|
Una lettera senza obbligo di risposta a Giulio Mozzi
Ho deciso di compiere un'operazione abbastanza ordinaria nella vicenda intellettuale umana, e però anche anomala. Creando l'area LETTERE SENZA OBBLIGO DI RISPOSTA, scrivo una lettera, e non un mail, a persone con cui mi interessa parlare e che, se vogliono, mi rispondono con una mail, la quale mail viene pubblicata su i Miserabili. Non avvertirò nemmeno i destinatari delle missive: se vengono per caso a sapere che gli ho scritto, e se ne hanno voglia, mi rispondono. Quindi, non si fanno figure di merda in alcun senso e in effetti nemmeno si mandano messaggi in bottiglia, ma neanche si obbliga uno che non ha voglia a fare fatica. Questi eventuali carteggi possono durare a discrezione degli altrettanto eventuali corrispondenti.
La prima lettera la scrivo a Giulio Mozzi.
Caro Giulio,
incomincio da te l'invio di lettere senza obbligo di risposta per chiederti davvero che cosa pensi di fare dandoti da fare. Perché fai quanto fai? E' una domanda apparentemente indiscreta e irriverente, ma concerne un'attività pubblica, anzi due attività pubbliche, che tu svolgi, consentendomi di sentirmi convocato in questo spazio pubblico che tu strutturi.
Quindi comincio specificando quale tipo di spazio pubblico tu strutturi. Non sei il solo a farlo. Lo spazio pubblico che proponi è una connessione stranissima di letteratura e apertura politica attraverso l'utilizzo della Rete. Ci sono altre realtà, altre persone che, prima di e insieme a te, stanno costruendo questo spazio. Le realtà che mi interessano, in questo senso, stanno quasi tutte nei link che, nella homepage di questo giornale, risiedono in basso nella colonna di destra. Con variazioni, tuttavia. Ci sono realtà d'eccezione, e cioè che a me sembrano eccezionali, che lavorano con una profondità enorme e con un'intensità continua a quest'opera di costruzione di uno spazio meticcio, di comunità raccolta attorno a un fuoco in ascolto delle storie: insieme a te, a me interessano Evangelisti e i Wu Ming. E' grazie a queste tre realtà operanti che io vedo declinarsi in ogni senso un'opera di strutturazione di uno spazio comunitario in cui vengano scardinate le fossilizzazioni di un immaginario collettivo, che nessuno ha immaginato ma in qualche modo è stato imposto, mentre in quest'opera triplice condotta da te, da Evangelisti e dai Wu Ming io avverto allargarsi la potenza di una fraternità d'incanto e politica che risiede per me, del tutto naturalmente, nell'esperienza della letteratura. Quando utilizzo la categoria del politico non intendo riferirmi di fatto a ideologie politiche, bensì solamente a pratiche comunitarie non impositive.
Da dieci anni la Rete opera attivamente in Italia in questo senso. Io vorrei chiedere a te chi te lo fa fare. Chi lo fa fare ai Wu Ming e a Evangelisti di spendere energie, passione, storia, divenire, idee e quant'altro, per aprire questo spazio che solo gli idioti pensano ridursi a una disincarnazione elettrica?
Prima di procedere, escludo le eventuali obiezioni dei cretini: è chiaro che tutti voi non lavorate a questo spazio per apparire e, di conseguenza, vendere prodotti editoriali. Se le vostre tre realtà mi paiono eccezionali, è proprio perché sono un'eccezione a movenze di tipo narcisistico, magari non consapevoli e non legate comunque alla vendita ma comunque narcisistiche, che intercetto in altri luoghi.
Sto scrivendo a te e non ti chiedo di rispondere a nome di Evangelisti o dei Wu Ming. Mi limito a considerare che, nel giro di un paio d'anni, non soltanto hai creato il luogo giuliomozzi, ma hai contribuito a Nazione Indiana, hai messo in piedi insieme ad altri Medicine Show, hai fatto partire Perceber (specificando che non è un'operazione di marketing), hai recentemente inaugurato il posto dei Realvisceralisti, hai rimesso in moto Vibrisse che, per l'appunto, fu una delle prime realtà digitali a strutturare questo spazio di cui vado dicendo.
Io mi ricordo, in tempi lontani, la rivista poetica e letteraria Scarto Minimo, una delle più notevoli realtà della fine degli Ottanta in Italia, a cui lavoravi insieme a Mario Benedetti, Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori. Già allora faticavi. Non eri nessuno, per utilizzare quest'assurda categoria esistenziale che enuncia l'editoria. Non avevi pubblicato niente, lavoravi come commesso, chi cazzo eri e cosa volevi?
Sono trascorsi molti anni e io vengo proprio a chiederti: chi sei e che cazzo vuoi?
Perché spendi tutto questo tempo a scrivere, a fare, a parlare?
Perché ti inventi costantemente un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi?
Perché, d'altronde, sei giulio mozzi?
Cosa speri?
Cosa agisci, se per caso non speri niente?
Cosa stai facendo?
La letteratura per te cos'è?
C'è una passo di Donata Feroldi, in un luogo di cui presto spero di parlare qui su i Miserabili, che molto continua a colpirmi e che mi permette di parlarti a proposito di tutto quanto ti ho domandato. Ecco il passo:
Alla separazione tra parole nobili e ignobili, alla suddivisione in caste dei termini e addirittura delle sillabe, è contrapposto un vento rivoluzionario capace di mettere “un berretto rosso” anche al vecchio dizionario. Al monolinguismo dell’Io è contrapposto il pluringuismo dell’Altro. All’estetica della differenziazione in generi si contrappone un mescolamento che non è ibridismo di superficie ma espressione – nel vero corpo della lingua-senso – di una metafisica generale dell’ombra e della luce. L’animale vivente del mondo – di cui la lingua è parte – è retto da un’universalis analogia.
L'operazione di costruzione di uno spazio comunitario che realizzi l'esperienza letteraria (sia quello tuo o di Evangelisti o dei Wu Ming) mi sembra entrare proprio in questa fenomenologia. Poiché è chiaro che simile spazio viene strutturato a partire dal plurilinguismo dell'Altro (soprattutto i Wu Ming) o da un'apparente monolinguismo dell'Io (soprattutto tu, in superficie), qui va a farsi benedire la distinzione usuale che siamo portati ad applicare ai testi: siamo in un luogo in cui non esiste tirannide ma soltanto rivoluzione. Di fatto, quest'osservazione è falsa. Accade che mentre è vero che i Wu Ming praticano quello che potrebbe dirsi pluringuismo dell'Altro, il tuo monolinguismo dell'Io sia in realtà un plurilinguismo di non Io. La posa melensa, affettata, fredda, busterkeatoniana dei tuoi racconti che, volutamente, sfiorano la noia e l'irrilevanza, può essere percepita come minimalismo e/o monolinguismo egoico solo da un idiota. Con idiota intendo: uno che non ha titoli per appartenere a una comunità che vive nell'esperienza letteraria o in quella che i Wu Ming chiamano "mitopoiesi" o che Evangelisti chiama "periferia di Alphaville".
In pratica, a quanto posso vedere, in questo spazio comunitario che state strutturando ha luogo un eterno sisma: un sisma che rimette in fluidificazione il fossile, l'accertato, il nominalizzato. Un incendio che divampa bruciando i vocabolari. Cioè accade questo: vanno a puttane i generi. I generi, che io interpreto quali macrostrutture retoriche, si consolidano, perdono energia, si metallizzano, divengono gabbie e non servono più per partecipare alla gran festa del divenire, che è la vita vivente in cui Ci Si Incontra E Si Ama. Quando si assiste all'irrigidimento degli stilemi, succede che gli stilemi dettano dittatorialmente agli autori, senza che gli autori ne siano consapevoli, utilizzandoli come strumenti ai fini di un monologo infinito e, per me, reazionario. Poco interessante, questa voce del genere, che parla usando come microfono l'autore, è una voce solo apparentemente umana: in realtà è macchinica ed è perciò disumana. E' come se una macchina al servizio dell'uomo avesse preso coscienza e utilizzasse l'uomo al suo servizio. C'è un passo del poco abusato Pynchon che mi sembra riferirsi al farsi e non all'esito questo movimento. L'esito di questo movimento è all'ordine del giorno, sui teleschermi del pianeta, sia Matrix o 24ore l'evenienza in questione. Ma il passaggio diveniente, cioè metamorfico, con cui i generi si metallizzano e si trasformano nei kapò coscienziali non è tanto frequentemente rappresentato: non è mai in voga. Ti copio qui il passo di Pynchon, da Vineland:
Dall'attiguo refettorio, un ambiguo mormorio, parte fame, parte apprensione, era venuto intensificandosi. Prairie afferrò una marmitta di zuppa al pomodoro e la portò di là, poi, per circa due ore, continuò a portare carrelli di vivande e stoviglie pulite dentro, e stoviglie sporche fuori, a pulire i tavolini, a mescere caffè, passando da una faccenda all'altra a seconda del bisogno, correndo a colmare dei vuoti laddove li avvertisse, senza fare a meno di notare che alcuni si concedevano il bis con gli Spinaci in Casseruola e anche con la mortadella. Più tardi, si mise a strofinare teglie, pignatte e padelle, aiutò a riporre le stoviglie, a pulire il pavimento in cucina e in dispensa. Quando salì al piano di sopra, alla Sala dei Terminali Ninjette, il sole era già tramontato e i suoni di un laboratorio koto serale si mescolavano alla buonanotte degli uccelli da cortile.
Attiro la tua attenzione sul movimento che Pynchon inscena: Praire, una delle protagoniste di Vineland, che è rifugiata nel monastero metafisico delle Ninjette, viene letteralmente schiavizzata dalle macchine, cioè dei "metalli", che qui genialmente Pynchon rappresenta nella loro inerzia primaria: stoviglie, casseruole, posate, padelle. L'umana Prairie risponde a un mormorio di fame e paura da parte di umani indistinti, che dà inizio a questo movimento: ella soddisfa i bisogni primari umani a mezzo delle vivande e, soprattutto, delle vivandiere. La prima cosa che Prairie afferra è una marmitta: dentro, si vede dopo, c'è della zuppa. Per rispondere ai non necessari bisogni, fattisi non più primari (c'è gente che prende una seconda porzione), Prairie è letteralmente schiava degli utensili di cucina. Pynchon arriva a scrivere minuscola la "mortadella" e maiuscoli gli "Spinaci in Casseruola": la mortadella non ha contatto con i macchinari da cucina, al contrario degli spinaci in casseruola. C'è poi da pulire tutto: un movimento che sarebbe interessante esaminare in raffronto alle dinamiche delle topiche freudiane e che comunque, per intendersi, è relativo alla colpa, allo sporco. Questo sporco non è dentro l'uomo, anche se si è depositato per soddisfare i bisogni umani: è uno sporco che incrosta le macchine, le stoviglie, le padelle - è uno sporco con cui l'uomo ha incrostato i metalli. Prairie non ha una lavastoviglie a disposizione, è all'inizio della mutazione, e quindi "strofina": verbo che rievoca il duro lavoro di sudore con cui l'umano si dà la pena di rendere pulito il suo rapporto con le macchine, di igienizzarlo. Poi l'umano, per immensa fatica di servaggio, cade nel sonno. Solo allora la natura gli dà il saluto: Prairie si è persa il sole che sfolgorava per tutto il giorno, è già notte, la voce dell'addio alla veglia è data da una natura ormai artificializzata: uccelli da cortile e non liberi cardellini, oltre che da un laboratorio koto serale, dove l'esotismo "koto" rafforza l'artificialità naturale della situazione: è un'umanità artisticizzata che dà il saluto finale a Prairie, un'umanità che svolge come naturale un'arte che si è già cristallizzata nel genere "koto".
Per tornare alle modalità con cui va strutturandosi lo spazio collettivo di esperienza letteraria a cui lavorate tu ed Evangelisti e i Wu Ming: ho l'impressione che voi siate Prairie che sente i mormorii di fame e paura, ma col cavolo intendete asservirvi alle stoviglie. E', questo, un momento politico in cui l'opera che andate facendo ha per l'appunto un rilievo politico: è un momento in cui i generi non si devono metallizzare. Non i generi letterari morti: quelli vivono una semivita che è morte e non tocca agli scrittori reinnestare vita in un corpo morto. Lazzaro è una metafora possibile per quest'opera che sarebbe sbagliata e che il 90% degli autori italiani sta doviziosamente svolgendo. In realtà gli scrittori politici si danno all'invenzione: intercettando i mormorii di fame e di paura, inventano. Inventano qualcosa di nuovo, che è qualcosa di antichissimo, poiché antichissimi sono i bisogni primari, fame e paura, e antichissimi i mormorii con cui è possibile intercettare e soddisfare tali bisogni.
Giudico importante il titolo del romanzo di Wu Ming 1, New Thing, soprattutto alla luce delle precedenti considerazioni. Così come il titolo dell'ultimo Evangelisti: Noi saremo tutto.
Ciò che intendo è: state inventando, non soltanto dentro i testi. State facendo un nuovo genere, questo nuovo genere è nel suo istante sorgivo e potenzialmente metamorfico, ed è dentro e fuori dei testi che si pubblicano. La responsabilità della configurazione della metamorfosi potenziale è tutta vostra.
Devo infine confessarti un versante privato della citazione da Vineland. E' un romanzo eccezionale, che ho letto tre volte, l'ultima questa estate, mentre ero con amici. Lo aveva letto, qualche giorno prima di me, il mio amico psicoterapeuta. Il quale mi vede terminare la lettura e subito, senza consecuzione temporale, sollevare un romanzo di Roth e cominciare una nuova lettura, senza lasciare depositare quella appena finita, e cioè Pynchon. Questa cosa ha insospettito il mio amico neopsichiatra, che mi ha indicato come non esista, nel mio rapporto col mondo, la capacità di restare in percezione: vivo come una sequenza di foto velocissima, la testa fotografa e passa oltre. A distanza di cinque mesi, salta fuori il passo di Pynchon: evidentemente si è depositato ed è da cinque mesi che io sto nel frame tra Pynchon e il libro successivo. Quindi vedo che il mio funzionamento emotivo è totalmente disgiunto dai processi di testa, e questo è il motivo per cui non mi sparo un colpo in testa, ma soffro comunque di crepe, di dissociazioni. E tuttavia, la domanda la giro a te: esiste uno "stare" nella letteratura, uno "stare" emotivo, diverso da questa modalità dissociata di cui, a quanto pare, sono vittima?
Un abbraccio dal tuo
giuseppe
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 14 Gennaio 2005
|