Non molti giorni fa, nella consapevolezza di quanto stava per accadergli, ad alcuni intimi Giovanni Paolo II ha sussurrato: "Non omnis moriar". E' una citazione strana sulle labbra di un Papa, provenendo dai Carmina del pagano Orazio. Però è una citazione che significa. E' norma interpretare quel carme oraziano come un'esaltazione dell'immortalità dell'arte (il bronzo perenne): interpretazione di facciata, superficiale.
Limitiamoci a sostenere che Wojtyla ha interpretato molto più rettamente, proprio secondo le nascoste intenzioni di Orazio. Del quale pubblichiamo qui di seguito il Carme, in traduzione e in originale.
Orazio: Carme XXX
Ho eretto un monumento più perenne del bronzo e più alto della mole regale delle piramidi, che non possano distruggere né la pioggia che corrode, né l'Aquilone sfrenato, né la serie infinita degli anni, né la fuga del tempo. Non tutto di me sarà passibile di morte, grande parte di me riuscirà a sfuggire all'Ultima Dea: io crescerò rinnovandomi di continuo nella gloria di dopo, finché il Pontefice Massimo con la Vergine silenziosa salirà al Campidoglio.
Si dirà che io - là dove l'Ofanto violento risuona e dove Daunio povero d'acque regna sui popoli terragni -, da terrestre divenuto potenza, abbia per primo trasferito la poesia eolica in italici ritmi. Melpomene, va' orgogliosa di ciò che hai conseguito meritatamente e cingimi propizia con la corona d'alloro delfico la chioma.
Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo inpotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar multaque pars mei
uitabit Libitinam; usque ego postera
crescam laude recens, dum Capitolium
scandet cum tacita virgine pontifex.
Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnauit populorum, ex humili potens
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge uolens, Melpomene, comam.
Q. Horatius Flaccus, Carmina, III, 30