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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Cesare Viviani: da
L'opera lasciata sola
[…] "Ricordati che il maggior peccato è curare,
e tu – mi riconoscesti, avevi ragione –
sei un grande peccatore. " Erano anni
che non ti incontravo, e anche quel giorno
mi tenevo nascosto dietro i filari,
ma tu con una corsa improvvisa mi balzasti addosso
ruggendo come un leone. Mi costringesti
a recitare con te:
"Allontana da noi, Signore,
ogni pensiero di conservazione e di cura".
 
Liberaci dalle professioni.
I guaritori, il medico: quando passa
questo a controllare la malattia,
proprio come si va a visitare
un piccolo possedimento di periferia:
"Deve muoversi o il suo fisico
avrà un invecchiamento rapido".
L’ultima volta non ce l’ho fatta,
è salita una risata irrispettosa, grassa:
"Lei pensa che dovrei impegnarmi a ritardare
le alterazioni organiche, il decadimento,
la semplice conclusione del battito? …
E il martirio allora? –
mi sono messo a urlare fingendo
un attacco di pazzia, spingendolo
verso la porta – il martirio?".
 
O l’altro, il geometra, che arriva e dice:
"Qui bisogna alzare di due centimetri
il livello del terrapieno per migliorare
lo scorrimento dell’acqua …". Ma come si può,
Dio, come si può dedicare
la vita alle migliorie?
 
"Sai – mi dicesti una volta in lacrime –
è così fredda la fede, anonima,
porta la lontananza con sé, reca
l’indifferenza.
Come la vogliono i miei fedeli,
è la certezza del bene.
E io sarei qui impiegato a rappresentare
la divina bontà!
Così non posso stringere i loro corpi,
sentirne il palpito. La passione
è intesa come un peccato.
Per questo, amico mio, - ora sono io
che mi confesso, ascoltami –
di notte penetro nella chiesa,
e nel silenzio alto del mondo compio
l’inaccettabile.
I danni agli arredi, alle pareti, all’altare,
quei gesti vandalici di cui tanto
si parla ogni domenica, facendo ipotesi,
indagando senza costrutto, e intanto
le distruzioni continuano …
voglio che almeno tu sappia …"
 
Abbiamo imparato insieme, preticello mio,
che il movimento della terra – quello
impercettibile della crescita dell’erba e dei rami,
e quello devastante dei terremoti,
dell’acqua e del vento – scuote
l’anima dei trapassati e manda ai vivi
parole indelebili.
Ora l’autista, in assenza di ordini, ha preso
l’iniziativa: ha fermato la corsa.
Sono finite le scosse, il tuo corpo è inerte.
Davanti a noi, alla fine dei campi, le mura
della città turrita, immobili,
lambite dall’ultimo chiarore: "Non è
la città dove siamo nati", avverto
il conducente con una voce secca, serrata.
Lui cerca di convincermi. "Non è – insisto –
per quanto somigliante, non è!".
Allora lui balza indietro, come ferito,
ha paura, mi guarda atterrito,
come fossi un pazzo.
Non riesce a credermi.
Ha un’aria annichilita, indietreggia rigido,
si allontana da me. Alla fine grida:
"Non è irriconoscibile la mia vita!".
Ha avuto paura della morte il conducente, scappa
a gambe levate verso la città. Fa ridere.
Non sa cosa l’aspetta. Crede di trovare
i familiari, le consuetudini, i soliti conforti …
 
Un balsamo ti conservasse per sempre!
Ma per averlo dovrei
agire, questa notte e domani,
correre dagli specialisti in segreto,
curare i preparativi, sfuggire
alla curiosità, alle leggi!
Adoperarmi per ottenere.
Invece, senti il concerto che esce
dal silenzio implacabile di questa notte.
 
Prevosto mio,
qualcosa di inimmaginabile sta accadendo.
Io mi aspettavo
che con la luce del mattino, e poi
avanzando nelle ore del giorno,
qualcuno intervenisse a riportare
quest’auto abbandonata nei circuiti del mondo.
Traslochi, accertamenti, interrogatori.
Ma tanti che sono passati non hanno visto
l’ambulanza ferma sul ciglio della strada:
come se non ci fosse o fosse invisibile.
 
Oh passanti, oh lettori! Chi di voi
si fermerà ad ammirare l’invisibile,
tralasciando chi vi aspetta? Chi spezzerà
le catene del fare, per affondare
e disperdere il suo sguardo
nelle forme del vento? Chi passerà
il suo tempo a cercare
il punto dove scompare ogni figura,
dissolta dalla luce? Chi abbandonerà
il brusio assordante dei commenti,
per accogliere in sé la voce dell’Inesistente?
Oh, mi direte, la tua retorica! Ma un giorno,
uno qualunque, mentre svolgete
le più comuni mansioni,
si spalancherà sotto di voi un abisso,
un bagliore, un dolore vi abbatterà, acutissimo,
così profondo da colpire il centro della vita,
cercherete ancora di difendervi afferrando
un oggetto, tentando una mossa.
Sprofonderete.
Dopo sarete una cosa inerte. Gli altri,
intorno a voi, indaffarati subito
a far sparire questo corpo immobile,
in una fossa.



Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 4 Febbraio 2005

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