Di Alessandro Piperno (nella foto cliccabile) la casa editrice Mondadori sta per pubblicare il formidabile Con le peggiori intenzioni, che ha sbancato all'estero, riuscendo come autentico vincitore dalla lotta gladiatoria in quel di Francoforte.
Caro Alessandro,
c'è Giulio Mozzi, che sta rispondendo a puntate alla prima lettera senza obbligo di risposta: fornisce, Giulio, una materia densa, devo fare sedimentare.
Per fare sedimentare questa materia densa, scrivo a te, che considero una delle apparizioni più sconcertanti nella mia recente avventura esistenziale: un intellettuale fuori corso con cui, come dice Giulio, conversare fa esistere.
Con te vorrei conversare di Roth e Coetzee. In realtà, vorrei conversare d'altro: cioè del tuo profilo.
A te volevo infatti sottoporre alcune questioni non di merito letterario, quanto di profilo: il che non è stile (il profilo non è mai stile), ma forma, la quale non è stile.
L'altro giorno eri appena tornato dall'Olimpico, dove avevi assistito a un'ulteriore sconfitta della tua beneamata Lazio, quella che adesso ha in panchina un uomo a cui i capelli si sono imbiancati nel giro di tre giorni, come alla regina Antonietta, e che porta un cognome parodico di quello di un pescatore greco. Poiché tu vagoli per Roma con fare dandistico, non mi sono sorpreso nel sentirti dire che, avendo tu preso un freddo boia, avevi bisogno di un bagno caldo, di un superalcolico raffinato e di un ottimo romanziere, che hai identificato con Coetzee. E' quindi a partire da Coetzee che ti formulo alcune domande, legandole però ad altri quesiti, per intuire il tuo profilo e, come sempre, certo profilo della letteratura.
Mi pare che L'animale morente di Philip Roth non ti entusiasmi, a differenza di quanto accade a me, e nemmeno la vicenda degli spooks de La macchia umana. Cito questi due titoli perché li sento in clinamen, in lieve divaricazione, rispetto a Vergogna, che sembra essere riconosciuto come il capolavoro di Coetzee. Esulo dalla questione dei premi, essendo Coetzee insignito del Nobel e Roth no, non tanto per rispetto ai due autori anglosassoni, quanto per onorare i mesi che ti attendono dopo la pubblicazione del tuo romanzo, quando avrai a che fare con una giostra di premi. Ti stancherai moltissimo, vorrei risparmiarti fatiche, per ora.
Le vicende dei tre libri che ho citato hanno in comune un protagonista che è docente di letteratura e che intraprende relazioni sentimentali ed erotiche con allieve o dipendenti dell'università in cui insegna. Nel caso dell'Animale morente, il professore è David Kapesh e l'allieva si chiama esoticamente Consuela Castillo. Il protagonista di Coetzee è il professor David Lurie e, prima di scoparsi un'allieva, frequenta una prostituta di alto bordo che si chiama Soraya (se uno decide di distinguere in base alla radice ebraica Roth da Coetzee, si consideri che Lurie sta per Luria, il grande cabbalista ebreo). Ne La macchia umana, il professore è Coleman Silk e viene cacciato anch'egli, come gli altri due docenti, dall'università, ma per questioni di violazione della political correctness, dopo di che inizia la love story con... con chi? Dei libri suddetti non riesco in questo momento a reperire in casa La macchia umana e ho cercato il nome dell'illetterata bidella e mungitrice di Roth su Google: non si trova. Già non riesco a trovare riferimenti al libro, perché ci sono occorrenze solo del pessimo film che ne hanno tratto; ma in ogni scheda, editoriale o cinematografica, si tace il nome della giovane divorziata, a cui sono morti i due figli, con cui Coleman Silk intraprende il viaggio verso l'agnizione e l'impossibilità di redenzione.
Questo crollo onomastico del femminile è in realtà un crollo di attenzione, di percezione, ed è anche l'esito tragico delle vicende a cui si legano i professori di Roth e Coetzee: una tragedia antigonea in ottavo, suppongo. Rifletto: la donna innominata di Coleman Silk è monca (dei figli, del marito pazzo, della cultura, della felicità secondo apparenze: prima della confessione che ne rovescia la statura e anticipa di poco la sua scomparsa) ed è la figurazione della trascuratezza, della virtù sepolta, dell'automatismo nirvanico con cui il semplice santo prosegue meccanicamente la sua vita, risolta o meno che sia; la Consuelo dell'Animale morente è minata da dentro, un tumore va a sfigurarla e a superare ogni distinzione anagrafica e formativa su cui David ha delirato per tutto il romanzo; in Coetzee, Soraya sparisce nel nulla, spalancando un desiderio sgradevole in Lurie, e lasciando il passo alla giovane Melanie, che causa la tragedia e viene sostituita dalla figlia di lui, Lucy, che però viene stuprata, e quindi causa un'ulteriore tragedia (non male, vero? Una viene stuprata e causa una tragedia...).
Potrei risalire a ulteriori figure di docenti, cioè di maestri mancati, nella letteratura contemporanea wasp. Il professor Rojack del Norman Mailer di Un sogno americano, per esempio. Ravelstein e Corde di Bellow. Perfino Jack Gladney in Rumore bianco di DeLillo. Senza parlare delle occorrenze collegiali in Pynchon o Richard Farina.
E' però di un testo apparentemente minore di Joyce Carol Oates che desidero scriverti. E' Bestie e mi ha molto impressionato, perché l'ho letto la notte prima di essere operato alla testa e quindi ero suscettibile a qualunque fantasma letterario. E' Andre Harrow, un dandy come te, sposato a una bifida compagna, che in questo caso se la fa con la protagonista del romanzo, la studentessa Gillian Brauer. Qui l'introspezione avviene in un campo e in un'ottica totalmente estranei alle scansioni di Roth e Coetzee: Oates fa esplodere un'intimità femminile, a contatto con un'entità androginica sbagliata, cioè i coniugi Harrow, in un turbine di arte e piromania. Anche in Roth siamo sul discrimine tra arte e piromania: ne La macchia umana, l'amante di Coleman Silk ha perduto in un incendio i due figli, mentre il suo ex marito allucina di napalm e incendi come ogni buon reduce del Vietnam. In Vergogna si corre sul filo dell'incendio nella proprietà di Lucy. L'umanesimo e l'incendio sembrano dunque essere, al di là degli sprofondamenti genderistici, i nuclei su cui ruotano i sistemi solari di Oates, Roth e Coetzee.
Imbarazzi che infiammano le guance e le coscienze.
Vampate di ira.
Carte e lettere che vanno in fumo.
Roghi della letteratura (più in DeLillo e in Pynchon, a dire la verità, senza citare l'outsider Bradbury).
Avevi dunque ragione a cercare un ottimo romanziere per scaldarti dopo il freddo dell'Olimpico?
Tu sei all'altezza dei due David e di Coleman Silk: insegni in un'università. Scrivi narrativa d'eccellenza. Non mi risulta che tu sia stato identificato tra i piromani della Barbagia, ma non importa. Hai comunque la patente per rispondere a questa domanda: quale umanesimo emerge dalla letteratura che frequenti tu e che frequento io? Che cos'è questo fuoco che brucia gli archivi e sembra non rigenerare?
La domanda è in apparenza ingenua. Però se ci scavi dentro, osservi che da una letteratura altamente moralista, come quella di Coetzee e di Roth, il fuoco come combustione del corpo e della memoria sia immediatamente un incenerimento del futuro. E non tanto perché ad ardere siano i corpicini dei bambini di Faunia (sì, Faunia, adesso me lo sono ricordato!, valgo più di Google...), che non è detto che emblematizzino il futuro. Piuttosto mi pare che gli spalancamenti di vuoto nell'epilogo, che tutti i tre libri citati (e dico i due di Roth e quello di Coetzee; Oates inscena una storia chiusa, che non si spalanca) aprono, profilino un fuoco finale, per stipulare un nuovo inizio che non si conosce: un inizio spalancato a tutto. Questa ossessione letteraria, se c'è in Roth e Coetzee, è un'ossessione apocalttica. La loro narrativa sembra distantissima dallo helter skelter che preme psicoticamente dietro le scritture di DeLillo e Pynchon, ma, appoggiando l'orecchio sui binari morti per cui passeranno anche Roth e Coetzee, si avverte il tremore con cui si annuncia lo schianto finale.
C'è quindi una pulsione di morte da rovesciare in pulsione di vita in Roth e Coetzee?
Tu sei un grande conoscitore della letteratura che io definisco moralistica. Per intenderci al volo: per me Flaubert è un moralista, Proust è un moralista, Baudelaire ça va sans dire. Credo che il moralismo faccia perno seriosamente sull'opportunità dell'apocalisse non morbido, mentre la rivelazione di Pynchon mi sembra a questo punto assumere più i connotati dello scherzo demiurgico, di un'ironia non racchiudibile in alcuna formula, e quindi non più ironia: inabissamento allegorico, piuttosto.
Un ultimo arco voltaico scatta qui, a questo proposito, proprio tra Roth e Pynchon. Avrai presente la memorabile scoperta, in V, della scimmia preumana nei ghiacci dell'Antartide. Una distesa bianca assoluta, mutuata, come osservava il nostro comune amico Leonardo Colombati, da un'ossessione che ha in Gordon Pym di Poe il grande antesignano americano, e in Melville l'apostata che impone la verità che sembra volere distruggere. Quella scoperta di un'origine extraumana ha un'evenienza anche ne La macchia umana di Roth, nel capitolo finale, quando Zuckerman incontra l'ex marito di Faunia, l'assassino, mentre pesca solitario nell'immenso lago gelato. I medesimi brividi oscuri, vorrei dire potenze psichiche arcaiche e beluine ed extraumane, percorrono il lettore e il narratore, in quello spazio bianco e gelido, dove il ghiaccio stenta a sciogliersi in una bava di sole che ricorda certe situazioni petrarchesche e dantesche.
Un moralista come Roth che finisce nello stesso gomito bianco di un amoralista come Pynchon: mi pare un esito piuttosto imbarazzante e non ancora sorvegliato da alcuna critica. Pensa alla distanza tra i due: un'ideologia narrativa che propone la centralità e la "buona costruzione" del personaggio dovrebbe scontrarsi con una strategia romanzesca che propone una coralità di personaggi appositamente male costruiti. Invece l'esito si scopre il medesimo.
La domanda finale, quindi, che è però la domanda iniziale, va a te rivolta in questo modo: sei uno scrittore moralista e un lettore apocalittico?
Un abbraccio forte dal tuo
giuseppe