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Brancusi: L'opera al bianco
Curata da Paola Mola, la mostra Brancusi. L'opera al bianco (il cui catalogo, nella foto a destra, è edito da Skira e costa 30 euro) è dedicata all'opera fotografica di Brancusi, che oltre a scultore fu fotografo di straordinaria capacità immaginativa e tecnica, e in rapporto con fotografi del calibro di Man Ray o Charles Sheeler. Realizzata dalla Collezione Peggy Guggenheim in collaborazione con il Musée national d'art moderne, Centre Georges Pompidou di Parigi, l'esposizione presenta circa 90 fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che illustrano il rapporto tra fotografia e scultura, binomio inscindibile del pensiero dell'artista.
Sfugge spesso ai critici l'evidente rapporto tra l'opera scultorea di Brancusi e le fasi alchemiche. Lo scavo in stati archetipici e l'emersione in forme scolpite viene esaltato dal lavoro fotografico del grande artista rumeno, come indica esplicitamente il titolo della mostra veneziana. Sulla quale pubblico un intervento recentemente apparso su La Stampa.
BRANCUSI - Le magiche alchimie dello scultore fotografo
di FIORELLA MINERVINO
Questa superba, raffinata, suggestiva mostra offre un aspetto poco noto, anzi inedito per l'Italia, di un artista celebre, come può esserlo un protagonista assoluto della avanguardie storiche all'alba del secolo appena trapassato, Brancusi. Sono ben 89 pezzi, prestati dal parigino Beaubourg, distribuiti in otto sale o meglio Stanze, ciascuna delle quali è organizzata in maniera tale da svelare un elemento diverso o comunque talune varianti della poetica, dell'estrema abilità tecnica e compositiva, del grande rumeno.
Si tratta per la maggioranza di foto, che, secondo la volontà della curatrice, Paola Mola, dimostrano forse per la prima volta quale possente, creativo fotografo in anticipo sui tempi, abilissimo nel lavorare nella camera oscura, e ottenere effetti speciali (ad esempio lo sfuocato troppo presto), fu Brancusi. Per avere la conferma delle sorprendenti possibilità di creare atmosfere, di fare ritratti di «paesaggi» o «personaggi» che poi si rivelano sculture e oggetti (fra cui la celebre Colonna infinita), di saper cogliere prospettive inusuali, di usare la luce e ombra a contrasto, bisogna addentrarsi in questo viaggio alla scoperta d'una dimensione diversa eppur contingua, dell'opera di Brancusi, un qualcosa che ha a che fare con magia, alchimia, citazioni dall'antico o riferimenti a culture diverse.
Basta entrare nella Seconda Stanza e ammirare i due spendidi gessi prestati da Parigi: La Musa addormentata qui disposta sopra un sostegno appositamente creato, poggiata di lato, bellissima e purissima. Ebbenne nella foto ravvicinate essa diviene motivo di sperimentazione, mutando la posizione, luce, basamento, e di nuovo ricreandola in altra maniera, insomma diviene creazione a se stante, opera d'arte fotografica. Così per il Torso di adolescente che pare originato da uno antico greco o romano, e la colonna che non non si sa mai dove comincia e dove finisca.
La Prima Stanza introduce al suo atelier, che pare muoversi e sommuoversi dal fondo, colto da uno stesso angolo e ogni volta come ricostituito, con zone d'ombra proiettate o luci improvvise che mutano la visione dello studio e le opere che si scorgono in esso, un vero spaesamento che impiega ripetizione, anche spaziale, con dimensioni altalenanti, dal piccolo al grande, delle immagini scattate. Il gusto del riflesso e rispecchiamento consente a Brancusi immagini o creazioni di suggestione rara, specie nella Terza Stanza, dove una scultura riflette l'intero atelier, con poggiata accanto una lente, a sua volta riflessa, a sottolineare il gioco di rinvio. L'Uccello bianco in gesso diviene di bronzo e il concavo si fa convesso e viceversa, l’estremo dell'Uccello bronzeo si illumina e diviene un luce candida, forse per quel desiderio di misticismo e spiritualità, l'ansia di purezza che Brancusi ha sempre portato dentro di sè.
Lo scultore amava le macchine fotografiche, arrivò a possedere contemporaneamente quattro apparecchi, lasciò 1865 negativi e stampe originali, poi ebbe pure due cineprese, sedotto dal film come si puo agevolemnte ammirare nell'Ottava Stanza, con fotogrammi di Leda e frammenti di pellicola riprodotta. Né mancano le altre foto, l'aquila in volo, nature morte di fiori, forme flou, immagini della danza di Florence Mayer, fotografa, davanti al camino, poi l'Autoritratto negato, dove la mano protegge il viso e lo sfuocato offre un volto di fantasma. Brancusi fu amico dei maggiori fotografi: legato a Man Ray, Steichen, Brassai, specie a Duchamp, veniva spesso da loro criticato perché giudicavano errori le sue sperimentazioni più avanzate. Ecco in una stanza in ombra, due luci che illuminano le due sculture splendide che appartengono alla Guggenheim, Maiastra forse del 1912, e Uccello nello spazio del '32-40. Svettano in tutta la loro potenza in quell'ombra da cui emergono trionfatrici.
Come mai il titolo «Opera al bianco»? Il bianco, come spiega la Mola, è parte della vita e del lavoro di Brancusi, nel gesso, nella pietra, nello studio pieno di polvere, negli abiti candidi che era solito indossare e nella barba. Ma pure simbolo di quella luce finale che per l'intera esistenza ha inseguito, per renderla visibile, forse fin tangibile. Infine è pure la trasmutazione in argento, e come la stampa fotografica avviene nei sali d'argento, così tali immagini paiono scaturire dalle mani d'un mago come per alchimia. Uno sforzo notevole, una ricerca meditata e profonda che riesce a conferire questa dimensione particolare, diversa a Brancusi, sperimentatore anche al di fuori dell'amata scultura. Indispensabile il catalogo (edito da Skira) che si propone come guida e strumento di conoscenza per la mostra e l'opera di Brancusi in generale.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 21 Marzo 2005
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