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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Una lettera a Squizzato sulla poetica di SUOR JO

Caro Gilberto,
volevo farti parte di alcuni pensamenti che mi sono venuti in mente su SUOR JO. Magari possono esserti utili anche per soluzioni tecniche diverse a quelle a cui puoi pensare, o a risolvere alcuni tuoi dubbi, o a fartene venire.
Stasera stavo rientrando a casa mia. Hanno appena aperto, sull'angolo di Vigentina, una pizzeria in franchising. Il marchio, che ora pare sia prestigioso a Milano, recita letteralmente: FRATELLI LA BUFALA. Il posto è di un cattivo gusto che, in altri tempi, sarebbe inarrivabile, mentre oggi è all'ordine del giorno. E' un locale il cui soffitto sta al doppio dell'altezza degli altri locali. Lo spazio orizzontale, al contrario di quello verticale che è sproporzionato, non è molto, ma è arredato con cucina a vista - una griglieria da periferia addobbata come se si fosse in Texas o, perlomeno, nell'idea di essere in Texas - mentre le sedie sono di vimini e rotondamente scomode, come poltrone dirigenziali e rustiche allo stesso tempo. Le luci sono rosse. Alle pareti, immensi murales dei ritratti di abnormi bambini, coloratissimi: sarebbero, secondo le diciture in calce ai dipinti, i Fratelli La Bufala da bambini. In pratica, è finto: non esiste infatti nessun Fratello La Bufala, è solo un brand. La gente si accalca e sono tutti vestiti coi collettoni e le giacche da Costantino, mentre le donne paiono imitazioni di Veline. Palate d'oro sta facendo un parcheggio attiguo, dove manzi e manze lasciano in custodia le loro vetture - generalmente Mercedes e Bmw. Metà del locale è dedicato non ai tavoli per mangiare, bensì a un'affollata selva di sgabelli in legno atti a ospitare le torme di coloro che aspettano che si liberi un posto per mangiare. E non bastano, gli sgabelli: la gente si affolla anche fuori. Attendono per ore. Di fronte, c'è una pizzeria, bruttina, col neon: nessuno va a mangiarci, aspettano davanti ai La Bufala per tantissimo. Stasera, pur stanco, mi sono confuso tra la folla, come un single in attesa di qualcuna, per sentire come parlavano e cosa dicevano. C'era una ragazza che baciava, masticando una gomma americana, il suo ganzo, e poi si staccava e canticchiava, ma senza melodia: "Cicca-cicca-bùm, cicca-cicca-bùm". Un'altra ragazza parlava al cellulare con un'amica, dicendo. "Credevo che eri mia amica, tu, ma tu lo sai cos'è l'amicizia?" e piangeva, mentre altri la guardavano.
Questa cosa te l'ho raccontata perché un po' mi chiarisce parte di quello che abbiamo fatto scrivendo SUOR JO. Cioè questo: noi abbiamo fatto un film, spezzettato incoerentemente in quattro parti, sulla dissociazione.
Cosa io intenda su dissociazione, lo spiego subito.

In COLLATERAL c'è un momento in cui, in un viale centrale di Los Angeles, completamente deserto, di notte, il taxista ammanetta alla macchina arrovesciata un poliziotto, che gli raccomanda di chiamare la polizia. E' improbabile: nessun vialone di Los Angeles è mai perfettamente deserto, nemmeno di notte. La polizia che chiede che si chiami la polizia è sì un cortocircuito, ma non basta a spiegare quel momento, a mio parere altissimo. L'improbabilità in cui avviene la scena è parte integrante del cortocircuito. Se non ci fosse quell'improbabilità assoluta che fa da sfondo alla scena, il dialogo sarebbe caricaturale, parodistico: farebbe ridere (al cinema, infatti, quando l'ho visto io, hanno riso: non capendo...). Il fatto è che rappresentare la dissociazione è impossibile. Rappresentare il non-essere è impossibile, perché non c'è. Ma la dissociazione, come l'assenza per la Nouvelle Vague, è un non-essere che si rapporta con l'essere. La dissociazione, intendo, E' . Ora, io credo che la grande sfida di oggi e dell'immediato futuro sia precisamente dare rappresentazione a questo essere "difettato" o "difettoso" che sembra non esserci e invece c'è.
Qui stiamo parlando di una dissociazione che non è vissuta, ma che vive chi la vive: è una dissociazione che non si fa sentire, né con dolore né con piacere. Questa dissociazione è come un immenso e generalizzato trauma che c'è senza che ci sia stato un evento traumatico. Non ci si accorge dello stato di trauma perché non c'è mai stato nulla che, nella coscienza del dissociato, ha causato o scatenato il trauma. Uno non si accorge di non respirare o di respirare poco. Se si accorge che ha il respiro bloccato, inizia un percorso di dolore e di consapevolezza. Ma una dissociazione aerea, che diventa il precursore della storia dell'individuo, viene scambiata per aria e data per scontata. Come la si rappresenta, questa cosa?
Considero anzitutto come essa si esprime socialmente. Dall'esterno, diviene una dissoluzione aerea dell'istanza morale. Non c'è scelta: tu non sai che la dissociazione esiste, non scegli di non essere dissociato. Nessun giallo dell'anima, nessun colpevole e, soprattutto, nessun movente per un delitto che non si vede e che viene reiteratamente compiuto poiché è stato compiuto prima che ci fosse qualcuno a compierlo. Scusa la forma dissociativa della definizione, ma non trovo di meglio di una retorica dissociata per definire la dissociazione. Agli occhi di chi ha vissuto tempi diversi, quelli in cui la proiezione era qualcosa di sostanziale e non qualcosa di dissociato, una società imperniata sulla dissociazione sembra una società nichilistica, improntata all'evasione dalla scelta sociale. Ecco: non è così. Non si sta evadendo la scelta morale, il che manifesterebbe un'intenzione rispetto al peso della scelta morale - è che non si sa che esiste la scelta morale, poiché la dissociazione non sa niente di scelte morali o di idee: la dissociazione è un vuoto in essere, che propaga meccanicamente se stesso. Ne risulta una società che "non capisce" e, soprattutto, non capisce l'artista e chi la rappresenta. Questa dissociazione, dunque, poiché la società mai ha capito l'artista che la rappresentava, è sempre esistita. Oggi si è variato soltanto il livello di estensione e di intensità. Oggi è come se la società capisse se stessa benissimo, poiché nulla c'è da capire nella dissociazione, e, quindi, automaticamente togliesse legittimità a chiunque tenti di interpretarla. Una società della dissociazione impedisce l'interpretazione.
La modalità emotiva di espressione della dissociazione è una modalità che non è emotiva, ma lo sembra e lo sembra ai massimi livelli. I calciatori del reality CAMPIONI piangono: in continuazione. La modalità di un pianto che nemmeno è isterico, poiché l'isteria nasconde una causa, è una modalità melodrammatica. Un sentimentalismo melodrammatico è, perciò, il canale di espressione del nulla in cui consta la dissociazione: proclami di amore eterno laddove non c'è fondamento di alcuna esperienza di amore, enunciazione di virtù (amicizia, fedeltà, coraggio) laddove non c'è contesto per enunciare virtù, massimi sistemi tirati in ballo sul niente.
Poi esiste una difesa contro la dissociazione, che è una difesa essa stessa dissociata: si tratta di uno snobismo che fa leva su un'ironia finta, che è invece autentica parodia. BLOB in tv, per esempio: mette alla berlina la dissociazione televisiva con un'ironia che non è tale, ma è parodia. Il comico, la comicità di questi tempi, non è ironica, ma parodistica. La satira è parodia. I tormentoni comici sono parodistici. L'ironia ha senso in quanto è retorica del tragico, ma qui c'è una tragedia che non è tale, perché è indifferente che la tragedia stessa sia successa o stia succedendo ora o domani o mai. La tv è questa cosa qui: il tutto mostrato senza ombra (il che è dissociazione) oppure la parodia (difesa dalla dissociazione che è essa stessa dissociazione).
Rappresentare la dissociazione, secondo me, deve fare leva su una retorica differente. Anzitutto deve utilizzare l'improbabile come sfondo, per calare nell'improbabile qualcosa di detto, e non di visto, cioè qualcosa di linguistico nel senso del parlato e non dell'immagine: qualcosa che metta in scena il cortocircuito della dissociazione non sul piano dell'immaginario, ma della parola pronunciata. Io credo che i dialoghi di SUOR JO siano questo cortocircuito. Il rischio del ribattere le battute è davvero tale: è un rischio. Eppure è necessaria - capiscimi bene - una mimesi della modularità reiterativa su cui la dissociazione si basa per essere nel mondo.
Tuttavia esiste un buco nero in cui associazione con la realtà e dissociazione dal mondo diventano indifferenziate: questo buco nero sta nel non capire. Questa cosa che mi hai detto l'altro giorno a telefono, io credo sia il punto fondamentale. Quando un non capisce, continua a essere non capendo. Cioè: l'esserci, l'essere presente, non coincide con il capire. Noi siamo più della cognizione. Ti dirò di più: siamo di più dell'emozione, poiché, mentre non capisco, io non sto ancora provando lo sconcerto e l'emotivo (panico, rabbia, eventualmente piacere) che mi deriveranno un secondo dopo, quando avrò capito che non ho capito. Non so se m'intendi: l'esperienza del non capire è l'ESSERE, mentre ciò che si prova o si pensa del non capire è già l'inizio di una dissociazione, poiché è già cultura.
Credo abbiamo scritto una fiction che, nel suo potenzialmente non essere mai finita (e, anche, non essere mai iniziata), si propone come ritmo del non capire, una sequenza di ictus fatti di non capire.
Volevo dirti questo, perché io sono convinto che, sia come sia, vada come vada, senta chi riesce a sentire, credo che abbiamo messo in atto pienamente la retorica antagonista alla dissociazione. Il giallo dell'anima è questo. Qualunque altro dilemma, anche quelli interni alla fiction, è dissociazione.
Giuseppe




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 21 Febbraio 2005

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