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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Una sinistra senza editori?

inchiesta e interviste di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]

feltrinelli50.jpgE così anche la Feltrinelli diventa holding. A cinquant'anni esatti dalla fondazione e per tutta una serie di buoni motivi che, in definitiva, alla storia della casa editrice non sono affatto estranei. Prima di elencarli nella conferenza stampa milanese di ieri mattina, del resto, l'attuale editore Carlo Feltrinelli li aveva lasciati intuire qualche anno fa in Senior Service, un libro che era anzitutto - ma non soltanto - un sofferto tributo alla figura del padre Giangiacomo. Già da quelle pagine traspariva un genoma culturale decisamente complesso: militante fino all'estremismo in politica, ma tutt'altro che disattento alle ragioni della partita doppia.

ggfeltrinellicastro.jpgAdesso, mormorano i detrattori, l'anima «capitalistica» avrebbe finito per prevalere su quella «di sinistra». Interpretazione che lo staff di via Andegari sdegnosamente respinge, sottolineando come anche uno dei passaggi più contestati (la rinuncia, per il momento parziale, ai cosiddetti «promotori» per la prenotazione e il riordino dei volumi in vendita nelle librerie del gruppo) non vada interpretata come abdicazione a logiche esclusivamente industriali o, peggio ancora, di marketing.
L'impatto della holding in gestazione rimane impressionante. Due società a responsabilità limitata, una nel campo dell'editoria e l'altra in quello delle librerie, entrambe in fortissima crescita negli ultimi anni ed entrambe controllate direttamente dalla famiglia. E un capitale di partenza di 30 milioni di euro, destinato a salire rapidamente a 50. Il tutto in una «strategia di sviluppo» che ha poco a che vedere con le radici «movimentiste» dell'avventura feltrinelliana. Come dimenticare, poi, che anche le librerie, quando nacquero, rispondevano a un più articolato progetto politico?
Limitare l'analisi alla sola Feltrinelli sarebbe però ingeneroso. Basti pensare alla situazione dell'altra sigla storica della sinistra italiana, la torinese Einaudi: da tempo nell'orbita del colosso Mondadori, da almeno un decenn io si è sempre più caratterizzata per una produzione molto lontana dalla severità ideologica delle origini (per i lettori più giovani Einaudi è anzitutto la narrativa avant-pop di «Stile libero» e soltanto in subordine la saggistica d'alto rango della «Piccola biblioteca»). Una volontà di alleggerimento che in tempi recenti ha lambito anche la barese Laterza, come dimostrano le polemiche legate alla collana «Contromano». Certo, in libreria le proposte dure e pure non mancano, spesso aggiornate agli ultimi dibattiti in zona new global. Però risulta pressoché impossibile notare una strana schizofrenia: i volumi ideologicamente più combattivi, infatti, o escono presso editori di piccole o medie dimensioni (la napoletana L'Ancora del Mediterraneo, per esempio, ma anche sigle di più esplicita militanza, come ManifestoLibri o Nuovi Mondi Media) oppure finiscono per alimentare i cataloghi dei grandi gruppi, come dimostra il caso-limite di Michael Moore, il regista di Fahrenheit 9/11, i cui saggi sono pubblicati da Mondadori. C'è il gruppo Saggiatore, d'accordo, che non nasconde il proprio punto di vista e lo ribadisce attraverso un settimanale come «Diario». Nel complesso, però, l'impressione è che presto o tardi, girando per librerie, potremmo incontrare un Nanni Moretti che chieda, inutilmente, qualcosa di sinistra pubblicato da un editore di sinistra.

Berardinelli: si paga la rinuncia alla saggistica

«L’eccessiva insistenza sulla narrativa ha portato a trascurare la riflessione»

berardinellisin.jpgAlfonso Berardinelli non rinuncia al ruolo di critico e, quindi, bastian contrario: «Un'editoria che teme gli intellettuali non può andare lontano. Né a sinistra né da nessun'altra parte».
Parla da parte in causa?
«Guardi, conosco bene alcune vicende editoriali, anche interne alla sinistra. E quindi so che questa espulsione graduale degli intellettuali, dei consulenti, dei direttori di collana obbedisce purtroppo alla dura legge dei fatti. Dal punto di vista economico, l'editoria di progetto è diventata troppo costosa».
Così rischia di apparire addirittura giustificazionista.
«Non si preoccupi, rimedio subito. E lo faccio con le parole di uno degli ultimi grandi editori "puri", Giulio Bollati: "Il problema", diceva, "è che a un certo punto gli italiani si sono messi a leggere soltanto romanzi"».
E che male c'è?
«Intanto dipende da quali romanzi si leggono. Ma la questione è un'altra: dalla fine degli anni Ottanta in poi l'attenzione, peraltro comprensibile, per le cosiddette "storie", e cioè per la dimensione narrativa della scrittura, ha portato a trascurare la riflessione di tipo saggistico. La quale, rispetto al corpo della cultura, non rappresenta il sistema locomotorio, ma quello nervoso o addirittura l'endocrino: sensibilissimo, indispensabile e molto, molto difficile da curare quando si ammala».
Niente saggi, niente editoria di sinistra, insomma.
«Niente saggi, niente lettore colto. Gli inglesi lo chiamano common reader: una persona curiosa, che legge di tutto, dai classici alla filosofia. Best seller esclusi».

Donzelli: ma così i libri raggiungono i lettori

«La tradizione dei testi "pedagogici" è tramontata, emergono nuovi bisogni»

donzellisin.jpgL'editore Carmine Donzelli lo chiarisce subito: «Anche volendo, non riuscirei a parlar male di Feltrinelli», annuncia.
E degli altri suoi colleghi, gli editori che vengono accusati di avere il cuore a sinistra e il portafoglio dall'altra parte?
«Neanche di loro - ribatte -. Vede, tutto sta a intendersi. Se il modello che si pretende di rimpiangere è quello del vecchio pedagogismo sovraccarico, per cui ogni libro che si pubblicava (e si leggeva) doveva contenere indicazioni precise su come vivere e operare in senso politico, beh: non c'è dubbio che questo modello, come dire, da Prima Repubblica non è più proponibile».
Lo dice senza rimpianti.
«Di più, lo dico con soddisfazione. Ma non per rinnegare il passato. Al contrario, penso che la tradizione editoriale "di sinistra" rappresenti un tratto specifico e distintivo della cultura italiana e come tale vada valorizzato. Ma non continuando a pubblicare oggi gli stessi libri che avremmo pubblicato quarant'anni fa. La scommessa, al contrario, è proprio quella di creare una proposta culturale strutturata, che sappia interpretare in modo intelligente i fabbisogni di lettura del momento».
Sì, ma questo dovrebbe essere il compito di ogni editore, a prescindere dalle convinzioni politiche.
«Siamo d'accordo. Ma allo stesso modo si può dire che allo stato attuale non può esistere editore, per quanto "di sinistra", che trascuri completamente i processi e le logiche imprenditoriali».
È per questo che non parla male di Feltrinelli?
«Proviamo a ragionare sul fronte delle librerie, che oggi come oggi risulta il più controverso. Si potrà discutere su alcune scelte particolari, ma mi sembra innegabile che l'affermazione delle Feltrinelli sia stata guidata dalla consapevolezza che il modello di distribuzione precedente presentava ormai più difetti che vantaggi».
Dal punto di vista del fatturato?
«No, anche da quello del lettore. E dell'editore, se posso permettermi».
La prego.
«Negli ultimi tempi la crescita del venduto dei nostri volumi è stata molto più consistente nei punti vendita Feltrinelli rispetto alle altre librerie. Considerato che i nostri titoli sono tutt'altro che facili, significa che questo tipo di circuito comunicativo funziona, perché mette in contatto libri e lettori».
E questo è di sinistra?
«Quando, tra il 1992 e il 1993, abbiamo fondato la casa nostra editrice, ci auguravamo che qualcosa di simile potesse accadere. Basta come risposta?».

Doninelli: con le vecchie ideologie se ne è andata anche la curiosità

«Il progetto di cambiare il mondo era alimentato da una forte tensione intellettuale. Adesso prevale lo stile Mtv»

doninellisin.jpg«Pubblicare i libri, una volta, era considerato un'attività in perdita. E il bello era che i primi a saperlo erano proprio gli editori». La butta sul paradosso lo scrittore Luca Doninelli, forte anche della sua lunga esperienza di consulente editoriale. «Giangiacomo Feltrinelli, per esempio, ne era perfettamente consapevole - insiste -. I guai, purtroppo, sono iniziati quando ci si è convinti che con i libri si potesse addirittura guadagnare. Da allora in poi nessuno ha più potuto permettersi di fare il mecenate».
O il rivoluzionario?
«Su questo bisogna avere il coraggio di essere molto onesti. All'origine dell'editoria di sinistra italiana c'era un progetto grandioso. Per me tutt'altro che condivisibile, sia chiaro, ma di altissima qualità. Un disegno politico e ideologico del quale facevano parte le stesse librerie Feltrinelli, per non parlare della casa editrice. Fallito quel progetto, è venuta meno anche la tensione morale e la curiosità intellettuale che erano necessarie per sostenerlo».
Aspetti, non mi dirà che ha nostalgia per l'epoca dei libretti rossi?
«Dei libretti rossi no, e forse non è neppure corretto parlare di nostalgia. Però sarebbe un'ingenuità non ammettere che il progetto complessivo dell'ateismo comunista (in fondo, è di questo che stiamo parlando) era animato da una volontà di comprendere il mondo. Per cambiarlo, non si discute. Prima però andava conosciuto, studiato, analizzato».
Questo spiega come mai, nel catalogo Feltrinelli, troviamo Il dottor Zivago di Pasternak.
«Pubblicato a costo di creare un'incidente con l'Urss. E poi Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, romanzo per tanti aspetti "conservatore", ma che diventa un bes seller proprio grazie a Feltrinelli. Il discorso, in realtà, sarebbe ancora più ampio. Basti pensare che uno dei più grandi storici cristiani del Novecento, Charles Dawson, fu tradotto in Italia da Einaudi».
Perché?
«Perché la sinistra "storica", quella del progetto sul mondo, aveva bisogno di conoscere tutto, di capire le ragioni di tutti. Adesso invece domina, anche dal punto di vista ideologico, il modello Mtv: se ha avuto successo in America lo pubblichiamo, altrimenti pazienza».
Non sarà tutta colpa della sinistra.
«No, la colpa della sinistra è un'altra: quella di aver dimenticato e di fatto censurato i suoi pensatori più originali e radicali. György Lukàcs, tanto per fare un nome. C'è ancora qualcuno che si prenda la briga di leggerlo? E magari di pubblicarlo, già che ci siamo?».




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Domenica 23 Gennaio 2005

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