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Orson Welles: It's all true
Metafisica, Shakespeare, il proprio cadavere da spedire al Presidente degli Stati Uniti, ritmo della poesia e delle scene, tecnicismo pittorico e astrofisica, inquietudine e situazionismo in grande stile: a leggere It's all true, lo splendido labirinto costruito con interviste a Orson Welles e pubblicato da minimum fax nell'imprescindibile collana nera dedicata ai geni del cinema [traduzione di Serafino Murri, € 14.50], si resta a bocca aperta di fronte a una figura gigantesca e sovrumana di intellettuale e artista, che ha rivoluzionato la settima arte e - se questo discorso verrà precisato, e spero di farlo presto - sta continuando a rivoluzionare la letteratura, quella odierna. Un caleidoscopio di visioni, idee, suggestioni, storie marziane: It's all true è un manuale dell'oggi che si sta facendo e un monumento al Novecento in forma di galassia. Invito chiunque a munirsi di questo stupendo libro, di cui qua sotto replico parte dell'estratto concesso dal sito degli infaticabili faxisti, a cui va il nostro più sincero e acuto ringraziamento per una simile adamantina opera di memoria del futuro.
Orson Welles: il Rinascimento, oggi
Lei è una celebrità da trent’anni, ormai. In tutto questo tempo, qual
è stata la descrizione più accurata che qualcuno abbia dato di lei?
Io non voglio che nessuna descrizione di me sia accurata: voglio
che sia lusinghiera. Non credo che la gente che deve faticare per gua-
dagnarsi il pane ami essere descritta in termini veritieri – almeno non
dalla stampa. Dobbiamo vendere biglietti, quindi abbiamo bisogno di
buone recensioni.
Nelle conversazioni private, qual è la cosa più piacevole che ha
mai sentito dire sul suo conto?
Quando Roosevelt ha affermato che avrei potuto essere un grande
politico. O quando Barrymore ha detto che Chaplin e il sottoscritto
erano i due più raffinati attori viventi. Non voglio dire che io creda a
queste cose, ma lei ha usato la parola piacevole. Quel che mi fa dav-
vero piacere è essere lusingato ai margini del mio lavoro... sulle cose
di cui non mi occupo principalmente, o almeno non professional-
mente. Quando un vecchio torero mi dice che sono una delle poche
persone che capisca i tori, o quando un mago mi dice che sono un
buon mago, questo solletica il mio ego senza aver niente a che fare
con il botteghino.
Di tutti i commenti, scritti o detti a voce, che sono stati fatti su di
lei, quale l’ha più contrariata?
Niente di detto a voce. Tengo davvero solo alle cose scritte; ad
esempio, tutto quel che Walter Kerr ha scritto su di me. Devo fare
grandi sforzi per convincermi che le cose cattive che sono state scritte su di me non siano vere. Ho un rispetto primitivo per il mondo della carta stampata quando mi riguarda, specialmente se in senso negativo. Ricordo che mentre interpretavo Marchbanks in Candida a Denver – avevo diciott’anni – sono stato descritto come “un tricheco che
uggiola col suo basso profondo”. È stato più di trent’anni fa, ma pos
so ancora citare quella recensione alla lettera. Invece non ricordo nulla delle recensioni buone. Probabilmente quelle cattive mi fanno così
male e in modo così morboso perché è da tanto tempo che mando
avanti la baracca. Sono stato attore-impresario di me stesso per la radio, il cinema e il teatro; e dal punto di vista economico dipendo in
modo molto immediato da quel che viene scritto su di me, perciò mi
preoccupo di quanto questo influenzerà gli incassi. O forse è solo una
giustificazione alla mia suscettibilità.
Parlando dei critici, una volta lei si è lamentato dicendo: “Non
recensiscono il mio lavoro, recensiscono me”. Ha l’impressione che
questo sia ancora vero?
Sì... ma ritengo anche che non dovrei lamentarmene. Mi guada
gno da vivere bene, e ho sempre un sacco di lavoro proprio per questo
ridicolo mito che si è creato intorno a me. Anche se il prezzo di tutto
questo è che quando cerco di fare qualcosa di serio, qualcosa a cui
tengo davvero, moltissimi critici non recensiscono quel particolare
lavoro, ma me in generale. Scrivono il loro pezzo standard su Welles.
Che sia un elogio o una stroncatura, in ogni caso è piuttosto standard.
In un’era di crescente specializzazione, lei si è cimentato con qua
si tutti i mezzi espressivi. Non ha mai voluto specializzarsi?
No. Non posso immaginare di dovermi limitare. È un gran peccato vivere in un’epoca di specialisti, e credo che gli tributiamo troppo
rispetto. Ho conosciuto quattro o cinque grandi medici nella mia vita,
e mi hanno sempre detto che la medicina si trova ancora in uno stadio
primitivo, e che loro stessi a malapena riescono a capirci qualcosa.
Ho conosciuto un solo grande operatore: Gregg Toland, il direttore
della fotografia di Quarto potere. Lui diceva che avrebbe potuto insegnarmi tutto quel che c’è da sapere sulla macchina da presa in quattro
ore... e l’ha fatto. Non credo che gli specialisti meritino tutta la considerazione che gli si dà nella nostra epoca.
È possibile ai nostri giorni essere un uomo di stampo rinascimentale, a suo agio tanto nelle arti quanto nelle scienze?
È possibile ed è anche necessario, perché il grande problema che
ci si presenta oggi è la sintesi. Dobbiamo rimettere insieme tutte queste nostre nozioni sparse, e riuscire a dargli un senso. La forma più feroce di demenza è vagare per un’unica strada. È meglio non solo per
l’individuo, ma per l’intera società che i nostri orizzonti personali siano più ampi possibile. Quel che una persona dall’intelligenza normale non riesce a imparare – se è una persona genuinamente viva e onestamente curiosa – non vale la pena impararlo. Per esempio, oltre a
sapere qualcosa del teatro elisabettiano, credo che potrei anche tentare di spiegare i principi basilari della fissione nucleare – e sarebbe un
tentativo niente male per uno che vive nel mondo d’oggi. Io non mi li
mito a dire: “Questo è un mistero che andrebbe lasciato agli scienziati”. Certo, con questo non voglio dire di essere pronto ad accettare un posto chiave nel Ministero della Difesa.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 15 Marzo 2005
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