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Quanto è noioso e di regime il best seller di Piperno!
Recensione del libro più osannato del momento
di ALDO NOVE
[da Liberazione del 9.4.05]
Chi scrive, ha provato a leggere
Con le peggiori intenzioni di
Alessandro Piperno un mese fa. Avendone
avuto copia da un’amica che, dopo
venti pagine, l’aveva mollato. Dicendomi:
«Io non ce l’ho fatta. Ma è il
caso letterario del momento e varrebbe
la pena leggerlo». Con lo stesso spirito
dell’amica l’ho affrontato, resistendo
però fino a cinquanta pagine.
Trascorse nella noia assoluta. Poi mi
hanno chiesto di recensirlo e di nuovo
è scattato il tormentone della lettura in
chiave sociologica, della ricerca di
un’“opportunità” di appropriarmi della
chiave di lettura di un fenomeno letterario.
Chi legge per passione ma anche per
professione è abituato a farsi un’idea
dello stile dell’autore dalle prime pagine,
ad abbandonarsi, spesso per necessità,
a un’opinione che non si fonda
sul “come va a finire” ma proprio sull’identificazione
dell’insondabile “stile”
di un autore che si rivela, in filigrana,
nella sintassi, nel ritmo e nel lessico, e
che raramente si modifica, qualunque
siano le modalità del plot narrativo, comunque
queste siano congeniate.
Ma torniamo al libro, al libro infine
letto per intero.
L’impressione più forte
è che Con le peggiori intenzioni di Alessandro
Piperno sia un romanzo rassicurante.
Blandamente rassicurante.
Tutto, tra queste pagine, è assodato
(con disperata dissimulazione) in un
esiguo panorama umano (esiguo nella
prospettiva, quella del soggetto narrante,
e non nelle digressioni del plot).
Un panorama il più possibile compiuto,
descritto con minuzia ed ovvietà.
Come in un ricco (Piperno direbbe
“sontuoso”, l’aggettivo forse più ricorrente
nel libro) catalogo di luoghi comuni
attinenti al tema della ricchezza.
Insomma, come recitava una delle prime
soap opera italiane di successo,
“anche i ricchi piangono” ma lo fanno
in modo rassicurante. Anche il dramma
del genocidio compiuto dai nazifasciti,
in Con le peggiori intenzioni, riesce
ad essere rassicurante. Fa parte di
un’elegante saga di famiglia che include
certo morte e disperazione, sesso e
degenerazione. Ma tutto contenuto
nei parametri di una riduzione all’acquisito
che è la radicale cifra politica,
conservatrice, di questo libro. Che non
si sbilancia. Che si presta al sipario erotico
con frequenza quasi metronomica,
giusto quando il lettore più avveduto
sta per addormentarsi ed allora gli si
somministra la scossa ormonale.
Prendiamo l’inizio del libro
edito da Mondadori.
Capitolo primo, “Lo
splendido secolo di Bepy”.
«Bepy sentì di non avere scampo
diverse ore dopo aver incassato
la diagnosi di tumore alla
vescica, quando tra il novero
sterminato d’interrogativi agghiaccianti
scelse: Potrò ancora
scopare una donna o tutto finisce
qui? (corsivo dell’autore,
ndr)». Siamo già nel cuore (non
di tenebra, e neppure di panna,
ma sciapamente benestante)
della storia. L’inizio
della storia coincide con quella
del nonno del protagonista, in
crisi coniugale eterna dal giorno
in cui la moglie Ada aveva
sorpreso la giovane Giorgia,
«diciassettenne modista, sbarazzina
e altezzosa come la
Catherine Spaak del Sorpasso», intenta a «urinare sui baffi
del consorte, e questi bere
l’ammoniaca dorata con l’ingordigia
del poppante». Il tutto
in un dispiegarsi di cospicui regali
all’amante e agiatezze varie,
frenate all’ultimo da un tracollo
economico tale soltanto
per chi è ricchissimo e quindi si
trova costretto a vendere la
propria tenuta di caccia e vive
comunque nella «dimora pariolina
ipotecata», con la badante
filippina e la «tata» del
nipote dalle «michelangiolesche
chiappe», ultimo sogno
salvifico del vecchio ebreo morente.
Parlavamo di romanzo
rassicurante. Blandamente
rassicurante. E già da queste
pagine lo si capisce. Ci sono la
morte e l’osceno, ci sono già
state, altrove, allusioni al
dramma degli ebrei nella Seconda
guerra mondiale («I nazisti
volevano accopparmi per
ragioni che a tutt’oggi ignoro.
L’ho sfangata. E abbastanza
giovane per ricominciare daccapo.
Non chiedetemi né come
né perché. Non sono un tipo
con le risposte in tasca. Griderò
la mia felicità. Santificherò
la mia buona fede. Gratificherò
materialmente la mia
prole. Poi starà a loro»).
C’è il conflitto tra le generazioni.
Ma è tutto così elegante,
tutto così composto. Difficile
trovare paragoni nella letteratura
italiana, almeno in quella
che conta. Verrebbe da pensare,
per alcune affinità puramente
tematiche, a Moravia,
ma tirarlo in ballo obbliga a rimetterlo
immediatamente
via, Moravia che della borghesia
denunciava le meschinità
che qua scorrono con tutt’altro
tono. Non solo per la posizione
morale dell’autore (mai rilevante,
del resto, per qualunque
analisi testuale), ma per l’assunzione
di moralità, il tipo di
moralità che dal testo, in filigrana,
deriva, più prossima a
un incrocio tra un servizio del
Tg1 su Ranieri di Monaco e l’epopea
imborghesita di un’Elisa
di Rivombrosa, rispolverata
dalla riproposizione di sé sotto
forma di una gioventù alla
Muccino che fa capolino, in
versione hard e amplificata,
sul finale del libro. Il tutto condito
da continui riferimenti alle
tortuosità dell’antisemitismo,
affermato dal punto di vista
di un ebreo che colloca il
lettore non ebreo in una posizione
simile a quella di un uomo
di fronte a una donna sulla
questione dell’aborto. Cioè in
una posizione non facile. Cioè
in una posizione di stupefatta
dapprima (e annoiata poi) impossibilità
di prendere posizione.
Potente e anticonformista,
Piperno. Ricco e annoiato e
triste, Piperno. Pieno di male di
vivere e di saggezza ebraica
che si rinnega, ma può farlo
perché data in un’assunzione a
priori di superiorità anche leggermente
infastidita dal proprio
essere tale.
E’ forse questa facile assimilazione
ai languori (dichiaratamente
innanzitutto genitali,
anali, orali) di un mondo dorato
e vacuo che il lettore terrorizzato
(spesso, a ragione terrorizzato)
si abbandona a Piperno,
il nuovo talento di regime.
Perché leggerlo è come
guardare svogliatamente la televisione.
Quella del pomeriggio.
Quella che affronta i grandi
temi della vita. Con distrazione.
Con lunghe pause pubblicitarie
perfettamente integrate
nella trasmissione. Con tanto
buon senso. Con indicibile,
elegante noia. Quella di quello
che «ogni febbraio si sobbarcava
centinaia di chilometri per
andare a Cortina solo per poter
sfoderare dolcevita di cachemire
(inadatti, a suo giudizio,
alla città) che lo facevano assomigliare
a un chanteur esistenzialista
fuori tempo massimo».
E che «amava i cambi di stagione
per il desiderio di rinnovare
il guardaroba», perché «se, ad
esempio, acquistava un paio di
calzini mèlange d’un color
ruggine, una volta rincasato si
divertiva - con l’euforia di certi
pirotecnici pittori informali - a
orchestrare intorno a quel paio
di pedalini un tourbillon di
cravatte, di scarpe, di pochette,
fino a che alla fine sceglieva,
salutando con malinconia tutte
le altre strade abbandonate,
i sentieri interrotti della sua vestimentaria
fantasia».
Avanzando nella lettura,
l’impressione è un po’ quella di
sbirciare nella villa di un immaginario
Berlusconi nobilitato
da origini ebree e caduto
leggermente in disgrazia, una
disgrazia tale da lasciarlo comunque
ben assestato sopra il
lettore, lettore evidentemente
voyeuristico non solo di sesso
(che pure c’è, con scandalo finale
dovuto all’orgia, scoperta
dal protagonista, dell’amata
insospettabilmente libertina)
ma di una ricchezza appunto
“da romanzo”. In questo senso,
Con le peggiori intenzioni di Piperno
arriva a occupare un posto
effettivamente ancora libero,
almeno nella letteratura
“ufficiale”. Quello della letteratura
neorestauratrice. In pieno
(per quanto barcollante) regime.
Pure, Piperno, che di certo
stupido non è, a un certo punto
intravede, e lascia baluginare
nelle parole del suo protagonista,
un altro mondo, il mondo,
quello vero: «Fu proprio
l’incontro con i Cittadini di
poco successivo a quello con i
Ruben che mi introdusse a
questo diverso modo di concepire
la mia esistenza, facendomi
sentire per la prima volta
quello che presubilmente
molti miei amici meno ricchi
avevano avvertito al mio cospetto:
un senso d’inadeguatezza,
una specie di fiato corto.
Il dramma di un corridore che
ce la mette tutta e viene superato
con apparente lievità da
un altro concorrente con le ali
ai piedi». Le ali dei soldi. E
quindi da una parte chi vola,
dall’altra chi non può e guarda.
Per guardare chi vola oggi,
o che magari potrebbe farlo
ma a tratti non lo fa perché è
triste, per vederlo descritto
con precisione, per farlo andando
in libreria, spendendo
17 euro, come già in molti hanno
fatto e continueranno a fare,
basta comperare Con le
peggiori intenzioni di Alessandro
Piperno. Con la benedizione
di Giuliano Ferrara.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 11 Aprile 2005
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