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Perché le teste ne Le Teste
Sono in chiusura di revisione del nuovo romanzo, Le Teste, di cui ho già pubblicato una sorta di album fotografico per elencare alcuni nuclei di suggestione.
Tuttavia, la suggestione fondamentale è di ordine allegorico. La decapitazione è uno snodo fondamentale in cui l'allegoria riesce a connettere metafisica e politica. Il testo che ispira Le Teste è L'ultimo giorno di un condannato di Victor Hugo: un racconto lungo (o romanzo breve) apparentemente lineare e antibarocco, che potrebbe sembrare antagonista rispetto alla poetica del grande genio francese. Potrebbe. Poiché, in realtà, viene qui strutturata una potente allegoria in forma superficialmente lineare (l'avvicinamento alla ghigliottina da parte del condannato che, da subito, vede tutto e anticipa la visione patibolare), ma che è profondamente labirintica: è un'allegoria metafisica (il testo gronda di incursioni nel simbolismo della testa, eminentemente massonico) e politica (l'urlo contro la pena di morte e, ancora più in profondità, la decapitazione come orrore finale della civiltà occidentale). Di più: aggredendo la macchina di morte, Hugo simbolizza un esito della tecnica - esito metafisico, esito politico. La più sintetica mappatura allegorica di questo esito si trova ne I miserabili. Riporto qui di seguito il breve passo in cui la macchina che decolla teste ascende ad allegoria totale del momento storico occidentale: storico sì, ma anche metastorico, poiché qui, alla fine dell'occidente, siamo al suo inizio, siamo nel suo cuore. Il Caput Mundi si stacca. L'occidente cade. E' un momento di fondazione e di sfondamento. E' il momento della letteratura.
Ogni parola del passo che segue (davvero: tutte le frasi del brano) struttura trama, stile e intenti dell'antithriller che sto chiudendo.
La macchina che taglia le teste
di VICTOR HUGO
[da I miserabili]
In realtà il patibolo, quando è lì, drizzato, ha alcunché d’allucinante. Si può avere una certa indifferenza a
proposito della pena di morte, non pronunciarsi, dire di sì e no, fino a quando non si è visto coi propri occhi una
ghigliottina; ma se avviene d’incontrarne una, la scossa è violenta e bisogna decidersi a prendere partito pro o contro
di essa. Taluni, come il De Maistre, ammirano; altri, come il Beccaria, esecrano. La ghigliottina concreta la legge: si
chiama vendetta, ma non è neutra e non vi permette di restar neutro. Chi la scorge freme del più misterioso dei
fremiti. Tutte le questioni sociali drizzano intorno alla mannaia il loro punto interrogativo. Il patibolo è una visione;
ma non è una costruzione, ma non è una macchina, ma non è un inerte meccanismo fatto di legno, di ferro e di corde.
Sembra ch’esso sia una specie d’essere con non so qual cupa iniziativa; si direbbe che quella costruzione veda, che
quella macchina senta, che quel meccanismo capisca, che quel legno, quel ferro e quelle corde vogliano. Nella
spaventosa fantasticheria in cui la sua presenza getta l’anima, il patibolo appare terribile e sembra partecipe di quello
che fa. È il complice del carnefice: divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo è una specie di mostro
fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere d’una specie di vita spaventevole, fatta di tutta
la morte che ha dato.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 6 Aprile 2005
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