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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Saul Bellow Memorial

«Saul è, con Faulkner, il più grande scrittore americano del XX secolo. Ma è anche un carissimo amico e gli voglio un bene dell' anima. Per questo odio vederlo invecchiare. Il più importante libro scritto negli Stati Uniti nella s econda metà del XX secolo è il suo Le avventure di Augie March: ha cambiato la letteratura americana, non quella ebrea-americana, che non esiste». Philip Roth

Sono giorni di morti immaginarie: muoiono pezzi del mio immaginario. Ottantenni che, quando non lo erano, hanno fatto intrusione nel mio immaginario, lo hanno in qualche modo formato e deformato: chi da avventore periferico, chi da ospite ingrato e centrale (quegli ospiti che rubano la scena alle feste in onore di altri). Del Papa e di Ranieri di Monaco ho scritto (del Papa sempre e ovunque, di Ranieri nel Drago), Saul Bellow invece mi ha scritto: è uno di coloro che mi hanno spinto all'esperienza letteraria. Saul Bellow mi ha inaugurato, insieme a Henri Charrier: furono i due razzi propulsori dell'immaginario letterario. Quello col piede in bocca e altri racconti stava accanto a Papillon, nella biblioteca paterna. Odiai le sue ricursioni ossessive, le sue compulsioni risonanti, questa nevrosi parlante, questo narcisismo imbelle, mai domo. Gliene fui grato per sempre.
Più avanzo negli anni, più sento che il genere Bellow è la mia frontiera interna mai messa in discussione, mai abbattuta. E' per questo motivo che mi sono dedicato a eroderla, a cariarla, di recente. Niente sopravviverà. Niente sopravvive, come ha dimostrato l'89enne Bellow, morto ieri a Brookline, nel Massachusetts.
Nessun bronzo è perenne. Dedico dunque a una delle mie fondamenta incurabili questo memoriale transitorio (includente i pezzi, già presenti ne i Miserabili, sulla biografia di Bellow scritta da Atlas e sulla riedizione di La resa dei conti) che, in quanto transitorio, è l'omaggio più bellowiano che si possa compiere in nome di Saul Bellow.


Un insopportabile stato di frustrazione


bellowdis.jpgdi SAUL BELLOW

Più di sessant’anni fa, grazie al mio professore di inglese del liceo, ho imparato a memoria lunghi passi della Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge. Il marinaio, come ricorderete, ferma un invitato che sta andando a un matrimonio e lo costringe ad ascoltare la sua storia.

L’invitato, offeso, grida:
“Smettila!Via la mano, vecchio pazzo!”
Subito la sua mano lo lasciò.
Egli lo tiene con l’occhio scintillante...

Coleridge ci racconta che il banchetto è cominciato, i musicisti stanno già suonando, la sposa è bella come una rosa, eppure il marinaio non ha intenzione di lasciar andare il proprio ascoltatore:
L’ospite nuziale si batte il petto,
Non ha scelta, può soltanto ascoltare...
Questi versi mi tornano spesso alla mente quando penso alla possibilità che un narratore ottenga attenzione, perché i marinai di oggi e di ieri, anche ammesso che la loro richiesta sia sempre così intensa e inesorabile, non riescono certo a impedirci di andare a tutti i banchetti nuziali che ci vengono imbanditi. Non è semplice far sì che la gente ascolti, e una volta ascoltato presti anche attenzione e infine si persuada. Queste difficoltà sono radicate nel cuore stesso della condizione dell’uomo contemporaneo, perché ormai abbiamo imparato ad ascoltare e non ascoltare, a essere presenti e assenti allo stesso tempo. Ci sono centinaia di modi per parlare della condizione moderna, definizioni come “nuovo universo urbano” o “trasformazione della coscienza umana”. Marx, Kierkegaard, Nietzsche e i loro epigoni e interpreti ci hanno consegnato un lessico per descrivere questi fenomeni “moderni” o “postmoderni” o “postpostmoderni”. Io preferisco mantenere la prospettiva di uno scrittore, un romanziere. Gli scrittori sono inclini a sottrarsi a espressioni come “alienazione”, “ultimo uomo”, “ribellione delle masse”, perché limitano la loro personale disamina delle cose umane. Formulazioni del genere tendono a essere d’impaccio per uno scrittore. Lo distraggono, e distrazione è appunto il termine con il quale io designo la più grave delle nostre difficoltà. Noi ci troviamo in un insopportabile stato di distrazione. Quando si fa un mestiere che si fonda sulla capacità personale di ottenere e mantenere attenzione, la distrazione, compatta e diffusa com’è a livello planetario, è precisamente la condizione ostile contro la quale si è chiamati a combattere. La distrazione, alla quale mi capita spesso di pensare come a un fortissimo rumore di fondo, è la barriera attraverso la quale lo scrittore, il pittore, il musicista e il pensatore devono aprirsi un varco. La distrazione è il confine entro il quale opera il difficile tentativo di indurre gli altri a prestare attenzione all’essenziale, nel momento in cui questa attenzione è sollecitata da ogni parte. Uno scrittore, dunque, si trova a competere non tanto con altri scrittori quanto con tutti i grandi poteri politici e sociali, ciascuno dei quali reclama incessantemente una porzione della nostra mente.
Visto che ho cominciato con Coleridge, posso ora rifarmi al suo amico Wordsworth e rammentarvi il suo celebre aforisma secondo il quale la poesia nasce da “un’emozione ricreata in tranquillità”. Ma in questo vasto terreno comune di turbolenza la mente è obbligata a volare molto lontano per poter trovare un posto davvero tranquillo dove fermarsi. L’emozione diviene instabile, là dove la distrazione è così diffusa. Vasti progetti e imprese vivono della nostra attenzione e fanno di tutto per ottenerla, spesso con mezzi più ingannevoli che corretti. Ogni giorno siamo spinti a comprare automobili, cosmetici, pillole per tenerci in buona salute, antidolorifici, sonniferi, siamo invitati ad aprire conti in banca, a fare investimenti, a soddisfare i nostri capricci, a finanziare iniziative, a entrare in club, a fare vacanze all’estero, ad acquistare computer dell’ultima generazione. Con questo non voglio mettere sotto accusa il marketing e la società dei consumi, ma accumulare prove che servano a interpretare gli effetti di queste attività commerciali, nonché di altre attività, sulla nostra mentalità e cultura.
bellowprofilo.jpgUn professore di un’università californiana (che a quanto sembra non aveva niente di meglio da fare) ha calcolato che in un qualsiasi giorno della settimana il New York Times contiene più informazioni di quante un contemporaneo di Shakespeare avrebbe potuto raccogliere nell’arco di una vita intera. Sono pronto ad ammettere che questo possa essere più o meno vero, anche se ho il sospetto che le informazioni in possesso di un elisabettiano di buona cultura fossero meglio organizzate rispetto a quelle dei lettori del Times. Non riesco a immaginare che qualcuno sia disposto a leggere da cima a fondo tutte le pagine di un quotidiano. Vi assicuro che anche un lettore ossessivo, che si fosse messo in pensione o fosse ricoverato in ospedale o in preda alla disperazione, arriverebbe al massimo a poter fare in una giornata solo questo e nient’altro. Con l’edizione domenicale del Times, poi, ciò sarebbe assolutamente impossibile, e se qualcuno riuscisse a farlo il risultato sarebbe un ingolfamento dell’intelligenza per parecchio tempo a venire.
Dobbiamo presumere quindi che il giornale sia letto in modo selettivo, e che i principi di questa selezione, se ben fondati, ci spingerebbero ad avanzare dubbi sull’oggettività dei fatti riportati, a sollevare questioni sulla politica del giornale, sull’onestà dei cronisti, sulle opinioni espresse dai commentatori e dai columnist. Ci sono persone convinte che la pletora di informazioni contenute nel Times o in qualsiasi altro quotidiano o rivista abbia in realtà poco valore. Ci sono anche osservatori autorevoli che sostengono la tesi secondo cui i giornali non danno affatto agli americani una rappresentazione reale del mondo, e che al massimo essi forniscono soltanto quella versione parziale del mondo che viene offerta al pubblico.
Quanto allo schermo televisivo, devo dire che sono preoccupato per l’influenza complessiva della Tv sugli americani, non per via di ciò che essa li induce a comprare, ma perché non indirizza la loro attenzione su alcunché in particolare. La televisione immette individui isolati in un ambiente formato da milioni di altri individui, e consente loro di partecipare alla vita dell’intero paese. Restituisce le coscienze atomizzate alla totalità - non a una vera comunità, ma a un attraente simulacro di comunità - e introduce, attraverso il magnetismo di una promessa di unità, differenziazioni selvagge. Forse ciò che noi cerchiamo attualmente nella televisione è distrazione sotto forma di realtà. Ci aggiriamo barcollando in un mondo che è soltanto simile al mondo reale. Siamo in preda a un’eccitazione insensata ma violenta, uno stimolante efficace ma di breve durata.
Le funzioni del telecomando ci consentono di saltare avanti e indietro, di mescolare insieme inizi, svolgimenti e conclusioni. Nulla di ciò che accade segue un ordine di qualche tipo. La pratica dello zapping può essere intesa come un’asserzione di indipendenza o di superiorità o di controllo portato all’estremo, una dichiarazione di autonomia. È come se un individuo dichiarasse che egli non è da annoverare fra coloro che si lasciano davvero influenzare da qualcosa, e rivendicasse non solo l’intenzione di non lasciarsi mai intrappolare dalle reti televisive, ma anche l’orgoglio di essere libero da ogni influenza, di condurre un’esistenza sovrana e autodeterminata.
Supremamente inattaccabile, egli è il folletto che nessuno può catturare - ma dietro l’angolo c’è sempre in attesa la più astuta delle volpi. Alla fine la distrazione ci cattura tutti, e annienta la nostra capacità di attenzione. Per quale motivo nell’edizione feriale del Times il cruciverba si trova nella pagina culturale? Perché menti farcite di nozioni superflue e male assortite possano mettersi alla prova, sforzandosi di ricordare fatti che in realtà non avrebbero alcun particolare bisogno di conoscere. Molto probabilmente il lettore colto prima leggerà le recensioni dei libri e poi si svagherà con le parole crociate. La gente è fiera della propria capacità di “far torn are tutto” a dispetto della confusione che ci circonda. Molto tempo fa ho scritto che quello di cui aveva bisogno questo paese era una buona sintesi al prezzo di cinque cent. Ma che sarà di coloro che a nessun prezzo sono in grado di venire a capo di una sintesi, che sono travolti e sommersi dall’incoerenza, dallo squilibrio, dal delirio?
Mentre cercavo di trarre un senso dalle discussioni in Tv sul problema della droga, mi è venuto da pensare che forse è la televisione stessa a spingere la gente a fumare crack o ad assumere cocaina. La partita per l’autodeterminazione e la sovranità individuale sta diventando ingiocabile, e i contendenti sconfitti cercano nei narcotici una manifestazione estrema di individualità. Nelle ultime settimane, l’accostamento di due argomenti tipici della stampa e della televisione, droga e scuola, suggeriscono un’analogia e potenzialmente perfino un’identità di cause.
I media, con la loro misteriosa tecnologia, possono fare ben poco per insegnarci a leggere nei fatti. Fanno parte anch’essi dell’eccitazione che generano. Non sono in grado di fare luce sulle enormità che riferiscono. Quando ci scuotono i nervi non sembrano fare altro che rispondere a una domanda diffusa, perfino universale, a una ben individuabile richiesta di orrori. Sembra che non possiamo mai saziarci di omicidi politici, ecatombi per fame in Etiopia, sequestri di ostaggi, aerei che esplodono in volo, guerre per la droga, città in preda all’anarchia, genocidi cambogiani, tragedie di boat people, soldati cinesi che sparano sulla folla. Naturalmente gli eventi in sé non sono imputabili ai media, anche se talvolta i media giocano effettivamente un ruolo negli eventi, e possono venire manipolati dai terroristi o dai governi e sedotti per diffondere disinformazione e propaganda.
Questi terribili eventi sono presentati altresì in forma di intrattenimento, e devono lasciare spazio agli obiettivi primari delle reti televisive. In un medium che ha come fine l’intrattenimento, non ci si può soffermare troppo a lungo su di essi. Divengono rapidamente obsoleti. Nelle cronache, qual è la permanenza media di un disastro? Qual è il ritmo del turnover per quanto concerne gli scandali governativi o le attività illecite a Wall Street? Chi si ricorda ancora dell’affare dei documenti del Pentagono? Dopo avere avuto il loro momento di notorietà, gli scandali devono farsi da parte. Noi non siamo stimolati o incoraggiati a trarre da essi alcun significato, e non possiamo aspettarci che i media educhino il pubblico seguendo fino in fondo gli sviluppi di queste vicende.
Non tutti gli orrori possono trovare un posto nella galleria degli orrori. Negli anni 1932-33, Stalin decise di annientare il popolo ucraino. I suoi agenti sequestrarono e portarono via qualsiasi genere commestibile. Ci furono come minimo sette milioni di morti; alcune stime salgono fino a quindici milioni. Tutto questo è affermato da ricerche condotte qui a Harvard su iniziativa del programma di studi ucraini. Ebbene, il New York Times degli anni 1932-33 non dà alcuna notizia di questo sterminio per fame. E dal momento che il nostro principale registro dei fatti non dà notizia del genocidio, esso non occupa alcun posto nella galleria americana degli orrori. Sono stati compiuti dei tentativi per mettercelo, ma i nostri media perlopiù li hanno ostacolati. Ho letto di recente che un documentario su questo assassinio di massa venne rifiutato dalla maggior parte delle stazioni televisive pubbliche del nostro paese, e che quando il film fu finalmente proiettato al New York Film Festival venne criticato dal Times come “decisamente non obiettivo”. Nell’articolo che ho letto ci si domandava come avesse potuto Mosca imbavagliare i media occidentali, asservire gli intellettuali occidentali e ipnotizzare i governi occidentali. Per mezzo secolo la vicenda è rimasta affossata. Quando infine lo studio condotto in una delle più importanti università e un film premiato hanno portato alla luce il genocidio e il suo occultamento, i media statunitensi non si sono giustificati. Perché?
Una risposta possibile è che questo crimine è già vecchio di cinquant’anni. Che ce ne facciamo di un crimine vecchio di cinquant’anni, anche se di simili dimensioni? Inoltre le relazioni fra le superpotenze stanno migliorando, perciò i giornali non vogliono mettere le mani in un vecchio genocidio. Nel sistema d’informazione più intrattenimento dei media, così come nella versione politicamente corretta della storia del ventesimo secolo, non c’è posto per lo sterminio per fame degli Ucraini. Un’altra spiegazione possibile è c he il livello di eccitazione del pubblico è già molto alto. Quale sarebbe la reazione davanti a un altro orrendo crimine? A che scopo iscrivere l’olocausto degli Ucraini sulla mutevole superficie della memoria collettiva? Forse le generazioni future vorranno studiare la documentazione storica; ma noi non possiamo farci granché.
Qualcuno di voi dirà: “Abbiamo sentito questo autore descrivere una condizione atroce. Cosa propone di fare al riguardo?”. Io non propongo assolutamente niente. Il mio unico compito è descrivere. I problemi sollevati sono di ordine psicologico, religioso e - pesantemente - politico. Se noi non fossimo un pubblico mediatico governato da politici mediatici, il volume della distrazione forse potrebbe in qualche modo diminuire. Non spetta a scrittori o pittori salvare la civiltà, ed è uno sciocco errore il supporre che essi possano o debbano fare alcunché di diverso da ciò che riesce loro meglio di ogni altra cosa. Il marinaio impedisce all’invitato di farsi distrarre dal matrimonio. Lo costringe a fermarsi con lo scintillio del suo sguardo. L’invitato alle nozze ascolta, pur controvoglia, e quando il mattino dopo si sveglierà sarà un uomo più triste e più saggio. Ecco un efficace paradigma del potere del poeta. Lo scrittore non può fermare nel cielo il sole della distrazione, né dividere i suoi mari, né colpire la roccia finché ne zampilli acqua. Può però, in determinati casi, interporsi tra i folli distratti e le loro distrazioni, e può farlo spalancando un altro mondo davanti ai loro occhi; perché compito dell’arte è la creazione di un nuovo mondo.


Intervista a Saul Bellow

bellowbn.jpg"Se non ho un libro da scrivere divento matto”. E’ serio, mentre lo dice, Saul Bellow, 81 anni passati dietro una macchina da scrivere, cinque mogli arruolate per tentare un rimedio alla solitudine. “Ma quando uno scrive è solo. Non c’è rimedio”.
Per cinque anni Saul Bellow non ha scritto. Sembrava diventato matto sul serio. Invece non si trattava di Alzheimer o di Parkinson, come le prime diagnosi avevano fatto credere. E’ stata un’intossicazione da pesce a trascinare nel baratro della follia “il più grande scrittore al mondo in lingua inglese”, secondo una selezione promossa dal Sunday Times londinese.
“Un’intossicazione di pesce che mi ha rovinato i nervi per due anni, degenerando in una disfunzione del sistema nervoso centrale che si chiama ‘ciguitera’. E’ stato tremendo. E’ tremendo non avere il controllo su se stessi. Per fortuna il dottore è riuscito a tirarmi fuori in fretta, dopotutto. Se non l’avesse fatto lui, ci avrebbero pensato i creditori. Avevo un po’ di debiti e non ero in grado neppure di firmare un assegno”.
Saul Bellow non viene mai meno a quella forma di cinismo “yiddish” che sfodera magistralmente nei suoi romanzi. Non l’abbandona mai, nemmeno quando parla di sé. E’ una seconda pelle. Non la smette nemmeno se si tratta del Premio Nobel per la Letteratura, che ha vinto nel ’76: “Beh, c’è qualcosa di segretamente umiliante nel vincere un premio che non è stato assegnato ai più grandi scrittori del secolo, come Joyce, Proust, Strindberg”. L’indomani della cerimonia di assegnazione, già si lamentava: “Ecco, ora sono un funzionario. Un funzionario al pubblico servizio del mondo della cultura”.
Eppure questo arzillo vecchietto, che non risparmia strali agli scrittori che più ama tra i contemporanei, come Don De Lillo e Norman Mailer o Gore Vidal (con cui ha recentemente sostenuto una polemica a trecentossessanta gradi, durante la quale non ha avuto la minima esitazione a investire di improperi l’altro duellante, a causa delle sue libere tendenze sessuali) - questo vecchietto che si affaccia costantemente dal suo eterno papillon non ha ancora terminato la ricerca di una verità superiore e di un’istanza morale che dia forma, internamente, alla vita. E’ per questa ragione che non si astiene, nemmeno per un attimo, dal “mettere l’orecchio a terra”, come gli indiani. “Lo faccio perché solo così si sente l’arrivo della locomotiva. Mal che ti vada, rimedi soltanto un’orecchio sporco di terra”.
Questa precisione, quest’attenzione inesausta è percepibile agevolmente in questo suo ultimo lavoro, “Una domanda di matrimonio”. Le capacità si stanno ulteriormente affinando. La memoria rimanda strascichi di vita che accendono illuminazioni. Qui, per esempio, è accaduto con un suo amico d’infanzia, Chucky (in precedenza, ne “Il dono di Humboldt”, era accaduto col poeta Delmore Schwartz, e, in “Il re della pioggia”, con Chandler Chapman). Domani potrebbe accadere con qualcun’altra delle ombre che emergono dalla nebbia degli anni. Essere vecchi significa essere sopravvissuti. Ma non è ancora arrivata l’ora di chiudere la saracinesca, per Saul l’arzillo: “C’è chi sulle mie ossa vorrebbe erigere un monumento. Beh, che posso dire? Che ancora io non sono ossa”. E torna a in fossarsi dietro il suo papillon.
[da un’intervista rilasciata il 26 maggio 2002 al New York Times]


Vita di Saul Bellow

bellowgiovane.jpg"Ho passato la maggior parte della mia vita a scrivere. È un’attività solitaria. Si sta seduti nella propria stanza, e si scrive. E dalla solitudine si entra incontatto con tutti". Così Saul Bellow disse di sé nel corso di una intervista rilasciata a Lawrence Bengal nel novembre del 1977. E' la dichiarazione di un uomo schivo, discreto, restio a esporsi ai riflettori. Povera di eventi clamorosi, la vita di SB non è molto dissimile da quella di un americano qualunque, dedito al lavoro e geloso della propria privacy.
Esponente di primo piano dell'intellettualità ebrea-americana (all'altezza di Norman Mailer, per intenderci), Saul Bellow ne incarna completamente i caratteri primari: un laicismo scettico e radicale, un'ironia corrosiva che non risparmia niente e nessuno (a principiare da chi la esercita), uno sguardo, olimpico e pietoso al tempo stesso, sugli umani affanni. In capolavori come Herzog, Il re della pioggia, L'uomo col piede in bocca, Bellow sfodera una scrittura piana, veloce, capace di accelerazioni improvvise, oltre che una straordinaria abilità nel corteggiare il lettore (da provare: a leggere Bellow, sembra di trovarsi a un party anni Settanta, in cui ci si diverte molto).
Saul Bellow nacque a Lachine, un villaggio industriale non distante da Montréal, nel Quebec, il 10 giugno 1915. Di religione ebraica, la sua famiglia si era trasferita da Pietroburgo in Canada due anni prima, nel 1913. Per mantenerla, il padre di Saul fece un po’ di tutto, compreso il contrabbandiere di alcolici. Nel 1924 i Bellow si trasferirono di nuovo, negli Stati Uniti, a Chicago.
Dopo gli studi superiori, Bellow si iscrisse alla facoltà di antropologia dell’Università di Chicago. Scontento dei metodi di insegnamento in vigore presso questo ateneo, si trasferì ben presto alla Nortwestern University dove, nel 1937, si laureò a pieni voti. Nello stesso anno ottenne una borsa di studio che gli permise di entrare come ricercatore presso l’Università del Wisconsin a Madison. Lasciò però l’incarico dopo il matrimonio, celebrato nel dicembre 1937, con Anita Goshkin (dalla quale ebbe il primo figlio). L’anno successivo (dopo aver lavorato presso la Work Progress Administration) fu assunto in qualità di insegnante al Pestalozzi-Froebel Teachers College di Chicago, dove rimase fino al 1942.
La collaborazione alla prestigiosa «Partisan Review» (su questa rivista apparve nel ’41 il suo primo racconto Two Morning Monologues) gli permise di venire in contatto con alcuni dei migliori intellettuali newyorkesi, tra i quali Lionel Trilling e Meyer Schapiro. Nel 1944 la Vanguard Press pubblicò il suo primo romanzo, Dangling Man (L’uomo in bilico). Terminata la guerra (pur arruolatosi in marina, Bellow non partecipò ad alcuna azione bellica), lo scrittore ottenne un posto di insegnante presso l’Università del Minnesota a Minneapolis. Nel 1948 gli venne conferita una borsa di studio grazie alla quale ebbe la possibilità di visitare l’Europa. Nel 1950 fu chiamato a ricoprire la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. Nel 1953 divenne membro di facoltà del Bard College di Annadale. Dopo aver divorziato dalla prima moglie, sposò il 1° febbraio 1954 Alexandra Tschacbasov, che lo rese padre per la seconda volta. Il matrimonio non durò però molto e nel 1961 lo scrittore si risposò per la terza volta, con l’insegnante Susan Glassman, dalla quale ebbe il terzo figlio (si separerà anche da lei, nel 1968).
Negli anni seguenti si interessò anche di questioni di teoria letteraria affrontando in alcuni vigorosi saggi il problema del ruolo dell’artista nella società contemporanea sempre più dominata dalle leggi della produzione industriale antitetiche a quelle dell’arte. Impegnato nell’insegnamento e nell’attività letteraria (a più riprese negli anni Sessanta si dedicò anche al teatro), trovò comunque il tempo per compiere alcuni viaggi decisivi, nell’Europa orientale, in Africa, in Israele (dagli incontri avuti durante il viaggio nella terra delle origini nasce nel 1976 il libro To Jerusalem and back: a Personal Account, da noi pubblicato con il titolo Gerusalemme andata e ritorno). Nel 1976 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura [nella foto ingrandibile a sinistra, Bellow è con un altro Nobel, il poeta caraibico Derek Walcott].


I memorabili incipit di Bellow

Herzog
Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C'era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l'aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po' stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d'essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l'era portata, quella valigia, da New York a Martha's Vineyard. Ma da Martha's Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l'aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
(traduzione di Letizia Ciotti Miller)

Il re della pioggia
Perché ho fatto questo viaggio in Africa? La spiegazione non è semplice. Le mie cose andavano sempre peggio e a un certo punto erano diventate un viluppo inestricabile.
Se ripenso alla mia situazione all'età di cinquantacinque anni, quando comprai il biglietto, vedo solo dolore. I fatti mi si affollano addosso, sì che ne avverto l'oppressione sul petto. Irrompono in fretta disordinata: i miei genitori, le mie mogli, le mie ragazze, la mia fattoria, i miei animali, le mie abitudini, i miei soldi, le mie lezioni di musica, i miei denti, la mia faccia, l'anima mia! Ed io urlo: "No, no, via maledetti, lasciatemi stare!". Ma non possono lasciarmi stare. Fanno parte di me. Son cose mie. E mi si ammucchiano addosso da ogni parte. E ne viene il caos.
(Traduzione: Luciano Bianciardi)

Il dono di Humboldt
Il libro di ballate pubblicato da Von Humboldt Fleisher negli anni Trenta riscosse un immediato successo. Humboldt era, appunto, colui che tutti quanti attendevano. Io per me l'aspettavo ardentemente, dal mio fondo di provincia del Midwest, ve l'assicuro. Scrittore d'avanguardia - il primo della sua generazione - era bello, era biondo, corpulento, serio e insieme spiritoso, ed era colto. Insomma aveva tutto. Nessun giornale mancò di recensire il suo libro. La sua foto comparve sulla rivista Time senza ingiurie, su Newsweek con elogi. Io le lessi con trasporto, le Ballate di Arlecchino. Ero studente all'Università del Wisconsin e non pensavo ad altro, giorno e notte, che alla letteratura.
(Traduzione: Pier Francesco Paolini)

Il pianeta di Mr. Sammler
Poco dopo l'alba, o quella che sarebbe stata l'alba in un cielo normale, Mr. Arthur Sammler col suo occhio cespuglioso percepì la presenza dei libri e delle carte nella sua camera da letto di West Side e sospettò fortemente che si trattasse di libri sbagliati, di carte sbagliate.
(Traduzione: Letizia Ciotti Miller)

Ravelstein
Non è strano che i benefattori dell'umanità siano persone divertenti? In America, almeno, spesso è così. Chi vuole governare questo paese lo deve divertire. Durante la Guerra Civile la gente si lagnava delle facezie di Lincoln. Ma forse lui sentiva che la troppa serietà era di gran lunga più pericolosa di qualunque barzelletta. I suoi critici, invece, dicevano che era frivolo e lo stesso ministro della Guerra lo paragonava a una scimmia.
Tra i dissacratori e gli stroncatori che hanno formato il gusto e lo spirito della mia generazione il più illustre era H. L. Mencken. I miei compagni di liceo, lettori dell'"American Mercury", seguirono il processo Scopes leggendo le sue cronache
(Traduzione: Vincenzo Mantovani)


Non capire Bellow

bellowbn2.gifLuca Doninelli ha scritto una sorta di stroncatura sociologica a Herzog, estremamente indicativa rispetto allo sguardo che gli intellettuali italiani hanno spesso riservato ai grandi autori americani e ai capolavori che costoro hanno regalato al mondo. Essendo sintomatica, riporto la stroncatura di Doninelli che, anziché occuparsi di icone, si è occupato di Maurizio Costanzo, fornendo un buon esempio di come l'Italia si guardi con gli occhi per nulla stanchi dei propri scrittori. gg

L’America si guarda con gli occhi (stanchi) di Saul Bellow
di LUCA DONINELLI
“Herzog”, degli anni Sessanta, non regge alla prova del tempo,
perché i materiali di cui è fatto - ideologia, moda, abiti mentali - sono deteriorabili

Ormai di fatto leggo quasi solo letteratura americana. Non lo faccio per partito preso, o in conseguenza di chissà quale teoria, ma solo perché mi viene naturale. Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma devono essere eccezioni importanti. Dall’Europa accetto sul mio tavolo solo libri importanti, dall’America accetto anche libri sbagliati. Questo perché, soprattutto da un anno (11 settembre 2001) a questa parte, sono diventato più americano di prima. Non che sia filoamericano, semplicemente sono americano. Le mie giornate fanno i conti con l’America assai più di prima. Del resto, da mezzo secolo noi guardiamo l’Europa con occhi americani. E, anche se amiamo Proust e Joyce, non c’è dubbio che Hemingway ci è più familiare. La sua chiave di lettura, più cinematografica che ideologica, ha vinto. Forse per questo cresce di anno in anno, in me - ma anche in molti altri - la necessità di sapere come l’America si guarda. E leggo libri nei quali l’America si racconta (da DeLillo a Franzen, da McCarthy a Richler, da Philip Roth a Pynchon, da Potok a Bellow). Per capire me stesso.
herzog.jpgHo riletto il mese scorso due romanzi americani degli anni Sessanta, In principio di Chaim Potok e Herzog di Saul Bellow. E, con mia stessa sorpresa, ho scoperto che il romanzo del grande, compianto Potok (morto alla fine dello scorso luglio) regge alla prova degli anni ben più dell’opera del Nobel ’76, da molti considerato il massimo scrittore vivente. Si è molto riparlato di Bellow lo scorso anno, quando la fortuna di La versione di Barney di Mordecai Richler aveva richiamato - trattandosi di due scrittori di origine ebraica - molti paragoni tra i due. Richler è bravo, si diceva, ma mai come Bellow. L’idea narrativa di Herzog è senza dubbio eccellente: è il diario mentale - uno stream of consciousness ben ingabbiato nel recinto di una robusta Terza Persona - di Moses Herzog, ex-intellettuale di prestigio scaricato da moglie e amici, che rifiuta il lavoro intellettuale inteso come carriera (tutto è carriera, ormai, nella NY degli anni Sessanta) e si ritira nella sua vecchia casa di campagna, in mezzo ai topi e alle canne di jucca, a redigere tra sé e sé, tra sobbalzi della memoria e lettere mai spedite, la grande opera che manca all’umanità e di cui solo una mente completamente libera può garantire la riuscita.
Questa l’idea: per parlare di questo mondo occorre starne fuori, rifiutarne lo stritolamento. Bella idea, ma segnata dalle ideologie del tempo, sulle quali Bellow non riesce a innalzarsi con una scrittura a tenuta stagna. Così l’uscita dal mondo, il rifiuto delle sovrastrutture ecc. sa molto di marxismo all’americana, e tutto il romanzo si incanala ben presto nei modelli di un’utopia yankee post-kennediana: quella bizzarra speranza che accese la Guerra Fredda di un calore oggi difficilmente comprensibile, forse mai veramente studiato: quello, per intenderci, che creò l’icona Khruscev-Kennedy-Papa Giovanni. Il testo risulta interessante più per le stratificazioni lasciate dalle ideologie del tempo che per la temperatura narrativa. Che è poi quella che vince in un romanzo. Insomma, questi grandi autoritratti, che l’America affida periodicamente ai suoi scrittori (ultimo in ordine di tempo Le correzioni di Franzen) sono minacciati spesso dalla deteriorabilità dei materiali con cui sono fatti: idee, mode, tic, costumi, abiti mentali. Mantenere il passato nel presente è la scommessa di queste opere spesso mirabili. Una scommessa che può essere vinta solo dalla qualità delle domande che lo scrittore si pone. Proporsi di fare un ritratto, sia pure dell’America, è ancora una domanda troppo piccola.

Saul Bellow - Herzog - Oscar Mondadori - 7.80 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 6 Aprile 2005

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