E' morto ieri un mio mito: un mio mito letterario. Lo scrittore Hunter S. Thompson si è sparato un colpo di fucile in testa ieri, nella sua abitazione fuori Aspen, in Colorado: il posto in cui la Trilateral Commission si dà regolari appuntamenti e in cui Hunter Thompson si era candidato a fare lo sceriffo senza poi essere eletto. Aveva 67 anni.
Per chi non avesse familiarità con questo scriteriato autore (e dico scriteriato come altri dicono, di certi scrittori, che sarebbero giovani), ricordo che è l'autore di Paura e delirio a Las Vegas, portato su grande schermo da un fisicamente trasformato Johnny Depp per la regia di Terry Gilliam (insieme a un fisicamente orrendo Benicio Del Toro). Il fumettista Gary Trudeau, nella strip Doonesbury, lo iconizzò nella gigantesca figura dello zio Duke (Doonesbury è stato il mio mito personale in fatto di fumetti proprio a causa dello zio Duke, molto prima di sapere che si trattava del ritatto di HST).
Ora, però, in questa occasione luttuosa che ci raduna tutti, qui convenuti insieme intorno alla fossa in cui stiamo per calare la bara di Hunter S. Thompson, devo trattenere le lacrime al ricordo di questo grande uomo e concedermi un passo oltre: egli non è stato soltanto il mio mito. Egli è stato il mito.
Anzitutto, Hunter S. Thompson è stato il mito della letteratura. Egli lanciò la pratica di quel particolare reportage che battezzò Gonzo Journalism: un inestricabile tessuto di cronaca, finzione, giornalismo d'inchiesta, narrativa. Mutuava tutto ciò dichiaratamente da Faulkner, che aveva intuito in folgorazione una verità realizzatasi storicamente e in tutta evidenza circa ottant'anni dopo (cioè oggi): non il giornalismo è l'erede della narrazione, bensì la letteratura stende il suo imperio attraverso quell'appendice misinterpretata che è il giornalismo, e soprattutto il cattivo giornalismo. Mentre l'inchiesta della stampa finge un'assurda "oggettività", la letteratura demolisce in continuazione la leggenda di quest'idolo moderno che è appunto l'oggettività. All'incrocio di questo equivoco c'è l'io. La Gonzo litterature non è altro che un'opera di minamento dell'io, che viene fatto brillare in maniera clamorosa.
L'io non è soltanto un personaggio letterario: è vero piuttosto il contrario, che la letteratura non ha altri personaggi che io (uno o molti io), e questo ci sta profondamente sulle palle. Nel senso che, fisicamente, la nostra testa è sopra le nostre gonadi e le nostre trombe di Falloppio, e il nostro compito, che sentiamo profondissimamente, è fare crollare l'io giusto a metà tra la testa e i genitali: diciamo tra cuore e fegato. Zenodoto enunciava la centralità del cuore, Cratete quella del fegato: e la letteratura accoglie da sempre, a vari livelli di intensità fantastica e cioè reale, questa geografia. La letteratura non è una potenza né uterina né cerebrale: è una potenza cardiaca ed epatica.
Hunter S. Thompson ha incarnato questa verità della letteratura.
Ehi: quest'uomo aveva stile.
Prima di lui soltanto due autori americani sono stati all'altezza di una simile premessa. Sono il Norman Mailer di Pubblicità a me stesso e il Truman Capote di Musica per camaleonti. In Europa, al momento, forse soltanto Michel Houllebecq può considerarsi un adepto della confraternita dell'odio in nome della libertà, della contraddizione e della sgradevolezza. Hunter Thompson è stato l'erede e il padre e il fratello maggiore e minore di questa epica contemporanea, scintillante al punto di abbagliare i più, e soprattutto i critici nella loro totalità. Insieme a Mailer e Capote, e prima di Ellroy (altro autore che sta nella confraternita), HST ha compreso che la letteratura o è epica o non è. E non si tratta, nel nostro contesto storico, di un'epica locale, topicizzata: quella che, per esempio, sortisce dal tentativo epico (mai giunto in porto) di Saul Bellow, che fa un'epica in ottavo sull'amerigo-ebraitudine. Forse soltanto La macchia umana di Philip Roth raggiunge questo livello di fulminazione, a cui sto riferendomi (ma qui sto anticipando le osservazioni che pubblicherò in calce all'intervento di Alessandro Piperno).
Resta il fatto che HST, il quale ha pubblicato reportage apparentemente ipernarcisisti sugli Hell's Angels, su Las Vegas, sulla rielezione di Nixon, si è in realtà occupato di ciò che segue: lo spettro della morte in epoca laica, il consumo di stupefacenti e supporti di deriva psichica, lo Spettacolo e lo spettacolo, l'amour fou, il sistema di ingabbiamento politico dell'esistente, il narcisismo di ogni io, il fantasma della guerra che è implicito nella decadenza delle democrazie, il ruolo centrale della mediatizzazione delle informazioni, l'astio e l'ira, tutti i vizi e tutte le virtù, ciò che resta e la memoria, l'oggi fuori dal genere storico, la risata grottesca e quella pudica, l'arco voltaico che scatta quando ha luogo un'intuizione, la proliferazione delle immagini, l'epa dell'occidente e il suo cuore segreto, la maieutica e il dialogo, la negazione della maieutica e del dialogo, la pressione della follia legislativa, il presbiterianesimo che dorme nei ventricoli di qualunque società griffata WASP, il razzismo, il reazionariato, l'anarchia, la comunità, il potere dei sogni, la generosità dello scrittore, il primato della vista e dello stile su ogni altra inesistente facoltà di intercettazione del reale, il big bang musicale nell'universo percettivo umano, la vicenda della tecnologia che è eterna quanto l'uomo, l'aura abbacinante che fulgidamente irradia da qualunque divismo, il gossip come tragedia contemporanea, la tristezza e la depressione, l'emergenza psichiatrica, gli eternamente fallimentari tentativi di controllo sulle comunità e sul mondo, la dislocazione delle merci, il denaro come simbologia schizoide, i nani.
Uno scrittore si nutre di realtà in forma di ambiguità e la rigetta in forma di opera d'arte, la quale è sempre una variazione dell'ambiguità. In Hunter S. Thompson questo movimento creativo è stato sempre padrone del campo. Cosa intendeva dire questo scrittore pelato e irritante e umoristico quanto il Saturnday Live Show quando, intervistato sull'11 settembre, dichiarò: "E' un esaurimento nervoso nazionale"? Oppure a cosa alludeva questa salma che stiamo seppellendo, quando, intervistata, disse che "la mia vita potrebbe essere vendetta allo stato puro"?
Ambiguità senza alcun revisionismo. Come notò lo zio Duke in Paura e delirio a Las Vegas: "E' un casino conoscere la storia, a causa della merda che si assume a priori, ma anche senza sapere nulla della 'storia' sembra ragionevole ritenere che di tanto in tanto l'energia di una generazione fulmineamente emerga e dia avvio a un'onda lunga, per motivi che in quel momento nessuno è in grado di spiegare - e che, a un riesame postumo, non potranno comunque mai spiegare cosa realmente sia successo". Alla luce di questo passo, infilato tra derive stupefacenti nelle hall di alberghi in cui appaiono girovaganti e libere tigri albine, ecco cosa significa il Gonzo Journalism di Hunter S. Thompson: una teoria dell'impossibilità di teorizzare la storia, a cui però subentra positivamente una pratica che mette fine all'imbarazzo conoscitivo e una nemesi che la fa pagare cara a chiunque ritenga che l'uomo sia un fenomeno irregimentabile, conchiudibile in formule, borghesizzabile, o magari già da tempo robottizzato.
"Dominava la follia a ogni ora": e non soltanto a Las Vegas. Questo enorme figlio di puttana, saltuariamente razzista e sempre dichiaratamente sudista, ha elevato il suo essere liberal radicale a livelli impensabili in anni di conformismo altrettanto radicale.
Gli sia lieve la terra, che egli con amore e ferocia non smise mai di scavare con la penna, il cuore e l'lsd.