|
|
|
|
I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   HOME
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
Piperno, Colombati , il Miserabile: La macchia umana di Roth

aleleoio.jpgE' una situazione fantastica, quella che sto vivendo da un po' di tempo. Due dei colleghi scrittori che stimo ai massimi livelli sono diventati miei amici, e sono Alessandro Piperno e Leonardo Colombati (nella foto insieme al Miserabile, che è quello sulla destra). Con loro discuto di testi, cosa che non mi accadeva da tanto tempo. A parte certe oasi intellettuali e amicali (un nome per tutti: Valerio Evangelisti), incontravo difficoltà a discutere di testi. Sembra una sega mentale, ma per uno scrittore non lo è affatto. Discutere appoggiandosi sui testi permette di pensare, esplorare e scoprire, essere spostato da altre prospettive. E, soprattutto, permette di dire e di sentirsi dire "no" senza che il rapporto sia minimamente intaccato - esercizio che, significativamente, nei nostri tempi non è più un'atletica, ma una guerra preventiva e poi realizzata.
Qui esprimo il mio "no" a Piperno e Colombati intorno ai giudizi che hanno espresso circa La macchia umana di Philip Roth: Piperno sui Miserabili, Colombati su Nuovi Argomenti (nel numero appena uscito, il 29, dal titolo FUORI CASA, di cui presto mi occuperò appena disporrò della copertina digitalizzata; Colombati ha pubblicato su uno dei suoi blog parte dell'articolo in questione). Tre scrittori che discutono appassionatamente di Roth sono, secondo me, un fatto importante nel contesto di una cultura nazionale che sta ricostruendosi con immensi sforzi.

Alcune precisazioni vanno effettuate. Anzitutto quelle personali, poi quelle riguardanti gli interventi di Piperno e Colombati intorno a La macchia umana.

Precisazioni personali
Non sono un filologo, tantomeno un filologo rothiano. Non ho letto tutto Roth (Patrimony, per esempio, non l'ho aperto). Faccio una fatica bestia a leggere Roth in originale. Non sono nemmeno un hooligan che innalza la sua Ceres in nome dei goal segnati dallo scrittore di Pastorale americana.
Diciamocela tutta: odio Roth.
Si può odiare chi si ama? Sì, capita tutti i giorni, non è un fatto scandaloso. E' un fatto umano. E vorrei che quest'aggettivo, umano, si piantasse al centro dei lobi cerebrali dei Miserabili Lettori a cui interessa questo intervento.
Perchè odio Roth? Per un fatto apparentemente extraletterario. Ho dato da leggere Pastorale americana a un uomo a cui voglio molto bene. Questo uomo, qualche tempo fa, fu sottoposto all'eradicazione della prostata, divorata da un tumore. Il rapporto col tumore da parte di questa persona a me cara non è dei più sereni (è un fatto umano, ma è un fatto umano anche che esistano persone che intrattengono con la Malattia un rapporto sereno. C'è gente che ama, e non per ipocondria, la propria Malattia). A questa persona - che è l'unica che io conosca a essersi letta tutto Pynchon, tutto DeLillo, tutto Wolfe, tutto Palahniuk, tutto Foster Wallace, e anche Pelevin, Gaddis, Barth, Ellroy, Oates, Lethem e così via - regalo la Pastorale di Roth, senza ricordare che all'inizio c'è la scena in cui Zuckerman incontra gli ex compagni di college e parla del suo tumore alla prostata. Il dedicatario della Pastorale sta male a leggere quella parte. Ci sta male veramente. Questo fatto non obnubila del tutto il giudizio che trae dalla lettura del libro. Il signore da me molto amato mi dice: "E' un delirio. E' vero in quanto è improbabile".
Da anni medito sui rapporti tra profetico, probabile, improbabile ed esotico. Resto molto colpito dalla prospettiva che il signore a me caro ha utilizzato per leggere la Pastorale. Si tratta di un criterio: un criterio duplice. Da un lato, egli mi ha implicitamente fatto notare che un romanzo può essere usato come strumento per ferire. Io ho ferito questa persona usando inaccortamente la Pastorale come clava. L'ho fatto senza rendermi conto, un po' come Edipo che ammazza Laio senza rendersi conto che è suo padre. Però l'ho fatto. L'altra metà del criterio di lettura che il suddetto signore ha utilizzato per leggere Roth è lo stupore che nasce da una dissociazione: com'è possibile che un'avventura improbabile gli sia apparsa come vera? Il fatto è che Roth viene qui a essere classificato non come scrittore naturalista e/o borghese. E' la prima volta che mi sento dire che Roth è uno scrittore del fantastico: fa cose improbabili con ingredienti che apparterrebbero a una normalità.
Per questa capacità di mettersi in mano mia come un'arma e per questo strabismo che, secondo me, coglie tutto il mio tempo, io odio Roth in quanto lo amo.
Questa che ho raccontato è una parabola che mi serve per discutere, qui sotto, de La macchia umana. Vorrei fosse chiaro che la discussione letteraria si fa comunque per parabole. Non esiste una scala 1:1 per discutere opere letterarie. Assistere a una discussione letteraria è un po' come vedere una partita di squash, dove accadono strane cose: i discettanti letterari lanciano la pallina del proprio giudizio contro la parete del testo, in attesa di una risposta agonistica e ludica da parte dell'amico avversario; ma, anche, i giocatori sono il testo, che lancia la pallina dell'incanto immaginario sulla parete umana di chi cerca di discutere proprio quel testo. E, a ogni colpo, la sala in cui si gioca a squash è diversa: si sposta all'interno di un vasto complesso sportivo, addirittura in altre città e nazioni, forse anche su altri pianeti, magari pure in altri universi.

Precisazioni sugli altri giocatori di squash
Ecco i loft e le schiacciate e le volée di Alessandro Piperno mentre gioca a squash con me: colpi tennistici indirizzati al muro de La macchia umana (qui è il suo intervento per intero):

La Macchia Umana è un romanzo non riuscito. Tutto qui. E le ragioni del suo fiasco sono verificabili empiricamente.
1) E’ un libro che narra una vicenda che (sebbene tratta da una storia realmente accaduta) non è neanche per un solo attimo credibile. Sfida tutte le regole della verosimiglianza.
2) E’ un libro che nasce da una passione civile più che da una necessità interiore. E’ l’ultimo manifesto d’un sessuomane contro il puritanesimo americano, in un’epoca in cui (converrai con me) la sessuofobia in America se la passa piuttosto male (basta assaggiare l’ultimo libro di Wolfe, bello pur con tutti i suoi difetti, per capirlo). Anche qui: non c’è un solo momento, nel libro, in cui Roth riesca a nascondere il suo impianto ideologico e la sua indignazione morale contro gli anti-clintoniani nemici del pompino.
3) E’ un libro in cui non si parla di discriminazione anti-ebraica (come, per esempio, in Ho sposato un comunista). Ma di quella contro i neri. E si vede che Roth ci prova: prova a capirci qualcosa, a raccapezzarsi in una materia che non gli appartiene. Ma, come accade il più delle volte allo scrittore desideroso di affrontare argomenti che non fanno parte della sua patria interiore, gli capita troppo spesso di scadere nel parodistico.
4) E’ un libro sentimentale, verboso e magniloquente.
5) Non esiste un solo personaggio (il fatto che tu non ricordassi l’improbabilissimo nome dell’improbabile Faunia la dice lunga). Lo stesso Coleman Silk è un personaggio allo stesso tempo sbiadito-ineffabile e troppo pieno, troppo spiegato.

humanstain.jpgPoi c'è Leonardo Colombati, che partecipa a questa partita di squash a tre (cosa che esorbita dalle regole dello squash, ma non da quelle del rimpiattino di italica memoria; infrangere le regole è la missione di qualunque scrittore, comunque). Su Nuovi Argomenti, Colombati stronca con personale dureriana melancholia l'ultimo romanzo di Roth, The Plot Against America, che sta per uscire in edizione italiana. Questa stroncatura equivale a un trattatello secentesco sul mondo visto con il canocchiale: è un capolavoro barocco. Non avendo letto il Plot rothiano, non prendo in esame i giudizi relativi a questo romanzo. Segnalo unicamente un giudizio che concerne La macchia umana e corre a salti nella recensione di Colombati. Lo ricompongo qui:
Nel 2000 uscì La macchia umana, e fu una delusione. [...] Alla lista si potrebbe aggiungere La macchia umana, un discorso sul razzismo, questa volta nei confronti degli afroamericani: un professore universitario viene ingiustamente accusato di aver fatto una battuta unpolitically correct nei confronti di un suo studente di colore e per questo viene espulso; ma il professore custodisce un incredibile segreto: in realtà è nero anche lui. [...] Zuckerman sarà il protagonista di altri otto libri (tra i quali La macchia umana), tutti incentrati sulla lacerazione fra identità ebraica e cultura americana.

Su queste riflessioni di Piperno e Colombati io controrifletto.
Un'ultima precisazione: va da sé che il gusto è gusto e che non voglio convincere nessuno che La macchia umana sia un capolavoro, anche se per me questo libro è il capolavoro di Roth.
Si tenga inoltre presente che non ho il testo sottomano: è ancora sepolto negli scatoloni del trasloco e ciò mi costringe ad andare a memoria - facoltà, questa, che è umana e animale (quest'ultimo aggettivo fa riferimento al testo L'animale morente, altro libro di Roth per me fondamentale).

Che cos'è la "macchia" e perché è "umana"
A telefono, l'altro giorno, dicevo a Piperno: "Non si può attaccare Roth sull'improbabilità. E' uno scrittore dell'improbabile", e lui mi rispondeva: "Non lo è. Pynchon lo è. Se Roth si cimenta con l'improbabile, fallisce". Abbiamo ragione entrambi, poiché l'improbabile a cui faccio riferimento io non è l'improbabile a cui pensa Piperno. Il mio amico scrittore, infatti, si stupiva alla mia affermazione che "Pastorale americana è un libro che ruota sull'improbabilità: un padre di famiglia, detto lo Svedese, fallisce e incontra dopo anni, in una topaia incredibile, la propria figlia che è diventata una terrorista ed è vegana ed è oltre l'anoressia". Piperno era perplesso, il che mi induce a fare un discorso sull'improbabile, usando proprio La macchia umana come piattaforma di lancio.
Roth ha scritto un (pessimo) libro, The Breast, in cui un professore universitario, come Gregor Samsa (cognome ebraico) in Kafka, subisce una metamorfosi per cui non esiste una giustificazione, nonostante si cerchi per tutto il romanzo di apportare una giustificazione a questa strabiliante trasformazione: il professore è diventato un'enorme mammella.
Nel Lamento di Portnoy, si legge il resoconto (stenografato?, registrato?) di una lunghissima, estenuante seduta psicoanalitica, in cui il terapeuta parla soltanto alla fine del libro. E' un impossibile dialogo in extremis, che non esiste in nessuna pratica psicoterapica, il contrario polare della seduta breve lacaniana. Portnoy resta umano grazie a quel puntino dialogico che appare alla fine e che struttura una sorpresa, un colpo di scena, facendoci sentire una suspence che non avevamo avvertito mai nel corso della lettura, convinti che si trattasse di un monologo interiore. E non avevamo torto: era un monologo interiore ed era un dialogo. Portnoy era un'allegoria della nevrosi che parla e fa sfumare l'umano. La sede per eccellenza dello psicologismo nella nostra contemporaneità - cioè la seduta analitica - inscena l'evaporazione dell'umano, che si svuota in un discorso infinito, ma resta umano nel dialogo esteriore, minuscolissimo, che si oppone al dialogo interiore e dittatoriale che ha assunto la forma della potenzialità: la nevrosi potrebbe dire qualunque cosa, potrebbe variare indefinitamente sui reperti biografici dell'uomo che le sta prestando bocca. Profezia viene etimologicamente da prò femì: parlo in nome di, presto la bocca a un altro che parla attraverso me. Il lamento di Portnoy è il tentativo di pronunciare una profezia in epoca laica.
In Operazione Shylock (si noti l'occorrenza shakespeariana), Roth ha a che fare con un sosia nominale, che prende pubbliche posizioni in Israele: sono posizioni che varcano ogni confine non solo della political correctness, ma financo della unpolitical. Shylock è il racconto della storia come dissociazione. E' incredibile, sta storicamente accadendo che ci sia un altro me che viene scambiato con me, e questo altro prende posizioni di cui sono stato accusato io (il Lamento costò, come racconta nel suo excursus dettagliatissimo Colombati, notevole avversione e accuse di antisemitismo a Roth). Queste posizioni io non le prenderei mai, ma hanno già detto che le ho prese.
Il riferimento alla radice ebraica di Roth è stato qui fatto solo perché concerne il plot di un romanzo. Nonostante Kapesh, Portnoy e Roth siano personaggi per cui la problematica dell'identità ebraica in occidente è fondamentale, nella mia lettura ciò non sembra centrale. Il tema non sembra centrale. Il contenuto non sembra centrale. Gli elementi storici che il racconto muove non sembrano centrali.
E allora cos'è, per me, centrale in Roth?
La tragedia.
La tragedia, come sistema esorcistico ed esplorativo che l'immaginario umano mette in atto nel considerare la vita come destino, la coesistenza istantanea degli opposti, è per me la chiave di accesso a Philip Roth. Una tragedia non può appartenere per natura alla letteratura di formazione o a quella borghese, che sono categorie critiche molto tarde rispetto all'evenienza della tragedia. Considero (magari un po' autoritariamente) il romanzo borghese e/o di formazione come una laicizzazione (una vaporizzazione) del tragico che l'immaginario umano avverte e mette in dispositivo letterario. Per me esistono solo due protoforme letterarie: l'epica e la tragedia, ognuna avente in sé i nuclei primari dell'altra forma. Perfino la lirica, per come la leggo io, altro non è che una vaporizzazione del monologo tragico, che tace su ciò che c'è attorno - e attorno alla lirica per me c'è tutta la tragedia.
Ne La macchia umana, Coleman Silk dà degli spooks a studenti di colore che non partecipano spesso alle sue lezioni. Spooks è una citazione da Shakespeare: significa spettri. In gergo, però, significa negri. Di qui, l'equivoco, che porterà Silk a denunciare la verità che tiene nascosta da una vita (egli è un coloured bianco) e a morire, con un'accelerazione improbabile e delusiva. Molto del romanzo coincide con l'autodifesa di Silk: ed è un'autodifesa che cerca di opporre vanamente Shakespeare al gergo americano. Questa autodifesa compie il ritratto del crollo della cultura classica (shakesperiana, ma soprattutto latina) e lo compie tragicamente: è un'autodifesa che fallisce e che, fallendo, fa emergere la verità e consegna l'atto prometeico di Silk alla memorabilità. Simile memorabilità non viene testimoniata da Zuckerman, il narratore-che-all'-inizio-non-sa e che diventa il-narratore-che-alla-fine-sa: viene invece testimoniata dall'anziana sorella del professor Coleman Silk. E' lei, nella penultima mossa del romanzo, a dare un'interpretazione corale (per conto di tutta la comunità tradita da Silk, e cioè la sua famiglia d'origine) della vicenda di cui suo fratello è stato protagonista. Una vicenda eminentemente shakesperiana, tragica: fratelli che si scannano, madre tradita e affossata sul letto di morte, padre odiato e ammirato che si fa assente, figli che complottano contro il padre (se si sente il padre) e che lo difendono dall'esterno (se si sentono i figli).
Questa è la tragedia de La macchia umana. Meglio: lo sarebbe, se non subentrasse un'altra tragedia.
La vicenda di Coleman Silk è un racconto del passato che si riversa sul presente come Dìke, come Tùke, come Nèmesis. Ma non basta. Questa è un'enorme, abnorme, colossale intuizione di Philip Roth. La tragedia non basta. Non c'è una tragedia: ce ne sono due. L'epoca laica non comprende che il tragico equivale al detto tommaseo: binarius est numerus infamis, è il due che costituisce la forza dell'infamia. E' l'infamia la vicenda duplice che prende corpo ne La macchia umana. Chiunque, ne La Macchia umana, è infame. Per comprendere che esiste chiunque bisogna che ci sia un altro oltre al soggetto tragico. E, infatti, Roth struttura una seconda vicenda tragica, speculare rispetto a quella di Coleman Silk: è quella di Faunia. A mio avviso sceglie questo nome ("l'improbabilissimo nome di Faunia", come lo intercetta Piperno) proprio per la radice classica e allegorica che sprigiona. E' un nome da caccia di Zeus alle pudenda delle ninfe, da agguati boschivi di fauni priapici. E Faunia è questo: è un aggregato di maschile (sembra davvero un maschiaccio, Roth continua a ripeterlo, munge vacche con la forza di un pakistano emigrato nel Lodigiano) e di femminile (è bianca, la sua pelle è chiarissima). Lei violenta Silk, che scopre il piacere di essere accolto e ascoltato grazie alla violenza che ha sempre tentato di soverchiare e che ha sempre nascostamente chiesto che lo soverchiasse (da ragazzo, Silk faceva il pugile e trionfava nel prendere a pugni l'avversario, schivandone però abilmente i colpi). Tuttavia Faunia la violentatrice è stata violentata dalla vita: i suoi due figli sono morti in un incendio domestico, lei è stata accusata di infanticidio dall'ex-marito, un reduce del Vietnam distrutto dalla sindrome da stress post-traumatico, la cui vicenda è l'altra metà della seconda tragedia inscenata da Roth. Faunia, androgino inquietante violentatore e dolcissimo violentato, diventa la prima persona a conoscere il segreto della mistificazione razziale di Coleman Silk. Silk, quest'uomo il cui cognome significa l'albedo della "seta", è davvero colpevole, è davvero razzista, un razzista au contraire, è giusto che lo abbiano cacciato dal college - sarebbe giusto, se le cose avessero un equilibrio di giustizia universale, il che non è mai. Invece in questa tragedia, come in ogni tragedia, il violatore della giustizia subisce il suo geometrico contrapasso.
C'è un fatto incredibile a complicare il rapporto tra professore e mungitrice: Faunia è analfabeta. Siamo oltre il probabile: l'amante di un docente di letteratura classica, in piena America, è analfabeta! Questo è impossibile! Infatti, non è vero: Faunia non è analfabeta. Finge di essere tale. Perché? Per avere un vantaggio sul mondo. Il mondo la aggredisce e lei fa la parte dell'animale che fa finta di essere morto (su questo punto andrebbero sviluppate riflessioni circa il rapporto stretto che c'è tra La macchia umana e il successivo L'animale morente), per ingannare l'aggressore e salvarsi la vita. Così, all'opposto, ha fatto Coleman Silk: ha finto di essere un animale vivo e aggressivo (un bianco) per aggredire l'aggressore. Questa relazione dinamica tra opposti speculari (la vertiginosa simiglianza che si instaura tra opposti) è tutta la tragedia. E' la tragedia per come la sente Roth.
C'è un oltre la tragedia? Sì. La tragedia inscena molte fini, per permettere allo sguardo umano di durare oltre la fine. Roth sembra conoscere perfettamente questo meccanismo, quando, anziché concludere La macchia umana in maniera tradizionale, aggiunge un pezzo estraneo a tutto il racconto. Si tratta del misterioso e abbacinante incontro tra Zuckerman e l'ex-marito di Faunia, il folle reduce dal Vietnam che ha causato la morte di Faunia e di Silk, sebbene non risulti agli atti che li ha uccisi. Questo incontro avviene in una distesa ghiacciata, immensa: un lago coperto da una spessa lastra glaciale che sembra il pack. Si incontrano i testimoni delle tragedie: Zuckerman è il testimone della tragedia di Silk, il marito di Faunia fu il testimone della tragedia della donna, fu il testimone della tragedia del Vietnam. E' un testimone di tipo diverso rispetto allo scrittore Zuckerman. Qui Roth dice molto sulla sua visione depressiva della letteratura. L'ex marito di Faunia è un testimone coinvolto e impotente: ha parte nella morte dei bambini e non lo capisce, ha parte nella morte di Faunia e di Silk, ha parte nei massacri in Vietnam. Ha parte ed è un testimone. Dovrebbe essere una testimonianza a guarirne il trauma: per curarlo, i veterani del Vietnam lo sottopongono a una terapia che include una visita al muro memoriale che gira per gli Usa, sul quale sono iscritti tutti i nomi dei soldati americani caduti in Vietnam. L'avventura non sarà terapeutica, ma assisteremo comunque a un confronto gigantesco tra testimonianza e violenza. Zuckerman è un testimone di tipo diverso: sembra non esercitare violenza. E' davvero così? Ci si chieda se e quale violenza venga esercitata dallo scrittore. Allora sarà chiaro che la declinazione depressiva che Roth sembra concedere alla letteratura diviene davvero una melancholia saturnina: l'apparente paralisi che interviene quando c'è troppa potenza, troppa violenza.
L'incontro tra Zuckerman e l'ex militare è un pezzo da brividi. Forse soltanto al capitolo finale del Gordon Pym, o leggendo Lovecraft, mi è capitato di provare brividi simili: terrore per ambiguità, il polo col suo magnetismo assoluto e distorto, l'uomo allo stato animale capace di tutto - angelo e violentatore. E' una scena bianca, totalmente bianca e gelida, che ricorda molto da vicino il quarantaduesimo capitolo del Moby Dick, quando Melville affronta il problema del bianco e parla della luce come "cosmesi spirituale", secondo citazioni plotiniane e agostiniane. Ed ecco cos'è, nonostante le precisazioni esplicite compiute da Roth rispetto a questa coppia stramba di sostantivo e aggettivo, la macchia umana: è un uomo lontanissimo, nello sconfinato bianco glaciale, che sembra un puntino, un'eccezione al paesaggio, un puntino nero senza forma, che ha partecipato a una storia, in qualche modo l'ha terminata o forse l'ha originata, ed egli continua oltre la fine della storia, esattamente come l'uomo ha iniziato la storia: il marito di Faunia, piegato su un foro nel ghiaccio, preda i pesci, come se provenisse da un'arcaicità ancestrale, precivile.
L'uomo non uomo: una forma piccolissima e scura, eccezionale, forse rettile o plantigrado, nell'assoluta assenza di riferimenti geometrici che permettano di definirne i contorni. L'uomo tragico. L'uomo destinato. La belva umana.
Questa è la lettura che compio su Roth. Essa determina che La macchia umana non è un romanzo. Si tratta invece di una tragedia contemporanea: una forma in via di definizione, non ancora consolidata, del tutto estranea alla tradizione otto/novecentesca del romanzo. C'è un valore politico, in tutto ciò, ma non si identifica, a mio avviso, con la battaglia civile su Clinton, che l'autore pronuncia in incipit. Qui, secondo me, il valore politico è identico all'interpretazione hegeliana dell'Antigone: si sta parlando delle leggi, del linguaggio e dei riti nel passaggio, che migrano da un ordine precedente a un nuovo ordine, che è un non-ordine di carattere umanistico, facente perno sulla comprensione della potenza destinale che si identifica con la forma io e con la forma noi. Questa non è soltanto una mutazione antropologica: è una mutazione letteraria, che manifesta la sempiternità umana della letteratura.
L'estraneità ai protocolli letterari novecenteschi è l'improbabilità che infastidisce coloro a cui La macchia umana sembra un romanzo non riuscito. Costoro hanno ragione: non è un romanzo riuscito, è una tragedia compiuta.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 2 Marzo 2005

stacco.gif
blogsnation.gif Questo sito, privo di qualunque finalità di lucro, è ospitato gratuitamente sui server di BLOGSNATION, grazie all'opera di pietà tecnica e di umana comprensione di Gianluca Neri. I contenuti della e-zine I Miserabili non sono soggetti a copyright. I Miserabili non è una testata registrata. Per proposte, richieste ed eventuali lamentele, contattare il responsabile di questo sito, Giuseppe Genna. Non si accettano invii di manoscritti (anche in forma digitale) e nemmeno proposte di recensione.
RSS 1.0RSS 2.0Listed on BlogSharesThis blog is listed in BlogBarThis blog is listed in BlogNewsGNU FDL LincensePowered by Movable Type 2.64