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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Sebald: Storia naturale della distruzione

di LINNIO ACCORRONI

Nel 1997,dopo aver pubblicato Gli emigrati, Gli anelli di Saturno, Vertigini (mancava solo la summa, struggente e malinconica, di Austerlitz, uscito nel 2001, anno della sua prematura morte per incidente automobilistico, a chiudere un canone breve e sorvegliatissimo, di rara e potente bellezza,) W.G.Sebald tenne una serie di lezioni di poetica a Zurigo. Uscite poi in Germania (Guerra aerea e letteratura, 2001) quelle lezioni sono state ora pubblicate da Adelphi con un titolo che suona forse depistante e retorico, Storia naturale della distruzione, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, ad opera dell’aviazione britannica.

sebaldsndd.jpgAnche in queste conferenze Sebald utilizza, evitando le secche dell’autoreferenzialità manieristica, le peculiarità tipiche della sua prosa, originale e densissima: l’equilibrio fra l’acribia di un rigore investigativo, da dotto ‘archeologo’ della contemporaneità, temperata dalla pietas d’un umanista del xx secolo, capace di predisporre una suggestiva mappa della modernità, corredandola di fotografie, citazioni, frammenti, frasi in lingua straniera. Anche alla base di queste conferenze c’è una istanza interrogativa, che prende lo spunto dalla chirurgica carneficina, sotto forma di guerra aerea, a cui venne sottoposto il popolo tedesco dall’aviazione inglese, durante la seconda guerra mondiale: un milione di tonnellate di bombe sganciate, 400.000 incursioni, 131 città attaccate a più riprese ( alcune delle quali letteralmente rase al suolo), 600.000 vittime civili, tre milioni e mezzo di alloggi distrutti. Un’efficienza devastatrice di matrice terroristica, non solo perché essi colpivano indiscriminatamente la popolazione civile, ma anche perché prescindevano da ogni, sia pur debole giustificazione bellica, quale, per esempio, l’individuazione di possibili obiettivi militari: lo scopo era quello del “più completo annichilimento del nemico, compresi i luoghi da questi abitati, la sua storia ed il suo ambiente naturale”.
È stato Elias Canetti del resto ad avvertirci che esiste una proporzionalità diretta tra la fascinazione esercitata dal potere ed il numero crescente di vittime che esso accumula. All’orrore incommensurabile delle statistiche ne va aggiunto un altro, che pare di segno opposto, ovvero la profonda rimozione del popolo tedesco, che tentò di celare, alla stregua di “un infamante segreto di famiglia”, la condizione di assoluta devastazione spirituale e fisica a cui venne sottoposta dalla terribilità della guerra aerea. La scelta, sconvolgente, del silenzio non era generata, nel caso specifico, da direttive imposte da alte gerarchie militari e dai vertici della difesa (come accade invece nelle guerre nostre contemporanee), quanto invece scaturiva dalle vittime stesse del massacro. Sebald s’interroga su questo automatismo autocensorio, atto a cancellare ogni testimonianza, perché esse erano potevano lacerare quel “cordone sanitario con cui la società circonda le zone di morte prodotte da brecce distopiche che di fatto sono venute a crearsi”: l’opera sistematica di rimozione degli orrori della guerra assume la tetra consistenza di un provvidenziale cono d’ombra che oscura non solo i massacri in cui la popolazione tedesca assume il ruolo di vittima sacrificale, ma anche, retroattivamente, quelli in cui, poco tempo prima, le ‘vittime’ avevano sapientemente interpretato la parte di ‘volenterosi carnefici di Hitler’: “Un popolo che aveva assassinato e torturato milioni di persone nei suoi lager non poteva certo chiedere conto alle potenze vincitrici della logica politico-militare che aveva imposto la distruzione delle città tedesche”.
Questa richiesta di oblio suona come bestemmia davanti a quel Sebald che aveva ‘aperto’ la prima delle quattro Vite del suo primo libro, quella del dottor Henry Selwin, con l’epigrafe-emblema: “Distruggete anche l’ultima cosa, il ricordo no”.
La cronaca dell’orrore è quindi necessaria, anche se dovrà evitare il rischio di ricavare effetti estetizzanti dalle rovine di un mondo devastato perché altrimenti “la letteratura contravviene invece alla propria legittimazione”. Frames indelebili del libro: la madre con il cadavere carbonizzato del bambino dentro la valigia, il libraio che spaccia sottobanco come materiale pornografico le foto dei cadaveri, la massaia che lava i vetri in un casa intatta in mezzo al deserto di macerie, lo scrittore che scopre di essere straniero perché in treno è l’unico a non guardare fuori dal finestrino la schiera interminabile delle rovine e delle macerie, la devastazione dello zoo di Amburgo tanto simile nella descrizione al delirio ebbro del Kusturica di Underground, lo scempio di quella replica dell’Eden che secondo la volontà di potenza dei regnanti europei dovevano essere i giardini zoologici delle grandi capitali europee.

W.G.Sebald - Storia naturale della distruzione - Adelphi - euro 14




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 13 Aprile 2005

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