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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Aldo Nove con le peggiori intenzioni

9pip.jpgSono immune da sospetti: più volte ho dichiarato il mio incondizionato amore per la prosa poetica di Aldo Nove, ho individuato nuclei per me fondamentali del suo discorso extranarrativo, ho provato entusiasmo per i suoi versi, ho presentato pubblicamente i suoi libri, l'ho difeso da volgari parafascismi e attacchi da parte di giornali ferocemente reazionari. Potevo scrivere di quello che non mi convinceva nella sua finta narrativa, ma ho scelto di esaltarne il positivo. Sono, dunque, esente da accuse qualsiasi se, in questa occasione, prendo posizione contro Aldo Nove e contro una stroncatura, che giudico vergognosa, comminata dall'autore di Woobinda ad Alessandro Piperno e al suo Con le peggiori intenzioni [nella foto, Nove accanto al romanzo di Piperno].
Ho intenzione qui, per un volta, di non risultare paradossale, poiché la stroncatura dello scrittore Nove allo scrittore Piperno è tutto tranne che paradossale. Suona piuttosto come canto verista della cecità ideologica e dell'assolutismo pretenzioso di chi presume di detenere una verità indiscutibile. Come se milioni di italiani avessero sbagliato a piangere il Papa morto: ehi!, quello era un Papa finto, il Papa vero è vivo vegeto e scrive sulle pagine culturali di Liberazione...

Non si può essere paradossali nel trattare questa indegna stroncatura, per un motivo semplice: Aldo Nove, con questo suo atto sprezzante e irriguardoso del minimo rispetto che si deve a uno scrittore, non è affatto paradossale e utilizza tutti i meccanismi propri di quella mediazione culturale autoritaria che, a suo tempo, Carla Benedetti denunciò. Mi limito a considerare che, usualmente, e come vado ripetendo da tempo, quell'analisi potrebbe essere superata da una prospettiva antisociologica, tutta vòlta al positivo. Non mi è mai saltato in mente, però, di definire l'analisi di Carla Benedetti falsa. Tanti ringraziamenti, dunque, ad Aldo Nove, che mi costringe a fare parecchi passi indietro e a utilizzare strumentazioni che giudico ormai restrittive rispetto all'attualità letteraria, oltre che a sottolineare il negativo.
Sono costretto a compiere l'uscita dal paradosso, dicevo, perché Nove è molto serio mentre stronca Piperno. E' talmente serio che potremmo definire il rapporto con il discorso che enuncia come in scala 1:1. Egli coincide con quanto dice. Coincidere con quanto si dice è sintomo di due opposte ed emotive posture: o si è talmente appassionati rispetto al proprio discorso da identificarsi in questo; oppure si è talmente stolidi da non vedere alternative a quanto si sostiene. In entrambi i casi, si tratta di patologia narcisistica e di isteria sommaria. Non che io sia un sostenitore delle pose scettiche e disilluse e nichilistiche (iddio me ne scampi). Però è ovvio che qualunque testo è autoribaltabile, qualunque atteggiamento umano non è definitivo. L'assiomatico è avversario. Sento puzza teologale quando leggo giudizi seriosamente trincianti come quelli espressi da Nove nelle cartelline che ha fatto stampare da Liberazione e che subito il Corriere ha ripreso. C'è del cardinalizio, del dogmatico in corpore vili in questo atteggiamento. Per anni a me è capitato, avendo io lanciato stroncature iperboliche e assurdamente spropositate sulle pagine della fu Società delle Menti in Clarence, di essere non propriamente ben accolto, come era ovvio, da molti addetti ai lavori. Rovesciando altrettanto iperbolicamente la logica dell'assalto in quella che definisco della "ricognizione del positivo", le cose non sono andate meglio. C'è, tuttavia, da rilevare che le stroncature paradossali avvenivano in un contesto satirico ed era la prima volta da decenni che qualcuno si metteva a fare satira letteraria. Si fa satira soltanto su eventi e pratiche esistenti, che si considerano importanti, e quell'irridere a una società letteraria lugubremente ossificata era, negli intenti, un'attestazione di importanza al fatto letterario. Poi i tempi sono mutati.
Sono mutati, ma non per Aldo Nove, evidentemente. Egli lancia strali contro Piperno, definendolo "neorestauratore", dipingendo il suo romanzo come una soap tipo Anche i ricchi piangono (che non era una soap italiana, dal che dovremmo indurre che inizia a risultare acciaccato l'antico cavallo di battaglia di Aldo Nove, e cioè la supposta cultura televisiva), aggredendo la lingua di Piperno che varierebbe semplicemente sugli aggettivi (il che dovrebbe essere un difetto). L'accusa più grave è di irrealismo tendenzioso: con fare neanche da socialismo reale, ma proprio da stalinismo criticoletterario, Nove ci dice che la narrativa dovrebbe parlarci di oggi e della legge Biagi, che un neorealismo di carattere ferreo, addirittura plumbeo, dovrebbe presiedere alla composizione letteraria. Infine, Piperno sarebbe uno scrittore imposto dal "regime", e tutti i suoi lettori altro non sarebbero che sottocorpi nonpensanti, i quali subiscono i diktat mediatici. Si percepisce, strisciante, anche nella citazione dell'editore di Con le peggiori intenzioni, e cioè Mondadori, l'insopportabile afflato di chi identifica Segrate con Berlusconi.
Fin qui le sparate improprie di Aldo Nove.
Ecco le mie considerazioni.
Parto non da Piperno, bensì da Nove stesso.
Chi impose Aldo Nove se non un regime mediatico? Egli, e i suoi compagni di ventura, godettero di un favore di stampa e media vari che fu storico: da anni non avveniva che l'opinione pubblica si rendesse conto dell'esistenza di scrittori contemporanei grazie a un'operazione tanto spettacolare e gridata. Se Aldo Nove accusa Piperno di essere stato battezzato da Ferrara, dovrei ricordare io forse che lui lo fu da Andrea Pezzi? Dovrei ricordare l'insostenibile leggerezza del nonessere che lui e gli altri Cannibalizzati ci propinavano da ognidove? Gli articolini sulla Marcuzzi in riviste ambigue? Le allucinazioni su Italia 1 di fronte a scrittori ultrasessantenni? Le mossettine da cantanti spacciate per performance neoavanguardiste e in realtà pure parodie sessantine? Per poi, calato il casino mediatico sull'etichetta Cannibale, mettersi a berciare contro quell'etichetta, che prima faceva comodo e permetteva di dire che i massacri omerici erano la premessa allo splatter di inizio Novanta...
E cosa ci lasciarono costoro? Costoro che disponevano di un simile potere mediatico e forse letterario? Ci lasciarono una letteratura profonda? Rimisero in gioco le cose? Deossificarono la società culturale italiana? Aprirono dibattiti memorabili? Intervennero per scardinare dogmi critici? Compirono effettive performance narrative? Segnarono la storia del romanzo italiano? Furono autori di saggi che, trascorsi oggi più di dieci anni, valutiamo come imprescindibili? Approfittarono di una impazzita dazione di potere culturale per spalancare le porte di collane nuove che segnarono la letteratura degli anni Novanta? Si impegnarono con i generi considerati allora minori facendoli? Ci descrissero con le armi della poesia, che non è mimesi bensì divina mimesi, anni pazzeschi, decenni di merda come gli Ottanta e i Novanta? Innovarono la scansione dell'immaginario o vissero di rendita su pezzettini di immaginario pre-esistenti?
Nulla di tutto questo. La squilla alla letteratura italiana la diedero due fenomeni fondamentali: la raffica di immaginario, di cui il gruppo Luther Blissett prima e Wu Ming poi fu autore e interprete; e il gigantesco tentativo di prosa totale di Moresco (a proposito del quale bisogna rilevare però il decisivo ruolo giocato da Tiziano Scarpa, ai tempi in Feltrinelli, che intraprese un'appassionata lotta per fare pubblicare Gli esordi; il che è comunque molto diverso da quanto fece Aldo Nove in Bompiani, con la fallimentare collana di poesia che gli fu concesso dirigere).
E' dalla metà degli anni Novanta che la narrativa italiana si è rimessa in moto. Niccolò Ammaniti, che della compagine Cannibale faceva parte, ha imposto la sua straordinaria capacità di inventare trame e storie a milioni di lettori italiani, via via allontanandosi dai giochini neoestetizzanti degli esordi, e arrivando a elaborare un romanzo di formazione atipico quale è Io non ho paura. Nei confronti del quale Aldo Nove si è ben guardato da rivolgere le critiche che ora riserva al romanzo di Piperno, anche se a questo punto possiamo immaginare cosa ne pensi nell'interieur. Non c'è dubbio che il libro di Ammaniti sia passibile dei medesimi attacchi: non è forse consolatorio? Non è industria? Non è forse fuori della storia? Non è forse antimimetico? Non è forse invenzione e, quindi, nella prospettiva di Nove, ben lontano dai termini sociologici in cui andrebbe a iscriversi la narrativa neoneorealista che piace tanto a Viggiù? Nove è uno che non ha imbarazzi nell'enunciare un principio scandalosamente rodariano e vergognosamente antiletterario come quello che ha scritto altrove in questi giorni: "ora, è più importante riferire che inventare" (se ne è discusso sul blog di Loredana Lipperini)... Posizione di retroguardia devastante. Per me è esattamente questo il nemico della letteratura: la norma, la sanzione. Ammaniti che non dovrebbe parlare dei fantasmi, ma dei contadini, poiché il buco del sequestro sta in campagna... Come quando, nelle sue fasi di insopportabile accecamento, Fortini bocciava i poeti che non mettevano gli operai nei loro testi...
Due sono i motivi che conducono Aldo Nove a questo abisso di presunzione visiva. Si tratta di certe accuse che muove a Piperno e che gli si rivoltano contro: sono autentici nodi estetici irrisolti, e che se Nove non si sbriga a risolvere rischiano di comprometterne in assoluto lo statuto di scrittore.
Il primo nodo è l'idea di gioco linguistico. La linguificazione del reale è il realismo socialista e al tempo stesso il fascismo più aggressivo a cui la letteratura possa giungere. L'idea che c'è un determinato tempo e l'arte deve trovare un linguaggio all'altezza di quel tempo: questo prometeismo da Piacentini neoavanguardisti, questo velleitarismo industriale. Come se il linguaggio si trovasse già bell'e fatto e non fosse in invenzione che venisse emergendo. Come se il linguaggio fosse questione di parole e, ma solo per gli auscultatori più raffinati, di ritmi, e non di strutture narrative. C'è in questa posizione, piuttosto, una vaporizzazione del linguaggio, a detrimento della costruzione di senso immaginale che sta ben al di sotto della linguificazione. Per quanto concerne me, preferisco di gran lunga la capacità di costruire scene che manifesta Piperno, piuttosto che la pseudocapacità di innovare superficialmente il linguaggio mediante il gioco ironico e falsamente neologistico, che caratterizza le scritture alla Nove. In fin dei conti, in Aldo Nove prende corpo tutto lo snobismo che la poesia italiana ha da sempre adottato nel guardare alla narrativa. E' per me evidente da molti anni che i poeti italiani non capiscono la narrativa. E non è un caso che il migliore narratore di quell'ondata mediale che furono i Cannibali sia proprio Ammaniti: il quale non sta propriamente sul piano stilistico, che è cultuale per la poesia italiana, bensì sul piano della costruzione di scene e di storie. C'è un valore che distingue gli autentici narratori, come Piperno, dagli scrittori stilistici di natura incerta e sicuramente non narratori puri (in questo Nove sta su un piano di irritante tradizione italiana: alla Arbasino, più che alla Balestrini): ed è la memorabilità. Mentre Piperno, nel raccontare la nevrosi che lo forza, tenta la memorabilità nella costruzione di scene, a Nove delle scene non frega nulla. Non fregandogliene nulla, suppone che le storie non siano inventabili ma riferibili, inventarle è stare su un piano di proditoria distanza dal mondo, l'invenzione di strutture di senso e azione è per Nove un valore secondario. E' l'atteggiamento scandalizzato tipico di chi si è formato nella poesia degli Ottanta: il ribbrezzo per la categoria di "espressionismo", che è al limite giocabile solo in senso ironico e parodistico, e che molto spesso si concreta nell'atteggiamento di denuncia dell'uso degli aggettivi: troppi aggettivi, è espressionista. Beh, Piperno intanto racconta una storia e la snoda per scene che hanno un ritmo, il che Aldo Nove non è mai stato capace di fare. Invitiamo Aldo Nove a un maggiore rispetto per l'invenzione narrativa e a una minore attenzione per i microbattiti interni della lingua. Non so se è chiaro quanto la narrativa italiana odierna sta facendo: essa sta di gran lunga superando le secche del postmodernismo americano (non italiano: americano...), sta riflettendo profondamente sulla categoria di mimesi - una mimesi che si snoda attraverso invenzione di storie e che ha, per unità minima, non i piedi dei versi, ma le scene: scene di narrazione. Che questa grammatica sia totalmente aliena alla sensibilità di Nove è un fatto per me consolidato.
Proprio sulla categoria di mimesi va a cadere tutta la poetica narrativa di Aldo Nove. La distorsione del suo "oggi" storico (i prodotti, l'imbelle mercato ubiquitario) nasce da un atto di mimesi indecente. Una delle tecniche di cui Nove andava più fiero ai tempi di Woobinda era quella del montaggio di frammenti da discorsi registrati mentre gente comune parlava - un atto ideologico davvero esecrabile, come se la testimonianza di quanto avveniva sul piano linguistico testimoniasse della totalità dell'alienazione a cui l'italiano medio era sottoposto. L'atto politico era la denuncia 1:1 dell'alienazione, mentre l'atto eticoestetico era stravolgere la lingua parlata: capirai che coraggio, capirai che salto dal 1963 alla pubblicazione da Castelvecchi... La verità è che quella mimesi non era affatto una scelta tra molte possibilità: Aldo Nove amava e ama la merce, è attaccato a quella fase di formazione dell'immaginario. Basta che il tempo si sposti un po' - e si è spostato - ed ecco che Nove si trova totalmente privo di possibilità inventive. C'è poco dunque da accusare Piperno rispetto alla descrizione di una propria ossessione, come se essa fosse una traccia di ideologia restauratrice. L'autentico restauratore, a dieci anni e passa dalle sue prime pubblicazioni, è Aldo Nove, che sostituisce la descrizione all'invenzione come unica categoria del politico e dell'etico in letteratura. Il precariato che pensa di descrivere oggi ha per lui il medesimo valore inventivo dei prodotti che descriveva ieri. Non c'è salto di invenzione. Questo scrittore è totalmente inadatto all'invenzione. Non è in grado di pensare a una mimesi allegorica. Per lui l'allegoria non è lingua. Perché non stronca Evangelisti dicendo che si occupa dell'Inquisizione cattolica mentre oggi ci sarebbe bisogno di parlare del lavoro temporaneo? Perché non stronca Pynchon, che si mette a scrivere una saga su due misuratori di longitudine nel Settecento? Oppure perché non fa come Doninelli, che stroncava Bellow a distanza di anni dalla pubblicazione di Herzog perché i vestiti e i pensieri del protagonista erano nel frattempo cambiati? Non si rende conto Nove di essere davvero come Doninelli, cioè maldestramente cattolico (un cattolicesimo preconciliare)?
In tutta questa cagnara sollevata da Aldo Nove mancano alcuni riconoscimenti (alcune riconoscenze) che si devono tributare a Piperno. Prima delle quali è che Piperno non è Faletti, non è Mazzantini: è uno scrittore. Il fatto che sia uno scrittore e che venda tanto solleva invidie. Permette, stroncandolo, di prendere un bel segmento della cultura del Corriere la domenica. Non che si dica che, con Piperno, come già accadde con Q ai tempi di Luther Blissett, va a puttane il mainstream narrativo precedente (con Q andò definitivamente a puttane l'ombelicale introspettivo della narrativa italiana minimominimalista, che i Cannibali non furono capaci di ribaltare; con Piperno è la mania del thriller e del giallo e del nero e di quella roba lì).
Va inoltre riconosciuto a Piperno il tentativo di storicizzare attraverso narrazione la merda degli anni Ottanta, in un modo che non c'entra nulla con quello tentato da Nove ai suoi tempi, e che secondo me è più efficace sul piano narrativo. Non sfiora neanche la capa di Nove che quella di Piperno è una narrazione storica. Questo è tipico del lukacsianesimo cieco di Nove: le differenze sono solo quelle che noi siamo disposti a vedere; il diverso-diverso non esiste. Piperno sa cosa descrive, sa che quegli anni Ottanta romani ci sono stati, sa che quelle fasce sociali - che in maniera tanto nitida mette in scena - esistono eccome. Mentre Piperno tenta, sugli Ottanta, la via italiana a Tom Wolfe, quello che ci vede Aldo Nove è il reazionariato. Certo Wolfe è un reazionario: ma di fronte a A man in full, che me ne frega? Chi ha narrato alla grande gli anni Novanta se non Wolfe? Che obiezione è quella di Nove? Sarà per questo lukacsianesimo che lui, nato editorialmente nei medesimi anni di Tangentopoli, non fu mai sfiorato dall'idea di raccontare quel periodo? Fu il giallista Colaprico a tentare quell'opera di storicizzazione per narrazione: ma per carità, Colaprico non scrive bene, e chissà cosa pensa degli aggettivi... Mi raccomando: raccontiamo sempre altro, mai il diverso e il totalmente alieno, raccontiamo quello dove tutti possono autoproiettarsi nevroticamente, raccontiamo i contenitori proiettivi più facili, quelli su cui l'isteria emotiva può più compostamente scatenarsi... In pratica: non raccontiamo, non inventiamo. Al massimo riferiamo: la realtà cambia, non c'è bisogno di fare lo sforzo di inventare! Che bello, possiamo descrivere! Descrivere è oggettivo e inventare è finto! Le soap sono la merda anche se mi hanno mandato in pappa il cervello e penso solo alle soap! usciamo dalle soap, a questo servono i precari! Perché inventarmi un precario quando posso intervistarlo? Quindi: i Wu Ming che non raccontano i precari non parlano del disagio sociale di oggi: che trovata critica della Madonna!
Un'ultima notazione. Per quanto mi consta, ciò che ha fatto Piperno, dal punto di vista esclusivamente sociologico, è molto prossimo a quanto ha fatto Emilio Quadrelli con il suo splendido saggio Andare ai resti: quel saggio è una narrazione, probabilmente destinata a essere usata da narratori puri, per compiere su questi trent'anni italiani, quell'opera che Piperno, magari con difetti, ha tentato in Con le peggiori intenzioni di fare rispetto ad altre nicchie sociali, ad altri mondi: descrivere secondo scansione di immaginario una deriva comunitaria. Che siano i ricchi o i poveri a piangere, poco conta: conta la tragedia che è, egualmente, la presenza concreta di tragedia o l'assenza totale di tragedia. E' ciò che definisco la via italiana a Tom Wolfe: che è soprattutto il narrare, non il mettersi a stortare lo stile e lo storcere il naso di fronte a chi sente, della lingua, gli aggettivi. Non è questo sentimento della lingua, che ha Nove, a essere in grado di interpretare il mondo e di portare a sommossa l'immaginario collettivo. Nove subisce l'immaginario esistente, Piperno comunque distorce l'immaginario corrente. Piperno è un narratore, Nove no. Di fronte alle difficoltà storiche, preferirebbe che il giornalismo soppiantasse il romanzo. Si guardi costui la trave nel proprio occhio, prima di mettersi a cercare le pagliuzze nelle altrui pupille.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 11 Aprile 2005

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