di ED PARK
[da 'The Village Voice'. Traduzione di Gaja Cenciarelli]
Gli Schwartz di Matthew Sharpe (in uscita l'1 di marzo per Einaudi Stile Libero) è due libri in uno – un capolavoro centrato sull'implosione di una famiglia, commovente quanto Le correzioni, e un'inchiesta stilisticamente elettrizzante sull'importanza delle parole. È un tesoro di frasi serie e divertenti al tempo stesso (esempio di tale giustapposizione: «Si sono divertiti sul divano finché il sole non è tramontato» seguita da «Tre ore prima che arrivasse in California, l'estate fece il suo ingresso nel Connecticut».) È triste al punto che il sottoscritto ha chiuso gli occhi nel momento in cui era chiaro che stesse per accadere qualcosa di brutto. Risplende di dolorose assurdità, di giochi di parole, dell'ispirato schieramento dei punti e virgole, di straordinari monologhi adolescenziali. È la cosa migliore che spero di leggere quest'anno: in caso contrario, mi aspetta un anno davvero eccezionale.
Il padre di famiglia - un po' fuori di testa, in effetti – è Bernard Schwartz, copywriter divorziato che, avendo incautamente assunto un farmaco sbagliato, cade in coma. Quando ne esce, il suo linguaggio è un caos di frasi misteriose e di circonlocuzioni stranamente poetiche (per chiedere una sigaretta: «Dammi-polmone-fuoco-bianco-fumo-cilindro».) Sharpe si sposta agevolmente da un punto di vista all'altro, coprendo l'intera gamma dei membri e degli amici della famiglia Schwartz, ma la sua creazione più indimenticabile è Chris, affezionato figlio diciassettenne di Bernie. Fan di Paul Robeson, aspirante magnate dei salvaschermi per computer, ed erede della rigogliosa ironia del padre, Chris motteggia, o in alternativa, dà in escandescenze, criticando violentemente e iperarticolatamente tutto e tutti. Tenero e furioso, è caratterizzato da una misoginia inconsapevole (specialmente nei confronti del medico del padre, Lisa) dietro cui si nasconde a malapena il suo desiderio d'amore.
Il migliore amico di Chris, Frank Dial («uno dei cinque neri diplomato al Liceo di Bellwether per Bianchi di Pura Razza Caucasica e di Classe Medio Alta») ha «una parola per tutti, e spesso non buona»; Chris, da parte sua, vive basandosi «sul rigido principio dell'accuratezza e dell'onestà del linguaggio, al punto che sostiene, orgoglioso, di non esserne all'altezza». Frank, diligentemente, tiene un diario intitolato Tutto, in cui riporta le curiosità e i soprusi dell'universo suburbano, come ad esempio Cose che sembrano cose che già sapevi cosa sembravano. Quando un bullo razzista distrugge il diario di Frank, lui ne inizia un altro: Tutto ciò che odio. (Il sorprendente romanzo d'esordio del 2000 di Sharpe, e che racconta l'educazione sentimentale di un liceale che si trasferisce a New York con la sua amante/insegnante, era argutamente intitolato Nothing is terrible.)
Mentre i giovani protagonisti di Sharpe – inclusa Cathy, la giudiziosa sorella minore di Chris – sguazzano in una palude di angosce, si rivolgono al linguaggio per ottenere le risposte alle loro domande. Il diario di Frank – come ogni altro libro – è un modo di contenere il mondo, di allacciare i fili sospesi nel vuoto. Chris spera che il padre gli dia dei consigli paterni, quelli che «ti vengono sottoposti in elenchi numerati e iniziano con parole come "Sempre", "Mai", "Ricordati", o "Figliolo"».
La parole promettono sicurezza, ma deludono sempre. Perciò, a partire da un incipit da stato confusionale («Il padre di Chris doveva aver sbagliato il dosaggio del Prozac») al «danno cerebrale» che Chris immagina di condividere con il padre, Sharpe chiama alla ribalta le antiche possibilità e le milioni di immutabili agonie del linguaggio, in modo che forma e sostanza sfumino l'una nell'altra sulla pagina scritta. Usa ripetizioni, variazioni, rischiosissimi elenchi di parole – formule magiche, litanie, maledizioni, sintomi - come una barzelletta infinita. In una delle scene più brillanti del romanzo, Chris tenta di insegnare al padre il gioco surrealista del cadavere squisito («Per la tua afasia e per il mio divertimento»): «Funziona così: io decido una parte del discorso, per esempio un nome, un verbo o un aggettivo, poi ognuno di noi scrive una parola che fa parte della categoria che ho scelto in cima al foglio di carta piegato».
Il risultato finale, quando i giocatori scoprono ciò che hanno scritto gli altri, dovrebbero essere un paio di frasi strampalate. Ma Bernie, defraudato delle parole «non capiva le istruzioni di Chris, né riusciva a riconoscere le diverse parti del discorso», perciò dovettero ripiegare su una «versione modificata [...] in cui, a turno, dicevano un nome». Più avanti, Chris cerca di chiarirgli la differenza tra il generale e il particolare. Dopo aver diviso l'universo in 31 categorie, tenta di spiegargli perché un albero è sia una categoria che un'entità in sé. Consiglia a Bernie di gesticolare, oltre che di parlare. «"Si potrebbe anche dare un nome specifico all'albero". "Per esempio?", "Per esempio Shirley"». Padre e figlio si tuffano in un'orgia di nomi – animali, foglie d'erba, case, nuvole, e «Quando arrivò il buio, battezzarono anche quello». È la mia scena preferita sulla pregorativa divina di imporre i nomi alle cose, da quando gli abitanti di Macondo, vittime di un'amnesia sempre più grave, iniziarono ad appiccicare sugli animali e sulle cose le etichette con i nomi.
Ma il fallimento è anche incantevole, ed è, in fondo, tutto ciò che ci rimane. Anche se i personaggi si sforzano di essere precisi, i significati possono essere comunque ambigui. Con una mossa ingegnosa, Sharpe sfrutta astutamente la confusione di Bernie sulle parti del discorso, contagiando il lettore con la malattia del suo protagonista. Provate voi a decifrare l'ambiguità sematica che lega alcuni elementi di questa frase: «Il conforto di una famiglia divorziata davvero imbarazzante». Gli Schwartz è un vero romanzo, comico e geniale, sui generis, sulla storia di un nucleo familiare.