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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Matthew Sharpe: Gli Schwartz
L'America trova il suo Proust

sharpeDi Matthew Sharpe e del suo formidabile The sleeping father mi ero già occupato su Carmilla. Ora potrò condividere con un diluvio di lettori italiani la gioia e la commozione che regala questo autentico capolavoro che ha ipnotizzato l'America, contendendo a Dan Brown la palma del libro più letto e stracciandolo dal punto di vista letterario: Stile Libero pubblica a marzo il romanzo di Matthew Sharpe, col titolo Gli Schwartz. E' d'obbligo, per qualunque Miserabile Lettore, fare la prova: questa è la Recherche proustiana in cui si sostituisce la madeleine con il Prozac, mentre si inscena la più esilarante tragedia della nostra contemporaneità - il collasso della famiglia americana che fa da eco al collasso dell'America tutta. Gli Schwartz è Le mille e una notte della trapassata civiltà Usa: un corpo sociale in coma, come il padre del diciassettenne Chris Schwartz, probabilmente il più memorabile personaggio letterario di questo decennio giunto al suo drammatico e grottesco apice.

Non serve sottolineare che la grandissima letteratura americana è una narrativa che ha sullo sfondo la famiglia, e soprattutto la famiglia disfunzionale, come scena emblematica in cui tutto il gigante statunitense si riassume, in un'allucinogena corsa al rialzo di traumi politici e ricadute domestiche, di angoscia e hilarotragoedia che fanno della narrativa a stelle e strisce l'autentico erede letterario di Kafka e di Joyce. Se partiamo dal fondo, e cioè dagli ultimi prodotti di questo colossale zombie fatto di fiction narrativa, possiamo scrutare come l'ossessione metafisica ponga, secondo una retorica che il regime Bush ha reso ancora più sgradevolmente aggressiva, Dio Patria e Famiglia al centro dell'incubo americano. Gli ultimi due romanzi di DeLillo, Body Art e Cosmopolis, per esempio, altro non sono che due abissali variazioni contemporanee su famiglie monche a priori, vizzitesi fin dallo stato germinale, e particolarmente il nesso metafisico è folgorante in Cosmopolis, quando l'ipermiliardario Eric Packer incontra a più riprese sua moglie per New York invasa dai servizi di sicurezza presidenziali, come se il tutto accadesse nel tinello di una normale villetta a schiera. Il Pulitzer Eugenides, con Middlesex, cerca inutilmente di imbastire un'epica che proviene, non a caso, dall'esotica Europa turca e da un secolo che prelude all'esplosione del fordismo dell'alba americana. Chi ha lucrato maggiormente da questo nesso inscindibile che fa la letteratura americana, negli ultimi anni, è, ça va sans dire, Jonathan Franzen con Le correzioni. Se però pensiamo, correndo a ritroso, agli impazzimenti neoborghesi e sottoproletari del profeta Carver, di quelli borghesi del suo padre nobile Cheever, di quelli preborghesi del suo nonno nobile Gaddis nelle Perizie, degli idiosincranismi familistici di Bellow e dei divorzi formativi di Roth, delle fughe dal nucleo domestico del Paradise di Kerouac, dell'elezione coniugale sulla strada della rivoluzione cantata da Yates, su su fino alle saghe faulkneriane e alla coppia di Madox Ford - allora ci rendiamo conto che la letteratura americana è soltanto una sterminata varianza sul proscenio della famiglia.
Di tutto ciò, Matthew Sharpe, con Gli Schwartz, costituisce l'apice, la riassunzione finale e l'apocalisse.
6697500.gifLa trama degli Schwartz aiuterà a comprendere. Gli Schwartz sono i Buddenbrook nell'era del Saturnday Night Show. Vivono in una località non così amena, Bellwether: un posto che entrerà subito nell'immaginario collettivo, come la El Monte di Ellroy e la Middlesex di Eugenides. La signora Schwartz, Lila, che si chiama come il gioco cosmico dell'induismo, ha abbandonato la famiglia e si è trasferita sulla costa ovest, gettando in uno scompenso edipico i due figli, cioè Chris (adolescente in preda a una furica sessuomania che è in grado di ricatapultare ogni lettore ad altezza Portnoy) e Cathy, la quale è ebrea come tutti gli Schwartz e tenta l'improbabile conversione al cattolicesimo. Queste due metà di un androgino sbagliatissimo effondono un amore assoluto nei confronti del padre, Bernie, del quale veniamo a sapere molto da subito, grazie all'incipit al fulmicotone allestito da Sharpe (traduco dall'originale le prime righe, scusate l'approssimazione stilistica, non è il mio mestiere):

Al padre di Chris Schwartz diedero una dose sbagliata di Prozac, perché un mattino, svegliatosi, gli si paralizzò il lato destro della faccia. Quella era la seconda scoperta di un viaggio che il padre di Chris aveva capito che l'avrebbe condotto a chilometri e chilometri dall'instabile rifugio della salute. La prima scoperta era stata, com'è ovvio, la depressione che il Prozac gli avrebbe dovuto curare - scoperta compiuta non da Bernard Schwartz, bensì da suo figlio Chris. Era stato Chris ad accorgersene per primo, perché in quella famiglia le cose funzionavano a quel modo. C'era una connessione tra l'anima del padre e quella del figlio: un legame analogico. Non c'era tic o malumore di uno che non avesse asilo anche nel bagaglio di suscettibilità dell'altro.
Bernie Schwartz si guardò allo specchio, nella sua stanza, si toccò il lato destro della faccia con la punta del piccolo crocifisso regalatogli da sua figlia Cathy. Chris, diciassette anni, nella sua camera digitò questa frase in una mail che era sul punto di spedire al suo amico Frank Dial: "Capisci di essere morto quando i tuoi amici ti coprono la faccia di terra".

Da questo momento in poi è un'accelerazione prodigiosa. Il padre di Chris e Cathy entra in un coma indotto da una sovrapposizione di supporti psicofarmacologici, e allora è il big bang: un big bang che sta all'inizio del romanzo, salvo il fatto che l'universo degli Schwartz, in questo caso, è già esploso da tempo, e adesso esplode di nuovo. Ecco come il New York Times ha cercato di riassumere, in poche frasi, questo autentico apocalisse cosmogonico della formidabile famiglia Schwartz:
L'angoscia di Chris raggiunge l'apice quando i problemi si fanno seri: il padre, dipendente dal Prozac, assume per errore un altro antidepressivo e la combinazione tra le due sostanze si rivela fatale. Gli viene un ictus e va in coma. (Sharpe oculatamente non amplifica l'ironia che scaturisce dal coma causato dagli antidepressivi). Ai fratelli Schwartz le cose iniziano a capitare con puntualità da soap opera. Il nonno muore. La madre va a letto con il giardiniere. Cathy tenta il suicidio, fa la volontaria in una casa alloggio per donne maltrattate con risultati devastanti, pur tentando in tutti i modi di comportarsi benissimo, come un personaggio di Louisa May Alcott. Chris litiga con Lisa Danmeyer, che sarebbe la neurologa del padre, lo rapisce dall'ospedale, fa sesso con una partner imprevista. E c'è anche una love story dell'ultimo minuto, che trabocca intensità adolescenziale.

In tutto ciò, che è nemmeno un decimo della trama, Matthew Sharpe imbastisce un congegno a orologeria di sottostorie e sottotrame, il cui effetto è ambiguo ai massimi livelli: sono racconti nel racconto capaci di scatenare lacrime e risate. Conscio del fardello che l'eredità della letteratura laica ebraica gli carica sulle spalle, grazie al suo stile dinamico e scorrevolissimo Sharpe riduce in ottavo Herzog e Sabbath, portando i grandi vecchi di Bellow e Roth ad altezza pubertà, e scatena una ridda di trame secondarie mai tali, che contribuiscono all'impressionante effetto affabulatorio de Gli Schwartz.
Uno stile che impatta sul lettore, trascinandolo in un vortice irresistibile di microsituazioni che farebbero racconto a sé, se non fossero tessere indispensabili per comporre un arazzo vastissimo. Eccone un esempio, sempre tradotto per servizio dal sottoscritto:
Certe volte Chris trovava suo padre in compagnia della donna che lui aveva cercato in ogni modo di ignorare, e che ora doveva controvoglia riconoscere come una logopedista sexy ma irritante, una persona che aveva aiutato Bernie a tornare a pronunciare il nome di normali casalinghi e a fare disegni con linee. Altre volte Chris trovava suo padre mentre chiacchierava con una donna la cui afasia era così grave da permetterle di pronunciare solo «Cincin». Certe volte Chris trovava Bernie con lo sguardo fisso sul muro, certe volte afflosciato su una sedia di vinile molliccia e consunta, assopito e con le palpebre che tremavano. In questo giorno di metà febbraio, Chris trovò Bernie su una sedia a rotelle, in pigiama, alla «sua» scrivania, che tentava di fare un cerchio su un foglio di carta con una penna nera. La punta della lingua gli usciva da un lato della bocca, quasi Bernie fosse il disegno di un bambino intento allo sforzo di eseguire un compito tanto elementare quanto patetico.
– Perché la sedia a rotelle? – domandò Chris in preda al panico.
– Perché è divertente, – disse Bernie.
Il cerchio disegnato da Bernie era una spirale stortignaccola. Non
era un buon segno. Chris giocò un po’ con lui a tris, poi a collegare i puntini.
– Sono giochi da bambini! – disse Bernie, irritante –. Io
voglio giocare a un gioco da adulti. Sono adulto, io.
– E allora compòrtati da adulto.
– Ci provo...
– E quando pensi che ci riuscirai, così, tanto per sapere?
– Jennifer mi ha detto di non preoccuparmi.
– Chi sarebbe Jennifer?
– Parlare... che parla...
– Il cane che parla?
Bernie folgorò Chris con lo sguardo.
– La logopedista?
– Sì.
– A me sembra una stronza extralusso.
– Cos’è... una stronza?
– Una merda.
– Sei cattivo con le... persone che sono... donne.

matthewsharpe.jpgUn'epica tragicomica, dunque, che i lettori - colti e non colti - di tutta America hanno decretato essere l'epica di quest'epoca. Il successo clamoroso del romanzo di Matthew Sharpe ha in effetti dell'incredibile: questa è la letteratura vera che va a fare concorrenza a un prodotto da supermercato come Dan Brown. E - sorpresa! - vince. Gli Schwartz è un caso che diventa educativo per tutti i critici nostrani, che proprio in questi giorni alimentano polemiche assurde sull'esistenza o meno di un popolo di lettori e dipingono gli italiani come una massa fagocitante merda: proprio nella Mecca del mercato, la letteratura vince, sta in alto nelle classifiche dei bestseller. E' una lunghissima tradizione americana, questa, e sarebbe il caso che gli editori italiani (stimolati da Einaudi Stile Libero, che da anni sta facendo da traino alla civiltà letteraria italiana) si adeguassero, imparando la lezione. Per dire: il giorno dello sbarco sulla Luna, nelle classifiche americane dominava Tom Wolfe (con i suoi familismi etilici), mentre non tutti ricordano - per la serie: i racconti non vendono... - il dominio di Cheever in vetta alla top ten per lunghissimo tempo. Non esisteva un momento migliore per l'allunaggio di Matthew Sharpe sullo sterile suolo italico. Cosa può dire Giulio Ferroni di fronte a questo capolavoro di epica contemporanea? Non ci sarebbe nemmeno da fare recensione di questo romanzo epico, poiché anche in Italia assisteremo al contagio vitale che la vera letteratura impone al cervello letargico del nostro mercato editoriale, della nostra critica accademica, dei supposti addetti ai lavori.
Misurarsi con lo stile di Sharpe, uno che piazzava nel suo romanzo precedente un saggio impressionante su William Burroughs, spodestando qualunque critico, costituisce per i nostri cervelloni non una sfida, bensì una sconfitta certa.
Tanto più se si pensa che Gli Schwartz, negli Usa, è stato protagonista di una storia editoriale che fa da prodromo a quasi tutti i capolavori trascorsi e dovrebbe annichilire le lamentazioni dei paranoici aspiranti scrittori nostrani: ventitré case editrici hanno rifiutato il masterwork di Sharpe, finché un genio che noi bene conosciamo, e cioè Dennis Cooper, lo ha pubblicato nella sua Soft Skull Press. Di lì, un passaparola che ha pochi riscontri negli ultimi vent'anni. Grazie al passaparola e al montare dello tsunami popolare, il Village Voice, il New York Times, Publishers Weekly - e via via tutte le testate più prestigiose del comparto letterario americano - hanno scoperto di avere un capolavoro in casa. E' bastato il decreto del Village Voice, che ha sancito la superiorità de Gli Schwartz su Le correzioni, per lanciare nella stratosfera l'amico americano di Marcel Proust.
Appena uscirà l'edizione italiana, tornerò a cantare il motivetto che accompagna Gli Schwartz: That's all folk!.
Questa è la letteratura popolare: autentica letteratura per il popolo dei lettori.

Matthew Sharpe - Gli Schwartz - traduzione di Matteo Colombo - Einaudi Stile Libero - € 13,00




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 7 Febbraio 2005

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