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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Calasso: la questione editoriale

di ROBERTO CALASSO
[dal numero inaugurale di 'Adelphiana']

Le cifre delle tirature sono sempre sorprendenti e invitano a fantasticare in varie direzioni. Soprattutto se si mettono a confronto le pochissime copie spesso circolanti di alcuni testi e i loro, a volte vastissimi, effetti. La Nouvelle Revue Française, nel momento di massimo fulgore, non tirava più di duemila copie. Corona, la rivista della cerchia di Hofmannsthal, oscillò sempre fra le ottocento e le milletrecento. E da altri esempi si ricava l’impressione che i libri siano fra le poche cose che si permettono di ignorare la demografia. Il Discours de la méthode di Descartes fu pubblicato in duemila esemplari e, se Descartes fosse un illustre epistemologo di oggi, forse una University Press si terrebbe su quelle stesse cifre - anzi, magari per prudenza ne farebbe milleottocento.

Il fatto è che i grandi editori accademici ragionano in termini di centinaia di copie, mai migliaia. Questo significa che alcuni testi importantissimi raggiungono solo il ristretto gruppo di lettori in grado di comprenderli. Pensate a quello che rimane l’articolo forse più influente di tutto il Novecento, e cioè il testo di Gödel sull’indecidibilità. Bene, alla sua uscita, nel ’31, le persone in grado di coglierne il vero significato saranno state qualche decina, non di più. Eppure le sue conseguenze, negli anni successivi, sono state incalcolabili. Credo sia per questa ragione che da quattro decenni la New York Review of Books chiede alle venti persone in grado di capire questo o quell'argomento fino in fondo di esporlo, in termini molto chiari, a un pubblico più vasto.
[...] Nella New York Review of Books senti in azione una sorta di mente non disposta a lasciare passare la prosa sciatta. Nel Times Literary Supplement – che pure considero una delle grandi istituzioni su cui si basa il mondo occidentale – no. Senti che ci sono alcuni recensori ottimi, altri meno. E poi trovi vari articoli di persone affidabili che seguono una buona tradizione. Lo si legge con piacere, si imparano molte cose, ma non si ha mai quella sensazione di avere fra le mani qualcosa che, nel suo insieme, ha una fisionomia inconfondibile. Anche perché la scelta dei libri di cui parlare è piuttosto accidentale, mentre nella New York Review of Books è sottilmente ragionata.
In breve, nel Times Literary Supplement si avverte una certa debolezza in due elementi: uno è la forma, appunto, e l’altro il giudizio – non del singolo, ma della rivista nel suo insieme. Due parole antiquate, ma necessarie. Chi scrive deve averne nozione, ovviamente. E chi legge deve percepirli da solo, senza bisogno di alcuna pedagogia. Il vero trucco – e anche il vero divertimento – del mestiere di editore sta innanzitutto qui, nel far tornare questo strano conto.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 1 Marzo 2005

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