|
Leonardo Colombati su La macchia umana di Roth
Leonardo Colombati mi ha inviato, ierisera, una risposta alle mie considerazioni su La macchia umana di Philip Roth. Stia a significare, questo dibattito che appare sui Miserabili, come una parabola del mutamento di vita interna all'attuale comunità letteraria italiana. Leonardo Colombati è l'autore di Perceber, in uscita a fine aprile per Sironi, che su queste pagine fu detto Capolavoro Misterioso.
Caro Giuseppe,
ti va di continuare la partita di squash? Voglio risponderti a proposito de La macchia umana di Roth e lo faccio raggruppando qualche osservazione attorno ai tre nuclei del tuo intervento: l’odio, l’improbabilità e la tragedia.
I
Sono saltato sulla sedia quando ho letto che hai ferito un tuo amico “usando inaccortamente Pastorale come clava”. È proprio vero: i libri di Roth sono un regalo pericoloso – è successo anche a me. Se mi chiedo qual è il motivo, non posso trovare la risposta se non nell’interpretazione in chiave tragica della sua opera, così come hai rilevato tu. Roth scrive delle tragedie; ma lo fa, al suo meglio, utilizzando una serie di camuffamenti così sgargianti che il lettore avverte l’elemento tragico quasi a livello subliminale. Sarà per questo che, ad esempio, Il teatro di Sabbath fa così male? La grandezza di Roth è nell’aver nascosto la tragedia sotto una valanga di indizi in contraddizione: il sarcasmo, il vaniloquio, il quadretto borghese, il romanzo di formazione. È uno scrittore shakespeariano anche nella sua esuberanza – in questo non troppo indegno di sedere alla tavola di quei due grandi “vitalisti-ironisti” che furono Chaucer e il Bardo, i predicatori dell’hic et nunc. Ma è anche un grande moralista. Mickey Sabbath ha la stessa disgustosa e affascinante vitalità di Falstaff e della Comare di Bath, ma, al contrario dei primi due, è punito per questo. Nel racconto di Chaucer, Alice esclama:
Finita è la farina, è detto tutto:
non resta che spacciare la mia crusca:
ma ancora farò in modo di spassarmela.
E Falstaff gli fa eco dichiarando che “non è peccato per un uomo agire secondo la sua vocazione”.
L’ex burattinaio sessuomane di Roth, invece, mortagli l’amante slava, cade vittima dei suoi stessi eccessi. Nella scena finale del libro, Sabbath viene scoperto da due poliziotti mentre piscia sulla tomba di Drenka. Non l’arrestano e lui si ribella:
“Ma mi state lasciando andare! Me la sono goduta nel mio modo rivoltante ancora una volta! E mi lasciate andare! Sono uno zombie! Uno zombie! Dopo aver causato tanto dolore, lo zombie è libero!” Ma la volante era ripartita, lasciando Sabbath immerso fino alle caviglie in quella poltiglia di fango primaverile, asserragliato da quei boschi di terra, estranei, dagli alberi piovosi, dai massi gocciolanti, e più nessuno che potesse ucciderlo, tranne lui stesso.
E lui non poteva. Non riusciva a morire. Come faceva a rinunciare? Ad andarsene? Tutto ciò che destava era qui.
La Comare di Bath, Falstaff e Sabbath hanno in comune il fatto che non cambiano; restano loro stessi dall’inizio alla fine della loro storia. Ma se i primi due non hanno alcun desiderio di “evolvere” e sono soddisfatti di se stessi, ciò non è vero per il vecchio sporcaccione immaginato da Roth.
Sto per addentrarmi in un terreno scivoloso, perché mi mancano le competenze per affrontare un argomento così complesso come quello del rapporto tra tragedia e morality play. Ci provo comunque, e perdonami le semplificazioni.
Le grandi tragedie di Shakespeare, come il Re Lear e Macbeth, eludono il ricorso ad interpretazioni moralistiche; Shylock non può essere ridotto ad un’allegoria cristiana ed antisemita. La tragedia ci pone davanti a degli archetipi su cui la morale potrà semmai abbarbagliarsi – in modi diversi, nel corso dei secoli. Bloom, a proposito di Amleto, dice che è “uno spirito che penetra ovunque, che è impossibile confinare”.
L’elemento mitico ed archetipo che è (ben nascosto) nei romanzi di Roth, s’accompagna ai caratteri tipici dei morality plays; e ciò è più evidente nei libri in cui Roth utilizza i suoi alter-ego: Alexander Portnoy e il suo ideale erede, il professor Kepesh. I tre romanzi del ciclo-Kepesh, La mammella, Professore di desiderio e L’animale morente sono i più grotteschi e satirici dell’intero catalogo e, al tempo stesso, i più moralistici: il maniacale quest for Graal di Portnoy (la figa delle shikse) viene punito, nel migliore dei casi, con una metamorfosi pseudo-kafkiana (come quando Kepesh viene trasformato in una gigantesca e sensibilissima mammella), e nel peggiore con la morte.
Questo è un limite, secondo me: non tanto rispetto alla qualità dell’opera rothiana, ma con riguardo alla sua connotazione tragica. Solo ne Il teatro di Sabbath, Roth è riuscito in qualche modo a far sì che la sua morality tale fosse schiacciata e soverchiata dalla tragicità di quel colosso letterario che è il personaggio di Mickey Sabbath.
II
Tutto questo per dirti che, a mio avviso, la tua analisi è monca perché prende in considerazione l’elemento tragico dei romanzi di Roth, ma non quello moralistico.
Ma il punto su cui voglio soffermarmi con attenzione è un altro: si tratta della tua intuizione tesa a sfatare il mito della credibilità dei plot rothiani.
Hai perfettamente ragione: “Fa cose improbabili con ingredienti che apparterrebbero a una normalità”, hai detto giustamente. Anche per me Roth è uno scrittore dell’improbabile, non in senso pynchoniano. È semplicemente il destino dello scrittore tragico, classicamente inteso.
La tragedia è plastica: Eschilo e Sofocle non modificavano mai il mito; Euripide lo arricchiva di elementi da lui creati, ma Alcesti, Admeto e Ferete sono e rimangono archetipi dell’eroismo, della pietas e del cinico egoismo. Allo stesso modo, Roth dissemina nei suoi romanzi figure che sono tragiche in questo senso: lo Svedese e Coleman Silk possono sembrare improbabili solo se ci si dimentica che stanno lì in quanto uno è albino e l’altro ha un cognome che significa “seta”. E che dire delle due donne-feticcio, Drenka e Faunia? Entrambe straniere – ma sarebbe meglio dire “esotiche” – e praticamente mute?
Proprio con Faunia, però, Roth crolla. Non ce la fa a portare avanti la tragedia e cade vittima del suo fantasma moralistico. Perché avviene che Faunia, l’analfabeta, la ninfa, il perfetto doppio del professor Silk, a un certo punto parla. E finisce con lo straparlare: Roth la munisce di sensi di colpa materni, di un passato di violenze domestiche e di un marito pazzoide, reduce dal Vietnam. Soprattutto le fornisce la consapevolezza di sé: Faunia si comporta da animale selvatico perché ha scelto così. Questo è un errore. Faunia avrebbe dovuto essere Faunia semplicemente perché è Faunia – lo è da tremila anni e per tremila anni continuerà ad esserlo, immutabile.
Pensaci: il fatto che Silk e Faunia siano lo strumento terapeutico l’uno dell’altra, rende del tutto pleonastica la figura di Zuckerman. La confessione che Silk gli rende è una ripetizione. Faunia avrebbe dovuto accogliere lo sfogo del suo vecchio amante senza capirlo. Allora sì!
III
Per farla breve: non mi avrebbe scandalizzato l’improbabilità del personaggio Silk (un negro bianco) se anche il personaggio di Faunia fosse stato scolpito nella roccia. Ma il moralismo di cui è impregnata la vicenda umana di quest’ultima, manda tutto a carte quarantotto.
Poi ci sono altre ragioni che possono spiegare il mio giudizio negativo su La macchia umana. In primis le assonanze – al limite del plagio – con Vergogna di Coetzee (lì sì che il protagonista è un vero e proprio eroe tragico!). In secondo luogo – come ha fatto notare Alessandro – non mi piace il cappello anti-puritano legato all’affaire Lewinski, perché è un po’ come se uno scrittore italiano inserisse in suo romanzo la cena tra Berlusconi e la Lecciso (si può fare, certo; ma è un volare troppo basso per i miei gusti). E da ultimo, una suggestione: la scena sul lago ghiacciato è potentissima (e tu sai quanto mi è caro il tuo richiamo all’Arthur Gordon Pym), ma è sprecata, perché è l’incontro tra i due personaggi meno risolti del libro – Zuckerman, che come ho detto riceve una confessione già fatta a Faunia; e Les Farley, il passato di Faunia che proprio non volevo conoscere.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 3 Marzo 2005
|