Affermare oggi che la letteratura italiana è priva di energia rientra nell'ordine di una patologia di cui devono occuparsi sociologi psichiatrici alla Durkheim. A uno scrittore come il sottoscritto, che legge i testi del suo presente, la salute della letteratura contemporanea italiana appare salda e non necessitante anamnesi. Va lasciato, questo esercizio di lamentazione ipocondriaca, alla pazienza dei medici dell'Asl.
Se si desidera un esempio di supernarrativa contemporanea, profonda, energica, pura dissoluzione dell'io e investigazione della Storia e delle storie, del sapere (ogni sapere) e della sapienza, ci si affretti in libreria, si acquisti il recente straordinario libro di Beppe Sebaste, H.P. - L'ultimo autista di Lady Diana, si dia fuoco alle polveri della lettura, ci si nutra di una meditazione narrativa che sta tra Seneca e Capote, ci si incanti, si sprofondi nell'attenzione vigile e vuota che questo testo veicola. Si avrà fatto l'esperienza della grandezza a cui arrivano certi scrittori nel nostro tempo.
Partiamo dal livello più elementare, che è quello dei generi, autentica ossessione dell'idiozia che domina la scena del chiacchiericcio paracritico italiano. Questa sarebbe, nelle intenzioni dell'autore, una biografia, e precisamente una biografia di Henry Paul, lo scelleratamente celebre autista alla guida della Mercedes schiantatasi nel sottopasso dell'Alma, a Parigi, avendo a bordo Lady D. e il di lei filarino Dodi Al Fayed. Qui i critici dovrebbero essere contenti: un genere esplicito, una pre-etichetta che solleva dalla fatica di classificare un testo, un sonno tra quattro, sedici, trentadue guanciali!
Diciamo che non è così. Enunciamo la verità su questo complesso, profondo, struggente libro. Avventuriamoci nella difficoltà, che dovrebbe essere un esercizio caro ai Miserabili Lettori. Questa non è una biografia. Meglio: sono due biografie, ma non è vero. E' un desiderio, H.P., non la realizzazione di un desiderio. Non è vero nemmeno questo. H.P. è il percorso che porta al superamento del desiderio, attraverso il seguente percorso, accidentale e accidentato: Sebaste, che è tutti noi (è qualunque suo lettore) si rende catastroficamente conto del desiderio che lo spinge, come una vocazione preternaturale, all'esposizione del desiderio stesso, la quale pratica è tutta la letteratura; resosi consapevole del desiderio, senza abolirlo lo osserva, mutando lo sguardo che prima era inconsapevole e ora testimonia di una coscienza vuota e disponibile, che risiede nell'osservare se stesso nell'atto in cui se stesso prova un desiderio e vive.
Per compiere quest'opera intima e artesiana, Sebaste impiega l'unica figura letteraria e conoscitiva che permetta un simile lavoro di scavo e autotrascendimento: cioè l'allegoria.
(Sia detto che tutto ciò che io chiamo allegoria vuota o benjaminiana è realizzato dal libro di Sebaste. E' da meditare la lettera in incipit del libro, e lo sviluppo del testo in relazione a quest'incipit. Non è tecnica, quella esibita da Sebaste: è intercettazione e sviluppo voltaico dell'intuizione).
Dal principio, in H.P., viene enunciata la necessità della testimonianza, e questa enunciazione è effettuata in tutta la sua paradossalità. La vicenda mediatica ed esistenziale di Henry Paul necessita, per lo scrittore Sebaste che al principio dell'opera, di testimonianza: questa vita normale, ma anche walseriana, di un autista che beve, che ha i cazzi suoi e che fa un lavoro apparentemente anomalo, questa esistenza violata dallo sguardo pubblico che cerca ovunque oscenità, va recuperata con l'unica testimonianza che Sebaste e ogni scrittore hanno a disposizione: scrivere, scavare con la letteratura. Questa sarebbe l'opera memorialistica oraziana - le parole come monumento, bronzo perenne. E, invece, questo è soltanto l'inizio, l'approccio confuso all'opera. Perché l'evocazione della testimonianza viene effettuata da Sebaste mediante citazione letteraria, una citazione talmente ultrapsichica da portare alla deriva del non sapere e del non raccontare: sono i versi di Celan, "Nessuno | testimonia | per il testimone". Del tutto estraneo a un intento di religiosità poetica (e di religiosità tout court), Sebaste intraprende un percorso che su queste pagine si definisce per l'appunto ultrapsichico: aggancio a un oggetto esterno che si rileva essere interno, sfondamento nella sostanza di ogni oggetto, entrata in un vuoto che non è il nulla. Se nessuno testimonia per il testimone, chi è questo nessuno? Una simile domanda, lungi dall'apparire surreale, è il centro di ogni poetica e di ogni narrazione. La consapevolezza, inizialmente confusa, che qui si sta navigando settemila leghe sotto i mari del mondo, in pieno stato adiabatico e letterario, è da ritrovarsi in un'affermazione che suonerebbe astratta, se non fosse il perno intorno a cui ruota l'intero lavoro di Sebaste: "Mi interessai a lui, l'uomo dal nome così semplice - giustapposizione di due nomi propri - da sembrare romanzesco". Il nome Henry Paul non sembra romanzesco: è il romanzesco. E il tentativo di biografia compiuto da Sebaste non sembra una biografia: è la biografia totale dell'umano, il che è la letteratura.
Ho un criterio del tutto personale a cui ricorro per comprendere, a posteriori, se un libro è un grande libro. Questo criterio è definibile con l'immagine plotiniana del tracimare da sé. Quando non riesco a descrivere totalmente cosa accade in un libro, poiché nel libro accade troppo, sono certo che, quoad me, si tratti di un lavoro eccezionale. E' il caso di H.P., è il caso di questo commovente lavoro perpetrato su sé e sugli altri da Beppe Sebaste. Gli bastano pochissime pagine per passare da una teoria del giallo a una non-teoria della letteratura a una non-non-teoria della vita o, più precisamente, della corrente vitale, del destino, del karma, del caso, della sincronicità.
Sebaste, laureatosi con una tesi sulla letteratura gialla, potrebbe appoggiarsi a una gabbia stilistica conosciuta, invece abbandona le griglie, va allo spreco di sé e della storia, ci rivela tutto perché sia possibile comprendere che non esiste il tutto e che lo sguardo dura nel non sapere. Henry Paul, questo Bartleby ennesimo che non comunica all'umanità la sua verità e, inabissando l'uomo in questa vorticosa incertezza, permette l'umano, viene qui a farsi emblema assoluto di un percorso psichico e spirituale distante da ogni formulazione, immerso totalmente nel divenire e nel cangiamento vitale, dal quale esce rinato per sprofondare lo sguardo nella sostanza del divenire.
Questo libro sarebbe un manuale nondualista, se non vi corresse sotterraneamente, come è tipico di tutte le tragedie, l'ansia della domanda sul senso e sulla forma. Questo è il limite della letteratura: limite positivo, propositivo. Di fatto, è impossibile scrivere un libro metafisico: si può scrivere soltanto un biglietto di viaggio senza ritorno per la landa metafisica, sapendo che, approdati in quella landa, saremo al punto di partenza, che vedremo con occhi nuovi - meglio: lo vedremo senza occhi.
Henry Paul è l'uomo: l'uomo quintessenziale e concreto, l'uomo mondano e ultramondano, l'eterna riseva che dalla panchina guarda se stesso giocare e subire e fare il goal, il vicario protagonista, lo sfiorato dalla Storia e la Storia che sfiora i supposti protagonisti, una figura dei Tarocchi, il re e la nudità del re. "Non conosce dolore chi cerca di giustificarlo": ecco il centro del tornado tragico in cui Sebaste si pone e nel quale sta: dapprima agitandosi, sopraffatto dal panico (della vita, della sua vita e di quella di Henry Paul, della paura della morte), per poi, lentamente e progressivamente imparare a stare - stare laddove non ci sono parole, c'è solo la grammatica dello stare.
Comprendo di avere scritto una cosa che non è una recensione. Voglio comunicare la totale adesione poetica all'esperienza letteraria e sapienziale che Sebaste ha scritto per me, e per voi tutti, con questa ultrabiografia. E', certo, una biografia di Henry Paul e una biografia di Beppe Sebaste. Però è più di una biografia, è più di ogni biografia. Personalmente, giudico questo testo un libro a me gemellare. Ho tentato di fare qualcosa di simile con Assalto a un tempo devastato e vile, ma devo dire che non sono riuscito nello sfondamento a cui è invece giunto Sebaste. Non conosco Sebaste, magari è più adulto di me e, sicuramente, ha scritto questo diario di bordo interstellare disponendo di molta più esperienza e capacità meditativa di me ai tempi di Assalto. Giudico questo assalto iperbolico (questa ascesi) di Sebaste una delle apparizioni imprescindibili della letteratura del mio tempo. Non esiste un testo americano - penso a Foster Wallace, al Palahniuk della guida di Portland, a Eggers - che raggiunga una simile intensità veritativa e sovraveritativa.
H.P. - L'ultimo autista di Lady Diana è uno dei libri più importanti degli ultimi anni e l'unico scopo del mio intervento è davvero retorico: è persuadervi a impossessarvene e a leggerlo.
Beppe Sebaste - H.P. - L'ultimo autista di Lady Diana - Quiritta - 13 euro