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I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Il carteggio Santi-Genna
su Nuovi Argomenti

Questo carteggio sulla letteratura, che è molto idiosincratico, è apparso sull'ultimo numero di Nuovi Argomenti. Serve tra l'altro da introduzione alla recensione che sto per pubblicare, nei prossimi giorni, sull'ultimo libro di poesia di Flavio Santi, Il ragazzo X, edito da Atelier. Questa versione è inoltre integrale: su NA è stata tagliata la parte iniziale dell'ultima lettera, che concerne il caso Battisti.

Caro Giuseppe,
“la vita scritta nel sangue”, è un bellissimo verso di James Merrill. Incastona la verità più preziosa. L’inchiostro più vero con cui tutti scrivono la loro vita è il sangue, l’essere qui e ora, presenti nel proprio corpo. Dopo vengono le parole. Le parole non cambiano il mondo. Ma noi dobbiamo scrivere come se lo cambiassero. Le parole servono a registrare dei sintomi, dei toni, delle idiosincrasie. Siamo fatti di centinaia di miliardi di cellule che nascono, muoiono, si rigenerano in continuazione, siamo una struttura di per sé in perenne oscillazione, siamo intimamente contraddittori. Noi che siamo il mondo, noi, siamo fatti di seghe, di deliri, di sogni inconfessati, polluzioni notturne e diurne, fantasie raccapriccianti, ma anche di affetti semplici, tenerezze, commozioni delicate, mormorii. Chi scrive deve abbracciare più mondo, più mondi possibili.

Paure e gioie, sole e luna, bianco e nero (e tutte le campiture cromatiche, dalle più naturali a quelle più strafottentemente lisergiche).
Non è vero che non ci sono scrittori italiani che non siano addosso al reale e non ne colgano e trascrivano le vibrazioni, gli ultrasuoni, tutte le fattispecie di onde e ondulazioni. Il romanzo italiano partì facendo le faville con Foscolo e Alfieri, poi ci fu lo stallo della nevrastenia manzoniana, per poi però riprendersi subito con Nievo e I viceré di De Roberto. Comunque, tornando ai nostri giorni e cercando di sintonizzarmi su questi ultimi sciaguratissimi mesi, ho visto che hanno tenuto banco le lamentele. Dello Scrittore e del Critico. L’uno più orientato al confronto con i modelli stranieri contemporanei, l’altro volto alla pesa con gli autori del passato. E naturalmente gli scrittori di adesso ne sono usciti perdenti, come sempre. E come sempre a torto. Nel pezzo dello Scrittore c’era poi la trovata, un po’ esibizionistica, della pizza fra scrittori: forse ti ricordi, racconta di come lui frequenti tanti scrittori e come si vedano ogni tanto in pizzeria. Ebbene, l’asino Giovale di Vincenzo Pardini ci fa la cacca fragorosamente sui problemi sollevati dall’articolo, ci fa la cacca perché è troppo sofferente e dentro la vita per andare a prendere una pizza con degli scrittori. Tanto per capirci: uno specchio non potrà mai riflettere la realtà del muro che ha di fronte se davanti gli hanno messo un altro specchio. Credo che se qualcosa di buono si può fare, lo si può fare solo scavalcando i compromessi e scendendo sulla nuda terra, bruciandosi le ali di una squisita estraneità e sporcandosi faccia, occhi, orecchie. “Le azioni della vita sono espressive, / anche l’espressione è azione”, scrive Pasolini. Ma adesso chi sta vincendo? Rimbaud o Verlaine? le fameliche gerarchie della vita o l’io darwiniano? Così forse se gli scrittori continuano a frequentarsi fra di loro, ad andare appunto a prendere la fatidica pizza insieme, forse non capiranno molto di quello che sta succedendo... specchio che riflette specchio. (Vince Verlaine?). Il mondo sta cambiando in maniera radicale e irreversibile: l’introduzione di sistemi di produzione postfordista; il dislocamento e la dismissione delle attività industriali all’interno della nuova, enorme, geoeconomia mondiale; la internazionalizzazione e velocizzazione dei movimenti del capitale; la globalizzazione dei mercati; lo sviluppo delle reti di comunicazione informatiche; la crescita esponenziale del terziario e dei servizi; la moltiplicazione delle porte d’accesso all’economia avanzata; la frammentazione, individualizzazione e riaggregazione della forza lavoro; la crisi delle ideologie. E ancora: il dramma degli uomini bomba; i villaggi di spazzatura che si ergono come periferie alternative ai margini del Cairo; l’islamizzazione dell’Occidente... E ancora, le neuroscienze con le indagini sul cervello: ma ci rendiamo conto che siamo pura elettricità, i nostri pensieri nascono da scintille sinaptiche, insomma il nostro cervello è fatto di connessioni di neuroni come un immenso computer in grado di cambiare in continuazione. L’astratto generato dal concreto. Un concreto che si estende per un quarantamilionesimo di millimetro! E allo stesso tempo la fisica quantistica ci sbatte in faccia la nostra inconsistenza materica. Siamo oscillazioni. Dunque siamo elettricità in continua oscillazione. Siamo dei fantasmi?
È proprio la forma della lamentela a essere sbagliata, comunque: non ci si dovrebbe lamentare che la letteratura non rifletta più il mondo (ammesso che sia vero, possibile o legittimo, anche se, come si può intuire, con i presupposti citati sopra mutano completamente le mappe della scrittura... saltano lucchetti e distinzioni consuete...), ci si dovrebbe lamentare direttamente del mondo: il confronto da presupporre è con il mondo, non con la rappresentazione di esso da parte di altri intellettuali. Un insonne scoliaste del reale come Pasolini non si lamentò mai della situazione letteraria italiana, anzi la sondava costantemente, semmai – ecco lo scatto in più – la scavalcava per lamentarsi dell’Italia, della situazione morale degli italiani. Insomma la protesta dello Scrittore, appassionata sì e viscerale, però cade proprio sul punto principale: fa della metaletteratura in sostanza...
Speciosissimo vizio italiano, la metaletteratura... (tremendo dubbio: e noi adesso cosa stiamo facendo?)
A presto
Flavio


Caro Flavio,
sono riottoso a chiedermi cosa stiamo facendo: scriviamo critica, metaletteratura, aggressione intellettuale al mondo, all’uomo, alla donna, alla faina? Purtroppo sono cresciuto in tempi in cui questa domanda sul “fare”, lungi dall’essere riflessione strategica e quindi orientata al futuro, paralizzava il pensiero, fossilizzava l’istituzione universitaria, crepava l’osmosi tra mente e realtà. Non mi pare che le cose ora stiano così – non più. Certo, è subentrata la maniera della lamentela, che è l’ennesimo travestimento della paralisi. Eppure, una volta denunciata la page della doleanza, bisognerà continuare a riflettere sul negativo? Sarà necessario emanciparsi da alcunché?
Tu indichi non tanto ruoli, quanto àmbiti in cui la riflessione da retrobottega dello scrittore potrebbe esercitarsi con vitalità ed esperienza del mistero. Sia la fisica sia la neuroscienza a cui fai riferimento sono, a mio strettissimo parere, zone in cui la letteratura può entrare non a praticare sterili novelization, bensì a cogliere esiti che ne rafforzino il coraggio. Coraggio di cosa? Questo è il punto qualificante di ogni critica: stabilire la sostanza e la modalità dell’esperienza letteraria del coraggio. Simile coraggio non è semplicemente un’astrattezza dell’emotivo. È sì il coraggio del bambino che, assediato dall’orrore e dalla paura, nel buio assoluto della stanza avverte avvicinarsi il mostro (questa è la lettura di Blumenberg: l’invenzione miticoletteraria come reazione all’angoscia primaria). È però, questo coraggio, anche la determinazione metallica dell’asceta, che lavora tutta la propria esistenza a comprendere cosa siano l’io, la percezione, il rapporto col mondo – per poi integrare l’io e il mondo stessi in una visione più ampia, praticata senza occhi, uno spazio di coscienza in cui, proprio come la neofisica a cui rimandi tu, l’interno sia l’esterno.
Tutto ciò sembrerebbe la solita splafonata paraheideggeriana. Non è mia intenzione. Il mio tentativo va piuttosto di pari passo a certe pratiche sciamaniche che si sono depositate in produzione artistica; a certo Ficino che, con il suo Sopra lo Amore, non commenta semplicemente Platone, ma stimola a un esercizio implicito di trascendimento del proprio io; a certo Hugo, quando fa pronunciare a Jean Valjean, mentre getta nel camino i candelabri d’oro rubati, l’enigmatico incitamento “Completa l’opera!”; a certo Kafka, le cui alchimie e canalizzazioni torahiche hanno richiesto a un genio come Scholem di ricorrere a un’interpretazione folgorante del sabbateismo pur di tentare di spiegare e di indurre all’integrazione del mostro letterario nella coscienza. La questione è proprio: o l’opera letteraria è un mostro letterario o non è. Il catalogo che Hugo compila con il suo immenso saggio su Shakespeare è una teratologia. Mostri autentici si muovono su una waste land che è lo spazio letterario (anche in Eliot, ovviamente, la medesima mostruosità: egli che allestisce la sua finestra sul mondo altro a colpi di rovine d’ognidove, attraverso la canalizzazione alchemica, poiché si esce dalla terra desolata per conquistare il graal – e il graal è proprio la coscienza d’essere, secondo la dottrina ermetica che inventa i simboli di Waste Land e Graal): Céline, Wallace Stevens, Zanzotto, Machado, Walcott, Mandel’stam – tutti partorienti abnormità, deformità, magari in forma levigata o glaciale o antibarocca. Il massimalismo non ha a che fare con le costanti spirituali che lo esprimono.
Il punto su cui desidero fare convergere le tue osservazioni circa i risultati della fisica (penso alla teoria delle Supercorde di Gabriele Veneziano, che prepotentemente si candida a teoria del tutto) e delle neuroscienze (fondamentale, in questo caso, il saggio Mindfulness di Segal, Teasdale e Williams, con prefazione folgorante scritta da Fabio Giommi, in uscita presso Bollati Boringhieri): che riflesso possono avere rispetto alla scrittura narrativa? La narrativa si presenta, almeno per me, come il continente in formazione che ancora ha da fare crescere le sue catene montuose su altrettanti abissi. Ecco, alla rinfusa, alcune domande che mi faccio.
Perché non esiste una narrativa quintessenzialmente tragica, ma soltanto una poesia che si autodefinisce come tale?
Perché si pensa che l’epica si condensi in una storia?
Perché il mercato ritiene che la leggibilità coincida con la scrittura di storie lineari?
In che senso vale l’ipotesi di Frye per cui la prosa eredita la responsabilità della scrittura sacra e di quella epica? Che cos’è, non tanto oggi, ma domani, un’opera-mondo?
A quale retorica guardiamo quando, oggi, parliamo di allegoria, di emblema, di simbolo, di metafora?
Intendiamo oggi per “lingua” ciò che intendeva Manzoni, ciò che intendeva Valéry, ciò che intendeva Celan?
Lo stile si esercita oggi sui generi? Cioè, i generi sono gli ultimi stilemi?
È un tempo, questo, che elegge una propria tradizione o ne fa a meno?
È un tempo che intercetta l’ossessione apocalittica quale ultima mitologia? Nel qual caso, quali sono i mitologhemi odierni?
Sono suggestioni, forse, accusabili di new age critica – ma non m’interessa la demolizione. Piuttosto mi interessa osservare fino a che punto proceda l’autodemolizione e se, come credo, dopo l’autodemolizione resti qualcosa…


Caro Giuseppe,
non essendo un critico, sarò pulviscolare e poco, o per nulla, risolutivo. Come diceva Picasso, bisogna cercare, non trovare. Conta la tensione a, verso, contro... magari con una buona dose di cialtroneria, come suggeriva Auden. Del resto proprio la figura del cialtrone ho l’impressione di fare con molti amici quando comincio a ragionare di fisica quantistica e neuroscienze in relazione alla scrittura e vedo le loro facce farsi sempre più perplesse (non è il tuo caso, però farò finta di sì, così mi riuscirà meglio di ragionare...). Io non ho teoresi da offrire, ci mancherebbe, al massimo quando va bene qualche scintilla. Intanto faccio subito piazza pulita di un sospetto: non conta assolutamente l’aspetto deterministico e volontaristico, cioè eleggere a proprio argomento le ultime acquisizioni della scienza. La questione non si risolve così. Troppo facile. Il rapporto tra letteratura e fisica non si esaurisce nello scegliere di inserire di tanto in tanto terminologia scientifica: avremmo Lezioni di fisica e fecaloro di Pagliarani. Se per innescare un rapporto con la fisica quantistica fosse sufficiente parlare di viaggi nel tempo, Timeline di Michael Crichton ci basterebbe. E invece no: il senso di un’opera d’arte non si programma all’unisono con il senso del mondo fornitoci dalla scienza, ma è necessario (parlo sempre dal mio cialtronesco punto di vista) che ne entri in contatto in un rapporto simbiotico, interattivo, sottocutaneo. Come? Nella misura in cui Alla ricerca del tempo perduto è un’allegoria della teoria della relatività di Einstein. Qualcuno vorrà negare questo? Credo di no. Bisogna creare miti, simboli, emblemi, o come li si vuole chiamare: le definizioni non mi interessano, anche perché mi pare che comunque convergano verso un punto comune, la capacità cioè di drenare, filtrare, cristallizzare, scrostare e poi sintetizzare le ansie e le aspettative di un lasso di tempo e civiltà il più ampio possibile. Che cosa sono le forme simboliche, se non proiezioni di sogni, nostri e di una società?
Finora una nozione fruttuosa mi sembra essere quella di ucronia, perché va a intaccare la struttura della narrazione, il modo del narrare, e non il semplice oggetto arbitrario: in Italia Lo spazio sfinito di Pincio ne è un primo buon esempio, mentre secondo me Un amore dell’altro mondo è una battuta d’arresto. Da questo punto di vista Philip K. Dick e William Gibson sono maestri da cui possiamo solo imparare.
Come rispondere invece al serratissimo fuoco di fila delle tue domande? Più che tentando di astrarre e teorizzare (ripeto, non ne sarei proprio capace, e se anche per caso… non voglio), magari in modo parenetico, invitando alla lettura di libri che quei nodi secondo me sciolgono. A me sembra che a tutto quello che dici Pasolini abbia trovato una risposta, certo una sua risposta ma quanto centrale e seminale! (ti devo confessare che leggo Pasolini come nel Medioevo leggevano Virgilio: come una sorta di oracolo. Il mio personalissimo I Ching. La mia vita incrocia nomi, situazioni menzionate da Pasolini. L’ultimo caso l’ho avuto di recente: Chiara è andata a fare un concorso in un paesino della Brianza. Quale, fra le centinaia – escluso l’ambitissimo Arcore? Usmate Velate. Apro Trasumanar e organizar, punto su Patmos e che leggo? “Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate”!). Deliri mantici a parte: sulla narrativa quintessenzialmente tragica mi sento di dire: Petrolio. Sull’ipotesi di Frye per cui la prosa eredita la responsabilità della scrittura sacra e di quella epica, ripeto: Petrolio, ma anche La Divina Mimesis. E poi: la sua cinematografia non è un’esorbitante opera-mondo? E la sua poesia non si configura proprio in termini analoghi, un’enorme mappatura dell’uomo occidentale? Quando scriveva che “la prosa è la poesia che non è poesia”, cosa voleva dirci? forse qualcosa che ha anche a che fare con la tua domanda sul perché il mercato ritiene che la leggibilità coincida con la scrittura di storie lineari? Credo di sì.
Mi chiedi: questo è un tempo che intercetta l’ossessione apocalittica quale ultima mitologia? Ti rispondo: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”, oppure “bisogna deludere. Solo una nobile broda / d’ispirazioni miste, demistifica, / se miracolosamente il caos approda / a una plastica chiarezza, mettiamo, di grifi / romanici […] Taci, taci, / voce di ogni Ufficialità, qualunque tu sia. / Bisogna deludere”. Che te ne pare? non sono pietre angolari attorno a cui costruire cattedrali di senso e parole?
Lasciami chiudere con un’impressione. L’impressione è questa: che il nostro Novecento non sia risolto per nulla. Fino a quando continueremo a ignorare il valore di narratori come Quarantotti Gambini, Soldati, Brancati, Volponi, Tobino? o di poeti come Cardarelli, Roversi, Sinisgalli? Parise è centrale quanto Calvino. E poi: Bertolucci non è per nulla secondo a Montale (dato per acquisito che la grandezza di un poeta non la si misura sul fatto che esce ai temi di maturità). O sbaglio?
A presto
Flavio


Caro Flavio,
mi ritrovo con te nei punti più ambigui della tua lettera: quello in cui accenni all’ucronia come stilema decisivo e quello in cui chiedi a gran voce una lettura più larga del Novecento italiano. In entrambi i casi, il punto originante è l’individuazione di uno slittamento, di un aumento di estensione del fatto letterario. Si tratta di qualcosa di ben diverso dalla “contaminazione” a cui i critici giornalistici guardavano qualche anno fa, con la meccanicità entusiastica di chi ripete uno slogan che gli è entrato in testa.
Questo movimento di scivolamento dall’unicità del fatto letterario a qualcosa di più vasto ha una sua suprema fenomenologia nella Democrazia magica di Franco Cordelli, un testo che io considero fondamentale per la mia formazione. Prendiamo una questione à la page, cioè l’emersione del genere come tirannide stilistica della narrativa contemporanea, e in particolare il caso di Hammett. Ecco cosa ne dice Cordelli: “I labirinti intellettuali di Hammett mostrano una inimitabile potenza a causa della propria intenzione di sostenere se stessi in quanto labirinti per un fine non enigmistico (come in ogni scrittore di romanzi polizieschi) ma filosofico”. Ora il punto è che la vicenda che più salta all’occhio nell’aggressione del mercato alla letteratura è proprio quella del genere poliziesco. È esemplare: si parte dall’enigma, si attraversa l’allargamento del genere a metafora politica e sociale, si arriva alla decadenza (irrigidimento delle gabbie, cristallizzazione dei personaggi; o, al contrario, gabbie così aperte da non essere più gabbie, coiffeur che indagano sulla morte di Kissinger). Invece Cordelli apre una prospettiva diversa. In Cordelli è chiaro che l’enigmatico è qualcosa di differente dall’intenzione filosofica di Hammett. Che cosa sia questa intenzione filosofica, Cordelli lo chiarisce più sotto: “Non succede mai che da un labirinto si possa tirare un filo che ci restituisca la strada maestra, una strada diretta e semplice”. Di passaggio, osservo che si tratta della più folgorante definizione del lavoro di Ellroy. Nello specifico, però, viene da sostenere che lo stilema non basta. Per stilema intendo: qualunque elemento del romanzesco che ci sembra adatto a fungere da filo per trovare la strada maestra. Il che valga, per venire alle proposte che fai, anche per l’ucronia. È piuttosto un legame sottile, quando non extrafisico, quello a cui guarda Cordelli: ed è il mito.
Quale mito? “Al massimo, possiamo sostituire a un labirinto un altro labirinto, al labirinto della realtà il labirinto della nostra ipotesi investigativa. In questo secondo caso, proprio perché il mito non funziona più, perché la realtà non è che un mito gotico e di reale non v’è che un’allegoria romanzesca, Raccolto rosso è naturalmente un romance”. Ecco perché cito Cordelli, che pure ha poco a che vedere con le nostre suggestioni neuroscientifiche: qui Cordelli compie un atto critico straordinario, riassume in un gesto critico arditissimo le più esaltanti avventure dell’esegesi letteraria. Non so se stupisce anche te, un movimento simile – Cordelli arriva alla definizione di genere partendo dal luogo vuoto del mito che non funziona più. Per come la vedo io: il mito esce finalmente dall’infanzia, non è più uno stilema, non è più nemmeno una struttura, non è atto a niente, non è un filo; da questa assenza concreta, per nulla teorica, nasce una definizione di genere.
Qui ci avviciniamo ai territori che le propaggini più interessanti e all’avanguardia delle neuroscienze incominciano a indagare. Siamo, per stare alla definizione di Chalmers, allo hard problem: che cos’è, infine, la coscienza? Cioè: la coscienza come stilema, come struttura insomma, è un mito che non funziona più; è dalla sua assenza che desumiamo la qualità specifica delle esperienze che cadono nel raggio della coscienza. Per tornare all’ucronia: un’ucronia come stilema non può che percorrere la storia naturale del tempo (nascita, sviluppo e morte), il che è paradossale per una figurazione che abolisce la linearità del tempo usuale che non viviamo alla mano. Ciò che intendo è che l’ucronia è più di quanto viene attualmente utilizzato dell’ucronia stessa. L’ucronia non è un elemento stilistico e non è nemmeno un elemento romanzesco. Sono molto più convinto di quanto mi dici, a proposito dello Spazio sfinito di Pincio, perché quello è un romanzo ucronico soltanto se si intende l’ucronia come vuoto mitico – in questo senso va intesa, credo, la sfinitezza, e non in direzione esistenzialista. Questa sfinitezza, che trasuda dal romanzo di Pincio e soprattutto dal suo finale, resta inesplicata dalla poca critica che si è occupata del libro come meriterebbe, cioè seriamente. Non è la sfinitezza walseriana. È, piuttosto, il salto di livello da una visione limitata della coscienza (in quanto struttura) a una visione della coscienza come narrazione sfinita (non infinita) – una narrazione a cui mancano le parole.
Una letteratura a cui mancano le parole è, insomma, ciò a cui guardo. Una letteratura che non stia più nella letteratura, ma nel senso in cui io, che sono pelle, non sto più nella pelle. È un problema di attenzione: invoco maggiore attenzione per l’intenzione filosofica di cui tratta Cordelli, piuttosto che per lo stile o gli elementi o la struttura della trama. Quest’intenzione filosofica è la consapevolezza che il mito non funziona come stilema. Questo vuoto ultrafisico, in cui avviene ogni fenomeno fisico, mi pare sia la prospettiva più interessante tra un riduzionismo idiota e un becero spiritualismo. L’elemento coscienza è ciò che leggo nella letteratura eterica di cui Pincio mi pare costituire il primo esempio italiano.
E ancora avrei da dirti tantissimo…
Un abbraccio
Giuseppe


Caro Giuseppe,
vorrei da ultimo spostarmi su un terreno piuttosto accidentato, che mi sembra spesso e volentieri eluso, o comunque non affrontato con il dovuto spirito critico e autocritico: la propensione dello scrittore italiano alla “genuflessioncella d’uso”, che di solito egli maschera con fiere asserzioni opposte (così fiere appunto da essere spesso in odore di excusatio non petita), di essere antisistema, di essere anti tutto quello che gli permette, a ben vedere, di vivere oggi, qua, in questo modo. Mi spiego meglio. Quando Pasolini ironizzava (?) proclamando che “la letteratura, in quanto tale, è sempre di destra”, probabilmente fra le tante cose fustigava anche questa, di essere, cioè, la letteratura capace di un reale effetto eversivo. Anticipava e presentiva il discorso di Foucault sul fatto che il “potere” prevede sempre e comunque il dissenso a esso? Qualcosa di simile, credo.
Genuflessioncella d’uso poi a cosa? è presto detto, alle legittimazioni reciproche, agli interessi personali o di parte, al mantenimento della propria posizione: tutte aspirazione più o meno legittime, beninteso, se non venissero regolarmente biasimate da quegli stessi che le rispettano e se ne nutrono. Questo è un problema centrale, se ci pensi bene: o la letteratura è una pura menzogna, dove i valori veicolati (la passione, l’anticonformismo, l’esercizio del senso critico, il fuoco del dire) contano soltanto se schiacciati retoricamente sulla pagina, o la letteratura ha a che fare con il mondo reale, e allora bisogna capire in che modo.
Questo vuol dire che la scissione fra opera e autore va azzerata? No, non direi, ma va ripensata. Anche perché quando si è privilegiata l’azione, gli esiti sono stati modesti: la poesia risorgimentale non è proprio quello che si può dire memorabile, né le cosiddette avanguardie storiche, futurismo in testa, sono state meno deludenti.
Formulo un metro di giudizio forse semplice o naif, e per questo tanto più paradossale, ma necessario, credo, se vogliamo scendere quel benedetto gradino che separa la finzione dalla realtà (per chi lo invoca – e tra questi mi ci metto –; per chi non lo invoca coerentemente ci dovrebbe essere il silenzio): il potenziale eversivo di un’opera si misura dai danni esistenziali che provoca all’autore. E quindi, per tornare: Pasolini, e prima ancora Foscolo morto di fame e d’oblio in Inghilterra, Giordano Bruno... Memorabile è sì la vicenda di Ippolito Nievo, che un’unica tensione viscerale e morale ha portato all’azione e alla scrittura, e visto che di scrittura non si può morire (evitiamo le semplificazioni del romanticismo psicologico), è morto d’azione.
Oggigiorno al massimo vedo scrittori che magari sì quel sistema l’hanno “combattuto” da giovani, ma poi di quel sistema si sono anche serviti finché gli andava bene, e poi se la sono data a gambe. Non si può combattere il sistema e poi pubblicare con Gallimard, o usare l’armamentario massmediologico che del sistema è una delle massime espressioni. Quando si è in lotta con un regime (perché se fuggi da esso è evidente che non lo accetti, e quindi lo combatti), non si pensa alle lucide copertine pubblicizzate ovunque: opti per forme alternative, i samizdat, i ciclostilati clandestini, ecc. O se si vogliono le copertine lucide, si accettano anche le altre, meno lucide per il proprio ego, implicazioni.
Con questo dobbiamo fare i conti: finché si salterà questa evidenza, avremo quello che già abbiamo: un bla bla ridicolo, soprattutto da parte di certi scrittori che se scoppiasse domani una guerra civile (dio ce ne scampi), non salirebbero su in una montagna con i partigiani come proclamano adesso dai loro comodi puf, ma finirebbero molto probabilmente nelle file dei collaborazionisti, con la solita scusa secolare “Che ci vuoi fare… devo pure campare anch’io…”. Sinceramente ho letto trasecolando Sanguineti dichiarare che lo scopo del Gruppo ’63 era “sviluppare a fondo le pulsioni anarchiche […] portando tali pulsioni dal terreno della rivolta al terreno della rivoluzione”. Se oggi in Italia non si legge poesia, uno dei responsabili è proprio il Gruppo ’63, con la sua idea elitaria e iperspecializzata di intellettuale. Altro che rivoluzione!
Come antidoto alla scempiaggine di simili dichiarazioni il radicalismo di Pasolini, spietato anzitutto con sé stesso: “l’intelligencija più avanzata si gratifica di uno spirito clandestino e frondista che le consente di dissociarsi sia dal resto dell’intelligencija moderata (e quindi fascista!) sia dal corpo enorme e repellente della borghesia fascista tout court. La prima sensazione di questa intelligencija è quella di essere nel giusto. Effettivamente essa lo è, non c’è dubbio. Ma in questa sua sensazione di essere nel giusto essa porta con sé abitudini contratte nascendo, appunto nel mondo borghese da cui poi si è dissociata”. In soldoni: autolegittimazione di potere, chi combatte il potere non può irrimediabilmente che crearne un altro, sì contrapposto, ma analogo per modi e forme. Questo è il maledetto circolo vizioso che ci invischia continuamente, è la contraddizione eclatante che si para davanti a noi: per quanti sforzi tu faccia, ogni tuo tentativo di opposizione è già stato previsto, e anzi accresce la potenza dell’avversario. Ti ricordi Ercole e Anteo? Ogni volta che Ercole lo scaraventava a terra quel mostro ne traeva nuove energie. Ercole lo dovette strangolare fra le sue braccia senza fargli toccare terra. Ecco, noi siamo tanti Ercoli cui non è concessa la soluzione finale: lottiamo, e anche animosamente, ma ogni volta il nemico si rialza.
Un abbraccio
Flavio


Caro Flavio,
il nome innominato, perché diventato innominabile grazie alla tempesta perfetta scatenata dai media nostrani, è in questo caso quello di Cesare Battisti, mi pare di capire. Nel caso di Battisti (e qui intendo: dei libri di Battisti), le tue osservazioni sono fuori luogo, nel senso letterale del termine: i libri di Battisti paradossalmente non sono il luogo della sua esistenza. E’ chiaro che la letteratura, per Cesare Battisti, è una forza fondamentale di esplicazione del presente e del passato che vive non sopito nel presente – prima di lui, poco o niente, in narrativa, sui Settanta, ma anche sui legami tra Resistenza, Settanta e oggi.
Il punto è un altro e provoca. Se Cesare Battisti è un fuorilegge, che statuto hanno i libri dei fuorilegge, nella storia della letteratura? Un fuorilegge è bandito dalle leggi della filologia, della metrica, della composizione di una storia? Vedi bene che si tratta di un’ambiguità ulteriore, che va a caricarsi all’ammasso sulle spalle di Battisti, che sono già peraltro oberate dal peso di ambiguità pregresse. Ti sarà nota la mia posizione: queste ambiguità sono per me state caricate sulle spalle di Battisti. Ma non desidero qui discutere del caso penale, della ridicola richiesta di riaprire in questo modo grottesco una tragedia nazionale – richiesta formulata da un brianzolo che è già egli stesso una tragedia nazionale. Voglio invece affrontare il tema della scrittura nei rapporti con l’esistenza dell’autore.
Sono un figlio di puttana, io, di estrazione piccolo borghese, con qualche venatura lumpen. Ciò che scrivo ha ovviamente rapporti con la mia formazione esistenziale, intellettuale, etica, politica, emotiva. Però non mi interessa l’analisi filogenetica di questa storiella secondaria che è la vicenda del mio “io”. Piuttosto vorrei invitarti a un esperimento alla Uri Geller: così per mantenere sul coté new age la nostra conversazione.
Allora, pensa che tu stai scrivendo. C’è quest’attività interiore che si esternalizza, dopo avere internalizzato un esterno: ricordi, pezzi di memoria che collassano uno nell’altro, strutture sentite che riaffiorano o vengono riconfigurate – in pratica, pezzi sensibili di percezioni che tu hai avuto della storia che vivevi. Perché quella formazione, quell’imbarazzante magnete che attira vita e scrittura è, dopotutto e come sempre, questo: percezione, la tua percezione. Bene, pensa che stai scrivendo: sei lì davanti a uno schermo, Word aperto sul foglio elettronico confortevole lindo e immacolato, e tu digiti, non si sa bene come dando parole a sottoappercezioni. Di colpo entra uno nella tua stanza, spara in aria un colpo di pistola e ce la fa istantaneamente a chiederti, mentre spara il colpo e tu ti spaventi, che cosa sei in quel preciso momento: maschio?, femmina?, Flavio?, Santi? Un adulto o un bambino?
Ricapitolo, prendendo un’altra strada. Tu sai di esistere. E’ talmente banale, che non hai motivo di enunciare o esprimere questa cosa che chiunque dà per scontata: dentro di te, c’è il senso di essere, è ovvio. Nessuno va in giro dicendo continuamente: “Sono un umano”. Questa cosa non è mai espressa. Se provi un emozione, scatta un linguaggio qualunque: emotivo, corporeo o verbale o scritto. Il senso d’essere, invece, non è espresso dal linguaggio – da nessun linguaggio. Anche usare quest’espressione – senso d’essere – sai bene che è cosa illecita: è come comportarsi da fuorilegge. Se ci pensi, questo senso di essere è identico a quando tu eri bambino: sentivi che eri esattamente come adesso senti che sei. Lascia stare cosa si sovrappone a questo senso di essere: prima sei, e solo dopo sei un uomo di nome Flavio Santi, e poi dopo sei mille altre cose.
Ora, la letteratura che rapporti intrattiene con questo senso d’essere?
Per me, solamente per me, la letteratura è ciò che avvicina a sentire il senso d’essere. Lo fa con leggi proprie, oserei dire autoctone, tornando negli stessi gorghi, con le medesime forme rivoluzionate (esattamente come se esistesse una forma che si esprime in molte forme diverse, una forza che diventa percepibile in miliardi di modalità diverse). Se tu ti chiedi che cos’è una parola, rimbalzi sulla percezione, anche mentale, che hai di quella parola; sei quindi spinto a sentire la relazione tra “io” e parola. Ma di cosa è fatto l’io? Ecco, per me questo è la letteratura: un’enorme domanda che ha questa forma: di cosa è fatto l’io?
Tu dormi e non sogni: non c’è storia, c’è solo la sensazione che ci sei; dormi e sogni: inizia a esserci una storia, magari improbabile, percepita da chi sente che è; ti svegli: c’è una storia coerente, percepita da chi sente che è. La letteratura starebbe solo nel terzo spicchio dell’esperienza? Ho troppa fiducia nella potenza della letteratura (dell’arte tutta) per recluderla in quel carcere che è la veglia. La letteratura è tutta la percezione dell’essere, del sentimento che si ha di essere. Che rapporto ha, questo, con la mia storia di veglia? Sono borghese quando sono sveglio, sono una troia o un sarchiapone quando sogno, non sono niente quando dormo senza sognare.
I rapporti tra vita e letteratura sono più complessi di quanto dici. La politica emerge come una sovrapposizione percettoria. La letteratura non può giudicare Battisti, cosa che qualunque forcaiolo italiano può permettersi di fare, anche se non è andato a leggersi gli atti dell’allucinante processo che fu intentato vent’anni fa a Battisti.
Dico: ciò di cui tu parli sembra essere la letteratura politica, e invece è soltanto politica. Intendo: una politica disgustosamente deletteralizzata.
Non sono per i rimbalzi tra politica e tradizione letteraria. La tradizione letteraria è il gesto necrotico di una politica disperata. La letteratura, in sé, esprime la tradizione tutta, se è grande letteratura. In ogni grande opera, stipati e stuprati, dormono Omero, Shakespeare, Hugo e chissà quanti altri.
Se la politica diventa un gesto creativo, spiazzante, che del tutto naturalmente ha in sé compressa la civiltà intera, allora è grande politica. La grande politica non può essere gestione dell’esistente: dev’essere invenzione dell’esistente. Esattamente come la letteratura non può essere la gestione del deposito letterario: dev’essere invenzione del letterario, da capo, totale. L’immaginazione è la forza che sostanzia l’atto politico e quello letterario: l’organo di percezione dell’utopia, che sa che la storia è un mito. La realtà è un mito.
Però la letteratura, e non la politica, non vive solo dell’atto immaginativo. La letteratura non è il discorso, e nemmeno il silenzio che fa sentire il discorso: c’è qualcosa, c’è qualcuno che vede e che sente il discorso e il silenzio e che siccome vede e sente è fuori dal discorso e dal silenzio – l’occhio non vede se stesso. La letteratura è l’indicatore stradale che conduce al luogo in cui sta questo testimone muto del discorso e del silenzio.
Non pretendo enunciazioni apodittiche da parte mia, se non questa: quanto a me, la letteratura è fuori della letteratura.
Un abbraccio dal tuo
Giuseppe




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 13 Gennaio 2005

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