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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Alessandro Piperno: risposta non obbligata al Miserabile

di ALESSANDRO PIPERNO
[Piperno è l'autore attualmente in libreria con il formidabile romanzo Con le peggiori intenzioni, a cui fu recapitata una lettera senza obbligo di risposta, e del quale si è parlato e si parlerà sui Miserabili. Mi sia concesso dire che, quando penso a discussioni sulla letteratura, io penso a cose come quella che segue. gg]

Caro Giuseppe,
mi diceva pochi giorni fa un amico dell’Einaudi che La Macchia Umana in Francia ha venduto mezzo milione copie. Mica male, ho pensato. E’ bello sapere che un grande scrittore naviga nell’oro mentre noialtri mediocri (parlo per me!) boccheggiamo nell’indigenza. Allo stesso tempo, però, un simile dato ha confermato in me l’allarmante sospetto che i lettori francesi si siano inabissati, oramai da vent’anni, nelle melme d’una crisi senza ritorno e senza riscatto! Sai, la letteratura è una cosa che riguarda la coscienza nazionale. Il fatto che i francesi, tra gli splendidi libri che Roth ha sfornato nell’ultimo quindicennio, abbiano eletto a best-seller proprio il più brutto, inautentico e illeggibile fa il paio con la sovrapproduzione di pessima narrativa che da qualche tempo a questa parte smerciano con grande enfasi e incontinenza in patria, senza riuscire (grazie al cielo!) ad esportarla.

La Macchia Umana è un romanzo non riuscito. Tutto qui. E le ragioni del suo fiasco sono verificabili empiricamente.
1) E’ un libro che narra una vicenda che (sebbene tratta da una storia realmente accaduta) non è neanche per un solo attimo credibile. Sfida tutte le regole della verosimiglianza.
2) E’ un libro che nasce da una passione civile più che da una necessità interiore. E’ l’ultimo manifesto d’un sessuomane contro il puritanesimo americano, in un’epoca in cui (converrai con me) la sessuofobia in America se la passa piuttosto male (basta assaggiare l’ultimo libro di Wolfe, bello pur con tutti i suoi difetti, per capirlo). Anche qui: non c’è un solo momento, nel libro, in cui Roth riesca a nascondere il suo impianto ideologico e la sua indignazione morale contro gli anti-clintoniani nemici del pompino.
3) E’ un libro in cui non si parla di discriminazione anti-ebraica (come, per esempio, in Ho sposato un comunista). Ma di quella contro i neri. E si vede che Roth ci prova: prova a capirci qualcosa, a raccapezzarsi in una materia che non gli appartiene. Ma, come accade il più delle volte allo scrittore desideroso di affrontare argomenti che non fanno parte della sua patria interiore, gli capita troppo spesso di scadere nel parodistico.
4) E’ un libro sentimentale, verboso e magniloquente.
5) Non esiste un solo personaggio (il fatto che tu non ricordassi l’improbabilissimo nome dell’improbabile Faunia la dice lunga). Lo stesso Coleman Silk è un personaggio allo stesso tempo sbiadito-ineffabile e troppo pieno, troppo spiegato.
6) Ci sono un milione di altre ragioni ma non voglio tediarti.

Te ne parlo non solo perché tu lo hai fatto per primo, ma soprattutto perché esso mi serve a chiarire un punto essenziale del nostro discorso e a entrare immediatamente nel vivo della tua domanda.
Partirei a tal proposito dalla parola chiave che tu usi – nella circostanza – con assoluta proprietà: moralismo.
Sai, Giuseppe, si tratta di una di quelle parole ambigue che nascono in un certo contesto storico che col tempo cambiano di significato talvolta diventando antitetiche alla loro originaria accezione. Un caso su tutti: il vocabolo “libertino” nasce nel Seicento per definire i liberi pensatori e solo un secolo dopo ce lo ritroviamo nei salotti parigini come sinonimo di indomito scopatore (significato che tutt’oggi resiste).
Non so quale origine abbia la parola “moralista”. Ho un amico – giovane talentuoso accademico - ghiottissimo di queste robe che forse potrebbe illuminarci. Ma non ha importanza. So che un tempo il termine “moralista” aveva un’accezione nobile, se non proprio positiva. Serviva a designare quel peculiare tipo di letterato che dedicava la propria vita al cinico scavo, all’inesausta interrogazione delle verità profonde. Da Machiavelli a Guicciardini a La Rochefoucauld, solo per fare degli esempi. Il moralista era colui il cui unico scopo era quello di sfilare violentamente la maschera dell’ipocrisia dai visi degli Auto-Indulgenti cronici. (Perdonami, Giuseppe, la lezione è quasi finita). Non so davvero come sia possibile che quel termine abbia preso a designare sprezzantemente gli ipocriti e i farisaici. Il moralista oggi è uno che giudica i comportamenti del prossimo con una intransigenza disumana. E’ colui che non tiene conto delle umane debolezze, tutto il contrario dei Moralisti Classici che desideravano solo capire le debolezze degli uomini e (se possibile) perdonarle.
Insomma il destino ha voluto che tu abbia citato proprio La Macchia Umana. Il libro in cui l’ambiguità del termine “moralista” diviene addirittura emblematica.
Roth, per tutti gli anni ’90, in quell’epoca per lui così incredibilmente feconda - che va da quel capolavoro (ancora non tradotto) di Patrimony fino a Ho sposato un comunista (romanzo bellissimo che già mostra le crepe d’una vena dissanguata) - ha scritto opere moraliste. Opere, cioè, che sfidano la verità, la sbattono in prima pagina come un mostro. Opere che vogliono afferrare il senso delle Leggi Fondamentali: la rabbia, l’inadeguatezza, la vocazione omicida e quella suicida, il sesso di un sessantenne malato di artrite e pericolosamente vicino alla morte, il sogno spezzato d’un americano felice e vincente, le terribili ambiguità di Israele, eccetera.
Ma poi?
Poi arriva La Macchia Umana. E Roth si mette a fare il predicatore. Fa l’elogio del pompino. Fa propaganda elettorale (fuori tempo massimo) al grande Presidente Clinton. Se la prende con i cattedratici e con le loro ipocrisie. Se la prende con i militari razzisti. Inizia a fare il Solone (cosa che lui non ha davvero mai fatto) e in quel momento la sua creatività perde di smalto. Finalmente ha scritto un romanzone adatto ai Francesi e perfetto per Hollywood.
Sul numero in uscita di Nuovi Argomenti, il nostro amico Leonardo Colombati, stronca con grande classe (e con un po’ di melanconia) il nuovo Roth: The plot against America. E’ terribile vedere un grande invecchiare nei propri difetti. C’è qualcosa di shakespeariano nella triste deriva rothiana (anche se non voglio disperare: è abbastanza giovane per ridiventare cattivo, crudele e pietoso come era solo un lustro fa).
Ho divagato ma non ho ancora risposto alla tua domanda.
Sì, credo di essere uno scrittore moralista. Tento di esserlo nel modo nobile che una certa tradizione ci consegna. Ho il sospetto orrendo (che tutti ci affligge) di essere un epigono, di riscaldare un pasto già digerito. E tuttavia voglio perseguire nei prossimi anni (come già ti dicevo) il mio progetto balzacchiano. Costruire un mio piccolo mondo fatto di infiniti personaggi che ritornano. Vanagloria? Forse. Ma in fondo tentar non nuoce. Il peggio che possa capitarmi è di non riuscirci, di fallire. Ma ti assicuro che sono un collezionista di fallimenti. Ho una certa pratica in questa faccenda del fallire. E’ una vita che mi alleno. Quindi, ho le spalle grosse.
Ma la tua bella domanda non si esauriva lì: chiamava in causa un concetto non meno annoso: quello di “lettore apocalittico”.
Anche stavolta, e non lo dico per compiacerti, hai toccato la corda giusta. Sono un lettere apocalittico.
Ma in che senso?
Qualche tempo fa, in un convegno cui partecipavo come conferenziere, un grande proustiano (che gode della mia massima stima) mi rimbrottava asserendo che l’uso che io facevo del termine “apocalittico” riferito alla Recherche era sbagliato. (Sì, siamo di nuovo impelagati in dispute terminologiche!). L’Apocalisse non è quella della vulgata - mi diceva. L’Apocalisse in termini biblici non è un momento di distruzione bensì di costruzione, di rigenerazione. Sarà - ho replicato a denti stretti - ma a me (uomo della strada) interessa la vulgata. Apocalisse come distruzione.
Credo che un buon lettore (che voglia diventare uno scrittore sapiente) abbia l’obbligo e il diritto di decostruire un testo, non per piegarlo alle proprie convenienze dimostrative o addirittura ideologiche (non è questo il punto), ma per riuscire ad afferrarne tutte le infinite ricchezze. La densità di un testo è tutta nella capacità di un lettore di giocare al massacro. Baudelaire e Valéry hanno scritto pagine indimenticabili su questa pratica acrobatica e faziosa di fare critica letteraria.
Improbabili analogie, curiose assonanze, coppie di aggettivi, avverbi sofisticati, immagini pre-logiche, e via dicendo. Tutta ’sta roba può servire a un lettore vero - raffinato e volgare a un tempo - per salvare anche una singola riga dal pantano di un brutto libro, o altrimenti a deplorare l’impianto troppo meccanico di un capolavoro. Se è questo che intendevi per lettore apocalittico, allora sì, lo confesso: sono un lettore apocalittico!
E ti confesso che la cosa che più mi colpisce e più mi interessa della tua domanda è proprio la sua capacità di armonizzare due orizzonti così apparentemente in antitesi, eppure così imparentati (cazzo, li sento scorrere in me impetuosamente) come il Moralismo e l’Apocalisse.
Quindi grazie Giuseppe e a presto.

Tuo Alessandro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 18 Febbraio 2005

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