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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Montanari: La verità bugiarda

di PIERO SORRENTINO

Un noir che all'intreccio da spasmo e al gusto dell'enigma associa una spinta di fondo allo studio dell'ambiente sociale e dei sentimenti torbidi che spesso vi galleggiano intorno, come un pulviscolo invisibile ma tenace. Una trama fitta di giravolte e retromarce, con sorprendenti e inattese svolte. E un finale tragico, grandguignolesco, nel segno più riconoscibile di un autore che sa tenere seduto il lettore anche a riflettere, stavolta intorno a dei nuclei cognitivi e culturali di portata vasta e articolata: il rapporto tra verità e menzogna, quella Verità bugiarda (Baldini Castoldi Dalai, 312 pagg., 16,80 euro) che alberga nei cuori neri di personaggi che scartano di lato a ogni capitolo; la radice fortemente piccolo borghese di mali privati e violenze pubbliche; le fratture immedicabili che si scavano tra le generazioni, faglie sanguinanti in cui germinano incomunicabilità, frustrazione, rabbia condensata, follia; e il tratteggio gustoso e allo stesso tempo agghiacciante di un mondo, quello editoriale, dove il precariato lavorativo e l’arroganza intellettuale e umana sembrano non incontrare fondo.

Gli elementi del libro, e tutto quanto lo intesse da cima a fondo, sono supportati dalla ricerca, e dalla conquista, di un’andatura naturale della frase: dalla rinuncia a un’idea forsennata di prosa, a un respiro affannato che rende inutilmente trafelata la pagina e il lettore che le corre dietro; dalla matrice lieve della sintassi; e dall’esigenza di semplicità (semplicità: non semplificazione), di fluidità nell’impostazione narrativa in un autore che della potente scioltezza della scrittura e dell’altrettanto solida blindatura della trama ha fatto una bandiera. Nella mente del lettore si stampa uno schema che non è difficile sovrapporre (tagliando naturalmente la parte noir della storia) a quello di Padri e figli di Turgenev: l'uscita dall'università (o comunque dagli studi) e l'ingresso faticoso nel mondo del lavoro; la presenza di una coppia di eroi che vive nella grande casa assieme ai Padri, agli adulti, e difficilmente ne condivide le regole e le abitudini; gli spostamenti in un'altra casa (in campagna nel caso dello scrittore russo, sul lago in quello di Montanari) un microcosmo staccato, alieno dal presente; il distacco degli eroi dopo il ritorno nella casa di città; l'irrompere di una storia d'amore che va a occupare lo spazio lasciato libero dall'amicizia interrotta; e, ovviamente, il rapporto conflittuale tra le generazioni, splendidamente esemplificato dai piani della villetta milanese, vero e proprio centro d’irradiazione di tutto il romanzo.
Da una parte, dentro la villa, un dedalo di corridoi, porte, stanze, scantinati occulta meccanismi oscuri di amore e morte; dall’altra parte, fuori dalla villa, una violenza altrettanto oscura e spietata (ancora più spietata perché cosciente) stende sul romanzo l’ombra antica, onirica quasi, del tirannicidio.
Il finale, che slitta di sette anni in avanti rispetto al lungo flashback che occupa quasi tutto il romanzo, riserva altre sorprese, per una volta luminose di una speranza che è poi un cauto tentativo di ricomporre un’ambiguità mai rimarginata e in fondo mai del tutto risolvibile. Ma forse è giusto così: come recita una delle citazioni in esergo, tratte da Frammenti di un Vangelo apocrifo di Borges, “gli atti degli uomini non meritano né il cielo né l’inferno”.

raul_montanari.jpgQual è l’idea di partenza del libro?

La storia è semplice, anche se piena di risvolti sorprendenti.
Chris è un traduttore italotedesco di 28 anni, personaggio quindi doppiamente a metà fra due mondi: per le sue due nazionalità e per il mestiere che fa. Conosco bene quest’ultima condizione, perché ho pubblicato come sai più di venti traduzioni dalle lingue classiche e dalle moderne, e quello di traduttore, negli anni Novanta, è stato per me più che un mestiere di complemento.
Chris dice di venire da Monaco, anche se scopriremo poi che questa è solo la prima di una serie di menzogne veritiere, o di verità bugiarde, che attraversano tutta la storia. Affitta un bilocale in una villa milanese, vicino al lato dello Scalo Farini che attualmente è inaccessibile al pubblico, occupato solo da un prato incolto, cintato dalle mura del Cimitero Monumentale. In questo prato sono stati compiuti, mesi addietro, due delitti. La padrona della villa, una vedova avvenente, avara e fanatica religiosa (mi sono inventato per lei la setta dei neosavonaroliani, fautori di un nuovo pauperismo ecclesiale – cosa sconcertante visto il rapporto che la donna ha con il denaro!), si è ben guardata dal rivelargli la circostanza, credendo appunto che lui arrivi dall’estero e non sappia nulla; ma Chris ha portato con sé i ritagli di cronaca nera che parlano degli omicidi.
Le imprese e le sensazioni dell’assassino, che dialoga costantemente con un dio osservatore e partecipe della sua disperata sete di sangue, sono inframmezzate al corpo principale del romanzo, nella forma di sequenze di prosa poetica. A prima vista questo sembra un semplice espediente narrativo: alla fine si vedrà quanto è invece concreto e motivato.
Chris comincia la sua avventura milanese cercando lavoro presso una piccola casa editrice specializzata in poesia, il Vello D’oro; questa parte delle sue peripezie è francamente tragicomica, e contiene una descrizione del precariato intellettuale e alcune riflessioni sul mondo angusto e talvolta meschino della poesia, nonché la presa per il culo di un noto trombone che molti riconosceranno. Mi correggo: che qualcuno forse riconoscerà, visto che il personaggio ha la fama che si merita, cioè poca. Sono davvero felice di aver potuto inserire qui la traduzione di un testo che mi ossessiona da quando ero bambino, la stupenda filastrocca di Lewis Carroll Fury And The Mouse: un’anticipazione agghiacciante di Kafka e di tutto il Novecento.
Nel frattempo, Chris intreccia legami di vario genere con gli abitanti della villa: diventa amico dei due figli della padrona, Marco e Stefania, e riconosce nella fidanzata di Marco, Laura, la prima ragazza con la quale, molti anni fa, ha avuto un fugace incontro sessuale. Nella villa vivono anche, ciascuno nel proprio appartamento, l’avvocato Lorenzo Patui, un postdemocristiano che dirige l’ufficio legale della Regione, e suo figlio Gerry: un ragazzo che è rimasto così scioccato dalla morte per malattia della madre da sviluppare un amore ossessivo e compensatorio per la morte violenta: fra le altre cose è fanatico dell’horror e dedito al culto del più leggendario e tenebroso complesso inglese degli anni Settanta, i Van der Graaf Generator (NB: si sono appena ricostituiti, e faranno un concerto al Conservatorio di Milano l’11 giugno). Gerry sta scrivendo un romanzo pulp, come lo chiama lui: una delle pagine più divertenti del libro è quella in cui dichiara al perplesso Chris di avere elaborato il proprio stile originale dopo aver letto tutti gli autori pulp italiani, e si scatena in un elenco stravagante che include perfino... Aldo Busi.
Lentamente, Chris scivola dentro un ingranaggio che si rivela sempre più minaccioso, e finisce quasi schiacciato fra la violenza privata e gratuita del misterioso assassino e quella politica e motivata di un gruppo terroristico che progetta un omicidio epocale. Entrambe queste modalità di violenza sono legate alla villa e ai personaggi che vi abitano e le girano intorno.
La ragnatela di relazioni pericolose in cui Chris resta impigliato si scioglie nel prefinale in un bagno di sangue, che più che grandguignolesco definirei da tragedia elisabettiana: un terrificante redde rationem in cui tutti i fili narrativi si intrecciano e i rapporti personali diventano drammaticamente corporei. C’è l’irruzione di un deus ex machina negativo, mostruoso, che mentre scrivevo mi ha fatto pensare anche al famoso finale della Lulu di Wedekind, con l’apparizione di Jack lo Squartatore; la differenza è che qui, nella storia raccontata, il nome di questo deus ex machina è già stato fatto.
Nonostante tutto questo, sette anni dopo i sopravvissuti della villa si ritroveranno (con una grossa sorpresa per il lettore), e ricostruiranno, sulle ceneri e sulle macerie di ciò che è stato, un’ipotesi tenera, quasi comica, di avvenire. Questo è uno dei temi portanti del libro: una scommessa su come sia possibile ripensare radicalmente i rapporti famigliari.

"Sarebbe più nobile lasciare in pace la verità. Sarebbe estremamente utile alla verità non scoprirsi" afferma Maurice Blanchot ne La sentenza di morte. Sembrerebbe il motto di tutti gli abitanti della villa: tutti con un segreto, con una storia dolorosa alle spalle o davanti agli occhi, e tutti con questa fortissima voglia di soffocare la verità, di renderla bugiarda, come recita l'ossimoro del titolo. E' un'impressione corretta?

Sì, certo. Tutti mentono, incluso Chris, e tutti finiscono smascherati. Paradossalmente, solo l’assassino dice la verità dall’inizio alla fine della storia! Ma rimane inascoltato, come Cassandra; perché la semplice verità, quando non passa attraverso il vaglio della menzogna, non ha valore. In realtà, le bugie che i personaggi dicono su di sé sono altrettanto rivelatrici quanto la verità che prima o poi emerge: ognuno di loro è interamente se stesso anche quando mente, perché la menzogna ci parla sempre profondamente di chi la proferisce. Sono convinto che sia così anche nella vita: la verità è sopravvalutata.
C’è una parabola cognitiva ed emotiva che tutti percorriamo e conosciamo bene. Provo a spiegarmi.
Si incontra una persona, se ne ha una prima impressione. Molto di questa impressione appartiene al regno della menzogna: a colpirci, in questo primo incontro, può essere il look, il suo modo di presentarsi, quello che lei o lui vuole dire e quello che non vuole dire di sé. Molto di tutto ciò, insomma, è governato dal controllo che la persona cerca di avere sulla parte di sé che mostra al mondo.
Poi frequentiamo questa persona, perché ci innamoriamo di lei, diventiamo suoi amici o suoi nemici, perché è un collega di lavoro, un compagno di scuola. Il nostro giudizio cambia, man mano che apprendiamo delle verità sul suo conto. La nostra sensazione è di conoscerla sempre meglio. L’idea che abbiamo di lei si arricchisce e si modifica. Può darsi, per esempio, che quello che di primo acchito ci era sembrato un cretino e un esibizionista manipolatore si riveli un uomo dolce, affettuoso, problematico, e diventi un nostro grande amico.
Alla fine, con l’amico litighiamo. Non è detto, è chiaro: sto facendo un esempio. Ma quando litighiamo, invariabilmente, torna a emergere la prima impressione che abbiamo avuto di lui. Non ci eravamo sbagliati. Più esattamente: lo sguardo intuitivo, olistico, che avevamo gettato su di lui e sulle menzogne che ci diceva quando lo abbiamo incontrato, non era affatto più impreciso del lento approfondimento di conoscenza (di verità) che abbiamo intrapreso poi. La bugia era veritiera, la verità era bugiarda. Questa è una delle impalcature del romanzo.
C’è un paragone interessante che si può fare con certe conclusioni a cui sono arrivati gli psicologi che hanno studiato i procedimenti del cervello umano applicati al gioco degli scacchi. Il giocatore esperto (e tutti noi almeno dai tredici anni in su siamo giocatori esperti, nel gioco della vita!) abbraccia con un solo sguardo una certa disposizione dei pezzi sulla scacchiera e ne dà spesso un giudizio esatto. Poi comincia ad analizzare, ad addentrarsi nelle finezze della posizione, a scoprirne le verità nascoste. Alla fine di questa analisi, capita che la mossa che gli sembra migliore sia diversa da quella che il suo cervello aveva concepito subito, dal primo istante. Il giocatore gioca la mossa suggerita dall’analisi, e sbaglia! La prima intuizione, l’insight globale, era stata in realtà più esatta.

Con la villa di via Calvino e i suoi abitanti sei riuscito a ricreare una specie di, direbbe Ervin Goffman, super "istituzione totale": l'idea del sociologo americano, semplificando, era che gli uomini assumono diverse maschere a seconda del luogo in cui si trovano; nelle istituzioni totali (carceri, ospedali, luoghi di raccolta coatta...) queste maschere si fondono, stratificandosi una sull'altra. A poco a poco tu scarnifichi le maschere e la facce dei personaggi, scollando progressivamente questi strati posticci, plastificati...

La villa è un universo concentrazionario, claustrofilo, fortemente simbolico.
Sono d’accordo con quello che hai osservato all’inizio sulla disposizione verticale e orizzontale dei luoghi: al piano di sopra abitano i Genitori, a pianterreno i Figli, nel sotterraneo ci sono, come sempre, il passato rinnegato e i segreti inconfessabili: i dischi che Gerry ascoltava prima di innamorarsi dei Van der Graaf Generator, i ricordi della lotta politica di Laura, ma anche oggetti che forse sono stati sottratti alle due vittime dell’assassino, che nel frattempo sono diventate tre.
La villa è un corpo in putrefazione, che si apparenta più alla tradizione horror della casa infestata che alla classica topologia noir. E’ quello che Stephen King chiama “the bad place”. Il marito della padrona ha fatto una morte orribile, lì dentro, e in realtà tutte le famiglie che vi abitano sono famiglie incomplete, sciancate: in diversi momenti Chris ha la sensazione che i morti camminino fra loro, siano presenti quanto i vivi; lui stesso, d’altronde, nei momenti di maggiore tensione percepisce la presenza fisica dei suoi genitori. Oltre a tutto ciò, a un certo punto del romanzo compare un passe-partout, che apre tutte le porte e rende comunicanti gli organi interni e le vene di questo grande corpo.

L’ossessione per l'acqua, sempre presente nei tuoi romanzi, stavolta raggiunge livelli parossistici: l’acqua è più nemica e terribile e nera che mai (il lago che porta la morte, i cani che si azzannano nel fiume, le pozzanghere che impregnano le scarpe e i vestiti, la pioggia paurosa, gli acquitrini, il fango...) tant'è che l'unica immagine serena - o quantomeno non aggressiva, minacciosa - che può essere ricondotta all'acqua non ha niente a che fare con l'acqua: mi riferisco alla scena in cui il padre di Chris pesca, sì… ma nell'asfalto.

Questa che fai è un’osservazione bellissima e mi fa pensare al Tarkowski di Stalker, un film prodigioso in cui l’acqua è protagonista più degli uomini.
Aggiungerei che quest’acqua è sempre acqua dolce: la chiamiamo così perché non è salata; ma di dolce, in senso traslato, ha ben poco: è quella che ci fa più paura e ci muove sensazioni più profonde. Dico “ci”, ma dovrei dire anzitutto “mi”, forse anche perché sono nato su un lago. Il mare, con la sua immensità, la sua acqua cordiale, chiara, densa, che ti sostiene quando nuoti, con la gente sulla spiaggia e la facile malinconia degli autunni, a me non dice proprio nulla. Io sono ipnotizzato dall’acqua amniotica del lago. Da quella seminale, spermatica, del fiume e della pioggia.
Il lago d’Iseo di cui si parla nel romanzo (ma quello che dico vale per tutti i laghi alpini; forse meno per quelli del centro Italia, che sono più grandi paludi che laghi) è concentrato, buio, incassato; le sue sponde sono visibili, spesso verticali, dure. E’ una metafora potentissima dell’inconscio: il grande pozzo in cui sprofondano e da cui emergono, come nella cantina della villa, sogni e incubi. Sai che conosco molte persone, soprattutto ragazze, che hanno paura a nuotare nel lago? Ricordo addirittura di avere conosciuto una campionessa di nuoto, molti anni fa, che rifiutava anche solo di mettere un piede in quell’acqua.

In questo periodo sui banchi delle librerie abbondano romanzi di scrittori italiani in cui (naturalmente con diverse scelte narrative e opzioni stilistiche!) viene raccontato lo stesso, come lo hai chiamato in diverse occasioni, “tirannicidio” che racconti nel tuo romanzo, un omicidio politico eccellente del quale però è come se non ti interessassero né le motivazioni né le conseguenze. Ti va di spiegare la ratio letteraria di questa terribile e eccezionale scena?

Te la posso sintetizzare in una sola parola: pietas.
L’omicidio politico di cui parliamo, e che credo tutto ormai abbiano capito chi riguarda, è davvero descritto come un tirannicidio: fa pensare all’uccisione di Cesare, e forse ancora di più a quella del padre di Alessandro Magno o del figlio di Pisistrato. Gli assassini sono due, ammantati in bandiere che sembrano drappeggiate sui loro corpi come toghe, e l’omicidio avviene in uno scenario quasi teatrale, davanti alla folla, in diretta tv. Per il morto, come per gli assassini, lo sguardo del narratore prova pietas, una cosa diversa dalla pietà: il rispetto di un principio di necessità superiore.

Uno dei cardini principali attorno a cui ruota il romanzo è il rapporto (ma si direbbe più una guerra, salvo qualche elemento che non è il caso di svelare per non rovinare la sorpresa al lettore) tra padri e figli; la dedica A Eva può essere letta come un richiamo alle madri, alla Madre?

Sì. Non a caso, nel momento parossistico del “bagno di sangue” di cui parlavamo prima, la mamma di Marco e Stefania, unica madre presente nel romanzo, la sexyvedova avara e fanatica che finora è stata un personaggio negativo e quasi grottesco, diventa improvvisamente la madre: l’unica che nell’angoscia mantiene i nervi più o meno saldi e fa e dice cose più o meno giuste, come le madri hanno sempre fatto. Le madri danno sempre il meglio di sé nelle catastrofi, quando è in gioco la vita, in senso reale o metaforico; è nel quotidiano che combinano guai, spesso.
Ma Eva è anche il nome segreto della donna che amo: così anche questa dedica è una menzogna, a suo modo.

"Il Krimi finisce oggi. Da adesso inizia un'altra storia": è una frase dall'ultima pagina. Va presa nel suo significato letterale, riferito al romanzo, o è l'annuncio di un nuovo corso che si materializzerà nei prossimi libri?

Credo che già questo non sia più un noir ma, appunto, una moderna tragedia vocata alla catarsi. Il prossimo romanzo, che sto scrivendo in questi giorni, andrà ancora di più in questa direzione. Comunque sta’ tranquillo: i critici continueranno a dire che sono un autore noir. E’ più facile così, e forse nei loro panni farei lo stesso.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 18 Aprile 2005

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