie erotiche su di lei, anche quelle messe su Internet. Cominciò a lavorare per i russi nel 1979, Bonnie lo scoperse e lui se ne stette buono fino al 1985, quando prese contatto con un notorio reclutatore di spie che lavorava all'ambasciata sovietica di Washington, Viktor Cherkashin, lo stesso che si era occupato anche di Ames.
Decidere chi tra i due — Ames o Hanssen — abbia fatto più danno è un esercizio di pura accademia. Entrambi passarono molto, tutto quello che gli capitava tra le mani, ed era tanto. Ma le somiglianze si fermano qui. Ames era un ubriacone, un pasticcione che credeva di riuscire a tenersi una moglie esigente con i soldi. Hanssen era invece meticoloso, controllava di continuo gli archivi dell'FBI per vedere se qualcuno lavorava al suo caso. Accettava il danaro che gli veniva offerto ma non ne chiese mai di più. Sembrava tuttavia mosso da un oscuro bisogno psicologico di venire scoperto: si servì sempre dello stesso posto per le sue consegne, cosa che ogni spia principiante sa di dover evitare. Cessò nuovamente di spiare nel 1990, quando la caduta dell'Unione Sovietica faceva temere che il KGB non sarebbe più stato in grado di proteggere i suoi agenti. Riprese contatto nel 1999, ormai prossimo alla pensione; "Bentornato, caro amico!", i russi risposero, "siamo molto felici di riprendere i contatti con Lei".
Qualcosa era però cambiato nella personalità di Hanssen. Il vecchio atteggiamento "prendere o lasciare", il tono di superiorità dei vecchi rapporti aveva lasciato il posto a un bisogno di riconoscimento, di accettazione, di approvazione. Elaine Shannon e Ann Blackman, autrici di The Spy Next Door, raccontano di come, a metà marzo del 2000, Hanssen scrisse una lettera piuttosto confusa al suo agente di collegamento russo, parlando di una lealtà, la sua, portata quasi alla follia, e di una profonda, lunga solitudine. Qualche tempo dopo controllò ancora la banca dati delle ricerche in corso, e tra le parole chiave da cercare mise anche il suo nome e il suo indirizzo, convinto che qualcosa ne sarebbe uscito, se era sotto sorveglianza.
L'FBI ottenne il fascicolo su Hanssen a metà novembre del 2000, e in un paio di settimane "B" venne identificato e messo sotto controllo. Hanssen avvertì qualcosa nell'aria. Nell'ultima lettera, che doveva consegnare nel febbraio del 2001, scriveva di voler smettere, perché "qualcosa ha svegliato la tigre che dorme". Andò al solito posto — un ponticello in un parco, non lontano da casa — per lasciare la lettera e sette documenti top secret, e venne arrestato da agenti dell'FBI. Per evitare la pena di morte accettò di confessare, e venne condannato alla prigione a vita.
Tutti i superlativi già usati per Ames vennero rispolverati per descrivere il tradimento di Hanssen. Il primo l'aveva fatta franca per nove anni; il secondo per ventuno. Ames rese quasi nulli gli sforzi della CIA di spiare i russi usando agenti russi; Hanssen fece la stessa cosa per l'FBI e passò informazioni di tutti i tipi. Eppure, ciò che appare ancora più grave è che sia la CIA sia l'FBI, quasi paralizzate, nonostante i segni inconfondibili che entrambe le organizzazioni erano state violate, rimasero inerti per tanti anni, sino a che un'altra spia fornì loro la risposta.
La cattura delle due spie avrebbe dovuto far scattare un serio esame critico e avviare una profonda riforma: nulla di tutto ciò. I rapporti interni, pieni di dettagli su opportunità perse e indizi trascurati, non spiegano in alcun modo la straordinaria incapacità dimostrata dalle due agenzie di guardare in faccia la realtà e prendere qualche provvedimento. Una tale paralisi non è cosa di poco conto, quando si ha a che fare con apparati sempre protetti dalla scusa della segretezza, anche nei confronti di coloro che sono autorizzati a mettere il naso nei loro affari — comitati parlamentari, consiglieri del presidente, comitati di supervisione composti da eminenti personalità pubbliche. La natura di queste difese a oltranza, e le sue implicazioni per il successo della guerra contro il terrore lanciata da Bush, saranno l'oggetto di un prossimo articolo.
RHODRI JEFFREYS-JONES, Cloak and Dollar: A History of American Secret Intelligence, New Haven, Yale University Press, 2002, pp. 357, $ 29,95
RONALD KESSLER, The Bureau: The Secret History of the FBI, New York, St. Martin's, 2002, pp. 488, $ 27,95
DAVID WISE, Spy: The Inside Story of How the FBI's Robert Hanssen Betrayed America, New York, Random House, 2002, pp. 299, $ 24,95
ELAINE SHANNON e ANN BLACKMAN, The Spy Next Door: The Extraordinary Secret Life of Robert Philip Hanssen, the Most Damaging FBI Agent in US History, Boston, Little Brown, 2002, pp. 247, $ 25,95